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Fatto Quotidiano
11 04 2013

L’obiettivo dichiarato è proteggere i più piccoli. Il risultato è che basta una segnalazione anonima per far chiudere qualsiasi sito internet. La Russia sta applicando la legge 89417-6. “Sulla protezione dei bambini dall’informazione pericolosa per la loro salute e il loro sviluppo”, approvata tra mille polemiche lo scorso luglio, e sta chiedendo a Wikipedia, Facebook, Twitter e YouTube di rimuovere i contenuti “pericolosi”. Nel mirino dei legislatori ci sono la pedopornografia, la promozione di stupefacenti e i materiali che “istigano al suicidio“, ma i primi ad essere chiusi sono stati siti del tutto innocui. I social media stanno cancellando messaggi e pagine incriminate per evitare di essere oscurati, scrive il New York Times, e solo il portale video di Google sta opponendo resistenza. Per gli attivisti si tratta dell’ennesima stretta contro il web: la legge, dicono, è fatta per essere applicata ai contenuti sgraditi a Vladimir Putin. E intanto la blacklist cresce a ritmi vertiginosi.

Si chiama Roskomnadzor. E’ l’Agenzia Federale per la Supervisione delle Comunicazioni, dell’Information Tecnology e dei Media. Un moloch burocratico di stampo sovietico cui la legge fornisce un potere pressoché illimitato sul web. Funziona con il meccanismo delle segnalazioni anonime, spiega DigitalTrends: quando un utente considera non appropriato un contenuto e lo segnala al Roskomnadzor, la url finisce sulla lista nera (zapret-info.gov.ru) e l’agenzia invia un richiamo al proprietario del materiale e al provider. Nel caso in cui il primo non rimuova le pagine segnalate entro 3 giorni, il secondo è tenuto a bloccare l”accesso all’intero sito. “Siamo colpevoli fino a prova contraria – ha spiegato Dmitry Homakom, proprietario di Lurkmore.to, sito di satira, tra i primi ad essere censurati per un articolo sulla marijuana, lo scorso novembre – e quando veniamo segnalati dobbiamo essere in grado di provare di non avere fini criminosi”.

I social network hanno deciso di collaborare con le autorità. Il più zelante è Twitter, che ha cancellato alcuni cinguettii che si riteneva potessero “incoraggiare sentimenti suicidi” e altri che parlavano di stupefacenti. Il caso più famoso è quello di Sultan Suleimanov (@sult) che il 31 ottobre 2012 aveva twittato: “Amici, suicidatevi, è divertente. Io ci ho provato, mi è piaciuto molto e domani lo farò di nuovo”. Un tweet ironico che non è riuscito a solleticare il senso dell’umorismo dei burocrati della Roskomnadzor, che hanno invece plaudito alla sollecitudine del social network: “Twitter è attivamente impegnato a cooperare”. Molto collaborativo anche Facebook, che a fine marzo ha chiuso su richiesta di Mosca “Club Suicid”, pagina fan di stampo umoristico. La valutazione della pericolosità dei messaggi è totalmente arbitraria e non prevede alcuna procedura giuridica.

La gogna è toccata anche a Wikipedia, cui la Roskomnadzorn ha contestato un articolo che illustrava i vari modi di fumare la cannabis. L’enciclopedia ha così accettato di modificarne i contenuti in una maniera “che ora soddisfa le nostre esigenze”, ha fatto sapere Vladimir Pikov, portavoce dell’agenzia. Che ora chiede la modifica di altri 11 articoli. YouTube, invece, ha deciso di resistere. Le autorità avevano chiesto al portale video di Google di rimuovere un filmato che spiegava come costruire un trucco per la notte di Halloween: una lametta da barba che pare conficcata in un polso. Orrido sì, ma innocuo. Il video è stato bloccato oltrecortina, ma YouTube ha fatto causa all’agenzia: la prossima udienza del processo è fissata per il 26 aprile. La censura comincia dalle piccole cose e nella Russia che ha condannato al carcere le Pussy Riot e vieta la “propaganda gay” in pubblico sono in molti a prevedere una nuova stretta alla libertà di pensiero. I blogger e gli intellettuali che a luglio avevano protestato contro l’approvazione della legge avvertono: le autorità vogliono mettere sotto controllo la Rete. “Anche se la legge ha lo scopo di proteggere i bambini – ha spiegato a Wired Sahar Halaimzai, portavoce di Pen International, tra le più autorevoli associazioni internazionali di letterati – si è arrivati ad un più alto livello di controllo da parte del governo (…) il che è allarmante in un contesto in cui l’opposizione e i gruppi religiosi sono sottoposti a censura e tv e giornali sono controllati dallo Stato”. “Abbiamo riscontrato un significativo aumento di restrizioni alla libertà su internet”, ha fatto sapere l’Agora Human Rights Association. I numeri ufficiali parlano chiaro: i siti finiti nella blacklist sono più che triplicati in meno di un mese, arrivando a quota 1.479.

