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La Repubblica
03 04 2014

Yasemin Takn, corrispondente del quotidiano turco Sabah, viene di colpo licenziata dopo l'uscita su Repubblica di un'intervista al predicatore turco Fethullah Gülen. Questi è l'arcirivale del premier Erdogan nella lotta di potere tra fazioni islamiste in Turchia. Che c'entra Yasemin con Gülen? C'entra, eccome: è sposata con Marco Ansaldo, giornalista di Repubblica, autore del colloquio con l'imam.

Signora Takn, una vendetta in piena regola, e per interposta persona?

"Eh già. M'era successo un'altra volta, ma tanti anni fa, nel '98: lavoravo per l'agenzia Anadolu. Marco, mio marito, intervistò Abdullah Ocalan, il leader curdo del Pkk rifugiato a Roma prima d'essere catturato dalle teste di cuoio turche. L'agenzia mi licenziò. Dovetti ripartire da zero, ricostruire tutta la mia carriera, finché sono sbarcata a Sabah. Stavolta, però, non me l'aspettavo davvero".

Come sono andate le cose?

"E' stata appena questione di ore: alle 16.11 del giorno stesso in cui l'intervista a Gülen è uscita su Repubblica, m'è piombata una mail: "La direzione del giornale ha deciso d'interrompere il rapporto professionale". L'imbarazzo del mittente, il giovane caporedattore degli Esteri, era lampante. Non ne conosceva le motivazioni, scriveva: "nella difficoltà di darti la brutta notizia, preferisco scriverti anziché telefonarti", si scusava".

E lei? cos'ha fatto?

"Quel che farebbe chiunque: ho alzato il telefono e chiesto al giornale spiegazioni".

Le ha ottenute?

"Nulla. Soltanto, m'è stato riferito che in redazione, fin dal mattino, non si parlava d'altro che dell'intervista di Marco a Gülen. Del resto, Hürriyet, il primo quotidiano turco, l'aveva messa in evidenza sul sito".

Perciò, non potendo colpire lui, hanno punito lei?

"Esatto. Si potrebbe definire un ragionamento un po' mafioso: visto che l'autore è un giornalista italiano di una importante testata, intoccabile, hanno voluto fargliela pagare lo stesso. Attraverso me".

Un celebre editorialista turco, Yavuz Baydar, ha twittato: "Yasemin, moglie del giornalista italiano, cacciata su due piedi dopo l'intervista a Gülen. Vergogna!". Le sono piovuti messaggi di solidarietà?

"Sì, a migliaia. Malgrado il blocco di Twitter e Youtube imposto dal governo, Baydar e gli altri hanno aggirato la censura. È stato un sostegno molto importante per me".

La Turchia ora conta più giornalisti in carcere che l'Iran e la Cina. Ogni giorno s'aggiungono nomi di giornalisti querelati, cacciati, imprigionati, zittiti, rei d'essersi espressi sullo scandalo corruzione e sulla rivolta di piazza Taksim; l'intera direzione di Zaman denunciata per avere "umiliato il premier su Twitter". Lei non è sola?

"Proprio così. È un primato vergognoso. E dire che la Turchia, all'apparenza, sembra un Paese più democratico che la Cina e l'Iran".

Ormai si parla apertamente di "democrazia illiberale" in Turchia, di "despotismo" guidato da un governo eletto. Lei teme per il suo Paese?

"Per ironia nel 2000 questo stesso governo esprimeva un progetto di democratizzazione con la richiesta di adesione alla Ue. E invece eccoci: abbiamo compiuto passi da gigante all'indietro. Erdogan ha polarizzato la società, e la situazione rischia di infiammarsi: in estate ci sarà il voto presidenziale, nel 2015 le politiche. Se l'obiettivo è la vittoria di un leader, cioè di Erdogan, anziché la salvezza della Turchia, noi, il popolo e lo Stato, rischiamo di pagare un prezzo altissimo".

Alix Van Buren

Il Corriere della Sera
26 03 2014

Una corte amministrativa di Ankara ha ordinato la sospensione del blocco di Twitter deciso venerdì scorso dal governo del premier Recep Tayyip Erdogan. La notizia è stata diffusa dall’«Hurriyet» online, il più importante quotidiano turco.

Il social network era stato bloccato cinque giorni fa dall’esecutivo: una misura che aveva scatenato proteste in tutto il Paese. Avvocati e partiti d’opposizione avevano chiesto di togliere il bando perché «illegale anticostituzionale». Non è chiaro quando le autorità delle telecomunicazioni che avevano «spento» il social, lo riaccenderanno.Una corte amministrativa di Ankara ha ordinato la sospensione del blocco di Twitter deciso venerdì scorso dal governo del premier Recep Tayyip Erdogan. La notizia è stata diffusa dall'«Hurriyet» online, il più importante quotidiano turco.

