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Un incontro toccante con le detenute afghane, che attraverso il lavoro fra le mura del penitenziario provano a costruirsi un futuro migliore, del quale ha voluto affidare ad "Avvenire" un racconto in prima persona.
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09 12 2012

Assenza di comunicazione con i familiari, isolamento, casi di autolesionismo sempre più frequenti, minori separati dalle famiglie. Sono gli aspetti dalla ricerca Betwixt and Between: Turin's CIE, sui diritti umani nel Cie di Torino e sulla detenzione amministrativa degli immigrati in Italia, a cura dell'International University College di Torino e dell'Associazione Studi Giuridici sull'Immigrazione

di MAURIZIO BONGIOANNI

TORINO - Comunicazioni carenti con i familiari, ritardi nell'assistenza sanitaria, isolamento, casi di autolesionismo sempre più numerosi, separazione dai minori. Sono questi alcuni degli aspetti "misurati" dalla ricerca Betwixt and Between: Turin's CIE, un'indagine sui diritti umani nel Cie di Torino e sulla detenzione amministrativa degli immigrati in Italia, curato da sei ricercatori tra cui Emanuela Roman, Carla Landri e Margherita Mini sotto la supervisione del professor Ulrich Stege dell'International University College di Torino e l'avvocato Maurizio Veglio, membro dell'ASGI (Associazione Studi Giuridici sull'Immigrazione).
"Vorrei che questo centro scomparisse". Attraverso interviste dirette ai trattenuti, le ricercatrici hanno potuto stilare un quadro zeppo di difficoltà in cui sono costretti a vivere i trattenuti del Centro torinese. "Vorrei che questo Centro scomparisse" è il commento di uno degli intervistati per descrivere questa struttura aperta nel 1998 per ospitare al suo interno 210 persone. Oggi ce ne sono 131 a causa di alcune zone danneggiate e perciò impraticabili. Persone divise su 7 aree senza criterio, mancanza questa che a volte crea gerarchie pericolose. Una struttura, gestita dalla Croce Rossa, che rimpatria il 52,4% dei suoi "ospiti" dopo una permanenza media di 40 giorni e con un costo pro capite medio di 45 euro al giorno. Un investimento da 11 milioni di euro nel giro di tre anni a cui vanno aggiunte le spese per le forze di sicurezza, "considerata una dei migliori Centri di Identificazione ed Espulsione d'Italia" come ha dichiarato Rosanna Lavezzaro, Dirigente dell'Ufficio Immigrazione della Questura di Torino, durante la presentazione pubblica del rapporto. Ma un Cie anche carico di contraddizioni.
Nessun legame con l'esterno. L'aspetto che viene maggiormente confermato dalle parole dei reclusi è l'estrema difficoltà che si incontra nel tentativo di portare avanti i legami con l'esterno, sia con le famiglie che con i legali che li difendono. Una parte significativa dei trattenuti ha una famiglia che vive in Italia e alcuni di loro si sono stabiliti qui in via permanente. Sono finiti nel Cie per varie ragioni: per ingresso irregolare, per non aver richiesto il rinnovo del permesso di soggiorno dopo la scadenza, per la perdita del lavoro o per aver commesso un reato. Nel giorno di visita vengono tutti ammassati in una sola stanza che può ospitare fino a un massimo di 250 persone sia che si tratti di incontri privati con i propri familiari sia che si parli della propria libertà con un legale. Il parallelo con il carcere è scontato: infatti molti degli utenti intervistati hanno assicurato che il carcere è molto meglio perché ha regole più precise.
Nessuna sa che fine farà. Un secondo elemento importante che condiziona la vita dei trattenuti è l'indeterminatezza dei tempi di permanenza: i trattenuti non conoscono il proprio futuro e questo non fa altro che alimentare rabbia, frustrazione e senso di isolamento. "La prima parola che si impara qui dentro è dopo" afferma in un'intervista uno dei trattenuti. Non migliori sono le relazioni con l'esterno: per ogni cosa gli immigrati possono solo rivolgersi alle forze dell'ordine (che in carcere sono di 4 tipi diversi: esercito, Gdf, polizia e carabinieri).
Aumentano i casi di autolesionismo. Il punto di vista sanitario è preoccupante. Aumentano i casi di autolesionismo in quanto nel trattenuto nasce sempre più spesso l'idea che violare il proprio corpo possa accelerare il trasferimento dal Cie ad altra struttura. Aumenta la richiesta di somministrazione di psicofarmaci ma parallelamente non c'è una sola figura di psichiatra all'interno della struttura. Nel caso di tentato suicidio, malori o urgenze, le testimonianze dei trattenuti confermano i ritardi nell'intervento da parte dell'assistenza sanitaria causati dalla burocrazia comunicativa tra l'interno e l'esterno della struttura.
Un anno terribile per i CIE. "I Cie esistono perché la direttiva europea in materia prevede un'immigrazione condizionata" riprende Lavezzaro "nel senso che vengano garantiti gli spazi di sopravvivenza e quindi migliorare gli standard di vita, non peggiorarli. Ciò nonostante il 2011 è stato un anno terribile per il Cie: 15 rivolte e 28 arresti. Nel 2012 è andata decisamente meglio: 5 rivolte e solo 5 arresti. Da sottolineare resta la scarsa collaborazione con i consolati: talvolta le ambasciate rispondono a logiche politiche che ci sfuggono".

