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Se Instagram censura la foto anti-cancro

  • Venerdì, 03 Luglio 2015 10:21 ,
  • Pubblicato in L'ESPRESSO

l'Espresso
03 07 2015

Guardate questa foto suggestiva. Viene dal “Pride 2015” di New York. La più grande festa di orgoglio LGBT di sempre. Sarà che solo due giorni prima la Corte suprema statunitense aveva stabilito che il matrimonio è un diritto garantito dalla Costituzione anche per le coppie omosessuali. Una decisione storica che aveva fatto subito il giro del mondo, grazie all’istantaneità della Rete e all’hashtag virale “LoveWins”.

Il giorno dopo, Facebook e tutti gli altri principali social network avevano sposato la svolta epocale, con layout ad hoc o consentendo agli utenti di personalizzare la propria immagine del profilo col filtro “arcobaleno”, da quarant’anni simbolo delle comunità gay, lesbiche, bisessuali e transgender. L’iniziativa era stata salutata con entusiasmo da tanti (“sentinelle in piedi” escluse). Una “bella lezione di civiltà”. 2.0.

Guardate bene questa foto. L’ha scattata, al Pride di NYC, Claudia Ferri, fotografa di scena di Offline, un nuovo programma televisivo che andrà in onda da giovedì 16 luglio alle 23.30 su Rai 2 e che parlerà di culture e “fenomenologie social”. Raffigura due donne coi seni asportati. Hanno subito entrambe una delicata operazione di mastectomia totale. Vittime del cancro al seno, e di una delle sue forme più virulente. Eppure sorridono, mostrando con orgoglio le proprie cicatrici. L’orgoglio LGBT che si mescola al coraggio di non voler soccombere alla malattia. Sul torace della ragazza bionda campeggia la scritta viola “Fuck Cancer”. Lo scatto commuove, fa riflettere con leggerezza e dà corpo e voce alla battaglia senza quartiere contro il più diffuso tumore femminile. Dice più di mille opuscoli sulla prevenzione. Trasuda purezza e forza d’animo. Non suscita pruriti o bassi istinti para-pornografici.

“Ho pubblicato la foto su Instagram e poi l’ho condivisa su Facebook, sul mio profilo e sulla pagina di “Offline" ci racconta Claudia Ferri "Quando ho rifatto l’accesso a Instagram, mi è arrivata la comunicazione che era stata eliminata. Nel frattempo era stata “bannata” anche da Facebook. Sono rimasta di stucco. Il motivo della censura? La foto non era conforme agli standard dell’applicazione”. Un po’ l’equivalente social dell’ “oltraggio al comune senso del pudore”.

Claudia ha protestato: “Avete rimosso un’immagine positiva a favore della lotta contro il cancro al seno. Complimenti! Mi sforzo, mi scervello ma proprio non riesco a capire cosa ci sia di scandaloso in questa foto. È questa la nuova libertà?”. Subito dopo ha ricondiviso la foto “incriminata” su Facebook, e come lei hanno fatto anche altri, e a sua volta qualcuno di loro ha ricevuto una segnalazione per “contenuti inappropriati”.

Negli ultimi tempi Instagram, la più popolare app di condivisione immagini (dal 2012 è di proprietà di Facebook), sta conducendo una crociata contro gli scatti e i contenuti osé o esplicitamente erotici. A pagarne le conseguenze anche celebrities come Madonna e Rihanna. Eppure basta farsi un giro di smartphone per trovarci di tutto, sia su Instagram che sulla casa-madre Facebook. Escort, hashtag scopertamente sessuali, devianze e parafilie varie, elogi a Sara Tommasi&Andrea Diprè (840 mila mipiace su Fb quest’ultimo), autori del video e “hit”, da bassissimo impero “Nel mio privè” (ritornello: “vieni anche tu, nel mio privé/coca e mignotte, anche per te”).

