Luigi e Vincenzo

  • Giovedì, 16 Luglio 2015 10:31 ,
  • Pubblicato in Flash news

Circolo Mario Mieli
16 07 2015

Luigi e Vincenzo è uno dei più bei cortometraggi a tematica gay che io abbia mai visto.

In Italia essere gay e voler vivere liberamente senza nascondersi non è facile, spesso però mi chiedo quanto sia stato difficile 20, 30 o 40 anni fa.

Tante cose sono cambiate e questo deve solo spronarci a fare di più per renderci e rendere alla prossime generazioni la vita meno dura.

Cinecittà Film Festival

Cinecittà Film Festival
9-12 luglio dalle ore 11.00
Parco degli Acquedotti
Roma

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l'Espresso
25 06 2015

«Nudi sì, ma contro la Dc. Nudi sì, ma contro la Dc!». Decine di migliaia di persone in piazza, un caos di corpi e bandiere, proteste, grida e striscioni. In mezzo alla folla ammassata sfilano ragazzi e ragazze completamente svestiti, allo slogan, appunto, di «Nudi sì, ma contro la Dc». È una delle immagini d'archivio forse più straordinarie raccolte dal regista Carmine Amoroso per “Porn to be free”, un documentario sulla controcultura pornografica degli anni '70.

Respinto da tutti i produttori italiani a cui si è rivolto, Amoroso ha deciso di pubblicare online il trailer del lavoro cercando sul Web, fra le persone, i finanziamenti necessari a completare l'opera. «Ci stiamo lavorando da tre anni», racconta a “l'Espresso”: «Non pensavamo di trovarci di fronte un sistema cinematografico così bigotto e pudico. Ci hanno quasi riso in faccia, quando abbiamo proposto il soggetto. Evidentemente la parola “porno” dà ancora fastidio. E non c'è più nemmeno la voglia di scandalizzare che ha permesso tante aperture in passato».

Porno. Orgiastico, radicale, ma soprattutto politico: è la pornografia che vuole raccontare Amoroso, mettendo insieme i pezzi di un immaginario che negli anni '70 ha saldato le battaglie per la liberazione sessuale alla lotta contro la censura. Scene hot e rivendicazioni politiche si intrecciano, nei film hard coi pantaloni a zampa come nei mega raduni pubblici di hippie presi dall'amarsi promiscuamente per spezzare le tradizioni sociali. Cicciolina e Moana diventano le paladine di un sogno collettivo che dà libero spazio all'erotismo e al sesso.

«Il documentario è la testimonianza di una rivoluzione persa», riflette il regista: «Di un mondo scomparso». Da una parte, infatti, la battaglia politica è stata sublimata dalla commercializzazione sfrenata, fino a YouPorn dal cellulare. Dall'altra parte la morale pubblica si è irrigidita, rinchiusa, dando spazio a un nuovo, ben piantato, bigottismo. «In Italia siamo fermi, culturalmente e socialmente», insiste Amoroso: «In Francia i Pacs esistono dagli anni '90: il secolo scorso. Da noi sembrano ancora un miraggio».

Nel lavoro di tre anni sul documentario, il regista ha potuto raccogliere tre “ultime interviste” di personaggi-chiave di quella stagione che sono mancati poco dopo. C'è Lasse Braun, «un mito della rivoluzione sessuale», dice Amoroso: «che fece promulgare nel 1969 la prima legge contro la censura in Danimarca». C'è l'ultima testimonianza di Judith Malina, fondatrice del Living Theatre, «che abbiamo incontrato in una casa di riposo del New Jersey», racconta il regista.

E poi, soprattutto, Riccardo Schicchi, il “re dell'hard italiano”, l'inventore di Cicciolina, Moana Pozzi ed Eva Henger, morto a dicembre del 2012. «Il termine pornostar non esisteva nemmeno prima di lui», racconta Amoroso: «Portò le porno-dive in Tv, lottando contro il costume dell'epoca». Schicchi, l'uomo però anche condannato per sfruttamento della prostituzione. «Non voglio entrare nella vicenda giudiziaria di Schicchi», risponde Amoroso: «Dico solo che lui fu attaccato in ogni modo per la sua attività. E quando ho avuto la possibilità di conoscerlo, per quell'intervista, mi sono trovato davanti un uomo colto e intelligente. Penso che il dialogo che abbiamo portato nel documentario si rivelerà anche per il pubblico molto toccante».