Cinque anni prima dell'identificazione. L'altro aspetto indagato dal rapporto di ricerca è quello della detenzione amministrativa: "In Italia - dichiara una delle ricercatrici - vi sono casi di persone che hanno passato 5 anni nelle nostre carceri senza che sia stato avviato il processo di identificazione per poi essere trasferiti nei Centri appositi e ricominciare l'intero iter da capo. Dal 2007 una proposta di legge cerca di anticipare l'identificazione in carcere ma ad oggi nessuno l'ha esaminata come si sarebbe dovuto fare". I problemi, secondo la ricerca, nel campo giudiziario sono molti. Quelli su cui prestare maggiore attenzione sono elencati nel rapporto: "i trattenuti non partecipano alle udienze di proroga del trattenimento, nonostante le numerose pronunce della Corte di Cassazione in merito"; "la normativa italiana in materia di patrocinio a spese dello Stato non garantisce consulenze esterne di medici o psicologi dove queste sono necessarie"; "manca una piena assistenza linguistica nel corso di trattenimento, circostanza che ostacola l'accesso alla consulenza legale" e "il personale militare non riceve una formazione giuridica e socio-culturale specifica per lavorare a contatto con i trattenuti".

La gestione del flusso è fallita. "Il sistema di gestione del flusso è fallito: lo dimostra il fatto che il periodo di trattenimento è passato da 30 giorni a 60, poi è diventato sei mesi, un anno e oggi è stato prolungato un anno e mezzo" sono le parole dell'avvocato Lorenzo Trucco, Presidente dell'ASGI. "Non v'è un codice chiaro: si tratta di privare della libertà persone umane. Dal punto di vista penalistico, un anno e mezzo di detenzione significa bruciarsi la condizionale e farsi una discreta carriera delinquenziale. Perché i trattenuti dei Cie devono essere trattati peggio dei carcerati? E come se non bastasse, la loro pratica circa la convalida del trattenimento è affidata al Giudice di Pace, che nasce con funzioni completamente diverse: da sanzioni pecuniarie il Giudice si ritrova a dover decidere della libertà di un essere umano".

