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Il Fatto Quotidiano
08 04 2013

Un sacerdote al di sopra di ogni sospetto, carismatico, vicino alle istituzioni e al sindaco Gianni Alemanno. Molto amato nella comunità romana. Il suo arresto avvenuto nel 2008 e l’accusa di pedofilia furono uno choc per l’intera diocesi. Un caso che ha spaccato l’opinione pubblica, tra innocentisti e colpevolisti come spesso capita. Don Ruggero Conti, condannato in primo grado a 15 anni di carcere per abusi sessuali su minori, adesso dovrà affrontare l’appello.

A parlare delle vittime del prete è la giornalista Angela Camuso nel suo nuovo libro La preda. L’autrice ha cercato di capire la spirale del silenzio in cui tutti vengono risucchiati, non solo la Curia, ma anche i ragazzi stessi e le loro famiglie, negando spesso l’evidenza, pur di non infangare il nome della Chiesa. “La Curia ha una responsabilità enorme, il vescovo Gino Reali, coinvolto nel processo, ma alla fine prosciolto, non ha indagato a fondo sulla vicenda, non ha offerto un reale sostegno ai ragazzi che erano titubanti nel denunciare”, aggiunge l’autrice. A presentare il libro anche il vescovo Domenico Mogavero, membro della Cei, la Conferenza episcopale italiana. La sua presenza rincuora la platea.

“Oggi per fortuna ci stiamo mettendo al passo con i tempi, basta con la falsa pietà, le difese d’ufficio, l’arroccarsi della Curia, e le indicazioni perentorie del pontefice vanno in questo senso”, dice il porporato. Proprio nel giorno dell’apertura del processo di secondo grado a carico del sacerdote romano, Papa Francesco ha parlato di pedofilia nel clero, confermando la linea di tolleranza zero voluta da Benedetto XVI. “Più che i proclami servono le azioni, il caso di cui parliamo risale al 2008 e il vescovo non si comportò diversamente rispetto al passato, inoltre non ha subito nessuna sanzione disciplinare”, afferma la Camuso. Bergoglio ha anche parlato di modifiche delle direttive. “Imporre l’obbligo di denuncia per i vescovi? non so se la Chiesa avrà il coraggio, sarebbe importante, vedremo”, conclude la scrittrice.

Irene Buscemi

Bosnia: religione, nazionalismo e pedofilia

  • Martedì, 26 Marzo 2013 09:51 ,
  • Pubblicato in Flash news
Osservatorio Balcani e Caucaso
26 03 2013

Le rivelazioni sugli abusi sessuali del vescovo di Tuzla, padrino spirituale di Karadžić e Mladić, trascinano la Chiesa ortodossa serba in uno dei più gravi scandali degli ultimi anni. Le dichiarazioni delle vittime, la ricostruzione del giornalista bosniaco entrato in possesso dei verbali degli interrogatori dei testimoni

In una sua lettera, nell'ottobre del 2012, il Patriarca della Chiesa ortodossa serba aveva deciso di rivolgersi direttamente al premier Ivica Dačić. Nella missiva, Irinej esprimeva la propria inquietudine per "l'immagine morale" di Belgrado e della Serbia, "dei nostri secoli di cultura cristiana e della dignità della nostra famiglia come cellula fondamentale della razza umana". "Scrivo a tutti voi in nome della Chiesa ortodossa serba – aggiungeva - e dei suoi fedeli: le autorità devono provvedere immediatamente a far cessare lo scandalo".

Irinej non si riferiva, però, ai casi di pedofilia che - resi noti a partire dall'estate del 2012 - cominciavano a impensierire l'opinione pubblica. Al contrario, le sue invettive si volgevano scandalizzate contro il gay pride di Belgrado. Difficile ipotizzare che Irinej ignorasse quelle notizie che - nonostante tutti i tentativi di insabbiamento avvenuti - avrebbero avuto nei mesi successivi una portata tale da scuotere l'intera struttura ecclesiastica in Serbia e Bosnia Erzegovina. Monaci, seminaristi e religiosi, di fronte a un'apposita commissione guidata dal vescovo di Nikšić, Joanikije, cominciavano a rivelare gli abusi sessuali perpetrati dal vescovo di Tuzla e Zvornik, Ljubomir Kačavenda. Abusi che sarebbero durati per decenni.

