Corriere della Sera
22 12 2014

Una commedia che insegna, tra lacrime e risate, che l'unione fa la forza

di Stefania Ulivi

Nelle nostre sale è arrivato sull’onda della nomination ai Golden Globes come miglior commedia. Non era difficile prevedere, dopo la proiezione a Cannes e la standing ovation condita da applausi, lacrime e risate, la marcia trionfale di Pride di Matthew Warchus. Ovunque successi. Anche da noi le reazioni sono in linea. Nella prima settimana di programmazione la media per copia è stata altissima, 5.850 euro, superando la corazzata AG & G e il distributore italiano, Teodora, ha deciso di triplicare le copie in sala. «Ovunque troviamo lo stesso entusiasmo» ci ha confermato nella videointervista che trovate qui sopra Andrew Scott, interprete di uno dei personaggi chiave, Gethin, gestore della libreria gay londinese che è il quartier generale del gruppo LGSM (Lesbians and Gay Support the Miners) che va in sostegno ai minatori di un paesino del Galles, non troppo distante dal suo amato/odiato paese natale. La vicenda, com’è noto, è vera, seppur incredibile. Nell’estate 1984, in piena era Thatcher, mentre i minatori sono impegnati in uno sciopero fino alle estreme conseguenze, un gruppo di attivisti gay decide di raccogliere fondi in loro favore. Innescando una catena di effetti imprevedibili.

Lo sceneggiatore Beresford confessa che i suoi connazionali lo hanno stupito. «Nei cinema in Gran Bretagna la gente applaude a scena aperta, ride, si commuove. Eppure noi non siamo sanguigni come voi italiani, siamo un popolo anemico…». Tutti si dicono convinti che il segreto del successo sia il bisogno di solidarietà sempre più diffuso. «Non è un film per gay, o per persone impegnate politicamente. È per tutti, non siamo così diversi come vogliono farci credere», dice Andrew Scott. E Beresford rilancia: «La riposta in un momento di crisi come questo è la solidarietà, trovare un terreno comune che unisca, non divida».

Ma la ragione del successo di Pride sta soprattutto nel tono leggero e profondo con cui tutto questo viene raccontato. Una commedia sentimentale che insegna, tra lacrime e risate, che l’unione fa la forza. Per questo fa sorridere scoprire che in Usa la censura abbia deciso di vietarlo ai minori di 17 anni. Ancor più paradossale scoprire che lo abbia fatto in riferimento a due scene. Una, esilarante, in cui Imelda Staunton e le altre signore gallesi in là con l’età ospiti di uno degli attivisti gay passano in rassegna, ridendo fino alle lacrime, riviste porno e allegri sex toys. Nell’altra si intravedono un paio di frequentatori di un locale in lattice abbigliati. Inutile osservare che in tv o in rete qualunque adolescente può trovare, senza neanche fare la fatica di entrare in un cinema, scene assai più ardite e, certo, meno spiritose.

L’impressione, purtroppo, è che l’unica motivazione sia che i protagonisti di Pride sono gay.

Eppure se l’avessero guardato senza paraocchi, i signori della censura Usa dovrebbero ammettere che è un film per famiglie (provato per voi: visto insieme a figlio quindicenne con gioia e allegria reciproca, scusate se è poco. Gli è piaciuto cisì tanto che ci è tornato con gli amici) popolato di personaggi fantastici: uomini e donne, etero e gay, giovani e vecchi, estroversi e malmostosi, timidi e sfacciati, arditi e fifoni, ballerini provetti e repressi imbranati. Gente agli antipodi che, come spesso accade nella reatà, poteva non incontrasi mai e che, invece, proprio incontrandosi ha fatto la storia. (All’insegna della mescolanza anche le ottime scelte musicali con Billy Bragg e Pete Seeger che incrociano Bronsky Beat, Queen e Culture Club).

Un film animato, tra l’altro, anche da personaggi femminili sublimi. Le indomite anziane gallesi citate prima. La giovanissima Steph, la lesbica più tenera e simpatica vista al cinema. La casalinga che deve arrendersi all’evidenza: molti dei maschi per cui prepara i pasti sono mammolette al suo confronto (si prenderà una laurea e finirà in parlamento, cronaca vera ad altre latitudini). La madre, che seppur con sedici anni di ritardo, lascerà che la paura non la tenga più lontana dal figli omosessuale.

