Se la mediazione culturale tocca a Google

  • Martedì, 10 Febbraio 2015 14:34 ,
  • Pubblicato in Flash news

Corriere delle migrazioni
10 02 2015

“Per poter allentare le tensioni negli istituti carcerari, quando i detenuti entrano per la prima volta e quando escono, se non abbiamo l’aiuto prezioso dei mediatori usiamo il traduttore di Google”. A raccontarlo è la direttrice del carcere Regina Coeli Silvana Sergi, intervenuta alla presentazione del libro del presidente dell’associazione Antigone Patrizio Gonnella, un volume dal titolo “Detenuti stranieri in Italia. Norme numeri e diritti”. A questa soluzione, tecnologica ma non molto efficace, sono arrivati per necessità. Infatti l’istituto ha a disposizione solo quattro mediatori per 450 detenuti, dei quali il 55% è straniero.

Uno dei momenti in cui questa figura professionale sarebbe fondamentale è durante le entrate e le uscite dal carcere. “Nel momento in cui entra uno straniero in un istituto penitenziario è necessario che ci sia un mediatore per dare qualche spiegazione sul regolamento e sui comportamenti da tenere all’interno. La figura del mediatore dovrebbe essere presente sempre, non solo una volta alla settimana – ha spiegato Natalia Moraro, mediatrice culturale per l’associazione Medea – Spesso nemmeno i detenuti italiani capiscono la terminologia di un atto, ad esempio di una custodia cautelare, figuriamoci una persona straniera”. C’è da domandarsi cosa capiranno mai i migranti, se il traduttore è quello del motore di ricerca.

Ma la situazione non è così disperata solo a Roma. Anche il resto d’Italia non è messo meglio. Dal rapporto redatto da Gonnella emerge che in tutti i sistemi carcerari della penisola i mediatori sono 379, cioè meno di due ogni cento detenuti stranieri, che attualmente rappresentano circa un terzo della popolazione presente. Anche l’Europa ce lo chiederebbe: la raccomandazione del 2012 del Consiglio d’Europa, infatti, vuole dai paesi dell’Unione che si investa maggiormente proprio in mediatori, interpreti e traduttori. Malgrado il ruolo importante di queste figure professionali, nei fatti il loro utilizzo per ora rimane limitato.

 

Dalla Bossi-Fini in poi è boom di detenuti stranieri

Al 31 dicembre del 2014 i detenuti immigrati presenti nelle carceri italiane sono 17.462, pari al 32,56% del totale. I reati per i quali gli stranieri sono maggiormente imputati sono quelli a bassa offensività, per lo più legati alla droga, alla prostituzione o all'immigrazione. Su un totale di 34.957 reati, 9.277 sono le imputazioni per uno di questi tre motivi, una percentuale di 26,5%.
Andrea Oleandri, Cronache del Garantista ...

Le carceri italiane sempre più piene di migranti

  • Mercoledì, 04 Febbraio 2015 14:53 ,
  • Pubblicato in IL MANIFESTO

Il Manifesto
04 02 2015

QUal­che set­ti­mana fa il tri­bu­nale di Asti ha con­dan­nato due agenti del car­cere di Quarto per aver pic­chiato un dete­nuto bra­si­liano con­ver­tito all’Islam per­ché aveva rea­gito agli insulti rivolti da uno di loro a Mao­metto. Nes­suna atte­nuante gene­rica per la pic­cola squa­dretta vio­lenta per­ché, spiega il giu­dice nelle moti­va­zioni, i due si sareb­bero mac­chiati di «vili­pen­dio al

Pro­feta della reli­gione isla­mica» e di vio­la­zione dei diritti costi­tu­zio­nali. È solo un epi­so­dio e per veri­fi­carne la veri­di­cità dovremo atten­dere la sen­tenza defi­ni­tiva. Ma che in Ita­lia la cri­mi­na­liz­za­zione dell’immigrato, soprat­tutto musul­mano, abbia alte­rato in modo signi­fi­ca­tivo le per­cen­tuali etni­che della popo­la­zione peni­ten­zia­ria e poi, una volta riem­pite le car­ceri per un terzo di dete­nuti stra­nieri, si è finito per discri­mi­narli in modo strut­tu­rale con un sistema di regole peni­ten­zia­rie nate negli anni ’70 per un modello a misura di ita­liano, appare evi­dente scor­rendo i dati e le denunce con­te­nute nel rap­porto «Dete­nuti stra­nieri in Ita­lia» pre­sen­tato ieri a Roma dall’associazione Anti­gone e rea­liz­zato con il soste­gno di Open society foundation.

Se in media nelle car­ceri euro­pee la per­cen­tuale di stra­nieri si ferma al 21% del milione e 737 mila dete­nuti, l’Italia si atte­sta quarta nella clas­si­fica con il suo 32,56% (circa 17.500 stra­nieri su 53.800), subito dopo la Sviz­zera (74,2% è stra­niero), l’Austria (46,75%) e il Bel­gio (42,3%). Spiega Patri­zio Gon­nella pre­sen­tando il volume, che «fino al 1996 la quota di dete­nuti stra­nieri si man­tiene piut­to­sto bassa», ma dopo l’entrata in vigore del Trat­tato Unico sull’immigrazione e soprat­tutto dal 2002, con la legge Bossi-Fini,«si porta a com­pi­mento il pro­cesso di etni­ciz­za­zione del diritto penale».

