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Immaginate che la posizione del vostro telefonino sia registrata di continuo, e così il vostro tablet o il computer: si chiama "geolocalizzazione", in ogni momento è possibile sapere dove siete. E anche con chi parlate, quando, per quanto tempo, da dove, dov'è l'interlocutore.
Marina Forti, Pagina99 ...

Il Fatto Quotidiano
09 06 2014

Molto presto in Egitto Facebook, Twitter, YouTube e forse anche WhatsApp, Viber e Instagram potrebbero essere sottoposti a una sorveglianza sistematica.

Il 1° giugno il quotidiano Al Watan ha rivelato che il ministero dell’Interno ha pubblicato un bando in cui s’invitano le aziende straniere di tecnologia informatica a presentare proposte per l’istituzione di un sistema di “monitoraggio dei social media”.

Il giorno dopo, in un’intervista ad Al Ahram, il ministro Mohammed Ibrahim ha confermato tutto, sottolineando che il governo intende combattere il terrorismo e proteggere la sicurezza nazionale attraverso la ricerca nella Rete di definizioni concernenti attività considerate illegali e l’individuazione delle persone che le utilizzano nelle loro comunicazioni.

Le definizioni “sospette” dovrebbero essere 26, anche se la lista non è ancora pubblica e si teme che non lo sarà mai, lasciando gli utenti della Rete nel dubbio se quello che stanno scrivendo sarà legale o no. Al momento, da quello che si sa, dovrebbe comprendere la diffamazione della religione, la convocazione di manifestazioni illegali, di scioperi e sit in, nonché il terrorismo e l’incitamento alla violenza.

Secondo il ministro Ibrahim, questo sistema non sarà usato per limitare la libertà d’espressione.

Siamo sicuri? O non si tratta piuttosto di un’indiscriminata sorveglianza di massa, incompatibile col diritto alla privacy e peraltro vietata dalla stessa Costituzione egiziana che, all’art. 57, stabilisce l’inviolabilità della corrispondenza postale, telegrafica, elettronica, telefonica e tramite altri mezzi di comunicazione salvo quando disposta da un’ordinanza giudiziaria motivata e per un periodo limitato di tempo?

Gli standard del diritto internazionale riconoscono che, per ragioni di sicurezza nazionale, le autorità possono legittimamente ricorrere a forme di sorveglianza che però devono essere mirate e bilanciate dal rigoroso rispetto della privacy delle persone.

In Egitto, i precedenti in tema di repressione della libertà d’espressione, di associazione e di manifestazione sono scoraggianti. Un sistema di sorveglianza indiscriminata e di massa nei confronti dei social media, come quello prospettato, rischia di diventare l’ennesimo strumento di repressione nelle mani del governo del presidente al-Sisi.

Al momento, su Twitter prevalgono l’ironia e la sfida.

Ma quando tre ragazzi e tre ragazze di Teheran si sono uniti al fenomeno globale, nel tentativo di mostrare che si può danzare spensierati, vestiti da hipster e senza il velo obbligatorio sui capelli anche sui tetti della capitale iraniana, tra parabole, unità esterne dei climatizzatori e sullo sfondo della torre Milad, la performance è finita con l'arresto. ...

Società Italiana delle Letterate
07 05 2014

Le scrittrici e le insegnanti

A proposito del recente episodio accaduto al liceo Giulio Cesare di Roma e del libro Sei come sei di Melania Mazzucco.

Comunicato del Direttivo della Società Italiana delle Letterate [5 maggio 2014]

Il valore della letteratura non può essere messo sotto censura così come la libertà di insegnamento sancita, ancora, dalla Costituzione: come Società Italiana delle Letterate riteniamo che né Melania Mazzucco né le docenti che hanno scelto di leggere in classe il suo romanzo Sei come sei abbiano bisogno di essere difese.

Ha ragione la preside del liceo Giulio Cesare Micaela Ricciardi quando in una lettera aperta sulla vicenda scrive che la lettura del libro in questione ha avuto «l’obiettivo di sviluppare il piacere di leggere, le capacità critico-letterarie e la riflessione tematica sui molti argomenti che qualsiasi testo letterario, per suo statuto, offre alla crescita di ogni lettore. Questa è la letteratura». Aggiungiamo che la letteratura è un campo di libertà in cui si misura il senso critico e di orientamento nel mondo che non può essere negoziato con ideologismi e tentativi di appropriazione.

L’accusa, rivolta alla scrittrice e alle insegnanti, tuttavia pone un problema chiaro di ingerenza sempre più fastidiosa e strumentale da parte di associazioni ultra-conservatrici che evidentemente vorrebbero dettare e squadernare l’autonomia dei percorsi didattici reclamando una scena relazionale di scontro e di odio che non ha corrispondenza con la realtà di uomini e donne, di ragazzi e ragazze.

Il lavoro delle docenti del liceo Giulio Cesare di Roma parla da solo di quanto e come la scuola viva di esso, indipendentemente da quanto la società investa oggi sulla formazione in Italia, assai poco in realtà.

Quello striscione posto fuori il liceo romano evoca forme inquietanti di maschilità che hanno come lato oscuro lo stupro, la violenza, l’aggressività rivendicate come forme del selvatico maschile: la risposta migliore l’hanno data al liceo Manara, con quel bellissimo striscione “Avresti mai dato della checca isterica ad Achille?” che eloquentemente parla di altri modi di declinare il maschile.

Non è casuale che le scrittrici e le insegnanti siano però sotto attacco per la loro capacità di raccontare il mondo e di farlo a partire dalla propria esperienza e dal pensiero su di esso: il fatto che siano donne a farlo rivela una sapienza, anche del maschile, che evidentemente continua a costituire problema.

