La Cassazione dice no alle nozze tra omosessuali

Pubblicazioni delle nozze? Per una coppia gay ancora non è possibile e non si tratta di una discriminazione, ha detto la prima corte civile di Cassazione ad una coppia che voleva sposarsi in Campidoglio a Roma e rendere pubblico quest'evento come una coppia etero. "Nel nostro sistema giuridico di diritto positivo il matrimonio tra persone dello stesso sesso è inidoneo a produrre effetti perché non previsto tra le ipotesi legislative di unione coniugale", rispondono i giudici.
Flavia Amabile, La Stampa ...

NO TAV - La cassazione boccia il teorema "terrorismo"

  • Mercoledì, 02 Luglio 2014 08:57 ,
  • Pubblicato in Flash news

A Sud
02 07 2014

Cade l’ennesimo teorema della procura torinese contro il movimento no tav mosso dai pm con l’elmetto Padalino&Rinaudo: la Cassazione boccia l’accusa di terrorismo per Chiara, Claudio, Mattia e Niccolò.

Se in un primo momento i pm torinesi hanno provato a sminuire la sentenza della Cassazione - nella quale veniva chiesto di riformulare le accuse contro i 4 notav arrestati- oggi le motivazioni dei giudici del terzo grado mettono, ancora una volta, in discussione la credibilità dei pm Padalino&Rinaudo.

Da [notav.info] Oggi sono state rese note le motivazioni con cui la Corte di Cassazione ha bocciato l’accusa di terrorismo nei confronti di Chiara, Claudio, Mattia e Niccolò. Quando poco prima dell’apertura del processo arrivò la sentenza, i pm con l’elmetto, Padalino e Rinaudo, si erano affrettati a dire che la sentenza arrivava in seguito a motivazioni tecniche, di procedura, sminuendo di fatto la sentenza.

Oggi invece la Sesta sezione penale smentisce tutto il teorema, suffragato dai soliti Gip compiacenti e disponendo un nuovo esame al Tribunale di Torino, spiega che “la connotazione terroristica dell’assalto di Chiomonte non può essere efficacemente contestata in base alla generica denuncia di una sproporzione di scala tra i modesti danni materiali provocati e il macroevento di rischio cui la legge condiziona la nozione di terrorismo”.

E continua “dovrà verificare se per gli effetti direttamente riferibili al fatto contestato sia stata creata una apprezzabile possibilità di rinuncia da parte dello Stato alla prosecuzione dell’opera Tav, e di un grave danno che sia effettivamente connesso a tale rinuncia, o comunque, all’azione indebitamente mirata a quel fine”

Nel dettaglio, la Cassazione critica pesantemente l’operato della procura (ancora presieduto da Caselli è sempre bene ricordarlo) e l’ordinanza del Tribunale di Torino del 9 gennaio, data degli arresti per i 4 notav, per avere “assunto una ricostruzione dei fatti non sufficientemente argomentata, per poi desumerne comunque conseguenza giuridicamente scorrette”. La Cassazione si riferisce, ad esempio, al fatto che “dalle riprese il Tribunale ha tratto la conclusione che gli autori dell’assalto non potevano sapere chi o cosa sarebbe stato colpito dal lancio di bottiglie incendiarie, per l’ora notturna, ma soprattutto, perché gli ordigni venivano gettati in luogo non visibile degli autori del fatto, posto che l’area del cantiere era delimitata da un’alta recinzione”.

La bocciatura del tribunale prosegue con metodo, visto che la sentenza parla di “rimarchevole confusione che segna finanche, nel loro complesso, le osservazioni difensive sull’andamento dei fatti”.

Insomma crolla tutto il teorema del reato di “terrorismo” e finalmente viene messo in discussone l’operato della procura e del tribunale, che hanno sempre fatto il bello e il cattivo tempo, dopando reati e misure cautelari.

Chiara, Claudio, Mattia e Niccolò, in carcere dal 9 dicembre con un’accusa assurda, vanno liberati perché il reato e i presupposti per la carcerazione non ci sono, ormai è evidente.

Intanto continuamo a far sentire loro la nostra solidarietà!