Carceri, l'80% dei detenuti è malato

  • Mercoledì, 05 Dicembre 2012 09:53 ,
  • Pubblicato in Flash news
Rassegna.it
05 12 2012

Un detenuto italiano di 51 anni è morto di infarto nel carcere di Teramo. E' solo l'ultimo caso, in Italia l'80% dei detenuti ha problemi di salute. E' l'allarme che arriva oggi (5 dicembre) dal Sappe, il sindacato autonomo di polizia penitenziaria, che sottolinea la gravità della situazione negli istituti. "La notizia della morte per infarto di un detenuto italiano ristretto nella sezione comuni, prossimo ad uscire per scontare la pena in affidamento ai servizi sociali, intristisce tutti, specie coloro che il carcere lo vivono quotidianamente nella prima linea delle sezioni detentive", si legge in una nota.
"Una prima soluzione al pesante sovraffollamento penitenziario - secondo il sindacato - può essere la concreta definizione dei circuiti penitenziari differenziati e, in questo contesto, la costruzione di carceri per così dire 'leggere' per i detenuti in attesa di giudizio o con gravi disabilità, destinando le carceri tradizionali a quelli con una sentenza definitiva da scontare". Queste le parole del segretario del Sappe, Donato Capece.

Secondo i dati recentemente diffusi, prosegue il sindacato, è emerso che l'80% dei circa 68mila detenuti oggi in carcere in Italia ha problemi di salute, più o meno gravi. Il 38% versa in condizioni mediocri, il 37% in condizioni scadenti, il 4% ha problemi di salute gravi e solo il 20% e' sano. Un detenuto su tre è tossicodipendente. Del 30% dei detenuti che si è sottoposto al test Hiv, il 4% è risultato positivo.
"Tutto questo - sottolinea il sindacato - va ad aggravare le già pesanti condizioni lavorative delle donne e gli uomini del Corpo di Polizia Penitenziaria, oggi sotto organico di ben 6mila unità".
Osservatorio Repressione
03 12 2012

Pestaggi, minacce, vessazioni di ogni genere. È un film dell’orrore il racconto dei detenuti di quanto accade tra le mura del carcere di Vicenza: “un feudo medievale” dove “non c’è civiltà”. Dove i reclusi sono “ostaggi”, “in balia degli umori degli ispettori”, e perfino gli educatori “hanno paura”. Testimonianze sconvolgenti riportate dalla deputata radicale Rita Bernardini in un’interpellanza urgente al ministro della Giustizia presentata dopo aver visitato l’istituto veneto solo pochi giorni fa.

O. P. M., nigeriano, a due esami dal traguardo della laurea di Lettere e Filosofia, è il primo a denunciare le violenze alla deputata radicale. Vorrebbe tornare a Padova, al carcere Due Palazzi, per ultimare gli studi e scontare i 5 mesi di pena che ha ancora davanti, “ma non mi ci mandano per quello che ho visto”, spiega. Indica il suo compagno di cella, che non parla ma ha il naso rotto per le botte prese dagli agenti, racconta ancora l’uomo a Rita Bernardini. Altri però dopo di lui trovano il coraggio di sollevare il velo su una quotidianità che raccontano come scandita dalla paura: “tanti agenti sono bravi, ma certi ispettori…”.

E se nelle celle regna il terrore, dall’altra parte delle sbarre sarebbe l’indifferenza a prevalere. “Il direttore non visita – come dovrebbe – le celle di detenzione e tra i reclusi della terza sezione c’è perfino chi non l’ha mai conosciuto. Neanche il magistrato di sorveglianza visita i reparti per verificare le condizioni di reclusione”, spiega la deputata, sebbene lo preveda la legge.

I detenuti, 358 ammassati in 146 posti regolamentari, vivono condannati all’ozio, chiusi in cella 21 ore al giorno mentre nelle restanti tre possono soltanto prendere aria in uno squallido passeggio che chiamano “blocco di cemento”. Al posto di quello che una volta era il campo sportivo sorgerà un nuovo padiglione, scrive la parlamentare ma nell’attesa ci pascolano le capre. Anche la palestra è inagibile e quasi nessuno dei reclusi lavora. “La saletta socialità c’è solo per pestare noi e per il barbiere”, riferiscono a Rita Bernardini i detenuti.

