×

Attenzione

JUser: :_load: non è stato possibile caricare l'utente con ID: 415

Pasolini, la retrospettiva

  • Mercoledì, 22 Ottobre 2014 15:16 ,
  • Pubblicato in L'Incontro

La censura e la vita, sette cineaste raccontano l'Iran

  • Mercoledì, 08 Ottobre 2014 14:18 ,
  • Pubblicato in Flash news

Pagina99
08 10 2014

La censura è deprimente. Soffocante. E in Iran i cineasti rischiavano la depressione, negli ultimi anni della presidenza di Ahmadinejad: quando i permessi di lavoro erano regolarmente negati agli artisti sgraditi, i film non si potevano girare, le sceneggiature restavano nei cassetti, perfino la Casa del Cinema era stata chiusa. «Era davvero dura, nessuna aveva lavoro, e oltre a sentirti soffocare cominci anche ad avere problemi economici», riassume Nahid Rezaei, documentarista di Tehran che lavora nella cinematografia fin dal '79, quando faceva il liceo. «Non c'era speranza, in quel momento, di trovare spazi. Per questo abbiamo deciso di metterci insieme e provare a fare qualcosa».

È nato così Profession Documentarist, film autobiografico a sette voci: perché sono sette le autrici, tutte giovani donne che vivono a Tehran, tutte professioniste del cinema – sceneggiatrici, registe, autrici di documentari. E tutte decise a non lasciarsi mettere a terra da quel clima soffocante. «Avevamo deciso di raccontare cosa avevamo dentro, cos'era la nostra professione e la nostra vita in quel momento così buio», spiega Nahid Rezaei, che incontro a Roma, dove Profession Documentarist è stato presentato durante la rassegna Incontri con il cinema asiatico - anzi, dove ha anche ottenuto una "menzione speciale" della giuria.


Sette episodi, perché ciascuna aveva il suo rovello e la sua urgenza di raccontare. Un rovello è la guerra. Shirin Barghnavard riprende i suoi ricordi dei bombardamenti su Tehran, quando era piccola (la guerra Iran-Iraq, durata otto anni tra il 1980 e l'88 nell'indifferenza dell'occidente, continua a segnare le coscienze degli iraniani), guarda i filmati di allora. «Oggi sentiamo di nuovo parlare di guerra»: allude alla retorica trionfalista del presidente Ahmadi Nejad, la controversia sul programma nucleare, le sanzioni che sono arrivate a condizionare l'economia quotidiana: «Ma chi racconterà la guerra, questa volta?».

Poi c'è il controllo. Quel senso che sanno tutto di te, che lavori fai e dove li presenti, e se anche non ti arrestano ti senti come in libertà vigilata. Lo fa ben capire Firouzeh Khosrovani, che racconta di come l'hanno fermata, all'aereoporto di Tehran al ritorno da un festival internazionale, e l'hanno convocata per un interrogatorio. «Avevo paura», dice: «Molti documentaristi che conosco erano stati arrestati, pensavo “tocca a me”». Invece no, ma le hanno rimproverato ogni suo lavoro: «Dà un'immagine negativa del paese, e questo è male: i litigi si tengono in famiglia», le dicevano.

Altri episodi sono più introspettivi. Foto di infanzia delle autrici: bambine sorridenti, giochi sulla spiaggia, mamme e papà e torte di compleanno, infanzie normali di piccole classi borghesi. Ci sono foto della Rivoluzione del 1979, a cui quei papà e mamme spesso hanno contribuito. «Giriamo documentari che sono nella nostra testa», osserva Fahranaz Sharifi. Ci sono le riunioni familiari, numerose e allegre, dove si ascolta musica e si balla. Sepideh Abtahi rievoca la popolare cantante Googoosh, una star prima della rivoluzione, condannata a un lungo silenzio pubblico: l'ortodossia rivoluzionaria aveva vietato la musica, e anche ora che il bando è caduto resta vietato l'assolo femminile (Googoosh è ha cantato ancora una volta, dopo anni, ma in Canada).