Per la pornografia underground sembra un momento di rinascita, questo, in Italia. Ci sono le Ragazze del porno , che stanno provando a raccontare il sesso hard da un punto di vista femminile . E poi questo documentario che glorifica l'epoca d'oro delle star sexy e delle orgie pubbliche e politiche. «Penso sia importante ricordare adesso quella stagione, perché in questo momento la libertà d'espressione conquistata in Occidente è sotto attacco», conclude Amoroso: «Penso a Charlie Hebdo e alle forze conservatrici che vorrebbero tacere alcuni dei linguaggi della nostra democrazia. Dobbiamo ricordare che la pornografia in molti paesi è ancora un reato. In Cina, per esempio, si rischia la pena di morte».

Ma non è solo la minaccia esterna a rinvigorire la censura anche della pornografia: «C'è anche la debolezza del discorso culturale italiano. Il porno vive ancora in un paradosso per cui è visto da tutti ma ugualmente negato, escluso dalla discussione. Mentre è importante come tante altre espressioni della contemporaneità».

Francesca Sironi

There is no country called Palestine

  • Mercoledì, 10 Giugno 2015 08:09 ,
  • Pubblicato in Flash news

Lavoro culturale
10 06 2015

Il festival del cinema arabo contemporaneo Yalla Shebab, che si terrà a Lecce dal 12 al 15 giugno, è dedicato al cinema e alla cultura palestinese.


Perché in Italia c’è ancora bisogno di ricordare che la cultura palestinese non solo resiste, ma vive, e ha molto da far vedere al mondo in termini di produzioni filmiche, letterarie e artistiche di altissimo livello.
There is no country called Palestine: è stata più o meno questa la motivazione che ha dato l’Academy Awards nel 2003 nel rifiutare la candidatura agli Oscar di Divine Intervention, film dell’eclettico regista palestinese Elia Suleiman. Qualcosa però dev’essere cambiato se, a qualche anno di distanza, Paradise Now e Omar, entrambi firmati dal palestinese Hany Abu Assad, hanno concorso per l’assegnazione dell’Oscar. Tuttavia rimane ancora evidente come la mancanza di riconoscimento internazionale della Palestina generi un cortocircuito per cui, al di là delle rilevanti e pesanti conseguenze politiche, anche l’immagine culturale ne viene indebolita e offuscata.

La comunità palestinese, dalla fine del protettorato britannico e la nascita dello stato di Israele nel 1948, si è dovuta confrontare con le offensive politiche israeliane che, oltre a praticare l’espropriazione del territorio, hanno anche lavorato in direzione di una negazione, distruzione e cancellazione dell’identità e della memoria palestinese, che ne è rimasta schiacciata, nascosta e marginalizzata. Nel 1969, l’allora primo ministro Golda Meier affermava senza remore che «There were no such things as Palestinians. They did not exist». Al di là del contesto storico in cui questa frase è stata pronunciata, è ancora purtroppo una citazione che continua ad essere simbolica dell’atteggiamento del governo israeliano e di una certa comunità politica internazionale nei confronti dei palestinesi.

Si è detto in passato che i palestinesi non esistevano, ora che non è più questo il terreno di battaglia essi continuano tuttavia a non essere riconosciuti, e se pure qualche istituzione internazionale muove dei passi per accettare e promuovere il loro riconoscimento, continua a non essere chiaro, o forse drammaticamente troppo chiaro, qual è il loro territorio. La geografia dell’occupazione ci parla di una terra, quella della cosiddetta Palestina storica, sempre più erosa, rimpicciolita e balcanizzata, con una popolazione di conseguenza sempre più frammentaria e frammentata, che dal 1948 ad oggi è soggetta ad una dispersione costante, dentro e fuori i confini della regione araba.

Sembra doveroso allora chiedersi ancora una volta: cos’è la Palestina, e dov’è la Palestina? Non solo geograficamente infatti, ma anche politicamente sembra sempre meno identificabile, tesa verso nessuna direzione, imbrigliata in una rete di rapporti di potere che la confinano in una sorta di immobilismo che negli anni non ha causato nulla se non la degenerazione della situazione politica interna. Non solo: al di là dei picchi di attenzione mediatica che purtroppo la Palestina guadagna ad intervalli periodici, tristemente contraddistinti dalla violenza degli attacchi israeliani su Gaza, sui principali media mainstream internazionali le voci della società civile palestinese faticano ad uscir fuori.

