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Cinecittà, occupata l'ex mediateca Rossellini

  • Giovedì, 05 Febbraio 2015 13:57 ,
  • Pubblicato in DINAMO PRESS
Cinecittà Bene Comune, Dinamo Press
5 febbraio 2015

La struttura è in disuso e in stato di abbandono, la rete territoriale Cinecittà Bene Comune chiede l'immediata riapertura di un servizio fondamentale per il nostro territorio. Nei mesi precedenti l’amministrazione comunale ha annunciato un piano di spending review che ha portato le risorse di bilancio delle Biblioteche di Roma,

“Asmat – Nomi”: un corto per non dimenticare

  • Mercoledì, 04 Febbraio 2015 15:00 ,
  • Pubblicato in Flash news

Cronache di ordinario razzismo
04 02 2015

“Asmat – Nomi”: è questo il titolo del cortometraggio realizzato dal regista Dagmawi Yimer per il Comitato 3 Ottobre, in collaborazione con l’Archivio delle memorie migranti e la campagna “Verità e giustizia per i nuovi desaparecidos”. Un video per ricordare le vittime della strage avvenuta il 3 ottobre 2013 al largo delle coste di Lampedusa, per costringere le istituzioni e la società civile “a nominarli uno per uno, affinché ci si renda conto di quanti nomi sono stati separati dal corpo, in un solo giorno, nel Mediterraneo”, come afferma il regista.

La strage del 3 ottobre è stata purtroppo preceduta e seguita da altri naufragi, da altre vittime. Troppe sono le persone che hanno perso la vita provando a raggiungere l’Europa. Vittime di quella che “non è un’emergenza, ma un fenomeno prevedibile e prevenibile”, come sottolinea il Comitato, che sollecita l’istituzione di una Giornata della memoria e dell’accoglienza. Proprio su questo punto è stata presentata l’anno scorso una proposta di legge, avviando nel contempo una petizione online su change.org. Il testo della proposta di legge, presentata alla Camera dei Deputati e avente come primi firmatari i parlamentari Paolo Beni, Khalid Chaouki e Ermete Realacci, è stato licenziato lo scorso 17 dicembre dalla Commissione Affari Costituzionali, che ha emendato l’art. 2; “in particolare – sottolinea il Comitato – la modifica introdotta in Commissione prevede che tutte le istituzioni, locali e nazionali, organizzino iniziative per sensibilizzare i giovani sui temi dell’accoglienza e dell’immigrazione”. Ad oggi, la proposta di legge ha ricevuto il parere favorevole della Commissione Affari Sociali, della Commissione Cultura, scienza e istruzione e della Commissione Bilancio, tesoro e programmazione, e verrà discussa in aula nei prossimi mesi.

Nel frattempo, è necessario tenere alta l’attenzione e non dimenticare quello che è successo, e che continua a succedere nel Mar Mediterraneo: per favorire la più ampia diffusione possibile, promotori e regista hanno reso il cortometraggio visibile gratuitamente in rete, ai seguenti link:

Versione italiana

Versione inglese

Il cortometraggio è stato presentato a Roma lo scorso 27 gennaio, proprio in occasione della Giornata della memoria.

Pinocchio telefono casa

Sì, va bene: 3 Oscar. Certo: King Kong, Alien, naturalmente E.T. Sì, sì, l`America. Sì, lo sapete: Spielberg, Ridley Scott, David Lynch. Tutti gli onori, tutti i premi. Però Carlo Rambaldi da Vigarano Mainarda, quello che voleva davvero, da tutta la vita, era diventare Geppetto. Fin da piccolo e sempre: essere Geppetto, fare Pinocchio.
Concita De Gregorio, La Repubblica ...

Corriere della Sera
21 01 2015

di Roberta Scorranese

Con questa testimonianza continuiamo a parlare delle difficoltà per le donne che cercano di intraprendere una professione di natura artistica. Ne abbiamo già parlato a proposito del libro di Linda Nochlin dal titolo Perché non ci sono state grandi artiste? Ospitiamo la storia di Sara Grimaldi, giovane regista italiana che attualmente lavora all’estero.

Ho girato il mio primo cortometraggio 9 anni fa, quindi si può dire che ormai è quasi un decennio che faccio la regista. Ma dacché mi ricordo, sono nata con questo mestiere nella carne. Da bambina mettevo in piedi dei veri e propri spettacoli teatrali, a scuola o con i miei amichetti. Ogni attimo della mia vita può essere raccontato da un film. D’altra parte uno dei primi ricordi è proprio un film “Il paradiso può attendere”, mentre lo trasmettevano alla televisione e lo guardavo sul divano con mia madre.

A 17 anni ho capito che quello, solo quello era il lavoro che avrei voluto fare. Col cuore in mano una sera ho detto ai miei genitori che io avrei fatto la regista. Ricordo ancora a scuola i risolini di alcune compagne e alcuni professori, quando l’hanno saputo.

D’altra parte chi mi credevo di essere? Proprio in quel momento ho iniziato a capire, che è vero noi donne abbiamo raggiunto molti traguardi, ma se proviamo a manifestare il desiderio di un lavoro artistico, subito veniamo prese come delle pazze, da guarire. Poco importa se abbiamo del talento, se quel mestiere è l’aria che respiriamo, quello che ci fa battere il cuore e sentire vive.