Riportiamo l’intervista all’Avv. Claudio Novaro apparsa su Repubblica di oggi sabato 28 giugno:

“È una vittoria piena la difesa sarà più facile”

“Mi sembra una vittoria piena su tutti i fronti: da una prima lettura delle motivazioni della Cassazione sembra emergere che siano state accolte entrambe le nostre tesi su cui avevamo improntato il ricorso”, si entusiasma Claudio Novaro, uno dei difensori che assistono i quattro Notav accusati di terrorismo. “Anche se parlare di vittoria o di sconfitta in termini giudiziari è improprio, tuttavia non possiamo non essere contenti di quello che hanno scritto i giudici del terzo grado“

La Stampa
23 04 2014

Persino al Cimitero Monumentale, durante l’ultima commemorazione, qualcuno si è lamentato: «Ma cosa volete ancora? Sono passati sette anni, vi hanno ricoperti d’oro. Perché siete sempre lì a protestare?». 7 dicembre 2007. Sette morti straziati dalle fiamme mentre lavoravano in acciaieria. Sette anni di attesa. Due sentenze. Molta vita, malattie e rabbia, in mezzo. Sono i parenti delle vittime della ThyssenKrupp. E sono ancora qui, è vero. Invecchiati, consumati, uniti. Partono dal binario 16 di Porta Nuova per l’ultimo viaggio, forse. Per l’ultimo tentativo di avere giustizia. Vanno a Roma con lo striscione. Domani la Cassazione potrebbe scrivere l’ultima parola su uno dei più gravi incidenti sul lavoro della storia italiana.

Soldi sporchi di sangue
«Quei soldi dei rimborsi non li abbiamo mai toccati», dice Laura Rodinò prima di salire sul treno. «Sono soldi sporchi di sangue. Nessuno si è comprato una villetta o altro. Io non li voglio nemmeno considerare. Li restituisco immediatamente, se loro mi restituiscono mio fratello. Sono pentita di aver firmato quell’accordo per uscire dal processo, non avevo capito. Tornassi indietro, non lo rifarei. Lo so che molti pensano che siamo dei rompiscatole, ma dobbiamo farci vedere perché ormai tutti si stanno dimenticando della Thyssen. Non chiama più nessuno. È triste vedere che pure le tragedie passano di moda. Ma questa non è una tragedia privata, riguarda tutti i lavoratori italiani».

Nessun lusso
Per capirci: sono diciotto parenti «ricoperti d’oro» e tutti viaggiano in seconda classe. Si portano panini nella carta stagnola. Scendono dal treno alla Stazione Termini e prendono la metro, per andare a piazzare gli zaini in un Bed &Breakfast in zona Borgo Pio. Questa mattina saranno davanti alla Cassazione con le magliette con le foto dei parenti, per la prima volta, in trasferta. «È in gioco il dolo eventuale», dice Laura Rodinò. «La cosa più importante».

Preparati e decisi
Hanno seguito ogni singola udienza, ormai parlano come i magistrati. Domani a Roma si decide, fra l’altro, la maggiore o minore consapevolezza dell’amministratore delegato della ThyssenKroupp Harald Espenhahn. In primo grado, era stato condannato a 16 anni e mezzo. Per la prima volta in Italia, aveva retto il reato di omicidio volontario con dolo eventuale. Hespenhahn sapeva, secondo i giudici. Sapeva che l’impianto antincendio dello stabilimento torinese era assolutamente vecchio, mal funzionante e inadeguato, aveva accettato i rischi consapevolmente. Ma in appello, la condanna è scesa a 10 anni e il reato è stato derubricato a omicidio colposo con colpa cosciente. Dove la frase cruciale, nelle motivazioni della sentenza, è questa: «Per un imputato come Espenhahn, imprenditore esperto, abituato a ponderare le proprie decisioni nel tempo, anche confrontandosi con altri collaboratori specializzati, è impensabile che abbia agito in maniera tanto irrazionale». Gli costava meno un nuovo impianto antincendio, che tutta questa tragedia.

Decisione forse epocale
Ed ecco perchè, la parola della Cassazione sarà importante. Potrebbe confermare la sentenza di secondo grado. Potrebbe rimandare l’intero processo alla Corte d’Appello. Potrebbe chiedere una rivalutazione di alcune singole posizioni. «Una decisione che potrebbe essere epocale», dice l’avvocato Roberto Lamacchia, che rappresenta le famiglie delle vittime.