Interrompere questo processo di oblio e disinformazione culturale è allora una pratica che ci deve vedere tutti impegnati in quella che potremmo chiamare una “decolonizzazione della storia e della narrazione della Palestina”. Una decolonizzazione che riparta sì da una rilettura della storia, ma soprattutto delle storie dei palestinesi, rimettendo al centro le loro istanze politiche e culturali.

Film come Suspended Time, una raccolta di cortometraggi di nove film-maker e artisti palestinesi che riflettono sulle conseguenze degli Accordi di Oslo del 1993 sulle vite dei palestinesi e il loro dover interagire con spazi sempre più confinati, non solo fisicamente ma anche mentalmente, o esperimenti come il recente The Wanted 18, film di animazione che, attraverso un intelligente e ironico mix con disegni e interviste, ricostruisce la storia, tristemente vera, della caccia dell’esercito israeliano alle 18 mucche del villaggio palestinese di Beit Sahour, la cui produzione autonoma di latte venne dichiarata “minaccia alla sicurezza nazionale di Israele”, testimoniano come, nonostante la stratificata e paradigmatica operazione di isolamento alla quale i palestinesi sono sottoposti, la soggettività palestinese esiste e resiste.

I palestinesi continuano a confrontarsi con l’occupazione coloniale e con l’esperienza dell’esilio in molti modi, ricostruendo società, creando visibilità, mobilitando movimenti globali, ma soprattutto proponendo una narrazione di sé e della propria storia che parte dall’interno, e che attraverso diversi linguaggi e multiple prospettive, prova a ribaltare la condizione di marginalizzazione e subalternità.

Nel 1984 il famoso saggista e intellettuale palestinese Edward W. Said scrisse a proposito della sua comunità che, tra tutti i diritti che le erano stati sottratti, uno estremamente importante era il permission to narrate, il diritto di auto-narrarsi. Questo diritto al racconto, inteso come pratica che è contemporaneamente culturale e politica, si sta trasformando negli ultimi anni e manifestando come una delle missioni più importanti che la comunità sta portando avanti: una forma di resistenza attraverso la cultura, che con il suo potenziale trasformativo cerca di combattere l’oblio storico e di creare allo stesso tempo un nuovo punto di partenza per l’immaginazione di un nuovo futuro e di nuovi scenari creativi, etici e politici.

È in quest’ottica che si inserisce l’idea di dedicare alla Palestina la quarta edizione dello Yalla Shebab Film Festival, il festival italiano dedicato al cinema arabo contemporaneo che si svolgerà a Lecce dal 12 al 15 giugno. Dalla mostra fotografica tratta dal libro di testi e immagini KEEP YOUR EYE ON THE WALL. Palestinian Landscapes, in cui sette fotografi – sei palestinesi e un tedesco – si sono interrogati, e hanno interrogato a loro volta, il muro di separazione israeliano in Cisgiordania, ai lungometraggi e cortometraggi più premiati nei festival cinematografici internazionali, dalla letteratura palestinese senza dimenticare l’attualità, l’edizione “palestinese” di Yalla Shebab intende essere un tributo alla vivacissima produzione culturale made in Palestine. Ma vuole anche far conoscere punti di vista, sguardi e voci, forse poco noti al pubblico italiano, che aiutino a ripensare la Palestina, restituendole l’attenzione e la riflessione che merita e reclama.


Yalla Shebab Film Festival, speciale Palestina//Visioni oltre il muro si svolgerà dal 12 al 15 giugno ai Cineporti di Puglia/Lecce e Manifatture Knos, in via di Vecchia Frigole 36 (Lecce). Tutte le proiezioni e gli eventi sono gratuiti.

21 anni senza Massimo Troisi

Corriere della Sera
04 06 2015

Il 4 giugno 1994, a quarantuno anni, muore a Roma Massimo Troisi per un fatale attacco cardiaco, conseguente a febbri reumatiche di cui soffriva sin dall’età di dodici anni.

E’ stato un attore, regista e sceneggiatore italiano, ricordato soprattutto per essere stato l’esponente della nuova comicità napoletana (portata alla ribalta dal gruppo teatrale La Smorfia nella seconda metà degli anni settanta), assieme a Lello Arena ed Enzo Decaro.

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