La pace in Uganda comincia dalle donne

  • Mercoledì, 01 Aprile 2015 13:44 ,
  • Pubblicato in IL MANIFESTO

Il Manifesto
01 04 2015

­siamo spe­gnere il fuoco con la ben­zina?» chiede Ange­lina pro­vo­ca­to­ria­mente verso la fine di Kevin, il docu­men­ta­rio che rac­conta l’impegno politico-sociale di una gio­vane gior­na­li­sta nel pro­prio paese, l’Uganda. Elisa Mere­ghetti e Marco Mensa, i due autori del film auto­pro­dotto che fa parte della ras­se­gna Doc in tour orga­niz­zata dalla D.E-R (Docu­men­ta­ri­sti dell’Emilia-Romagna) e le cui pros­sime tappe sono il cinema Rose­bud a Reg­gio Emi­lia (1° aprile) e la sala Truf­faut a Modena (9 aprile) per pro­se­guire fino al 12 mag­gio in diverse loca­lità della regione, affer­mano che il loro focus era pro­prio sulla «gio­vane gene­ra­zione delle donne afri­cane che si impe­gna in prima per­sona a costruire nuovi scenari».

Di qui la scelta di rac­con­tare la vita di Kevin Doris Ejon, 29 anni, nota per essere tra i pochi repor­ter che hanno incon­trato e inter­vi­stato Joseph Kony, il lea­der delle mili­zie ribelli della Lord’s Resi­stance Army, che negli ultimi 25 anni ha semi­nato la morte nel Nord Uganda.
Dicono i regi­sti: «In un momento in cui guerre, vio­lenze e fana­ti­smi pre­val­gono su ogni logica e le solu­zioni poli­ti­che sem­brano sem­pre più ina­de­guate, abbiamo voluto valo­riz­zare il ruolo delle donne e dell’informazione nella costru­zione di un pro­cesso di pace». Il film si apre con foto in bianco e nero, scat­tate dalla stessa Kevin, che danno un’idea di ciò che è acca­duto men­tre la voce off ci dice in poche parole della guerra civile tra l’esercito nazio­nale e la mili­zia ribelle che, ini­ziata nel lon­tano 1986, ha ucciso decine di migliaia di per­sone, spinto alla fuga oltre due milioni, orga­niz­zato rapi­menti di massa tra bam­bini e gio­vani fan­ciulle rese schiave. Ben­ché quel con­flitto sia finito le ferite lasciate alla popo­la­zione creano ancora tanto dolore. Joseph Kony, ricer­cato dalla Corte penale inter­na­zio­nale, e i suoi seguaci sono scap­pati, i rapi­menti con­ti­nuano altrove.

Mere­ghetti e Mensa seguono con mano (e occhio) deli­cato i passi di Kevin che oggi vive a Kam­pala, la capi­tale, e lavora alla radio indi­pen­dente Lira. Sta pre­pa­rando un repor­tage sulle donne che a quel tempo erano tra le stu­den­tesse rapite al Saint Mary’s Col­lege di Aboke, cit­ta­dina vicino a dove lei è cre­sciuta. «Erano 139, molte sono rima­ste nella fore­sta per dieci e più anni, altre sono morte in com­bat­ti­mento o per malat­tia, altre ancora sono riu­scite a scap­pare» rac­conta Kevin prima di dare la parola a Betty, una di loro, che pre­senta così: «Tor­nata al vil­lag­gio, la comu­nità non l’ha ancora accet­tata. Vive sola, con un bimbo pic­colo, quando tro­verà pace?».