"Kačavenda mi chiedeva di fornirgli bambini di dieci anni"
Il primo a parlare di quanto accaduto è stato Bojan Jovanović, un ex pope che aveva prestato servizio proprio nell'episcopato di Kačavenda, prima di allontanarsi, una volta per tutte, dal mondo ecclesiastico.

Il vescovo di Tuzla non è un personaggio secondario nel panorama delle autorità ecclesiastiche ortodosse. In passato era stato colpito da pesanti accuse, mossegli anche per il comportamento tenuto durante la guerra. Ljubomir Kačavenda, nato nel 1938 a Sarajevo, è stato una sorta di padrino spirituale di Ratko Mladić e Radovan Karadžić. Lo si può vedere in numerosi video , alla caduta di Srebrenica, mentre auspica la pulizia etnica del territorio conquistato dalle milizie serbe. La sua figura non è uscita esattamente immacolata dagli anni del conflitto: nel 2009, l'associazione Žena-Žrtva Rata (Donna-vittima di guerra) aveva raccolto la testimonianza di una ragazza musulmana di Doboj, appena sedicenne, che accusava Kačavenda di averla stuprata dopo averle imposto il battesimo.

Jovanović incontra per la prima volta Kačavenda nel 1998. All'inizio sembra tutto normale, sebbene in poco tempo egli riesca a rendersi conto di quali fossero le frequentazioni e gli affari di questa "cricca di pedofili e del loro capo", come da lui definiti. L'ex religioso ha ammesso in seguito di aver partecipato a festini organizzati dal vescovo, insieme a molti uomini d'affari. In alcuni casi, Kačavenda gli avrebbe chiesto di procurargli nuove vittime, in particolar modo, secondo i verbali degli interrogatori, bambini di dieci anni.

Jovanović, diventato uno dei diaconi al servizio del vescovo, ha dichiarato di essere stato violentato a sua volta a più riprese dopo il suo arrivo a Bijeljina e il suo trasferimento nel monastero di Kaona, in Serbia. "Non sapevo cosa fare", ammetterà nel 2011 Jovanović a Radio Sarajevo. "Da una parte non potevo abbandonare il monastero e tornarmene a casa mia come se niente fosse; dall'altra, non avrei mai potuto rivolgermi alla polizia: nessuno avrebbe mai creduto alle mie accuse".

Le prime denunce concrete di Bojan risalgono a dodici anni fa, quando un giovane seminarista, Milić Blažanović, venne rinvenuto senza vita, in circostanze non chiare, nel monastero di Paprać, dopo aver resistito alle avances di Kačavenda. Quelle prime denunce furono ritrattate quasi subito: "Venni minacciato di morte", ricorda Jovanović. "Mi costrinsero a smentirmi da solo, attraverso una lettera nella quale dichiaravo che le accuse erano frutto soltanto della mia fantasia malata".

Le cose cambiano nel 2010, quando Dejan Nestorović, un famoso spogliarellista serbo, scatta una foto in compagnia di Kačavenda nella sede episcopale a Bijeljina. L'immagine diventa rapidamente pubblica e suscita un enorme scalpore. Nestorović ammette di avere rapporti personali con il vescovo. In cambio del proprio silenzio, il giovane avrebbe poi ottenuto 50 mila euro per frequentare un'università privata a Roma.

L'inchiesta del Sinodo, la partenza di Kačavenda
A quel punto, la situazione diventa propizia per rompere il silenzio, e Bojan ne approfitta. "Incontrai Bojan qualche anno fa", ha dichiarato a Osservatorio Balcani e Caucaso Vuk Bačanović, giornalista del settimanale Dani di Sarajevo, che ormai da due anni cerca di portare avanti l'inchiesta sugli scandali della diocesi di Tuzla e Zvornik. "All'epoca, però, non era ancora pronto a rivelare tutto ciò che sapeva. Poi, negli ultimi due anni, le cose sono cambiate: sempre più persone hanno cominciato a rompere la cappa di omertà attorno ai casi di pedofilia e abusi sessuali che li riguardavano. Anche la famiglia di Blažanović, rimasta in silenzio per più di dieci anni, ha deciso di fare ricorso alla giustizia. E' lo scandalo più grave della storia della Chiesa ortodossa serba, non c'è dubbio. Lo stesso Patriarca Irinej era al corrente dei crimini di Kačavenda, e delle storie che circolavano a proposito della diocesi di Tuzla e Zvornik, tant'è che di solito i preti che vi prestavano servizio non venivano mai trasferiti. Si temeva che gli stessi scandali potessero ripetersi altrove".