Rispetto ai miei colleghi uomini ho dovuto faticare il doppio o il triplo per dimostrare che valevo (e ancora oggi questo lavoro nel lavoro continua). Ho incontrato lungo il mio percorso molte persone che hanno cercato di farmi cambiare idea.

Professori o registi molto noti (ne ricordo uno in particolare durante un masterclass per filmmaker in Russia) che mi hanno detto che le donne sono troppo sensibili per fare le registe, persone che mi hanno dato consigli non richiesti del tipo “Ma perché non provi ad immaginare un altro mestiere?” oppure “Secondo me dovresti fare l’insegnante d’italiano”, senza ovviamente chiedersi se per questo o quel lavoro servissero competenze specifiche e senza tenere conto delle mie aspirazioni.

Ancora oggi, c’è chi mi fa notare che dovrei stirare le camicie di mio marito o che visto che ho ormai compiuto trent’anni dovrei mettere la testa a posto o chi ancora mi fa sottintendere che il giorno che avrò un figlio dovrò cambiare mestiere.

So di avere una vita precaria, di avere orari assurdi e di non essere la casalinga perfetta, ma so anche che il mio lavoro fa parte di me e che il mio cervello non è diverso da quello qualunque altro uomo. Non penso che essere una donna faccia di me una persona meno competente, non penso di avere meno talento o capacità introspettiva di molti colleghi uomini.

Sei anni fa ho scelto di vivere all’estero, perché ho capito che in Italia, il mio paese, non avrei potuto realizzare i miei sogni. Non mi pento della scelta, anche se a volte è dura pensare che sono dovuta scappare per fare quello che voglio. Vivo a Parigi, dove il mondo del cinema resta comunque maschilista (purtroppo), ma dove riesco a trovare anche chi mi ascolta e dove le donne riescono a farsi valere. Perché penso che prima di tutto spetti a noi dimostrare che valiamo.

Ho molte amiche artiste, dei veri geni, che in Italia hanno gettato la spugna, rinunciato e cambiato mestiere, dedicandosi a qualcosa di più appropriato. Non è giusto, credo che buttare via il talento in questo modo sia un’ingiustizia fatta al genere umano. Avrebbero avuto tanto da dire e da raccontare. Chissà forse sarei finita anche io così se non avessi incontrato mio marito, fotografo, che per primo difende il mio diritto a fare la regista.

Però mi rendo anche conto della paura ad esporci che spesso noi donne abbiamo. Se vogliamo essere considerate delle artiste, dobbiamo osare, ma senza cercare di mascolinizzarci (come io ho fatto per anni), o al contrario pensare di non avere le capacità per fare le cose che gli uomini fanno.

La scorsa estate un agente americano, mi ha chiesto se scrivessi sceneggiature di film d’azione. L’ho guardato stupita, che domanda strana da fare ad una donna. Ma un momento, perché una donna non dovrebbe poter scrivere una sceneggiatura per un film d’azione?

"San Berillo non è uno zoo piccolo borghese"

  • Venerdì, 02 Gennaio 2015 09:48 ,
  • Pubblicato in L'ESPRESSO

l'Espresso
02 01 2015

Il quartiere di San Berillo, a Catania, è un luogo sospeso nel tempo. Dove la complessa storia sociopolitica della città si annoda alla letteratura e al cinema, imprimendo nell’immaginario collettivo suggestioni e verità piene di contraddizioni. Dalle fascinazioni sensuali di Vitaliano Brancati alla realtà più sofferente di Goliarda Sapienza. Perfetta sintesi delle due anime che abitano le vie dello storico quartiere della città etnea, sventrato alla fine degli anni ’50 a causa di una speculazione immobiliare che ne deportò gli abitanti in periferia, a San Leone, e diventato il quartiere a luci rosse più importante del Mediterraneo. Tra i pochi palazzi fatiscenti rimasti e un degrado sempre più dilagante, rifugio di prostitute e transessuali provenienti da tutta Italia. Fino a quando, nel 2000, un blitz delle forze dell’ordine costrinse nuovamente gli abitanti ad abbandonare le loro abitazioni, lasciando per le strade del quartiere solo pochi fantasmi in calze a rete strappate, affacciati alle portefinestre di case terrane pericolanti.

Fantasmi di ieri e di oggi, esistenze dolenti lasciate ai margini quasi ad espiare chissà quali colpe, sulle cui tracce si è messo il regista catanese Edoardo Morabito con il documentario “I fantasmi di San Berillo”, girato insieme ad Irma Vecchio e vincitore nel 2013 della sezione Italiana.doc al Torino Film Festival.

