Stefano Cucchi e il reato di tortura che non c’è!

  • Lunedì, 17 Dicembre 2012 14:50 ,
  • Pubblicato in Flash news
MicroMega
17 12 2012

La vicenda di Stefano Cucchi è stata ridimensionata a uno dei tanti casi di mala-sanità. Stefano Cucchi sarebbe morto perché dopo essere probabilmente scivolato, come spesso capita alle persone arrestate o carcerate, sarebbe stato malnutrito dai medici. Dopo tre anni è arrivata la superperizia che di super ha ben poco. In modo ineffabile essa afferma che: “Il quadro traumatico osservato si accorda sia con un’aggressione, sia con una caduta accidentale, nè vi sono elementi che facciano propendere per l’una piuttosto che per l’altra dinamica lesiva.” Se non fosse tutto terribilmente tragico risulterebbe degno di una commedia o ancora peggio di una farsa. Ci sono voluti tre anni perché i superperiti giungessero a sentenziare il nulla di fatto. D’altronde siamo abituati a riesumazioni macabre di corpi che avvengono a vent’anni dagli eventi senza che ci si approssimi di un millimetro alla verità.

Non sappiamo quale sarà la verità processuale nel caso di Stefano Cucchi. I giudici a questo punto potrebbero cavarsela condannando i soli medici e infermieri, usualmente meno protetti dalle loro corporazioni rispetto al personale delle forze dell’ordine nelle quali regna l’inossidabile spirito di corpo. La superperizia non è però decisiva nella valutazione dei giudici. Questi potrebbero onorare la loro toga e la giustizia andando, nonostante la superperizia, alla ricerca della verità storica.

I periti d’altronde non hanno escluso che Stefano Cucchi possa avere subito un pestaggio violento. Quanto meno si riconosce che fratture ed ecchimosi sono contestuali al momento dell’arresto. Sta ora ai giudici provare, verificare cosa è accaduto prima del ricovero all’ospedale Pertini. Ciò che si desume dalla superperizia è che i poliziotti incriminati non dovranno rispondere di omicidio doloso. Potrebbero però sempre rispondere di omicidio preterintenzionale, di tentato omicidio o di lesioni personali gravissime.

La superperizia non impedisce ai giudici di sentenziare più o meno quanto segue: c’è chi deve essere punito perché ha torturato e chi deve esserlo perché non ha adeguatamente curato. Si tratta di fatti diversi tra loro, non necessariamente eziologicamente collegati. Un caso di scuola per chi studia giurisprudenza è il seguente: tizio spara e ferisce caio. Caio viene raccolto da una autoambulanza e portato in ospedale dove muore dissanguato qualche ora dopo in quanto i medici lo hanno dimenticato in corsia. La dottrina penalistica ci dice che chi ha sparato non risponderà di omicidio tout court ma sicuramente risponderà di tentato omicidio o di lesioni personali. A parte saranno valutate le colpe gravi dei medici.

La morte terribile di Stefano Cucchi, documentata da quelle foto che tutti abbiamo potuto vedere in rete grazie al coraggio di una famiglia eccezionale, riguarda lo stato della democrazia, della giustizia e dei diritti umani in Italia. È trascorsa un’altra legislatura e ancora la tortura non è un crimine per la legge penale italiana nonostante vi siano precisi obblighi internazionali ed europei in questo senso.

Il governo tecnico ci ha messo del suo per evitare la codificazione del crimine facendo melina e proponendo modifiche peggiorative alla definizione del reato presente nella Convenzione delle Nazioni Unite del lontano 1984. Erano modifiche evidentemente funzionali ad assicurare l’impunità dei torturatori. Chi sostiene la tesi che Stefano Cucchi sia scivolato in carcere, oppure in caserma o in tribunale gioca con l’intelligenza delle persone e si rende complice di tesi precostituite di impunità.

Reportage dal carcere femminile di Herat

  • Lunedì, 17 Dicembre 2012 10:47 ,
  • Pubblicato in Il Racconto

Giulia Migneco, Osservatorio Afghanistan

17 dicembre 2012

Il carcere femminile di Herat rappresenta un luogo di rifugio per le donne afghane. Difficile da credere, ma dopo aver ascoltato le storie di queste donne tutto diventa più chiaro.