Il regista, Matthew Warchus (che ha da poco sostituito Kevin Spacey alla guida dell’Old Vic), dice che è una storia d’amore. Ha ragione. Lasciate che i ragazzini vedano Pride. Poi raccontateci com’è andata.

 

Firenze capitale del cinema balcanico

  • Martedì, 18 Novembre 2014 13:17 ,
  • Pubblicato in Flash news

Pagina99
18 11 2014

Comincia oggi il Balkan Florence Express, punto sullo stato della settima arte sull'altra sponda dell'Adriatico e soprattutto festa che partecipa alla bella iniziativa dei “50 giorni di cinema”, collana di festival fiorentini scanditi dal 30 ottobre al 14 dicembre

Il ponte è l'immagine flash del Balkan Florence Express, rassegna del cinema balcanico (terza edizione, 17-20 novembre). Un ponte ideale e materialissimo che collega i fantasmi della prima guerra mondiale, cent'anni dopo l'attentato a Francesco Ferdinando, a quelli del conflitto fratricida della Jugoslavia dissolta. Ma a collegare le due sponde dell'Adriatico c'è anche il presente gioioso di visioni e profumi condivisi, film, musica, mostre fotografiche, cucina etnica, danza, un programma polifonico declinato nelle quattro giornate del festival fiorentino (cinema Odeon), promosso da Oxfam Italia, direttori Cecilia Ferrara e Simone Malavolti.


Il rinascimento dei Balcani ha lo sguardo della cineasta bosniaca Jasmila Zbanic che presenterà in anteprima italiana Love Island, il suo esordio nella commedia dopo i drammatici Il segreto di Esma (Orso d'oro 2006) e Il sentiero, storie di donne combattenti contro violenza di genere e integralismo islamico. Zbanic sa maneggiare bene la materia sulfurea - satira, comicità surreal-grottesca - della scena bosniaca, in antagonismo virtuale con l'Emir Kusturica che scelse il fronte serbo, ma che sa distillare le tonalità graffianti del luogo d'origine. Passioni e tradimenti, carnevale di equivoci, una pochade liberatoria nell'incanto di un'isola croata, “l'isola dell'amore” che riconduce Jasmila, nata quarant'anni fa a Sarajevo, alle memorie di quand'era burattinaia nel Vermont.


Il ponte ritorna, presenza non solo simbolica, nel secondo film in cartellone della regista, For Those Who Can Tell No Tales (2013) sui crimini di guerra nascosti dietro la bellezza di Visegrad, la città del ponte sulla Drina, scoperti fuori dalle mappe turistiche da una viaggiatrice australiana, interpretata da Kym Vercoe, co-sceneggiatrice. Ed è ancora volo oltre i confini nel film collettivo I ponti di Sarajevo, evento speciale al festival di Cannes, tredici episodi di 9 minuti l'uno coordinati dal critico francese Jean-Michel Frodon e diretti, tra gli altri da Jean-Luc Godard, Teresa Villaverde, Ursula Meier, Leonardo di Costanzo, Vincenzo Marra e da Ajda Begic, un altro occhio bosniaco sul lungo assedio di Sarajevo ('92-'96). Si va dal “ponte latino” dove Gavrilo Princip sparò all'arciduca austro-ungarico e innestò la miccia della Grande Guerra fino al tenero stupore di un bambino che per recuperare il pallone finisce nel “giardino di pietra”, il cimitero dove scorrono bianche le lapidi dei caduti.

Tra tutti incanta il collage di materiali misti di Godard, “Le Pont des Soupirs”, incursioni spazio-temporali, scratching visionari, pensiero espanso su civiltà e barbarie. Fiancheggia il film, un incontro sul centenario dell'attentato fatale, “Il secolo di Sarajevo”, e sul passato che disegna un'Europa sanguinaria e un futuro di pace, che ancora non si vede. Anzi. Non solo il corpo a corpo continuo di Bruxelles sull'identità mancante e gli scontri monetari, ma anche i fuochi degli ultrà, serbi e albanesi l'altro ieri, croati ieri a San Siro, per la partita ”amichevole”, che rievocano la Croazia nera e bellica. Ci penseranno gli studiosi convenuti alla tavola rotonda, tra i quali l'ambasciatore della Bosnia Erzegovina, Zlatko Dizdarevic, a illuminarci sul destino del continente.