Que­sta domanda, sot­to­ti­tolo del film — La mia gente tro­verà mai la pace? — è il leit­mo­tiv che guida la ricerca di Kevin. A cui fanno da con­trap­punto le imma­gini della natura, a volte silenti, a volte sot­to­li­neate solo dai suoni dell’ambiente, che via via si fanno meta­fore delle emo­zioni, del vis­suto, del cor­to­cir­cuito tra corpo e parola, tra ragio­nare e sen­tire.
Nelle due inter­vi­ste prin­ci­pali ad esem­pio, con le già citate Betty e con Ange­lina, la mamma anziana di una delle rapite, si per­ce­pi­sce gra­zie a pic­coli movi­menti della mano, messi in primo piano nel mon­tag­gio, il disa­gio, quell’urlo dolente che giace lì, sulla pelle, acca­rez­zata dol­ce­mente, e che rimane muto per­ché, anche se fosse gri­dato ad alta voce, non ver­rebbe ascol­tato. Quel tipo di vio­lenza che non sop­porta nes­suna imma­gine ci arriva dritto come un pugno pro­prio da quelle dita che sfio­rano il brac­cio, da due mani che cer­cano ripe­tu­ta­mente di lavare un capo bianco in una vaschetta d’acqua o dai lampi che si sca­te­nano in un cielo oscuro quasi acce­can­doci nel loro apparire.

Che fare per por­tare sol­lievo? «L’unica pos­si­bi­lità è capire che siamo tutti vit­time e che insieme pos­siamo risol­vere qual­cosa» com­menta Kevin. E la pro­po­sta più radi­cale arriva da una delle vit­time, Ange­lina: «Ci vor­rebbe una com­mis­sione nazio­nale per la verità e la ricon­ci­lia­zione per com­piere un pro­cesso che coin­volge tutti. Siamo essere umani e la sto­ria dell’Uganda è chiara, abbiamo vis­suto rivolte, distru­zioni, omi­cidi, muti­la­zioni. In Suda­frica ci sono riu­sciti. Il con­flitto è vec­chio come l’umanità, il pro­cesso di per­dono e ricon­ci­lia­zione dovrebbe essere costante, quotidiano».

Vergine Giurata

Lunedì 30 marzo, ore 18.30
Casa internazionale delle donne
Via delle Lungara, 19 - Roma

Monica Pepe
dialoga con
Laura Bispuri e Francesca Maneri

Fuori campo: la realtà rom sfida il pregiudizio

  • Martedì, 03 Marzo 2015 09:38 ,
  • Pubblicato in Flash news

Communianet
03 03 2015

Fuori Campo è il titolo del documentario di Sergio Panariello, proiettato in anteprima il 30 gennaio 2015 a Roma, che segue la vita dei rom che non hanno mai vissuto nei campi o ne sono usciti. Un intreccio di storie che si disvelano fra Bolzano, Rovigo, Firenze e Cosenza, tracciando l'affresco di una realtà composita e per nulla ascrivibile nei pregiudizi comuni.

Si stima che siano 200.000 i rom residenti in Italia dei quali 40.000 vivrebbero nel disagio delle baracche. La forza dei numeri suggerisce immediatamente un forte squilibrio fra la realtà e il pregiudizio: la stragrande maggioranza vive nelle case, eppure l'immaginario comune è segnato in modo preponderante dall'idea dei rom come di una popolazione ancora nomade, avvezza alla criminalità e abituata alle abitazioni di fortuna. La realtà dei campi si impone con la sua sgradita evidenza e la parola rom è associata frequentemente al campo nomadi, o ai “villaggi attrezzati”, come vengono definiti nei documenti delle amministrazioni.
Lo stesso Panariello ammette che la sua visione è cambiata proprio lavorando al documentario e che quando ha deciso di prendere parte al progetto la sua idea dei rom era associata al nomadismo e alla realtà dei campi. In giro per l'Italia con le cooperative Compare e Osservazione è potuto entrare nelle case dei rom che gli hanno aperto la porta. Da lì, una consapevolezza nuova.