Atlas Web
25 03 2014

La decisione dell’Autorità delle Telecomunicazioni turca di bloccare Twitter nel paese, adottata giovedì scorso, non solo non sta funzionando, ma si sta mostrando controproducente. Grazie alla presenza di sistemi per aggirare la censura sulla popolare rete sociale, l’uso di Twitter in Turchia è aumentato del 33 per cento in pochissime ore.Turkey Protest

Sono cifre fornite dall’agenzia per la supervisione delle reti sociali Somera – che monitora le statistiche su Twitter e altre piattaforme -, secondo cui i tweet tra le 23 pm di giovedì (ora approssimativa in cui è stato attivato il blocco) e le 12 am di venerdì sono stati più di 6 milioni, contro i 4,5 milioni nello stesso intervallo di tempo del giorno precedente. Il numero di utenti è aumentato del 17 per cento, passando da 1,49 milioni a 1,75 milioni nella stessa fascia di tempo in appena 24 ore, secondo il locale Hürriyet Daily News.

Il blocco, riportano alcuni media locali, è da considerarsi un fallimento del primo ministro Recep Tayyip Erdogan, che giovedì mattina aveva promesso di “sradicare Twitter” durante un comizio elettorale. Non solo per l’inefficacia della misura, ma anche perché tra quelli che hanno deciso di violarla figurano il presidente Abdullah Gül (la cui rottura con il premier è sempre più netta nell’ultimo anno) e altri “fedelissimi” di Erdogan, come il vice primo ministro Bülent Arinç e il sindaco di Ankara, Melih Gökçek.

Il blocco ha scatenato un’ondata di critiche nazionali e internazionali. ”Siamo vicini ai nostri utenti in Turchia che vedono in Twitter una piattaforma di comunicazione vitale. Speriamo di avere presto un accesso completo”, recita un tweet della dirigenza del social network.

Tuttavia, le autorità sembrano non volere fare alcun passo indietro. Anzi, hanno limitato l’accesso al Dns pubblico di Google, che molti utenti stavano usando per aggirare il blocco a Twitter.

"Sradicheremo Twitter" giura Erdogan. Ma non è il pensiero di un individuo il nemico da imbavagliare e che smuove la repressione. È la voce polverizzata di milioni che si alza dai social network a scuotere il potere che si sente minacciato e si scopre impotente. ...

Corriere della Sera
21 03 2014

La Turchia si è svegliata venerdì mattina senza cinguettii: dando immediato seguito alle minacce del premier islamico Recep Tayyip Erdogan, invischiato negli scandali di corruzione da telefonate compromettenti intercettate uscite nelle ultime settimane su twitter, il sito di microblogging stata bloccato durante la notte in tutto il paese.

«Sradicheremo twitter. Non mi interessa quello che potrà dire la comunità internazionale» aveva gridato ieri ad un comizio a Bursa il 'sultano' di Ankara, al potere da 12 anni. «Vedranno così la forza della Turchia», aveva aggiunto. Nella notte l’autorità delle telecomunicazioni turca Btk, cui una legge sul controllo di internet del mese scorso - definita legge bavaglio dall’opposizione - ha dato poteri straordinari, ha bloccato l’accesso a twitter. Un fatto senza precedenti nel paese.

Dalle parole ai fatti
Secondo Hurriyet online la Btk ha indicato di essersi ispirata a tre sentenze giudiziarie e ad una decisione del procuratore generale di Istanbul. Dopo l’esplosione della tangentopoli del Bosforo che coinvolge decine di personalità del regime, Erdogan ha rimosso migliaia di poliziotti e centinaia di magistrati, fra cui i responsabili delle inchieste sulla corruzione. Secondo il leader dell’opposizione Kemal Kilicdaroglu, che denuncia una svolta autoritaria e chiede le dimissioni immediate del premier, Erdogan è «pronto a tutto» per restare al potere e insabbiare le inchieste anti-corruzione, che ha definito un «tentativo di colpo di stato» orchestrato dagli ex-alleati della confraternita islamica di Fetullah Gulen.

Lo scandalo corruzione domina la campagna per le cruciali elezioni amministrative del 30 marzo che potrebbero essere decisive per il futuro politico di Erdogan. Il mese scorso Erdogan aveva già minacciato di bloccare Facebook e Youtube. Già questa notte la commissaria europea per le nuove tecnologie Neelie Kroes ha condannato il blocco di Twitter in Turchia. «L’interdizione di Twitter in Turchia è senza fondamento, inutile e vile», ha scritto. Il popolo turco e la comunità internazionale vedranno questo come una censura. Cosa che è davvero”.

10milioni di utenti zittiti
Erdogan ha accusato il sistema di microblogging di minacciare la sicurezza dello Stato. La Turchia ha oltre 10 milioni di utilizzatori di twitter. Nei giorni scorsi, facendo seguito ad altre minacce simili, il presidente Abdullah Gul, dello stesso partito islamico moderato Akp di Erdogan, si era detto contrario alla mossa, segnando una spaccatura nella formazione a 10 giorni dalle elezioni locali del 30 marzo.

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