Tre errori giudiziari, tre storie di ordinaria ingiustizia

  • Lunedì, 17 Dicembre 2012 09:42 ,
  • Pubblicato in IL POST
Osservatorio Repressione
17 12 2012

Pasquale, 46 anni, incensurato. All’alba del 26 maggio del 2010, viene arrestato perché accusato di violenza sessuale e riduzione in schiavitù.
Per otto giorni sarà detenuto nel carcere di Cassino, poi passerà il resto della sua misura cautelare chiuso in una cella del carcere Rebibbia di Roma con altre sei persone. Il 14 marzo del 2011, dopo circa un anno, il Gup del Tribunale di Roma lo assolve per il reato di riduzione in schiavitù, ma lo condanna a 5 anni e 4 mesi per il reato di violenza sessuale. Il 17 gennaio del 2012, la Corte d’Assise d’Appello di Roma assolve Pasquale “per non aver commesso il fatto”. Pasquale viene liberato dopo un anno e 4 mesi di misura cautelare in carcere.

Luca, 20 anni, incensurato. La mattina del 26 giugno del 2008 viene arrestato perché accusato di concorso in omicidio. Sarà prima detenuto nel carcere Marassi di Genova, poi nel carcere di San Remo ed infine del carcere San Vittore di Milano. Il 23 giugno del 2009, il Gup del tribunale di Genova lo condanna a 10 anni di reclusione. Condanna confermata, il 18 giugno del 2010, dalla Corte d’Assise d’Appello di Genova. Il 5 luglio del 2011 la Corte di Cassazione annulla la sentenza di condanna, rilevando gravi vizi della motivazione. Il 16 ottobre del 2012, la Corte d’Assise d’Appello di Genova assolve Luca “per non aver commesso il fatto”. Luca torna in libertà dopo 4 anni e 4 mesi di misura cautelare in carcere.

Roberto, 65 anni, incensurato. Il 27 settembre del 2007, alle prime luci del mattino, viene arrestato perché accusato di associazione mafiosa finalizzata all’insider traiding. Verrà portato nel carcere Regina Coeli di Roma, poi nel carcere di Lanciano ed infine nel carcere Rebibbia di Roma. Nel luglio del 2008, la VI sezione della Corte di Cassazione annulla l’ordinanza di misura cautelare in quanto dalle intercettazioni effettuate non emergono gravi indizi di colpevolezza. Decisione che viene disattesa sia dal Tribunale della libertà che dalla II sezione della Corte di Cassazione che invece confermano la misura. Il 14 gennaio 2009 inizia il processo di primo grado. Processo che durerà 4 anni. Il 23 novembre 2012, il Tribunale di Roma assolve Roberto “perché il fatto non sussiste”. Roberto viene scarcerato dopo 2 anni e 8 mesi di misura cautelare in carcere.

Ecco tre errori giudiziari ignoti. Tre storie di ordinaria ingiustizia che hanno coinvolto comuni cittadini. Cittadini che prima sono stati messi in carcere e che dopo anni sono tornati in libertà perché riconosciuti innocenti. Tre fra tanti errori giudiziari ignorati, che sono la dimostrazione del collasso in cui versa il processo penale. Un processo dove la carcerazione preventiva è prassi, e dove la valutazione della prova è spesso accadimento secondario e non centrale del dibattimento. Insomma, le due premesse essenziali perché il processo produca ingiustizia e non giustizia: il carcere per l’innocente. Esattamente ciò che accade oggi.

E infatti queste tre storie sono la realtà della nostra Giustizia penale (se ancora si può chiamare così). Una Giustizia che si manifesta oggi solo attraverso l’applicazione della misura cautelare: la detenzione prima del giudizio. Misura cautelare, e non il processo, che è diventata indebitamente la fase centrale di questo cosiddetto giudizio penale. Misura cautelare, basata sui gravi indizi e non sulla colpevolezza accertata dopo un dibattimento processuale, che viene fatta scontare in carceri a dir poco vergognose e che è peggiore della tortura.

Sì peggiore della tortura. E non solo per il degrado delle galere, ma anche per l’incertezza, e non la certezza, che contraddistingue la fase del dibattimento, del processo. Processo che sostanzialmente non esiste più a causa dei tempi interminabili, quindi ingiusti, e a causa dell’epilogo imprevedibile, quindi evanescente. Ai limiti della casualità. È il caso, e non l’applicazione ferrea del diritto o la valutazione rigorosa della prova, che fornisce una risposta di giustizia ai tanti cittadini in attesa di giudizio. È il caso, e non la regola generalmente applicata, che, pur tardivamente, svela l’errore. Già il caso. Il caso di imbattersi in un giudice capace di affermare la verità dopo anni di misura cautelare, certificando così un errore che si poteva e che si doveva evitare prima. Questa è la Giustizia di oggi. Auguri.