 «Mi chiedo se andare via, nel mio gruppo molti sono partiti», fantastica Mina Keshavarz: e accosta immagini di madri straziate che negli anni '80 salutavano i figli in partenza per il fronte (di nuovo la guerra) con immagini odierne di famiglie all'aeroporto, mentre salutano figli che vanno all'estero: a studiare, a lavorare. Lei però decide di restare, «voglio lavorare qui». In fondo, è il messaggio di tutto il film: vogliamo restare qui,

Qui però c'è una finestra inquietante: guarda Evin, il carcere di Tehran, nella parte alta della città. L'appartamento di Sahar Salahshoor è in un caseggiato proprio di fronte, al di là di un'autostrada urbana sempre trafficata. Dal salotto vede il muro e le torrette di guardia, immagina le persone che vi sono rinchiuse. Ricorda quando ci andava con la nonna, da bambina, a trovare i genitori detenuti. Pensa a quanti suoi conoscenti sono dentro. «La vista di quel carcere mi blocca», dice nel film, e infatti sta traslocando.

Immagini di Tehran oggi, filmati delle manifestazioni del 2009 dopo la contestata rielezione di Ahmadinejad, scene di normalità per strada. Molti interni (non è stata una scelta precisa, spiega Rezaei: ma per girare in strada con una telecamera è necessario un permesso, è complicato, e alla fine è molto più facile girare in luoghi chiusi). E la musica: si spazia da Googoosh e altre voci popolari iraniane, ai Pink Floyd, a una struggente Nina Simone – siamo tutti dentro alla stessa cultura.


Infine Nahid Rezaei, la più anziana del gruppo, ci mostra un gruppo di amiche che condivide un piccolo studio (ma poi devono sgomberare, costa troppo), i cineasti che continuano imperterriti a riunirsi nella Casa del Cinema per guardare i reciproci lavori censurati, serate e proiezioni sempre più contrastate, persone come lei che per sopravvivere decidono di aprire un caffè. Ci fa conoscere l'anziano padre, che il giorno prima di lasciare questo mondo le raccomanda: «Fai la tua vita e sii felice», e così conclude.

È un gesto di speranza, un film simile. «Nessun produttore ci ha finanziato, non era aria: ci abbiamo messo i nostri soldi e un anno di lavoro», dice la regista. A Tehran l'hanno presentato in privato (una proiezione pubblica è fuor di questione), e però «c'erano più di 300 persone a vederlo». Il documentario autobiografico è una cosa nuova in Iran, spiega. E per loro, «a parte il film, è stato un rapporto personale molto importante. Abbiamo condiviso momenti di gioia e di tristezza, ci siamo sostenute». Hanno rotto l'assedio della censura. Rotto? Beh, il clima è cambiato in Iran, «ora abbiamo speranza». Tutte le autrici sono tornate a lavorare ai propri progetti. «In particolare per il nostro lavoro le cose sono migliorate», conclude Rezaei: «Ma certo restiamo guardinghe, le linee rosse della censura si spostano ma sono sempre là».

Morire di razzismo

Internazionale
03 10 2014

Il weekend scorso a Parigi c’è stata un’esplosione ininterrotta di sole, senz’altro uno dei motivi per cui eravamo così pochi alla proiezione di Les marcheurs, documentario sulla Marcia per l’uguaglianza e contro il razzismo che nel 1983 attraversò la Francia da Marsiglia a Parigi. “Sapevo che le commemorazioni per i trent’anni della marcia non sarebbero state politiche”, ha spiegato la regista Samia Chala prima della proiezione. “Così, con la storica Naïma Yahi e il giornalista Thierry Leclère, abbiamo deciso di fare questo documentario”.

Attraverso immagini d’archivio e interviste a quelli che furono i protagonisti della marcia, il documentario ricostruisce bene il clima di violenza e impunità che regnava tra gli anni settanta e i primi anni ottanta nelle banlieues – o bidonvilles, com’erano anche chiamate – francesi: controlli au faciès (controlli d’identità sulla base dell’aspetto “etnico” delle persone), arresti ingiustificati, violenze e omicidi commessi dalle forze dell’ordine e tollerati dalla giustizia. L’idea della marcia nacque nel 1981, dopo lo sciopero della fame cominciato a Lione da tre attivisti, Christian Delorme, Jean Costil e Hamid Boukhrouma, contro le espulsioni di giovani figli di immigrati verso paesi dove non avevano mai vissuto o che avevano lasciato quand’erano piccoli. Poi, nel giugno del 1983, alle Minguettes, un quartiere alla periferia di Lione, un poliziotto sparò al ventenne Toumi Djaidja ferendolo gravemente. Fu lo stesso Toumi, insieme a un pugno di amici, a partire da Marsiglia il 15 ottobre. All’arrivo a Parigi, il 3 dicembre, erano in centomila.