Il dolore non si estingue
«Mio padre è morto di tumore il 13 dicembre 2013. Non voleva più curarsi. Aveva perso la forza di combattere», dice Laura Rodinò. Lei no. È qui con la madre Grazia e la sorella Concetta. A 39 anni si è iscritta all’università, ha già dato nove esami, perché spera di conquistarsi un posto da consulente del lavoro che aveva sempre sognato. Ma non è ancora tempo di voltare pagina. «Sapeva», dice Laura Rodinò preparando lo striscione. «In aula abbiamo visto quella mail in inglese in cui Espenhahn aveva scritto “From Turin”. Voleva cambiare l’impianto antincendio, ma solo dopo il trasferimento della fabbrica da Torino a Terni».

Legge 40, la guerra di Adele: Parrillo contro Italia

Il Fatto Quotidiano
23 04 2014

Mi ero ripromessa di non parlarne, ma poi ho deciso che no, non potevo lasciare che altri sentenziassero su un fatto così privato e intimo della mia vita. Anche perché comunque vada, se ne parlerà in modo risolutivo il prossimo 18 giugno quando la Grande Chambre alla Corte Europea dovrà decidere sul ricorso che porta il nome di una guerra, Parrillo contro Italia, un’altra norma della Legge 40, un altro assurdo divieto che nega l’utilizzo degli embrioni per la ricerca scientifica e la revoca del consenso. Perché il ricorso?

Un figlio a tutti i costi non è mai stata mia vocazione, tutt’altro. E sono fermamente convinta che siamo umani tutti interi anche senza necessariamente doverci riprodurre. Nel 2002 – un anno prima dell’entrata in vigore delle Legge 40 – con il mio compagno Stefano, in una clinica di Roma avevamo crioconservato cinque embrioni. Poi, nel 2003, in Iraq Stefano salta in aria su 300 chili di tritolo a Base Maestrale dove si trova per sopralluoghi per il nostro progetto cinematografico. In quel momento, per me, compagna di fatto, la priorità è il riconoscimento dello status more-uxorio e conseguente causa contro il ministero della Difesa per risarcimento danni per la morte di Stefano. Quando, nel 2005, contatto la clinica per cercare di capire come procedere, vengo informata del fatto che con la legge 40 gli embrioni crioconservati non sono più nella mia disponibilità; per qualsiasi genere di autodeterminazione, anche quella di poterli donare alla ricerca scientifica.

Ma oggi, con il divieto della ricerca sugli embrioni, come sancisce la legge 40, quali alternative avrei io? Praticamente nessuna, se non quella di lasciarli crioconservati all’infinito, fino a quando non intervenga una norma che stabilisca un certo numero di anni dopo i quali potrebbero essere anche “gettati in un lavandino”, come ebbe a dire il Professor Umberto Veronesi.

L’embrione, fuori dall’utero non è vita, è solo materiale organico. Affinché l’embrione diventi vita, questo “deve essere impiantato nel grembo materno”. È ciò che ha stabilito una sentenza della Corte Interamericana dei Diritti dell’Uomo nel caso Artavia/Murillo e altri contro Costa Rica il 20.12.2012, con la quale il divieto di accesso alle tecniche di fecondazione in vitro previsto nell’ordinamento costaricano è stato dichiarato contrario alla Convenzione Americana dei Diritti dell’Uomo 7/22.11.1969.

Si legge in particolare al § 264 della succitata sentenza: “La Corte ha utilizzato vari metodi di interpretazione, che hanno portato a risultati univoci nel senso che l’embrione non può essere inteso come una persona ai fini dell’articolo 4.1 della Convenzione americana [che, analogamente all'art. 2 CEDU, protegge il diritto alla vita]“. E prosegue: “Inoltre, dopo l’analisi dei dati scientifici disponibili, la Corte ha concluso che il “concepimento”, ai sensi dell’articolo 4.1 avviene dal momento in cui l’embrione viene impiantato nell’utero materno, ragion per cui prima di questo evento non può farsi applicazione dell’articolo 4 della Convenzione”.