Senza dimenticare il proliferare inesauribile di bufale, sarabande nazi-fascistoidi e insulti al comune senso del buon gusto, e dell’intelligenza. “Facile e anche un po’ ipocrita, poi, una tantum, travestirsi d’arcobaleno” commenta Alice Lizza, conduttrice di Offline, la trasmissione tv (dal 16 luglio in seconda serata su Rai2) in cui saranno trasmessi i filmati originali censurati. Offline ha girato gli States, l’Europa e l’Italia per intervistare, tra gli altri, Zach King (“l’illusionista di Vine”), David LaChapelle, Milo Manara, Paul Budnitz (inventore del social alternativo Ello), l’artista Vanessa Beecroft, Sebastian Chan (l’uomo che sta rivoluzionando i musei rendendoli “usb friendly”), Lorenzo Thione (l’italiano che ha creato il motore di ricerca Bing), Tanino Liberatore, Maccio Capatonda, Caparezza e Linus. Quattro puntate che racconteranno come la società e le interazioni umane stanno cambiando per effetto delle reti sociali che corrono su Internet. Un viaggio intorno ai nuovi modi di vivere nell’era dei social network e del full-time online. Una navigazione fisica nel mondo del progresso, o presunto tale.

Maurizio Di Fazio
Foto di Claudia Ferri

Legge sulla diffamazione. Intervista a Silvia Garambois

  • Martedì, 24 Febbraio 2015 08:03 ,
  • Pubblicato in ZeroViolenza
DiffamazioneMonica Pepe, Zeroviolenza
24 febbraio 2015

Silvia Garambois, a che punto è l'iter parlamentare della legge sulla diffamazione a mezzo stampa?

Il Senato ha approvato quella che è una brutta legge, un nuovo bavaglio alla stampa, lo scorso 29 ottobre. Ad oggi la normativa è alla commissione giustizia della Camera, dove sono stati presentati nuovi emendamenti: alcuni per limare i punti più controversi, altri – purtroppo – che pongono nuovi paletti all'informazione.

A processo per un commento su Facebook

  • Sabato, 10 Gennaio 2015 14:54 ,
  • Pubblicato in L'ESPRESSO
Pietro Falco, L'espresso
9 gennaio 2015

Il caso della giornalista Marina Morpurgo, che ha criticato sul suo profilo una campagna pubblicitaria con protagonista una bambina, arriva in tribunale. E a rischio è la libertà di espressione.

Cina, Gmail bloccata da tre giorni

Il Corriere della Sera
30 12 2014

La Cina ha bloccato da tre giorni l’accesso a Gmail, il servizio di posta elettronica di Google. Lo riferiscono vari media e una conferma emerge da una pagina del motore di ricerca che riporta in tempo reale il traffico diretto ai suoi prodotti e servizi.

Firewall

In Cina la maggior parte dei servizi di Google sono già bloccati da tempo per contrasti in corso da quattro anni fra il colosso internet americano e le autorità cinesi circa le libertà in rete. Il blocco è iniziato il 26 e il Dyn Research, un accreditato osservatore di internet, precisa che il servizio è stato bloccato dallo snodo di Hong Kong. Nel 2010 Google aveva cominciato a smistare il suo traffico proprio dalla regione speciale cinese di Hong Kong dopo attacchi di hacker e aveva cercato di aggirare, senza successo, i blocchi della censura.

