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la Repubblica
27 06 2014

Le violenze e i maltrattamenti sulle donne sono in costante aumento, il fenomeno è allarmante ma il dato reale sfugge ancora.

Ecco perchè la Regione ha deciso di far partire, da settembre, un monitoraggio che consenta, attraverso ospedali, asl e centri di assistenza, di conoscere l'esatta dimensione di questo dramma. ...

Femminicidi a pioggia e l’isteria collettiva

Eretica, Il Fatto Quotidiano
18 giugno 2014

I femminicidi arrivano a pioggia, uno dietro l'altro, e i media capiscono l’andazzo e rintracciano altro sangue e altre ferite da mettere in prima pagina. Fa audience.
La pioggia di femminicidi porta con sé, purtroppo, l'isteria collettiva, la psicosi, la logica dell'emergenza, la galvanizzazione della massa a cura di talune

Femminicidi a pioggia e l’isteria collettiva

Il Fatto Quotidiano
18 06 2014

I femminicidi arrivano a pioggia, uno dietro l’altro, e i media capiscono l’andazzo e rintracciano altro sangue e altre ferite da mettere in prima pagina. Fa audience.

La pioggia di femminicidi porta con sé, purtroppo, l’isteria collettiva, la psicosi, la logica dell’emergenza, la galvanizzazione della massa a cura di talune che approfittano per gettare fango su tutto un genere, quello maschile, e raccontare ricette improbabili che dovrebbero risolvere storie terribili.

La pioggia porta con sé anche la speculazione, a volte, perché le vittime costituiscono un business, un brand, per chi ne fa un tema attraverso il quale beccare un po’ di popolarità, pornomostruosità per pornoindignazione, e diventano anche il mezzo attraverso il quale toccare molle emotive di tutta quella gente che sarà guidata al linciaggio in direzione di quella o la tal’altra etnia, un pogrom nel campo rom, una ronda contro gli stranieri, qualche rigo per dire agli uomini che sarebbero tutti infantili, egoisti, delle merde.

Mettiamola così: c’è la cultura del possesso, quella di chi ritiene di poter disporre della vita dei familiari di cui liberarsi quando diventano un peso. Tanto è roba mia, ne faccio quel che voglio. Poi vado a guardare la partita, simulo un furto, la zona è isolata, potrebbe essere stato un immigrato di passaggio, questa fu la balla raccontata dal femminicida di Perugia, da quello di Bologna e da chissà quanti altri, magari immagino di diventare protagonista di una fiction, un po’ come fece anche l’assassina di Sarah Scazzi, arriveranno le televisioni, è un caso nazionale dopotutto, allora io sarò il vedovo affranto, forse quella collega che non mi caga affatto domani si accorgerà di me, e via delirando si finisce per raccontare che il divorzio non era sufficiente perché con il divorzio comunque resta il carico dei figli.

Le riflessioni che leggo in giro secondo me sono a volte altrettanto deliranti: c’è chi dice che il male resta nell’uomo. Dunque è genetico? E la soluzione preventiva quale sarebbe? Sterminare i maschi alla nascita? Sottoporre tutti ad un lavaggio del cervello? Farli crescere con un gran senso di colpa e fare del ruolo della “donna/vittima” uno status che ci garantisce di poter fare, dire, decidere e immaginare qualunque cosa?

Consiglio a tutte di leggere la Critica della Vittima di Daniele Giglioli, Edizioni Nottetempo, per capire quanto sia rischiosa, per tutte le donne, questa posizione, questo adagiarsi nel ruolo della vittima.

L’altra soluzione preventiva, sulla base delle ipotesi fatte, quale sarebbe? Se ti sposi, accetti per te la retorica del matrimonio, fai i figlioli e poi ne senti il carico, un reset non è sufficiente, e no, la colpa non è della donna che dopo una separazione si vede affidati i figli e la casa.