Per me, e per tutti quelli che credono che l’autodeterminazione sia un bene primario da salvaguardare, auspico per il prossimo 18 giugno la 21a bocciatura di un’altra norma ingiusta della Legge 40 da parte di un tribunale.

Mobbing: la Cassazione riconosce anche lo “straining”

  • Martedì, 28 Gennaio 2014 11:08 ,
  • Pubblicato in Flash news

Ailf
28 01 2014

Commento alla sentenza del 3 luglio 2013 n. 28603 con cui la Cassazione ha riconosciuto una forma più attenuata di mobbing, lo straining, ovvero una situazione di stress forzato sul posto di lavoro
15 luglio 2013
Qualora nel luogo di lavoro si verifichino situazioni relazionali o organizzative non corrette si parla di disfunzioni nei rapporti di lavoro.
Tra tali disfunzioni troviamo il cd. “mobbing”, ovvero ciò che viene comunemente definito come il terrore psicologico sul luogo di lavoro, consistente in comunicazione ostile e contraria ai principi etici, perpetrata in modo sistematico da una o più persone principalmente contro un singolo individuo che viene per questo spinto in una posizione di impotenza e impossibilità di difesa e qui relegato da reiterate attività ostili. Queste azioni, che danno spesso luogo a seri disagi psicologici, psicosomatici e sociali per la vittima, rientrano nella definizione di mobbing, qualora siano caratterizzate da un’alta frequenza (almeno una volta alla settimana) e da una durata significativa (almeno sei mesi).
Una forma più attenuata di mobbing è il cd. “Straining” ovvero una situazione di stress forzato sul posto di lavoro, in cui la vittima subisce almeno una azione che ha come conseguenza un effetto negativo nell’ambiente lavorativo, azione che oltre ad essere stressante, è caratterizzata anche da una durata costante. Affinché si possa parlare di straining è dunque sufficiente una singola azione stressante cui seguano effetti negativi duraturi nel tempo (come nel caso di gravissimo demansionamento o di svuotamento di mansioni). La vittima è in persistente inferiorità rispetto alla persona che attua lo straining (strainer).
La Corte di Cassazione sez. penale con la sentenza n. 28603 del 03 luglio 2013 interviene sul tema del mobbing qualificando i comportamenti ed episodi di emarginazione come straining ossia mobbing attenuato.
Questa significativa ed interessante pronuncia della Cassazione, che ha riconosciuto ad un dipendente di banca, “messo all’angolo” fino a essere relegato a lavorare in uno «sgabuzzino, spoglio e sporco», con «mansioni dequalificanti» e «meramente esecutive e ripetitive»: comportamenti complessivamente ritenuti idonei a dequalificarne la professionalità, comportandone il passaggio da mansioni contrassegnate da una marcata autonomia decisionale a ruoli caratterizzati, per contro, da “bassa e/o nessuna autonomia”, e dunque tali da marginalizzarne, in definitiva, l’attività lavorativa, con un reale svuotamento delle mansioni da lui espletate.
I giudici di legittimità precisano che nelle grandi aziende è difficile parlare di mobbing: infatti, tale fattispecie è costruita a livello giurisprudenziale (infatti non vi è riscontro nel diritto positivo del fenomeno del mobbing) tramite il rinvio all’articolo 572 del codice penale, norma che incrimina il reato di maltrattamenti in famiglia. Ma ciò non toglie che, escluso il delitto di maltrattamenti, non possano configurarsi comunque altri reati.