Nell'estate 2012 il Sinodo della chiesa ortodossa ha deciso di aprire un'inchiesta ufficiale, affidando gli interrogatori al vescovo Joanikije, di Nikšić. Dani è entrato in possesso dei verbali degli interrogatori e ha cominciato a pubblicarli settimanalmente. "Non è facile fare luce su questa faccenda - ammette Bačanović - quasi tutti i testimoni temono per la loro vita e devono restare nell'anonimato".

Il Sinodo, da parte sua, di fronte a quello che rischiava di diventare un terremoto, ha deciso di correre ai ripari con la più classica delle soluzioni: mettere 'in pensione' Kačavenda, costretto a ritirarsi ufficialmente "per ragioni di salute". Per Jusuf Trbić, giornalista e presidente della comunità culturale bosgnacca Preporod (Rinascita) di Bijeljina, è un segno incoraggiante, anche se è difficile pensare che ci saranno sanzioni più dure di questa. “Per noi bosgnacchi, il vescovo Kačavenda incarna tutto il marciume degli ultimi vent'anni", ha dichiarato alla tedesca Deutsche Welle. "Tutto ciò di orribile che avvenne in questa regione durante la guerra, in un modo o nell'altro, è connesso al suo nome. Ora, finalmente, i suoi comportamenti cominciano a essere noti al pubblico. Anche se – conclude - è inaccettabile pensare che difficilmente pagherà i propri crimini di fronte alla legge".

Il Fatto Quotidiano
20 03 2013

Il vescovo Dante Lafranconi concederà il perdono dal 24 marzo al 7 aprile a quante confesseranno di aver interrotto volontariamente la gravidanza. Il prelato nel febbraio 2012 è stato indagato (e poi prescritto) con l'accusa di aver coperto atti di pedofilia avvenuti negli anni '90

Assolvere dalla scomunica le donne che confessano di aver abortito. Ma solo dal 24 marzo al 7 aprile. La decisione, presa per l’ottavo anno consecutivo, proviene dal vescovo di Cremona, monsignor Dante Lafranconi che ha stabilito di concedere ai sacerdoti della diocesi la possibilità di concedere il perdono religioso alle donne che raccontano nel confessionale di aver abortito. Una decisione con scadenza temporale: due settimane per confessare  e ottenere l’assoluzione.

Il decreto vescovile si apre con un brano dell’Angelus di domenica scorsa di papa Francesco: “… Fratelli e sorelle, il volto di Dio è quello di un padre misericordioso, che sempre ha pazienza. Avete pensato voi alla pazienza di Dio, la pazienza che lui ha con ciascuno di noi? Quella è la sua misericordia. Sempre ha pazienza… ci comprende, ci attende, non si stanca di perdonarci se sappiamo tornare a lui con il cuore contrito”.

“In base al canone 1398 del codice di diritto canonico – ha spiegato la diocesi di Cremona – al peccato di aborto consegue la scomunica che può essere revocata dall’ordinario diocesano o da chi ne ha le facoltà”. Un sacerdote, quindi, in via ordinaria, non può assolvere una persona che ha interrotto volontariamente la gravidanza o che vi ha prestato la sua collaborazione: “E’ obbligato – spiega la diocesi – a indirizzare il penitente a chi ne ha le facoltà o deve domandare l’autorizzazione ad assolvere richiamando successivamente colui che richiede il perdono. Con questo provvedimento temporaneo, invece, ogni sacerdote potrà agire autonomamente”.

“Sono due – si legge ancora sul sito della diocesi – le finalità di questo atto. Anzitutto mantenere ferma la consapevolezza della gravità dell’aborto, in un contesto culturale che non ne riconosce più l’indiscutibile gravità e in una società che da oltre trent’anni ne consente legalmente il ricorso perché si ritiene che possa prevalere il diritto all’autodeterminazione sul diritto alla vita. La Chiesa, con questo atto, non intende così rinunciare al suo compito di maestra, a difesa del fondamentale e primario diritto alla vita di ogni uomo. Dall’altra parte il presule intende favorire un’adeguata conversione e penitenza che, in ragione della gravità dell’atto, esige un cammino più impegnativo”.