So che in questo momento ci sono altre che pur di dare addosso ai padri separati, quelli che non ammazzerebbero mai mogli e figli e che restano per anni e anni a districarsi tra procedimenti legali per tentare di trovare un accordo per vedere i figli, stanno sfruttando questa faccenda e soprattutto sfruttano i commenti di troll misogini, totalmente estremisti, che a loro volta usano la faccenda dei padri separati per giustificare i femminicidi.

Bisognerebbe smetterla, tutti quanti, di fare diventare le vittime ora una scusa per fare prevalere una opinione ora per l’altra, perché alla fine, quel che io vedo, è che di queste vittime forse non importa quasi a nessuno. Sono buone per fare propaganda, per raccontarsi un po’ di balle, ma non vi siete mai dette che dato che continuano a morire forse i vostri ragionamenti sono totalmente o almeno in parte sbagliati?

Per esempio: a un anno dalla legge sul femminicidio in Italia non è cambiato niente. Il piano di prevenzione è ancora lì che attende. Abbiamo solo gli annunci di ministri che su quella legge hanno fatto cassa e consenso elettorale, sulla pelle delle donne, e nel frattempo a chi diceva che era una legge inutile, rispondente solo a una logica emergenziale, repressiva e paternalista che nulla avrebbe risolto, non è stato dato assolutamente ascolto. Perché in Italia le vittime di violenza sono usate, elevate al rango di status sociale, perché attraverso esse si ricava legittimità, consenso, talvolta perfino fama o denaro, ma delle vittime, poi, in realtà, a chi interessa?

E ancora c’è da ricordare il modo in cui stanno parlando della donna, la madre dei suoi figli, ché se non aveva generato un figlio non c’era neppure da considerarla, come da deriva catto/fascista che ha preso la trattazione del tema della violenza sulle donne, si parla di vittime solo in quanto risorse riproduttive e di cura. Non si parla di altre categorie di vittime. La “vittima” è tale per il ruolo di genere che le viene imposto e sennò chissenefrega.

Che trappolone la faccenda del “femminicidio” che ci ha costrette ad essere considerate vittime solo in quanto “femmine”. Che trappola dover ruotare attorno al tema dovendo destreggiarsi tra mille visioni morali e ideologie, intenzioni e obiettivi politici, quelli più recenti parecchio giustizialisti, perché alla fine, poi, quel che sparisce è il buon senso. E basterebbe anche solo quello, forse, per evitare un’altra morte. Un po’ di buon senso.

Corriere della Sera
18 05 2014

Dal primo agosto la Convenzione di Istanbul, il trattato del Consiglio d’Europa ratificato dal nostro Parlamento nel giugno del 2013, sarà un testo legislativo di riferimento per l’ Italia

di D.i.Re*

Ospitiamo l’intervento di D.i.Re Donne in Rete. Nata nel 2008 per volontà delle donne dei centri antiviolenza che hanno così dato una struttura organizzata alle esperienze iniziate nel 1990. Oggi D.i.Re rappresenta centinaia di donne che ogni giorno accolgono altre donne che chiedono aiuto legale, sostegno, luoghi dove fuggire dal quotidiano del maltrattamento.

Dal primo agosto la Convenzione di Istanbul, il trattato del Consiglio d’Europa ratificato dal nostro Parlamento nel giugno del 2013, sarà un testo legislativo di riferimento per l’ Italia. Vincolerà il nostro Paese e tutti gli Stati che l’hanno ratificato a rispettare un insieme di norme che definiscono la violenza contro le donne un problema culturale ed una grave violazione dei diritti umani causata da discriminazioni sessiste e pregiudizi. Il 10 e l’11 maggio a Reggio Emilia ci siamo riunite per parlare del nostro rapporto con le istituzioni. Abbiamo anche riflettuto sul contenuto innovativo della Convenzione di Istanbul e della distanza che separa le sue indicazioni, dalle politiche che fino ad oggi sono state realizzate per contrastare la violenza contro le donne.