Ne è nato Fuori Campo, nelle sue sfumature molteplici: un documentario che vede protagonisti i rom che vivono fuori dai campi, ma anche fuori dal campo visivo. Un aspetto tanto normale delle vite dei rom quanto sconosciuto, e che per la prima volta si racconta nelle sequenze di Panariello, nelle quali si mostrano le vite di Sead, Luigi, Kjianija e Leonardo. Il regista le racconta e le scopre nel medesimo istante, come un occhio che pian piano si abitua a una condizione di luce nuova. Indugia molto nelle inquadrature d'insieme, quasi volesse dare allo spettatore tutte le coordinate per contestualizzare ciò sta per vedere: siamo sulle strade, sugli autobus, nelle case, sui campetti di calcio di quattro medie città italiane. Lo spettatore sale in macchina insieme ai protagonisti e li accompagna nei loro tragitti quotidiani, in un percorso che sembra un'introduzione prudente. Sale l'attesa. Ci si attende una visione fuori dall'ordinario e invece entriamo nelle situazioni tipiche delle vita quotidiana che si offrono generosamente allo sguardo.

Kijania è seduta a un tavolo sul suo terrazzo e scorre gli annunci di case. Per l'affitto nessun problema: vi provvederà il Comune finché non sarà in grado di pagarlo da sola. Si tratta di un modello di welfare e assistenza alternativo a quello che troviamo in moltissime città italiane perché rifiutato, nella maggior parte dei casi dalle amministrazioni locali. E questo rifiuto non è motivato da una corretta ponderazione dei costi e dei benefici.
Il rapporto dal titolo esplicativo Segregare costa, realizzato dalle cooperative e associazioni Berenice, Lunaria, Compare e Osservazione, che aveva analizzato il tipo di investimento che i comuni di Napoli, Roma e Milano avevano fatto, tra il 2005 e il 2011, per la gestione del sistema dei campi nomadi, ha dimostrato come la gestione dei campi nomadi sia onerosa per le casse pubbliche: la cifra complessiva era stimata in almeno cento milioni di euro. Un ingente investimento da parte delle istituzioni, che non offre alcuna soluzione ma alimenta il disagio sociale: perché laddove c'è indigenza e povertà, il problema di tutti, non so di chi vive quella condizione. Lo dimostrano i numerosi provvedimenti di allontanamento progressivo dei campi rom dai centri delle città, spostati in zone sempre più isolate e periferiche. Disagio che si somma ad altri disagi, ma che può sempre tornare utile in campagna elettorale.

La politica dei campi ha preso piede fra gli anni Settanta e Ottanta, quando comparvero i primi provvedimenti locali che assegnavo agli immigrati dall'est Europa dei terreni sui quali rendere stabili baracche e roulotte. Queste autorizzazioni facevano leva sullo stereotipo dello zingaro nomade e la loro concessione era edulcorata da presunte motivazioni di salvaguardia dell'identità culturale dei rom. Tali strumenti si trasformarono presto in potenti mezzi di controllo sociale: gli accampamenti spontanei venivano prontamente sgomberati e la vita negli accampamenti era stabilizzata tramite la creazione di “villaggi attrezzati” sempre più grandi, ospitanti un numero sempre maggiore di abitanti. Una politica di segregazione e ghettizzazione non solo dal punto di vista abitativo, ma anche sociale e culturale.
«Il campo nomadi è specchio dell'Italia di oggi», afferma Caterina Miele, «un Paese in cui si rafforzano i sistemi di repressione, l'istituzionalizzazione della deportabilità di alcuni gruppi sociali, la sovrapposizione tra meccanismi disciplinari, securitari e assistenziali, la complicità fra politica, sistema giudiziario e forze di polizia».
Il fine da perseguire è «essere più democratici di loro», afferma nel film uno dei protagonisi, Luigi Bevilacqua, che spiega anche come a Cosenza esista un villaggio fatto di mattoni e case vere, realizzate dal Comune e assegnate ai rom cosentini. «Un ghetto», come lo definisce lui stesso ripetutamente, destinato a emarginare e a isolare la popolazione: le case sono state assegnate con una graduatoria speciale, destinata solo a rom italiani. Italiani, ma con un cognome che li qualifica come rom. Una popolazione che vive in Calabria dal 1300 e che oggi è divisa fra campi attrezzati e un ghetto di case popolari, distante e isolato dalla città anche fisicamente.
Un modello, quello del ghetto in muratura, che non solo non si mette in discussione, ma che si sta pensando di replicare con un progetto “villaggio rom a Scampia”, che ha avuto la definitiva approvazione nel maggio 2014, dopo anni in cui lungaggini burocratiche, cavilli legali e finte aperture verso le proposte delle associazioni che operano nel settore.
Antonio Ardolino di Osservazione ritiene che l'unica strada possibile sia «chiudere i campi etnici, investire in scuole, servizi sociali e diritti di cittadinanza». E investire, anche, in quelle azioni che possano contribuire a modificare il senso comune rispetto ai rom, per creare nella società la base di una convivenza possibile all'insegna anche di contaminazione culturale reciproca che è l'elemento caratterizzante della storia di Leonardo a Firenze.