Corriere della Sera
22 12 2014

Una commedia che insegna, tra lacrime e risate, che l'unione fa la forza

di Stefania Ulivi

Nelle nostre sale è arrivato sull’onda della nomination ai Golden Globes come miglior commedia. Non era difficile prevedere, dopo la proiezione a Cannes e la standing ovation condita da applausi, lacrime e risate, la marcia trionfale di Pride di Matthew Warchus. Ovunque successi. Anche da noi le reazioni sono in linea. Nella prima settimana di programmazione la media per copia è stata altissima, 5.850 euro, superando la corazzata AG & G e il distributore italiano, Teodora, ha deciso di triplicare le copie in sala. «Ovunque troviamo lo stesso entusiasmo» ci ha confermato nella videointervista che trovate qui sopra Andrew Scott, interprete di uno dei personaggi chiave, Gethin, gestore della libreria gay londinese che è il quartier generale del gruppo LGSM (Lesbians and Gay Support the Miners) che va in sostegno ai minatori di un paesino del Galles, non troppo distante dal suo amato/odiato paese natale. La vicenda, com’è noto, è vera, seppur incredibile. Nell’estate 1984, in piena era Thatcher, mentre i minatori sono impegnati in uno sciopero fino alle estreme conseguenze, un gruppo di attivisti gay decide di raccogliere fondi in loro favore. Innescando una catena di effetti imprevedibili.

Lo sceneggiatore Beresford confessa che i suoi connazionali lo hanno stupito. «Nei cinema in Gran Bretagna la gente applaude a scena aperta, ride, si commuove. Eppure noi non siamo sanguigni come voi italiani, siamo un popolo anemico…». Tutti si dicono convinti che il segreto del successo sia il bisogno di solidarietà sempre più diffuso. «Non è un film per gay, o per persone impegnate politicamente. È per tutti, non siamo così diversi come vogliono farci credere», dice Andrew Scott. E Beresford rilancia: «La riposta in un momento di crisi come questo è la solidarietà, trovare un terreno comune che unisca, non divida».

Ma la ragione del successo di Pride sta soprattutto nel tono leggero e profondo con cui tutto questo viene raccontato. Una commedia sentimentale che insegna, tra lacrime e risate, che l’unione fa la forza. Per questo fa sorridere scoprire che in Usa la censura abbia deciso di vietarlo ai minori di 17 anni. Ancor più paradossale scoprire che lo abbia fatto in riferimento a due scene. Una, esilarante, in cui Imelda Staunton e le altre signore gallesi in là con l’età ospiti di uno degli attivisti gay passano in rassegna, ridendo fino alle lacrime, riviste porno e allegri sex toys. Nell’altra si intravedono un paio di frequentatori di un locale in lattice abbigliati. Inutile osservare che in tv o in rete qualunque adolescente può trovare, senza neanche fare la fatica di entrare in un cinema, scene assai più ardite e, certo, meno spiritose.

L’impressione, purtroppo, è che l’unica motivazione sia che i protagonisti di Pride sono gay.

Eppure se l’avessero guardato senza paraocchi, i signori della censura Usa dovrebbero ammettere che è un film per famiglie (provato per voi: visto insieme a figlio quindicenne con gioia e allegria reciproca, scusate se è poco. Gli è piaciuto cisì tanto che ci è tornato con gli amici) popolato di personaggi fantastici: uomini e donne, etero e gay, giovani e vecchi, estroversi e malmostosi, timidi e sfacciati, arditi e fifoni, ballerini provetti e repressi imbranati. Gente agli antipodi che, come spesso accade nella reatà, poteva non incontrasi mai e che, invece, proprio incontrandosi ha fatto la storia. (All’insegna della mescolanza anche le ottime scelte musicali con Billy Bragg e Pete Seeger che incrociano Bronsky Beat, Queen e Culture Club).

Un film animato, tra l’altro, anche da personaggi femminili sublimi. Le indomite anziane gallesi citate prima. La giovanissima Steph, la lesbica più tenera e simpatica vista al cinema. La casalinga che deve arrendersi all’evidenza: molti dei maschi per cui prepara i pasti sono mammolette al suo confronto (si prenderà una laurea e finirà in parlamento, cronaca vera ad altre latitudini). La madre, che seppur con sedici anni di ritardo, lascerà che la paura non la tenga più lontana dal figli omosessuale.

Il regista, Matthew Warchus (che ha da poco sostituito Kevin Spacey alla guida dell’Old Vic), dice che è una storia d’amore. Ha ragione. Lasciate che i ragazzini vedano Pride. Poi raccontateci com’è andata.

 

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