Lafranconi è stato dal 1991 al 2001 alla guida della curia di Savona e Noli. Nel febbraio 2012 è stato iscritto nel registro degli indagati dalla Procura di Savona con l’accusa di aver coperto atti di pedofilia e abusi sessuali compiuti, negli anni ’90, da sacerdoti della diocesi ligure poi condannati. Ma trattandosi di fatti accaduti negli anni ’90 il procuratore Francantonio Granero e il sostituto Giovanni Battista Ferro hanno avanzato al gip richiesta di archiviazione per prescrizione degli eventuali reati commessi dal sacerdote della diocesi savonese.

La Repubblica
18 03 2013

Sbarca in Italia il documentario "Mea Maxima Culpa" del premio Oscar Alex Gibney: quattro non udenti di Milwaukee raccontano gli abusi subiti da un sacerdote in un istituto per sordi. Duecento ragazzini violentati, ma il Vaticano non gli impose mai di rinunciare all'abito talare. L'autore: "Volevo denunciare l'omertà dei massimi vertici ecclesiastici"

di CLAUDIA MORGOGLIONE

ROMA - "Nella notte, mentre noi agnelli riposavamo nei dormitori, tu, che eri il lupo, arrivavi. E ogni volta sceglievi la preda. Per questo io, che sono stato uno delle tue vittime, ti odio". Parole dure, forti, intense. Ma anche coraggiose. E liberatorie. Perché a scriverle è stato un uomo non udente di Milwaukee, Wisconsin, in una lettera indirizzata a a padre Lawrence Murphy: sacerdote che per circa 25 anni ha lavorato in un istituto per sordi, e che ha commesso su di lui - e su altri 200 bambini - continui abusi sessuali. Un anatema rivolto dunque al prete pedofilo che ha rovinato la sua infanzia: un violentatore seriale rimasto sempre impunito, malgrado il quarto di secolo trascorso a commettere stupri e molestie; morto alcuni anni fa in un cimitero consacrato, senza mai aver dovuto rinunciare al sacerdozio. Così come accaduto ad altri suoi colleghi di clero che hanno commesso reati: nella vicina Boston, ma anche in Irlanda e qui in Italia.

Una vicenda drammatica, che gronda ingiustizia. E che emerge da un docufilm-shock appena sbarcato nelle sale italiane, grazie alla Feltrinelli Real Cinema (che lo distribuisce anche in dvd): si chiama Mea Maxima Culpa - Silenzio nella casa di Dio, ed è diretto dal regista premio Oscar Alex Gibney. Un'inchiesta dolorosa, documentata, che non fa sconti a nessuno. E che colpisce lo spettatore per almeno due motivi. In primo luogo, per la mole delle testimonianze dirette che è riuscito a mettere insieme: in particolare quelle di quattro ospiti dell'istituto, che da ragazzini subirono con la forza le attenzioni di Murphy. I loro nomi sono Terry Kohut, Gary Smith, Pat Kuehn e Arthur Budzinsky (in originale li doppiano attori famosi, come Ethan Hawke e Chris Cooper). Sono stati loro, fin dalla gioventù, a cercare di fermare il loro carnefice; ad esempio creando dei volantini contro di lui, e distribuendoli nelle chiese. E poi, da adulti, denunciando pubblicamente la vicenda. I loro racconti sono agghiaccianti: rivelano ad esempio la furbizia del prete, che sceglieva i piccoli di cui abusare tra quelli i cui genitori non parlavano il linguaggio dei segni. Come garanzia che quelle pratiche sarebbero rimaste non denunciate, e non punite.

E poi sullo schermo vediamo anche altri personaggi americani che hanno combattuto  contro l'omertà della Chiesa: l'avvocato Jeff Anderson, specialista in class action contro i vertici cattolici; il reverendo Thomas Doyle, prete domenicano ed ex componente dell'ufficio del Nunzio papale a Washington, che ha consacrato la sua vita a stare dalla parte delle vittime; l'ex Arcivescovo di Milwakee che tentò di far processare Murphy, ma che fu fermato dallo scandalo che lo coinvolse personalmente, quello di avere un amante gay (ma adulto e consenziente).
E oltre al caso del Wisconsin, il film torna anche su altri episodi. Come quello, più noto, degli abusi sessuali compiuti da un prete di Boston, John Geoghan, e che fu  coperta dall'arcivescovo della città, Bernard Law. Lo stesso Law non è stato ufficialmente redarguito o punito per i suoi silenzi, ma è stato trasferito in una delle chiese più importanti di Roma, Santa Maria Maggiore. Dove qualche giorno fa - come alcuni giornali hanno riportato - il neoPapa Francesco si è rifiutato di incontrarlo: un modo plateale per mostrare la sua disapprovazione. Ci sono poi riferimenti documentati al caso italiano di Verona, che ha coinvolto come a Milwaukee dei ragazzini di un istituto per non udenti; a quello irlandese, clamoroso, che coinvolse padre Tony Walsh, e portò a un contrasto durissimo tra la Chiesa e il governo del paese; e quello di Marcial Maciel Degollado, fondatore dei Legionari di Cristo, vicinissimo a Giovanni Paolo II, definito "tossicodipendente e molestatore", e che solo dopo la morte di papa Wojtyla Ratzinger "esiliò" (esilio dorato, come sempre accaduto) a Jacksonville, Florida, dove poi è morto. Tra i particolari curiosi, c'è invece la decisione presa alcuni anni fa di trasferire tutti i religiosi colpevoli di abusi in un'isola, una sorta di "isola dei pedofili": fu anche individuata un'isoletta dei Caraibi, vicino Grenada; ma il progetto di deportazione fu in seguito abbandonato.