Gli Ermellini hanno in maniera innovativa qualificato tali comportamenti non come “mobbing”, bensì come “straining” – ossia una sorta di mobbing attenuato.
La Corte puntualizza che, nonostante la situazione del dipendente rappresenti un fatto astrattamente riconducibile alla nozione di “mobbing”, sia pure in una sua forma di manifestazione attenuata, nel caso di specie si tratta di “straining”. Infatti secondo il consolidato orientamento giurisprudenziale le pratiche persecutorie realizzate ai danni del lavoratore dipendente e finalizzate alla sua emarginazione (c.d. “mobbing”) possono integrare il delitto di maltrattamenti in famiglia esclusivamente qualora il rapporto tra il datore di lavoro e il dipendente assuma natura para-familiare, in quanto caratterizzato da relazioni intense ed abituali, dal formarsi di consuetudini di vita tra i soggetti, dalla soggezione di una parte nei confronti dell’altra (rapporto supremazia-soggezione), dalla fiducia riposta dal soggetto più debole del rapporto in quello che ricopre la posizione di supremazia, e come tale destinatario, quest’ultimo, di obblighi di assistenza verso il primo (Sez. 6, n. 26594 del 06/02/2009, dep. 26/06/2009, Rv. 244457; Sez. 6, n. 685 dei 22/09/2010, dep. 13/01/2011, Rv. 249186; Sez. 6, n. 43100 del 10/10/2011, dep. 22/11/2011, Rv. 251368; Sez. 6, n. 16094 del 11/04/2012, dep. 27/04/2012, Rv. 252609).
La modulazione di tale rapporto, dunque, avuto riguardo alla ratìo della fattispecie incriminatrice di cui all’art. 572 c.p., deve comunque essere caratterizzata dal tratto della “familiarità”, poichè è soltanto nel limitato contesto di un tale peculiare rapporto di natura para-familiare che può ipotizzarsi, ove si verifichi l’alterazione della sua funzione attraverso lo svilimento e l’umiliazione della dignità fisica e morale del soggetto passivo, il reato di maltrattamenti: si pensi, in via esemplificativa, al rapporto che lega il collaboratore domestico alle persone della famiglia presso cui svolge la propria opera o a quello che può intercorrere tra il maestro d’arte e l’apprendista.
Nel caso di specie i Giudici di merito non ravvisarono la familiarità del rapporto sottolineando come l’ambito lavorativo fosse generalmente connotato dall’instaurazione di un rapporto distaccato e formale, le cui modalità di esecuzione comunque consentivano al dipendente di avvalersi di un complesso di garanzie idonee a reagire alle ingiuste offese subite, e che, per le dimensioni stesse della multinazionale ed in ragione della sua complessa articolazione strutturale, non potevano propriamente ricollegarsi al contenuto della nozione cui fa riferimento la contestata fattispecie incriminatrice.
La Corte ha ribadito quanto sancito dai Giudici di merito ovvero l’esclusione nel caso in esame, del mobbing, considerato che la posizione lavorativa del ricorrente, era inquadrata all’interno di una realtà aziendale complessa la cui articolata organizzazione – attraverso la previsione di “quadri intermedi” – non implicava certo l’instaurarsi di quella stretta ed intensa relazione diretta tra il datore di lavoro ed il dipendente, che appare in grado di determinarne una comunanza di vita assimilabile a quella caratterizzante il consorzio familiare.
Secondo l’accusa, da questi episodi era «derivata la grave lesione» del lavoratore «consistita nella causazione di un’incapacità di attendere alle proprie ordinarie occupazioni per un periodo di tempo superiore a 40 giorni».
Su tale punto la Corte sulla base di una costante linea interpretativa ha rilevato come, nella materialità del delitto di cui all’art. 572 cod. pen. rientrino non soltanto percosse, minacce, ingiurie, privazioni imposte alla vittima, ma anche atti di scherno, disprezzo, umiliazione ed asservimento idonei a cagionare durevoli sofferenze fisiche e morali alla vittima. Ne consegue che deve essere il giudice di merito ad accertare se i singoli episodi vessatori rimangano assorbiti nel reato di maltrattamenti (ad esempio, lesioni non volute), oppure integrino ipotesi criminose autonomamente volute dall’agente e, pertanto, concorrenti con il delitto di cui all’art. 572 cod. pen (Sez. 6, n. 16661 dei 29/05/1990, dep. 19/12/1990, Rv. 186109).
Entro tale prospettiva, infatti, il delitto di lesioni personali volontarie non può ritenersi assorbito in quello di maltrattamenti in famiglia, trattandosi di illeciti che concorrono materialmente tra loro per la diversa obiettività giuridica così da configurare un reato autonomo in concorso materiale con quello di maltrattamenti.
Per tali motivi gli Ermellini hanno, per quel che attiene al reato di lesioni personali, annullato la sentenza impugnata ai soli effetti civili, con il rinvio al giudice civile ex art. 622, seconda parte, cod. proc. Pen..


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