Le Femen d’Italia: ci tagliano le gambe

  • Venerdì, 04 Gennaio 2013 14:44 ,
  • Pubblicato in LA STAMPA

La Stampa
04 01 2013

La denuncia del movimento che non riesce a tenere attiva la pagina su Facebook per colpa degli stalker informatici.
Il social network prende provvedimenti contro due pagine sessiste.
LAURA PREITE
ROMA
«Quello che meno sopportano i nostri avversari, è che non solo siamo giovani ragazze emancipate, ma anche che siamo intelligenti prima di essere carine». Le Femen italiane, federate al movimento femminista ucraino famoso per le proteste a seno nudo, in un sfogo sul loro sito scrivono tutta la rabbia e frustrazione dopo che la pagina che avevano creato su Facebook il 16 ottobre 2011 e che aveva quasi 5 mila likes è stata oscurata. La decisione è stata presa dalle stesse amministratrici dopo l’ultimatum della piattaforma che l’avrebbe altrimenti cancellata. Il motivo? Le troppe segnalazioni da parte di utenti che trovavano i contenuti della pagina offensivi. Questa è una pratica diffusa sulla piattaforma social più famosa al mondo, in particolare per i gruppi femministi. Un miliardo di utenti attivi al mese (secondo dati della società dello scorso ottobre), che si regola su un sistema automatico di segnalazioni.

No ai nudi, nemmeno a fumetti
Giulia ha poco più di vent’anni, fa parte di Femen. Ha tanta grinta e una militanza che non nasce in rete, ma che nella rete vorrebbe trovare forza: «Avevamo due pagine, un gruppo nostro interno di coordinamento e la pagina Femen Italia a cui tutti potevano aderire per essere aggiornati. Avevamo scelto come logo, Valentina (il fumetto inventato da Guido Crepax, ndr) con poi il nostro logo, i due cerchi e le bandiere. Inizialmente pensavamo che era una questione di copyright e invece, Facebook l’ha bloccata dicendo che non era adeguata». La foto ritraeva il fumetto Valentina, con il seno scoperto, un disegno che però viola la policy sui “diritti e doveri degli utenti” che prevede che non ci sia nudo, non importa se si tratta solo di un disegno.
«Avevamo fatto un flashmob online – continua Giulia- chiedendo a tutti quelli che lo volevano di denudarsi e scrivere un messaggio, stando attente ovviamente che i capezzoli non fossero visibili». Infatti, Facebook ha adottato nei confronti delle colleghe ucraine la politica di oscurare o cancellare i capezzoli. Questo doveva bastare a non censurare le foto: «Facebook ha detto che i capezzoli erano comunque in evidenza e andavano rimossi. Qualche tempo dopo le foto sono state tutte rimosse senza dare spiegazioni. In più alle ragazze che avevano postato le foto gli account personali sono stati bloccati. Poi riattivati e bloccati nuovamente».
La procedura prevede che le comunicazioni tra utenti e amministratori della piattaforma passino attraverso messaggi automatici, non si ha un interlocutore fisico, ed è questo l’aspetto più frustrante per chi come Femen usa Facebook per farsi conoscere ed allargare il proprio consenso: «La denuncia è anonima, nel messaggio c’è scritto che il contenuto non rispetta lo spirito di Facebook e deve essere rimosso. Stiamo cercando di mettere delle toppe, ma non ci spieghiamo come alcuni contenuti siano stati rimossi. Avevamo scritto “l’80% delle donne subiscono violenza domestica”, ed è stato anch’esso rimosso. Anche quando si pubblicano articoli anti clericali o contro il patriarcato vengono cancellati, se non succede niente vuol dire che non ha suscitato interesse ».

“Vieni bloccato e non puoi fare nulla, è frustrante”
Le ragazze, Giulia di Milano e Mary, una studentessa che vive a Roma, hanno scritto alla piattaforma per avere una risposta ma non è arrivata: «È frustrante, vieni bloccato e non ti puoi difendere. Ben venga che qualcuno ci critichi, ma se non possiamo sollevare più nessun dibattito?» conclude Giulia. Le fa eco Mary, che ha una certa esperienza di attacchi online, cyberstalking, perché ha collaborato alle pagine internazionali del movimento: «I blocchi sono graduali. Quando Facebook raggiunge un limite di segnalazioni, scatta la prima sanzione, 24 ore di blocco, oppure la sospensione della chat o dei contenuti». Dopo un periodo il suo account è stato riattivato «ma non è che non ho più problemi, da quando vieni bloccata la soglia di tolleranza è più bassa, basta una segnalazione a fermare il profilo». Gli stessi problemi li ha avuti anche sulla pagina italiana del movimento Slutwalk (la marcia delle prostitute) di cui è amministratrice.