La storia di Sead, che è arrivato dal Kosovo e ha vissuto in un campo nomadi durante l'infanzia, trascorsa a Napoli. Oggi Sead vive a Rovigo è il delegato sindacale nella fabbrica dove lavora come operaio. Ha cinque figli e il mutuo della casa ed è legato a doppio filo al mantenimento del posto di lavoro: se venisse a mancare, non sarebbe solo un problema di soldi. Sead è la voce dei lavoratori nella fabbrica, il suo ruolo è il corollario di una vita faticosa in cui ha cercato di costruirsi credibilità e rispetto, fuori dai pregiudizi. Oggi è un uomo che non vede l'ora di poter dire di essere rom e si lascia accarezzare dallo stupore che leggi sui volti degli interlocutori. Ci si dovrebbe forse stupire che si possa vivere nei campi in condizioni disagiate, piuttosto che di un uomo, rom, che lavora e che affronta ogni giorni i problemi di tutti, personali e collettivi. La vita può cambiare, ma è più facile se si procede con progetti individualizzati di inserimento socio-abitativo. «In molte città italiane progetti di questo tipo hanno mostrato, oltre alla fattibilità e la riduzione di spesa rispetto ai mega-villaggi, che molte delle persone coinvolte riescono nei percorsi scolastici e lavorativi molto più velocemente di chi nei campi ci rimane», spiega Ardolino.

Occorre rovesciare il senso comune sui rom, ma anche dimostrare, con esperienze esemplari, agli stessi rom che una vita diversa è possibile.

Burkina Faso: cinema africano nell'era digitale, riecco Fespaco

  • Giovedì, 26 Febbraio 2015 11:50 ,
  • Pubblicato in Flash news

Atlas 
26 02 2015

La 24° edizione del più noto festival africano del cinema e della televisione, il Fespaco di Ouagadougou, apre i battenti tra due giorni, dal 28 febbraio al 7 marzo.

Ben 133 opere, di cui 19 lungometraggi saranno in gara per questa edizione, che ha scelto come tema: “Cinema africano: produzione e diffusione nell’era del digitale”.

Per la prima volta la competizione è aperta alla diaspora e alle produzioni con tecnologia digitale.

Per lo stallone d’oro, massima ricompensa, è favorito il film Timbuktu del mauritano Abderramane Sissoko, che ha già raccolto molti apprezzamenti da giurie internazionali.

Celine Camoin

Off - Festival del cinema chiuso

Oggi
(giovedì 19 febbraio) si sarebbe dovuta tenere la commissione congiunta urbanistica-cultura sul bando-vergogna sui cinema dismessi.
Un bando che prevede, fra le altre cose, la possibilità di conversione totale delle sale ad uso commerciale e residenziale e le cui conseguenze abbiamo iniziato a denunciare appena presentato.

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