Il Balkan Florence Express, però, è soprattutto una “festa” che partecipa alla bella iniziativa dei “50 giorni di cinema”, una collana di festival fiorentini scanditi nello stesso periodo dell'anno dal 30 ottobre al 14 dicembre, per ottimizzare i costi e attirare gli spettatori. Intanto, Firenze si gode le delizie balcaniche, a cominciare dalla selezione ufficiale, dove troviamo, per esempio, il titolo di Goran Vojvonic in prima nazionale, Cefurji raus!, scritto insieme al poeta Abdullah Sidran, sceneggiatore del primo Kusturica, e Seduce Me di Marko Santic, scelto dalla Slovenia per l'Oscar. Occasione speciale, la proiezione di Figlio di Nessuno, per la prima volta sugli schermi italiani dopo il passaggio alla Mostra di Venezia (Settimana della critica, premio Raro Video del pubblico), e in attesa di uscita nelle sale il 16 aprile 2015. Diretto dal serbo Vuk Rsumovic (presente a Firenze), è la storia di un “ragazzo selvaggio”, evocando Truffaut, cresciuto nei boschi e ritrovato nell'89 tra le montagne della Bosnia. Lo aiuteranno a diventare “umano” in un orfanotrofio di Belgrado, ma quando tre anni dopo scoppia la guerra, il ragazzo-lupo verrà rispedito all'inferno e il “richiamo della foresta” sarà più forte e più dolce della vita tra gli uomini.

Sugli schermi dell'Odeon, una selezione di documentari del Festival dei Popoli, rassegna storica della città, che colleziona opere recenti del panorama balcanico, da Mama Europa della slovena Petra Seliksar, l'Europa vista da una bambina di sei anni, a Men With Balls, storia sorridente di un villaggio rom che ritrova l'orgoglio della comunità in una partita a tennis. E proprio alla cultura rom è dedicata la mostra fotografica “Il pellegrinaggio dei gitani”, realizzata in collaborazione con Rolling Film Festival, rassegna di film rom a Pristina.

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Alda Merini, ritratto intimo in "La pazza della porta accanto"

  • Giovedì, 13 Novembre 2014 10:29 ,
  • Pubblicato in Flash news
l'Espresso
13 11 2014

Nel suo nuovo film, che sarà nei cinema il 16 e 17 novembre, la regista Antonietta De Lillo racconta la figura dell'amata poetessa milanese Alda Merini.

Realizzato recuperando una lunga conversazione con la scrittrice girata da De Lillo negli anni Novanta, "La pazza della porta accanto" è un ritratto libero e intimo della personalità di una delle personalità più forti della nostra letteratura del Novecento.

Ecco un estratto della pellicola, in cui Alda rievoca l'esperienza del ricovero in manicomio ma anche gli amori della sua vita. E confessa: "La mia vita è stata più bella di quello che ho scritto".

"I miei ragazzi di vita", Gifuni legge Pasolini

  • Giovedì, 30 Ottobre 2014 15:15 ,
  • Pubblicato in Flash news

la Repubblica
30 10 2014

Fabrizio Gifuni rende omaggio a Pier Paolo Pasolini, inaugurando in anteprima l'anno del ricordo: il 2 novembre 2015 saranno trascorsi 40 anni dalla sua morte.

Mentre al cinema lo doppia in Pasolini di Abel Ferrara, per Emons audiolibri dà voce a Ragazzi di vita.

Abbiamo incontrato l'attore nello Studio 24 gradi, la piccola sala di registrazione dove si è rinchiuso per giorni. Lui e quello sciame umano che negli anni Cinquanta muoveva dalle periferie al centro di Roma. Lui e il Riccetto, il Caciotta, il Lenzetta, il Begalone...

Dopo avere inciso nove ore di audiolibro, Gifuni ci ha raccontato il suo viaggio - violento, tragico, comico e grottesco - nelle parole di Pasolini.

Stefania Parmeggiani
Video di Alberto Mascia

Int. a L.De filippo/J.Turturro: Cercando Eduardo

Camminando sulle orme di Eduardo, trent'anni dopo la morte, ci si accorge che i suoi luoghi a Napoli sono quasi tutti in cima a una salita, involontaria metafora del rapporto con la città. Le tracce del suo passaggio sono nascoste, affidate più alla memoria popolare che alle istituzioni. Un impasto di leggenda e amore per l'uomo che si faceva chiamare solo con il nome, "come un re", diceva, "o come un parrucchiere".
Angelo Carotenuto, La Repubblica ...

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