Ed è qui che veniamo al secondo aspetto del film che colpisce lo spettatore, e che riveste grande interesse: l'atteggiamento del Vaticano. La pellicola ricorda come nel 1991 l'allora cardinale Josef Ratzinger, capo della Congregazione della dottrina della fede, chiese che tutti i casi di abusi verso minori finissero sulla sua scrivania: "Nessuno più di lui sa tutto sulla vicenda", viene ricordato dallo schermo. E anche grazie a testimonianze di giornalisti italiani come Marco Politi (ex vaticanista di Repubblica, ora opinionista del Fatto), l'immagine del papa emerito ne esce in chiaroscuro: avrebbe voluto procedere contro alcuni dei sacerdoti più colpevoli; ma non avrebbe avuto il coraggio o la forza di farlo, per l'atteggiamento contrario di alcuni degli uomini chiave della Curia, da Angelo Sodano a Tarcisio Bertone.

Dell'esistenza di una congiura del silenzio, del resto, è convinto il regista di Mea Maxima culpa, Alex Gibney. "E' cospirazione - dichiara - come dimostra  un documento vaticano scoperto di recente, conosciuto come crimen solicitiationis, secondo cui ogni abuso ecclesiastico che implichi la violazione del segreto della confessione debba essere tenuto segreto all'autorità civile e alle famiglie delle vittime, pena la scomunica". Tutto deve restare nascosto, dunque. Ma visto che la pellicola arriva nei cinema italiani pochi giorni dopo l'elezione del nuovo Papa, la speranza di molti spettatori sarà che Francesco rinnovi la Curia anche su questo punto.

Mahony coprì i pedofili: ora paga il conto

  • Mercoledì, 13 Marzo 2013 09:40 ,
  • Pubblicato in Flash news
Globalist
13 03 2013

Mentre il cardinale americano è in Conclave arriva il maxi-risarcimento di 10 milioni di dollari per le vittime della diocesi di Los Angeles. Per anni tutto finì sotto silenzio.

L'arcidiocesi di Los Angeles pagherà 9,9 milioni di dollari patteggiando quattro casi di abusi su minori commessi dall'ex parroco Michael Baker. Una vicenda spinosa che cresce ancora di interesse in questi giorni di conclave. Documenti diffusi di recente hanno infatti rivelato che Baker incontrò nel 1986 l'allora arcivescovo Roger Mahony, oggi tra i 115 cardinali impegnati in Vaticano per la scelta del Papa, al quale confessò di aver molestato due fratellini per quasi sette anni. Mahony obbligò Baker a sottoporsi a cure psicologiche, ma alla fine lo reintegrò nel suo ruolo, dove tornò a molestare dei ragazzi.

E oggi il Guardian rivela nuovi particolari sulla vicenda. Per due casi chiusi con il patteggiamento il processo si sarebbe dovuto aprire a breve, e il giudice aveva deciso che i legali delle vittime avrebbero potuto anche chiedere danni punitivi. Nel 2007 il prete è stato condannato per gli abusi commessi su un giovane. Due degli ultimi querelanti sono i fratelli di quel ragazzo.

Mahony è andato in pensione come arcivescovo di di Los Angeles nel 2011 e sostituito dall'arcivescovo Jose Gomez, dopo che i documenti riservati della chiesa hanno mostrato come il cardinale ha lavorato dietro le quinte per proteggere le molestie dei preti e insabbiare lo scandalo.

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