Die­tro le sbarre ci sono soprat­tutto maroc­chini (16,9%), rumeni (16,2%), alba­nesi (14%) e tuni­sini (11%); a fronte di 30.794 cat­to­lici, 2.290 sono orto­dossi e 5.786 musul­mani. Il livello di alfa­be­tiz­za­zione è molto basso, ma il dato acco­muna ita­liani e stra­nieri. Nel com­plesso, la mag­gior parte dei migranti è in car­cere per reati minori, con con­danne fino a un anno per la metà di loro, men­tre tra i con­dan­nati a oltre 20 anni gli stra­nieri sono “solo” il 12%, con­tro l’88% dei nostri con­na­zio­nali. Più alto invece è il tasso di immi­grati in custo­dia cau­te­lare: il 28% di tutti coloro che subi­scono la car­ce­ra­zione pre­ven­tiva. Anche i dati sulle misure alter­na­tive al car­cere dimo­strano la minore fidu­cia sia dei magi­strati di sor­ve­glianza che dei ser­vizi sociali verso gli stra­nieri: que­sti rap­pre­sen­tano il 17% delle per­sone che frui­scono di una misura alter­na­tiva, con una per­cen­tuale molto più bassa (14 punti in meno) rispetto agli stra­nieri che scon­tano la loro pena die­tro le sbarre.

Una popo­la­zione, quella dei dete­nuti stra­nieri che viene con­si­de­rata una comu­nità indif­fe­ren­ziata. Fa notare Gon­nella che, mal­grado dal 1975, anno della riforma peni­ten­zia­ria, la situa­zione sia pro­fon­da­mente cam­biata, «oggi abbiamo ancora un sistema di norme e un’organizzazione peni­ten­zia­ria pen­sata per un dete­nuto ita­liano di altri tempi, un dete­nuto che ormai non esi­ste più».

Si pensi solo al fatto che i media­tori cul­tu­rali che in car­cere dovreb­bero fun­gere da tra­dut­tori sono tal­mente pochi (solo 379 in tutti i peni­ten­ziari ita­liani, ovvero 1,73 ogni 100 dete­nuti stra­nieri, molti dei quali lavo­rano come volon­tari; a Regina Coeli, per esem­pio, sono quat­tro per 450 car­ce­rati) da dover ricor­rere, nella nor­male vita quo­ti­diana e per le pra­ti­che buro­cra­ti­che, al ser­vi­zio on-line di Google.

E poi la man­canza di luo­ghi di culto per tutti, l’alimentazione indif­fe­ren­ziata, i col­lo­qui pre­vi­sti solo de visu anzi­ché per esem­pio via Skype, i corsi di for­ma­zione e l’avviamento al lavoro pen­sati solo e sol­tanto a misura di cit­ta­dino ita­liano, e altro ancora.

«Tutta que­sta situa­zione com­porta disa­gio — denun­cia Anti­gone — e il disa­gio genera con­flitti e liti­gio­sità. Il dete­nuto quindi per que­sto suo com­por­ta­mento starà più giorni in car­cere, e ciò com­por­terà un con­se­guente aumento dei costi». La pre­ven­zione del reato parte da qui. «In que­sto — con­clude Gon­nella — lo Stato deve essere un esem­pio di lega­lità». Pec­cato però che il nuovo pre­si­dente della Repub­blica, a dif­fe­renza del suo pre­de­ces­sore, non abbia voluto ricor­dare, ieri nel suo discorso di inse­dia­mento, che la civiltà di un Paese si misura dalle sue carceri.

Andrea Giambartolomei, Il Fatto Quotidiano
27 gennaio 2015

Pene da 250 euro di multa ai 4 anni e mezzo di reclusione. Dal pubblico si è levato grida come "Vergogna" e "Liberi tutti" poi alcune persone, tra cui gli imputati, hanno intonato "Bella ciao".Quarantasette condanne per un totale di circa 140 anni di carcere e sei assoluzioni. Si è chiuso così a Torino il maxi processo ai no tav per gli scontri del 2011 in Valle di Susa. La sentenza è stata letta dal giudice Quinto Bosio nell’aula bunker delle Vallette.

Detenuti, anche loro hanno diritto a un sindacato

"Ho iniziato la mia esperienza in carcere come operatrice nel 2001, attraverso un impegno di volontariato in una piccola e virtuosa cooperativa, nata per l'inclusione dei soggetti svantaggiati. Ho lavorato in seguito per diversi progetti finalizzati al reinserimento dei detenuti ed ex detenuti, oltre che dei tossicodipendenti, dei pazienti psichiatrici, dei senza dimora, delle donne vittime di tratta, dei rifugiati."
Cristina Cecchini, Cronache Del Garantista ...

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