Nel nostro Paese non sono rispettate le direttive internazionali sul numero dei posti letto previsti per donne vittime di violenza (500 esistenti contro i 5.500 indicati); sul territorio nazionale non ci sono centri antiviolenza sufficienti ad accogliere le richieste di aiuto, e quelli esistenti lottano per sopravvivere perché non ricevono finanziamenti costanti; ben poco è stato fatto per cambiare la cultura combattendo gli stereotipi sui ruoli maschili e femminili. L’8 aprile avevamo rivolto un Appello al presidente del Consiglio, Matteo Renzi, che è ancora in attesa di risposta.

Perché il Piano Nazionale contro la violenza, scaduto nel 2013, non è stato ancora rinnovato?

La nuova stesura avrebbe contribuito a promuovere politiche integrate ed organiche per affrontare il fenomeno della violenza. Il suo mancato rinnovo è la naturale conseguenza dell’interruzione del lavoro dei tavoli della task force interministeriale, ai quali D.i.Re aveva partecipato, mettendo a disposizione la propria esperienza. Nell’Appello avevamo anche chiesto al presidente del Consiglio chiarimenti sui criteri che il Governo intendeva adottare per la definizione di centro antiviolenza e la conseguente destinazione dei finanziamenti.

I centri antiviolenza con l’accoglienza alle donne, le Case rifugio, le iniziative di sensibilizzazione e informazione, realizzano da tempo le prescrizioni della Convenzione di Istanbul. Nelle loro città e regioni hanno lavorato in rete con le istituzioni, hanno svelato la violenza, raccolto e analizzato i dati. I nostri sono luoghi di creatività e progettualità sociale dove aiutiamo le donne e facciamo politica per cambiare la società. Il Trattato di Istanbul riconosce il ruolo svolto dalle associazioni delle società civile e prescrive che le loro azioni siano rafforzate a tutti i livelli così dal primo agosto la nostra azione politica dovrà essere sostenuta dalle istituzioni. Gli interventi che abbiamo fatto nei nostri territori dovranno diventare strutturali in tutto il Paese. Il Governo sarà in qualche modo costretto a fare i conti con le sollecitazioni ed i suggerimenti della Rete Nazionale del Centri Antiviolenza (D.i.Re).

L’intervento penale, ad esempio, è uno degli strumenti a disposizione delle donne per fronteggiare situazioni di violenza ma non è il solo e soprattutto non può esaurire le politiche di contrasto alla violenza. La legge n. 119 del 2013 (cosiddetta legge sul femminicidio) che abbiamo criticato, è stata l’ennesima risposta di carattere emergenziale che ha individuato nella legge penale lo strumento privilegiato per la protezione delle vittime, percepite come soggetti deboli da tutelare.

Siamo critiche anche nei confronti dei Codici Rosa, protocolli di accesso al pronto soccorso per le vittime di violenza, se sono costruiti su protocolli rigidi che forzano o guidano le scelte delle donne. Capovolgendo questa impostazione e questa lettura, la Convenzione di Istanbul indica un approccio differente: punta sul rafforzamento delle risorse e dell’autodeterminazione delle donne e chiede di mettere in campo strategie e azioni per affrontare il problema da un punto di vista culturale e politico.

In questa direzione si inquadra il valore e l’importanza attribuiti alla formazione: la scuola e i media saranno chiamati ad innovare linguaggio e pensiero sui ruoli e sulla rappresentazione di donne e uomini con l’obiettivo di abbattere stereotipi e discriminazioni. Ognuno nelle istituzioni e nella società sarà chiamato a fare la propria parte.

Che risposte intende dare il Governo?

Donneuropa
13 05 2014

La violenza contro le donne non è un’emergenza occasionale ma una tragedia sociale cronica, ormai strutturale: è una questione politica che riguarda tutti. Ecco perché occorre agire a livello di sistema, modificando le condizioni strutturali del lavoro e culturali in cui donne e uomini convivono.

