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Anche in Europa c'è chi sceglie di non far nascere le femmine

  • Martedì, 17 Dicembre 2013 14:28 ,
  • Pubblicato in LA STAMPA

La Stampa
17 12 2013

In uno studio francese si parla di aborto selettivo delle femmine in Europa orientale, la pratica persisterebbe tra gli immigranti in Inghilterra, in Norvegia in Grecia e in Italia.


Mettere al mondo una figlia femmina anche in Europa può essere considerata una circostanza da evitare. L' edizione francese del magazine Slate ha lanciato un allarme: "La mascolinizzazione dei nascituri toccherà anche la Francia?", richiamando l' attenzione sui dati dell’Istituto nazionale per studi demografici (Ined), che ha pubblicato uno studio in cui si parla della discriminazione sessuale pre natale tra le persone di origine indiana immigrate in Inghilterra e in Norvegia. In Italia lo stesso avverrebbe nella comunità cinese, come tra gli immigrati albanesi, i questo caso al pari della Grecia.

Secondo l' Ined l’aborto selettivo delle femmine non è una pratica comune solo all’Asia, osservando i paesi d’origine di molti flussi immigratori si può osservare come nei tre paesi del Caucaso (Azerbaijan, Armenia, Georgia), lo squilibrio statistico di nascite maschili rispetto a quelle femminili è aumentato nel 1990, dove arriva a superare anche le stime correnti di tutti i valori dell'India.
In Azerbaigian ad esempio si registra lo squilibrio più alto (nascono 117 maschi ogni 100 femmine), che di fatto, che lo porta ad essere il secondo paese al mondo, dopo a Cina, in cui sia presente un così forte squilibrio di genere alla nascita.
In Albania, Kosovo, Montenegro e Macedonia occidentale, i livelli osservati sono inferiori (circa 110-111 nati maschi ogni 100 nascite femminili), ma demografi ritengono che la regolarità dello squilibrio osservata nel corso degli anni testimonia la realtà di pratiche di aborto selettivo.


Geraldine Duthé, che ha condotto lo studio, spiega che la mascolinizzazione selettiva persiste anche nelle comunità di immigrati provenienti dai paesi dove è praticata, nonostante questi siano integrati in un ambiente sociale in cui il concetto della discriminazione pre-natale è praticamente inesistente.
I genitori scelgono di abortire embrioni di femmine, anche se sul fattore sessuale dei loro figli non peserebbe affatto una futura necessità di mano d’opera maschile. La scelta drastica di non far nascere femmine persiste quindi come pratica culturale, pur non sussistendo nel paese d’ immigrazione alcuna delle necessità sia contingenti che politiche che la determinano nei paesi di provenienza.

Morto a 15 anni per troppo lavoro, assemblava gli iPhone

  • Venerdì, 13 Dicembre 2013 08:25 ,
  • Pubblicato in Flash news

fanpage
13 12 13

Ci sono delle storie che quando si leggono sembrano inverosimili. E’ successo (ancora) in Cina, e purtroppo questa volta è capitato ad un ragazzino, con poco più di 15 anni. In una fabbrica della Pegatron, un’azienda che assieme alla Foxconn (a sua volta tristemente famosa per i numerosi suicidi da parte dei dipendenti), assembla e produce parte della componentistica per i dispositivi di Apple. Si tratta della quinta morte sospetta in questa azienda, ed ormai l’ipotesi della coincidenza è assolutamente da scartare.

Si chiamava Shi Zaokun e lavorava nell’azienda da poco più di un mese, grazie ad un’assunzione che sarebbe avvenuta con diverse irregolarità, una su tutte l’età: secondo quanto sostiene China Labor Watch (un’associazione con base negli Stati Uniti, il cui scopo è quello di denunciare gli sfruttamenti sul lavoro in Cina), Shi aveva solo 15 anni, ma nei documenti dell’ospedale dove è stato ricoverato e dove è deceduto, risultava averne 20. L’ovvia ipotesi è che per assumerlo ed evitare tutti i divieti di far lavorare un minorenne, l’azienda abbia falsificato la data di nascita sui documenti, facendolo risultare più grande di cinque anni.

Dall’altra parte invece, i rappresentanti legali di Pegatron sostengono a voce alta che sarebbe stato il ragazzo ad aumentare la sua età pur di farsi assumere, presentando tutta una serie di documentazioni false, in modo da ottenere un posto di lavoro che l’avrebbe costretto a lavorare fino a 12 ore senza fermarsi un attimo.

Pegatron ha ovviamente negato con forza qualsiasi collegamento tra il lavoro e le morti dei suoi dipendenti, e la stessa Apple dopo aver inviato sul posto un team di medici esperti a valutare le condizioni di lavoro, ha ufficialmente dichiarato di non aver riscontrato nulla di anomalo.

China Lavor Watch ha chiesto di poter effettuare l’autopsia per riuscire ad individuare le cause della morte del ragazzo, processo ospedaliero che costerebbe circa 1500 euro, cifra che la famiglia non riuscirebbe a coprire minimamente. Per questo motivo, l’associazione ha dato il via ad una raccolta fondi per raggiungere la somma necessaria.

Quella di Shi è solo una delle tante storie di sfruttamento in Cina: secondo le ultime stime ufficiali, sono circa 600 mila le morti all’anno per il troppo lavoro. Numeri assurdi, che rappresentano una realtà davvero disumana, finanziata per lo più dall'implacabile consumismo dei paesi occidentali.

Prato e Dhaka, Mandela e Sartori

  • Lunedì, 09 Dicembre 2013 13:30 ,
  • Pubblicato in La Rivista
Stefania Ragusa, Corriere delle migrazioni
9 dicembre 2013

Questa settimana dedichiamo molti articoli ai fatti di Prato. A cominciare dall'apertura: Fabio Bracci, sociologo e pratese, ci spiega come e perché la cosiddetta cinesizzazione del lavoro non possa essere considerata un'invenzione dei cinesi. Gli dà manforte Francesco Della Puppa, con un articolo in cui mostra molto bene, a partire dal cosiddetto modello Benetton, la fenomenologia della produzione post fordista.
Queste, le tre semplici richieste di Liu Xia, moglie del premio Nobel per la Pace Liu Xiaobo, imprigionata in casa sua senza nessuna motivazione ufficiale da ormai tre anni - da quando, cioè, il marito ha ricevuto il Nobel. ...
Annamaria Rivera, MicroMega
4 dicembre 2013

Niente di edificante c'è in questa cupa tragedia. Niente che possa permetterci di dire "eppure…". Eppure si ribellano, per esempio, come potemmo dire degli schiavi di Rosarno a gennaio del 2010.

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