E non sarebbero soltanto le botte a rendere insopportabile la vita nel carcere di Vicenza. L’impianto di riscaldamento è acceso solo due ore al giorno: una al mattino e un’altra di pomeriggio, così nelle celle si patisce il freddo, insieme alla fame. Il cibo scarseggia, come i prodotti per l’igiene: un tubetto di dentifricio a testa al mese e una saponetta ogni due, si legge. Alla sporcizia si somma un’assistenza sanitaria del tutto carente, non c’è dunque da meravigliarsi se nel passato recente si siano verificati casi di TBC tra i detenuti. Del resto, “lo stesso personale ha paura di contrarre malattie infettive”, scrive Bernardini.

Il governo ora dovrà rispondere sui fatti gravissimi riferiti dalla deputata radicale ed è facile immaginare che ben presto di muoverà anche la magistratura per far luce su quanto denunciato nell’interpellanza, che porta la firma di più di 50 deputati di diversi gruppi.

Lo squarcio di verità su Vicenza si apre pochi giorni dopo la presentazione del rapporto di Antigone sulle condizioni detentive in Italia, dal titolo eloquente “Senza dignità”. Un documento che traccia un quadro sconvolgente dello stato delle carceri italiane, dove il sovraffollamento ha raggiunto il tasso record del 142 per cento che ancora una volta assegna al nostro Paese la maglia nera d’Europa. La situazione descritta da Antigone conferma una volta di più l’insufficienza dei provvedimenti adottati negli ultimi anni da governi e istituzioni per far fronte alla crisi. Dalla dichiarazione dello stato di emergenza per il sovraffollamento carcerario del 13 gennaio 2010 i detenuti sono infatti aumentati di 1.894 unità.

E se dal 2007 la popolazione reclusa è lievitata del 50 per cento, le risorse economiche destinate al carcere sarebbero invece diminuite del 10 per cento, denuncia Antigone. La legge Alfano sulla detenzione domiciliare e quella successivamente varata con decreto dal ministro Severino hanno consentito in 20 mesi l’uscita di appena 8 mila detenuti. Risultati irrisori rispetto alle esigenze deflattive di quella che ha ormai tutti i connotati di un’emergenza umanitaria, come dimostrano i dati sulle morti dietro le sbarre: 143 dall’inizio dell’anno di cui 54 suicidi.

Il ministro della Giustizia ha annunciato che si impegnerà per far approvare il disegno di legge sulle misure alternative, faticosamente approdato in Aula poche settimane fa, e che però ha ricevuto aspre critiche proprio dai radicali. Secondo Rita Bernardini – che da un mese digiuna per sollecitare una risposta concreta delle istituzioni all’emergenza in corso – il ddl contiene paletti che ne ridurrebbero al minimo la portata.

Così mentre il Parlamento si appresta a discutere misure che difficilmente incideranno sul gravissimo stato di sovraffollamento, i detenuti provano a far sentire la propria voce. In 30 mila, in più di 80 carceri in tutta Italia, hanno preso parte in questi giorni alla mobilitazione straordinaria promossa dal Partito Radicale per chiedere l’amnistia, ma anche garanzie sul proprio diritto di voto. Almeno su quello, visto che i diritti umani sembrano ormai un lontano ricordo.

Valentina Ascione da Gli Altri

Si parte e si torna insieme

Natascia Grbic, Huffington Post
28 novembre 2012

Ci ho messo un po' a decidere di buttare giù queste righe. Ripercorrere con la mente certi momenti non è facile, soprattutto se sei stato vittima di quello che uno a volte anche astrattamente chiama "repressione dello Stato". Mi sono detta però, che certe cose non devono passare sotto silenzio anzi, bisogna urlarle al mondo intero.

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