È stato proprio Morabito, nei giorni scorsi, a segnalare su Facebook con «sconcerto, tristezza e sgomento» la nascita di una nuova iniziativa nel cuore di San Berillo, ad opera di un’associazione locale, la PanVision, che “per offrire un’opportunità di riscatto e di lavoro in ambito turistico-culturale ai travestiti ed alle ex prostitute del quartiere che vogliono cambiare vita” – è quanto si legge sul sito promozionale – organizza il “Catania Segreta Tour”. Ovvero un giro guidato all’interno del “Borgo delle Belle”, comprensivo di incontri culturali con i trans storici e alcune ex prostitute del quartiere, previo tesseramento obbligatorio all’associazione e versamento di un contributo di 10 euro a persona, necessario per prenotare la visita.

«Questa operazione rappresenta un’idea malsana e non disinteressata di riqualificazione del quartiere – ci spiega Edoardo Morabito, mentre ci accompagna nei meandri del quartiere – e si basa su una spettacolarizzazione della vita di esseri umani che, in questo caso, vengono sfruttati come merce di scambio per capitalizzare fini pseudo artistici o, peggio, sociali, trattati come personaggi folkloristici e disumanizzati come fossero animali di uno zoo piccolo-borghese in cui bisogna pagare il biglietto per entrare. Invece parliamo di persone. Uomini e donne abituati a vendersi per sopravvivere, ma spinti spesso da motivazioni problematiche e dolorose. Forse sono anche contenti di racimolare qualche soldo in più, non è questo il problema. La questione è che così si mercifica la loro anima, la loro dignità».

Il regista catanese ha vissuto a contatto con la realtà del quartiere per quattro anni, durante la lavorazione del documentario, e non trattiene il personale disagio nei confronti di un’iniziativa che, sfogliando le pagine del sito promozionale, appare più un tentativo di business. Arrivando ad offrire dietro compenso - a partire da 100 euro a sessione - anche supporto logistico nel quartiere per set e workshop fotografici, dopo avere però raccomandato discrezione ai visitatori perché i trans e le prostitute non amano essere fotografati o ripresi. E sempre dopo avere offerto il tour guidato del quartiere a luci rosse, pur mettendone in evidenza la desolazione e il degrado che certo non lo rendono accattivante e turistico come quello di Amsterdam.

Come se ci fosse differenza tra l’occhio di una telecamera o di una macchina fotografica e l’occhio di persone che pagano per andare a curiosare.

«Uno dei problemi della società di oggi – osserva Morabito – è la perdita di indignazione. Ci facciamo passare tutto davanti con una semplicità “da aperitivo”. Ormai si è raggiunto un tale livello di alienazione dalla vita che la realtà viene spettacolarizzata nelle sue più abominevoli espressioni e tutto, diventando spettacolo, ha perso consistenza trasformandoci da spettatori in complici. Come scriveva Guy Debord, lo spettacolo è il capitale arrivato ad un tale punto di accumulazione da diventare immagine e questa operazione su San Berillo ne è l’esempio. Alcuni abitanti si sono lasciati coinvolgere, ma sono soggetti deboli di cui la società si è sempre presa gioco facendo promesse».

È stato uno di loro a confidare a Morabito, in una circostanza analoga, la spiacevole sensazione di essere trattati come animali allo zoo. Da qui il post sullo “zoo piccolo-borghese di San Berillo” scritto dal regista, dopo il quale alcune associazioni che operano attivamente nel quartiere hanno preso le distanze dall’iniziativa del tour. Stuzzicata, forse, dai riflettori accesi di recente sul quartiere con il film “Più buio di mezzanotte” di Sebastiano Riso, arrivato a Cannes, e con il documentario “Gesù è morto per i peccati degli altri” di Maria Arena, da poco presentato al Festival dei Popoli.

Girati entrambi negli stessi vicoli già percorsi da Edoardo Morabito ne “I fantasmi di San Berillo”, le cui immagini erano state inizialmente usate senza autorizzazione dai gestori del sito del tour, tanto da spingere il regista catanese a chiederne la rimozione. Ed è proprio il documentario di Morabito ad offrire una chiave di lettura di questa vicenda. Laddove si chiude con le parole di Goliarda Sapienza, riannodate dal regista e affidate alla voce dell’attrice Donatella Finocchiaro, per spiegare il delicato rapporto tra Catania e le sue “belle”, oggi sostituite soprattutto dai trans, in un quartiere che fatica a sopravvivere nella sua malinconica, struggente, emarginata solitudine.

"Queste donne – scriveva Goliarda, autrice de “L’arte della gioia”, cresciuta in via Pistone, nel cuore di San Berillo – mi hanno chiuso la bocca per tanti anni. Perché essendo derelitte, vittime della società, io fui costretta ad amarle, a conoscere le loro storie, metterle in un altarino e scrivere solo di loro. Ma essendo io nata e vissuta al secondo piano, piano nobile come si diceva, che potevo saperne...Con terrore mi accorsi che non sapevo niente di loro e che sotto quell’amore sacro che avevo per queste donne si nascondeva un’indifferenza piccolo-borghese. Oggi come allora, non sono che una straniera. Finalmente l’ho capito e non devo fingere più di amarle. E anche loro l’hanno capito. Hanno finalmente capito che sono una nemica che viene a sfottere, a curiosare, e poi se ne torna al secondo piano a studiare, a suonare il pianoforte".

Ornella Sgroi

 

 

 

 

 

 

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