Senza uno strumento come Facebook per far conoscere le proprie idee, le Femen si sentono le mani legate: «Non abbiamo ancora manifestato e già ci segnalano. Spesso i giornalisti in tv, non prendono sul serio il movimento, figuriamoci se prendono sul serio noi, che ancora non ci conosce nessuno. Magari cambieremo mezzo, creeremo una mailing list, ma Facebook ti dà una visibilità che nemmeno i giornali riescono a darti».
Quello che denunciano le Femen è anche la permanenza sul social network di pagine con migliaia di followers che postano contenuti pornografici (con capezzoli e parti intime oscurati), violenti, maschilisti ma a cui non succede niente: «Da qui si deduce che la segnalazione sui nostri contenuti non viene fatta da qualcuno che si sente offeso ma da qualcuno che ha un secondo fine, un intento specifico» commenta Mary.

Diversi siti femministi clonati
La censura e il cyberstalking è un comportamento che in rete subiscono un po’ tutti i gruppi femministi che si professano apertamente tali. Sono diversi i siti, da quello dei centri antiviolenza, al Corpo delle donne di Lorella Zanardo che sono stati clonati, con indirizzi simili acquistati con il solo scopo di dirottare gli utenti su siti “non genuini”. E i messaggi hanno tutti lo stesso tono, quello della calunnia: “ci vogliono tutti sottomessi, le nazifemministe, le donne che violentano i bambini”, come racconta una femminista attivissima in rete, ma ora solo con profili anonimi dopo le minacce anche fisiche ricevute: «Ti mangiano, sono degli squali, i loro commenti sono distruttivi. Il loro intento è farsi pubblicare, avere visibilità, quando l’ho capito non li ho più pubblicati. Ora ho due blog, ma lì (i cyberstalker, ndr) non sono mai venuti, sanno che io non farei mai passare un loro commento ». «È fondamentale che in rete ci sia una pluralità di idee – conclude - ma voglio che tutti abbiano i loro spazi. Su Facebook mi sono accorta che riuscire a fare passare queste idee è difficilissimo».
E si ritorna sul social network più utilizzato al mondo (in Italia conta 22 milioni di utenti registrati dati aggiornati ad ottobre) dove c’è un ulteriore problema, quello delle pagine clonate. Per esempio esiste (o meglio esisteva, perché attualmente risulta chiusa dopo la nostra segnalazione) una pagina con 800 mila followers dal titolo “No alla violenza sulle donne” che aveva contenuti di tenore opposto, che era riuscita a soppiantare una genuina e più vecchia con lo stesso nome dell’associazione Nuovi orizzonti di Torino. Poi, ci sono le minacce recapitate come messaggi privati. Gli utenti si possono bloccare, ma la paura rimane.

Da Facebook: nessun problema con la difesa dei diritti delle donne
Da Londra, con cui abbiamo comunicato solo via mail tramite l’ufficio stampa italiano del social network, ci rassicurano sul fatto che le segnalazioni, vengono sempre vagliate da un ufficio multilingue con sede a Dublino. Inoltre, non è ancora attivo in Italia ma all’estero già funziona un “dashboard” di supporto che consente di seguire il percorso delle proprie segnalazioni, questo per rendere più trasparente la procedura. Facebook tiene anche a precisare che non ha nessun problema con contenuti femministi o che supportano i diritti delle donne. In generale le opinioni, anche se discutibili, non violano le regole del sito, a meno di azioni specifiche come l’istigazione all’odio con un bersaglio preciso, la nudità e azioni contro un determinato individuo (che non sia un personaggio pubblico). Nel frattempo, dopo la raccolta di informazioni per questo articolo, e i contatti con Facebook, diverse cose sono successe, tra cui l’oscuramento (non sappiamo se definitivo) della pagina con 800 mila followers “No alla violenza sulle donne” e la modifica della denominazione in “Umorismo dal contenuto controverso”, di un’altra pagina violentemente misogina. Le Femen invece, attendono ancora di sapere se potranno un giorno riattivare tranquillamente il proprio account.

Martedi' 27 novembre, ore 11.00
Sala Aldo Moro
Palazzo Montecitorio - Roma


Quattro giornaliste italiane che hanno subito gravi minacce e intimidazioni a causa del loro lavoro porteranno la loro testimonianza.

SE CI SCANDALIZZA UNA MAMMA CHE ALLATTA AL SENO

  • Sabato, 25 Febbraio 2012 10:02 ,
  • Pubblicato in Il Commento
di Paolo Di Stefano, Corriere della Sera
25 febbraio 2012

Non si sa quale aggettivo usare, se ipocrita, stupido o semplicemente ridicolo, per definire il divieto, tra le regole auree imposte da Facebook, di mostrare donne che allattano al seno.
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