Come Società Italiana delle Letterate ci impegniamo a proseguire una riflessione che da molto tempo svolgiamo sulla letteratura come nominazione politica del presente: le scrittrici, le insegnanti, tutte coloro che a questo si dedicano riteniamo siano compagne di un percorso di cambiamento del mondo, cui non intendiamo rinunciare e a loro va quindi tutta la nostra ammirazione e sostegno.

Giuliana Misserville (Presidente), Floriana Coppola, Antonella De Vito, Laura Fortini, Serena Guarracino, Gisella Modica, Alessandra Pigliaru. 

Il Fatto Quotidiano
23 04 2014

“Il pensiero che anche una sola ragazza possa recepire il messaggio proposto da questo programma mi inorridisce e per questo ho deciso di intervenire, seppur nel mio piccolo, con questa petizione“. Così scrive Camilla Bliss nel suo appello online raccolto da migliaia di persone che chiedono la cancellazione del programma “Come mi vorrei” condotto da Belen Rodriguez.

Sui social network si parla di questa petizione come se il programma fosse il male del secolo e di Camilla come se rappresentasse “l’angelo (vendicatore) del bene”. Al successo della petizione contribuisce, a mio avviso, un’antica avversione nei confronti di Belen “colpevole” di aver mostrato una farfalla tatuata di troppo durante il festival di Sanremo 2012 e oggetto di moralismo per la maniera attraverso la quale si guadagna fama e pagnotta, ossia un sapiente mix tra bellezza e sfrontatezza.

Protagonista di pubblicità e programmi televisivi in cui mostra il suo corpo senza pudore, a lei non si può certo permettere di essere una guida fashion per ragazzine incerte. Molto meglio o una suora che attraverso un talent show musicale parla ai giovani dell’amore per la fede e per Dio, o la femminista perfettamente parodiata dalla serie televisiva “Portlandia“ che alla ragazza che vuole un look diverso dice “sii te stessa…” ovvero “sii come me”.

Altro motivo del successo di questa petizione è la brutta influenza culturale che un certo femminismo moralista ha avuto presso le ragazze armate di mouse e tastiera in perenne ronda antisessista con l’obiettivo di segnalare pagine e manifesti sui social network o di chiedere la censura del programma televisivo che non le rappresenta. D’altronde in gioco c’è la dignità della donna, una dignità talmente fragile da essere immediatamente distrutta dalla visione di immagini e programmi tv capaci, per l’appunto, di trascinare l’ignara pulzella in un vortice infernale.

In tutto questo vedo una deriva autoritaria visto che la censura è l’arma semplice di chi, tra l’altro, non sa produrre percorsi educativi e formativi che possano dotare ragazze e ragazzi di strumenti alternativi di lettura. Vedo anche un certo snobismo per il quale chi sta davanti allo schermo è una semplice spettatrice passiva, incapace di intendere e volere, non in grado di esprimere una valutazione a favore o contro un determinato tipo di programmi. Insomma, in una parola, un’ebete eterodiretta che non sa fare la vera mossa rivoluzionaria e libertaria: cambiare canale.

Nessuno obbliga nessun@ a vedere questa trasmissione e il fatto che si pensi alla televisione come allo strumento del diavolo che può corrompere le nostre figlie per me è anche parecchio medioevale. I toni apocalittici della petizione d’altronde lasciano intravedere un destino oscuro per tutte quelle che saranno toccate dalla vista di questo programma.

“Mi inorridisce”, dice Camilla. Io però mi chiedo se la disoccupazione, la precarietà, la campagna elettorale giocata sul razzismo alla quale stiamo assistendo in questi giorni inorridisce altrettanto le migliaia di persone che hanno sottoscritto la sua petizione.

Di cosa parliamo quando ci riferiamo a “Come mi vorrei?”. Parliamo di un format tipico, come ce ne sono tanti, in cui insegnano alle persone come vestirsi, come parlare, vivere, mangiare, muoversi, ballare, cantare, essere, ragionare, pensare, arredare una casa, fare un figlio, sposarti, fare sesso (sì, in tv si insegna anche questo). Facendo zapping si trova la coppia di perfetti sconosciuti che tra gridolini e smorfie di disapprovazione fa radiografie agli armadi altrui perché qualcuno sceglie di rifarsi il look. Nulla di nuovo, dunque, che non sia stato già visto. Tutto ciò avviene per scelta – ed è questa la parola chiave – delle persone che chiedono specificatamente questo genere di interventi. Sempre che si tratti di vere richiedenti e non di persone che abbiano superato un casting.

Così, una ragazza rivolge l’appello a Belen e lei, assieme a un’equipe di professionisti del rifacimento trucco/capello/abbigliamento, recita la parte della fatina buona che trasforma Cenerentola in una principessa dalla scarpina di vetro. Un cliché vecchio quanto il mondo.

Dov’è il fastidio? Posso capirlo: tutto gira attorno a quello che desidera il “lui” di turno. Programma etero normativo, sessista in questo senso, in cui qualcuno dice alla ragazza che così com’è è sbagliata e allora bisogna cambiarla affinché piaccia agli uomini. Sessista è anche il fatto che si immaginano gli uomini come corpo unico e quindi come un unico, grande luogo comune.

Pongo infine una domanda: chi vuole censurare quali alternative propone? Che tipo di modello vorrebbe offrire come esempio alle ragazze? Perché è da lì che si capisce quali sono gli umori che animano questa esigenza di tagliare, oscurare, moralizzare invece che decostruire, sovvertire, in poche parole “fare cultura”. Il mio suggerimento? Togliamoci tutti il vizio di chiedere la censura per tutto quel che non condividiamo e non ci rappresenta. Se non vi piace un programma non guardatelo. Ancora meglio: spegnete la televisione e magari leggete un buon libro. A vostra scelta.

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