Occorre agire per finanziare i centri antiviolenza, per inasprire pene e controlli, per valutare l’impatto di genere della politiche pubbliche, ma soprattutto per produrre un cambiamento profondo di contesto culturale, mentalità, abitudini e sistemi di potere che sono oggi maschilisti e discriminatori. Dobbiamo agire per migliorare le effettive condizioni di vita e di lavoro delle donne per consentire davvero libertà, autonomia e autodeterminazione facilitando l’accesso a lavoro e carriera, ridisegnando il welfare, partendo dalle persone, e dalle persone che lavorano, agendo quindi su servizi, conciliazione e condivisione dei tempi privati e di lavoro.

In questo senso il percorso iniziato a novembre del 2013 con la presentazione da parte di Intervita di “Quanto costa il Silenzio”, prima ricerca nazionale sui costi della violenza di genere, proseguito con il tour nei territori e conclusosi ora con il report finale “Quali investimenti per le strategie di contrasto alla violenza sulle donne?”, si pone con merito all’interno del percorso di cambiamento avviato con la ratifica della Convenzione di Istanbul nel giugno dello scorso anno.

La Convenzione è infatti il punto più avanzato del diritto internazionale: il primo trattato che riconosce la violenza sulle donne come violazione dei diritti umani e invita ad agire a tutto campo per fermarla. La conoscenza dei costi economici e sociali della violenza è il primo passo per rendere concreta l’azione, oltre che un fattore di consapevolezza e responsabilizzazione che può aiutare ad allargare il fronte di chi si batte per il cambiamento.

Occorre, in primo luogo, superare l’idea che la lotta alla violenza contro le donne sia un tema da donne e una battaglia solo al femminile: i dati sul costo della violenza indicano come sia tutto il paese a rimetterci.
A fronte dei costi della violenza ci sono i possibili valori positivi che un paese a misura di donne porterebbe in dote a tutte le persone, in termini di benessere economico e sociale.

Il cambiamento deve partire da tre punti: linguaggio, stereotipi, educazione.

Il linguaggio è l’insieme dei modi con cui diamo senso alla realtà e comunichiamo. Nel linguaggio si formano e risiedono gli stereotipi, che sono le immagini mentali con cui rappresentiamo la realtà.

Gli stereotipi non hanno nulla di naturale, ma presentano il vantaggio di categorizzare, di rendere semplice ciò che è complesso. Sono una forzatura cognitiva, che elimina profondità e differenze. Perché nel terzo millennio è così difficile adeguare al genere il linguaggio? Si tratta di una questione di potere. Il mondo parla e si rappresenta visivamente al maschile, perché maschile è stata da sempre la storia della società. In Italia in particolare c’è forte resistenza nel superare un modello culturale maschilista, che non concepisce le donne in posizioni di pari potere. Una responsabilità in questo senso ce l’ha il sistema mediatico e dell’informazione, che tranne poche eccezioni non ha saputo in questi anni fronteggiare il decadimento culturale che ha accentuato il peso degli stereotipi e delle discriminazioni di genere.

L’intervento educativo è l’unico strumento che abbiamo per contrastare gli stereotipi restituendo alla nostra rappresentazione del mondo e dei generi profondità e complessità, uguaglianza e differenza. L’educazione, ancor più se attenta a superare stereotipi e ad usare un linguaggio rispettoso di identità e differenze, è il mezzo più potente per cambiare il mondo e per produrre una società più giusta e con meno violenza.

Servono regole, serve condivisione, e cambiamento culturale perché la parola “femminicidio” sia contrastata dal profondo dei comportamenti degli uomini, per avere nuove donne, nuovi uomini e una società più umana e civile.

@valeriafedeli

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Zeroviolenza è un progetto di informazione indipendente che legge le dinamiche sociali ed economiche attraverso la relazione tra uomini e donne e tra generazioni differenti.

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