Riccardo Arena da www.ilpost.it

I periti: Cucchi morì per carenza di liquidi e cibo

  • Venerdì, 14 Dicembre 2012 09:18 ,
  • Pubblicato in REPUBBLICA
La Repubblica
14 12 2012

Stefano Cucchi morì per grave carenza di cibo e liquidi. Questa la conclusione dei periti incaricati dalla III Corte d'assise di Roma di accertare le cause della morte del geometra, morto una settimana dopo il suo arresto nel reparto detenuti dell'ospedale Pertini. E "a decretarne il decesso furono - secondo la perizia - i medici del reparto di medicina protetta dell'ospedale Pertini, non trattando il paziente in maniera adeguata".

"La causa della morte di Stefano Cucchi - dice testualmente la perizia - per univoco convergere dei dati anamnestico clinici e delle risultanze anatomopatologiche va identificata in una sindrome da inanizione". "Con il termine di morte per inanizione - scrivono i periti - si indica una sindrome sostenuta da mancanza (o grande
carenza) di alimenti e liquidi".
"Il quadro traumatico osservato - prosegue la perizia - si accorda sia con un'aggressione, sia con una caduta accidentale, nè vi sono elementi che facciano propendere per l'una piuttosto che per l'altra dinamica lesiva".

"In questo contesto - si legge fra l'altro nella relazione di 190 pagine - pare anche inutile perdersi in discussioni sulla causa ultima del decesso. Se, vale a dire, esso sia da ricondursi terminalmente ad un disturbo del ritmo cardiaco piuttosto che della funzionalità cerebrale, trattandosi di ipotesi entrambe valide ed ugualmente sostenibili. Questo anche in considerazione del fatto che il decesso (vuoi per causa ultima cardiaca, vuoi per causa ultima cerebrale) intervenne nelle prime ore della mattinata del 22 ottobre quando, quanto meno a partire da due-tre giorni prima, già si era instaurato il catabolismo proteico, indice come abbiamo visto sopra di una prognosi a breve sicuramente infausta".

I sei periti sostengono che ''in mani esperte l'allarme rosso era in atto con gli esami del 19 ottobre 2009 e che da questo momento Cucchi, per avere un trattamento appropriato, doveva essere trasferito in una struttura di terapia intensiva''. Il trasferimento e un trattamento immediato, infatti, ''avrebbero probabilmente ancora consentito di recuperare il paziente. E' intuibile che se il trasferimento del paziente fosse stato rimandato le di lui possibilità di sopravvivenza si sarebbero proporzionalmente e progressivamente ridotte, fino a raggiungere livelli molto bassi in data 20 ottobre e ad annullarsi in data 21 ottobre''. Quindi, ''I medici del reparto di medicina protetta dell'ospedale Pertini, non trattando il paziente in maniera adeguata, ne hanno determinato il decesso''.

''Nel caso di Stefano Cucchi i medici del reparto di medicina protetta dell'ospedale Sandro Pertini - aggiungono i periti - non si sono mai resi conto di essere (e fin dall'inizio) di fronte ad un caso di malnutrizione importante, quindi non si sono curati di monitorare il paziente sotto questo profilo, né hanno chiesto l'intervento di nutrizionisti (o altri specialisti in materia) e, non trattando il paziente in maniera adeguata, ne hanno determinato il decesso''.

Inoltre, ''non avendo consapevolezza della patologia di cui Cucchi è affetto, venne pure a mancare da parte dei sanitari del reparto di medicina protetta dell'ospedale Sandro Pertini una adeguata e corretta informazione al paziente sul suo stato di salute e sulla prognosi a breve inevitabilmente infausta, nel caso egli avesse persistito nel rifiutare cibi e liquidi''. 'Il medico - si legge nel documento - di fronte ad un paziente che rifiuti di nutrirsi e bere è grandemente coinvolto sotto il profilo deontologico ed etico; e lo è particolarmente quando il rifiuto è una forma di protesta del detenuto, che ritenga di non aver altro modo per far valere le proprie richieste''. ''Nello sciopero della fame - concludono i periti - la libertà di scelta, per essere libera, deve essere informata, vale a dire formarsi solo sulla scorta di una corretta ed esaustiva informazione da parte del medico''.
Quanto agli infermieri coinvolti (tre sono imputati) i periti milanesi sostengono che a loro carico ''non si individuano profili di responsabilità professionale che abbiano influito in qualche modo sulla evoluzione della patologia di Cucchi Stefano e che quindi ne abbiano in alcun modo condizionato il decesso''. I periti ribadiscono ''che gli infermieri segnalano gli eventi; certo vi sono criticità nel controllo della diuresi e di alcuni controlli di parametri clinici di base, non sempre condotti, né eseguiti con regolarità; ma disporre tipo e frequenza dei controlli e' compito del medico, non dell'infermiere''.
Gli accertamenti, redatti dal gruppo di lavoro dell'Istituto Labanof di Milano, sono stati depositati oggi, una settimana prima della prossima udienza del processo che vede imputati sei medici, tre infermieri e tre agenti della polizia penitenziaria.

Inaccettabile riapertura del processo contro Pinar

  • Giovedì, 13 Dicembre 2012 14:30 ,
  • Pubblicato in Flash news

Comitato di solidarietà con Pinar Selek
13 12 2012

Il 13 dicembre Pinar Selek si trova ad affrontare di nuovo il rischio di un ergastolo in un processo per cui è stata già assolta tre volte! Sono 14 anni che lo Stato Turco la perseguita e giovedì prossimo sarà riaperto il processo contro di lei da parte della Corte Penale n.12 di Istanbul.

Anche se brevemente ricordiamo che Pinar è diventata un bersaglio a causa della sua ricerca sociologica condotta nel 1996, relativa alle condizioni del conflitto armato tra la Turchia e il Kurdistan e alle possibilità di riconciliazione. Condotta in detenzione preventiva, la ricerca le è stata sequestrata ed è stata pesantemente torturata per farle dire i nomi delle persone curde che aveva intervistato. Siccome si è rifiutata di dare alle autorità i nomi delle sue fonti, è stata arrestata. Mentre era già in carcere, il suo nome è stato collegato ad una esplosione avvenuta nel Bazar delle spezie di Istanbul e lei è accusata di aver preso parte a questa presunta cospirazione contro il governo. Finalmente dopo due anni e mezzo Pinar viene rilasciata.

Tuttavia, anche se dopo un lungo percorso giudiziario è stata assolta, nel febbraio 2011 la 9° Camera penale della Suprema Corte ha deciso che Pinar venga giudicata di nuovo chiedendo una pesante condanna a 36 anni di reclusione. L’Assemblea Penale Generale inviò così la causa alla 12° Corte Penale dei crimini aggravati di Istanbul, che in precedenza aveva dato già l’assoluzione.

Nell’udienza del 22 Novembre infatti la Corte Penale ha preso una decisione scandalosa quando ha annullato l’assoluzione che essa stessa aveva pronunciato il 9 febbraio 2011. Ma questo è solo l’ultimo atto di un processo kafkiano nel quale non si contano le volte che è stato rinviato o quante siano state in tutti questi anni le false testimonianze, le voci, le prove create ad arte, gli articoli diffamatori dei media, i mille resoconti delle udienze, le intimidazioni, le assoluzioni e gli appelli alla Corte di Cassazione. Questa situazione che sembra la parodia di un processo, apparentemente caotica e insensata è la persecuzione sistematica verso Pinar perché non accetta di rimanere in silenzio e in casa, bensì continua ad urlare contro l’oppressione e la violenza dello stato Turco e la sua solidarietà con tutte le lotte per la libertà.

La riapertura del processo di Pinar Selek è fissata per il 13 dicembre prossimo. Tutto fa temere questa volta un verdetto rapido, conforme alle richieste del pubblico ministero che chiede l’ergastolo. Saremo in piazza davanti al tribunale di Istanbul in solidarietà con Pinar e porteremo la nostra la determinazione e rabbia contro la riduzione al silenzio delle femministe in tutto il mondo.

Nella sua lotta per la libertà, Pinar Selek non è sola!
Pinar è libera e libera deve restare!
Per mandare contributi da leggere o frasi da urlare o messaggi di solidarietà per Pinar scrivete a Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.

Per avere informazioni e materiali sul processo e le attività di Pinar visitate il blog http://solidarietapinarselek.noblogs.org/

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