Trent’anni dopo, cosa è cambiato? Troppo poco, secondo gli ospiti intervenuti dopo la proiezione insieme a Samia Chala: Hanifa Taguelmint e Djamel Atallah, che parteciparono alla marcia, e il sociologo Abdellali Hajjat. Le banlieues non solo rimangono luoghi di segregazione, ma sono molto più omogenee di un tempo (“Avevo amici di tutte le origini e di tutte le confessioni: José, Augustin, Malik, Saïd, Abdel, Yazid, Laurent, Gilles, Alain, Pascal”, ricordano i fratelli Hamana e Mohamed Khira, cresciuti alle Minguettes). Tra i giovani non esiste la memoria delle lotte dei loro genitori. Le violenze sono meno frequenti, ma non sono certo scomparse, come dimostra questa lista delle vittime di omicidi razzisti, aggiornata al 2008. E lo dimostra la storia di Hanifa Taguelmint, che nel 1981 perse il fratello Zahir, ucciso da un poliziotto a 17 anni, e che nel febbraio del 2103 ha perso allo stesso modo un nipote diciannovenne, Yassine Aibeche.

A una domanda dal pubblico su cosa bisognerebbe fare per cambiare le cose, Taguelmint si è scaldata: “La verità è che esiste un business della discriminazione: su un milione di euro stanziati per dei programmi di coesione sociale in un dato territorio, ne arrivano 100mila. Il resto va a esperti e consulenti vari”. È certo che, almeno in Francia, l’antirazzismo ha perso già negli anni ottanta la sua valenza politica per trasformarsi in una campagna moralizzatrice appoggiata dal Partito socialista e incarnata dal movimento SOS Racisme. Per questo sono importanti documentari come Les marcheurs e libri come Histoire politique des immigrations (post)coloniales, curato da Abdellali Hajjat e Ahmed Boubeker.

Di omicidi razzisti – oggi, in Italia – parleremo a Ferrara dopo la proiezione del documentario di Dagmawi Yimer Va’ pensiero, domenica alle 11h30, insieme ai ragazzi dell’osservatorio Occhio ai media, che animeranno molti altri incontri sul tema della discriminazione (più informazioni nel programma del festival).

Francesca Spinelli

Quando il Capitale si fa Mafia

  • Giovedì, 02 Ottobre 2014 09:18 ,
  • Pubblicato in DINAMO PRESS

Dinamo Press
02 10 2014

La Trattativa", è l'occasione giusta per fare i conti con aspetti del potere e dell'economia del nostro paese che non sempre analizziamo a sufficienza.

Qualche giorno fa in Corte d'assise a Palermo, dove si sta celebrando il processo volgarmente detto “trattativa Stato-Mafia”, era di scena, in qualità di teste, l'ormai ultraottantenne Ciriaco De Mita. Concludendo un ragionamento, l'ex segretario Dc ha rievocato con sarcasmo un passato colloquio con il predecessore dell'attuale pubblico ministero, Nino Di Matteo: “... lo dissi già all'onorevole Ingroia quando mi sentì".

Di Matteo subito ha reagito: "Perché lo chiama onorevole?".

"Be' , so che si presentò alle elezioni", ha risposto De Mita.

"Ma non fu eletto", ha puntualizzato il pm.

"Ah, non lo elessero ? - ha riflettuto ad alta voce l'ex segretario democristiano - Pensi che non me lo ricordavo. Sa, l'età …".

La frecciata intinta nel veleno del politico irpino contiene la storia della vicenda della “trattativa” di cui sopra e dunque i suoi nodi problematici decisivi: il conflitto tra la sfera penale e quella politica, la necessità della magistratura di farsi attore politico e di trasferire in una congettura giudiziaria i processi sociali e rapporti di potere che hanno scritto la storia della Repubblica, da Portella della Ginestra a via D'Amelio, coinvolgendo stallieri in trasferta ad Arcore, fascisti in combutta coi servizi segreti, massoni in società con politici e uomini in divisa. Zone d'ombra di potere. Logge massoniche e clan criminali sono stati spazi di compensazione, accordo e incontro tra atlantisti anticomunisti, aspiranti golpisti e affaristi di ogni genere. Tutte cose che probabilmente configurano anche singoli reati ed evocano fattispecie penali ma che difficilmente troveranno sintesi coerente nel corso di un singolo processo, di un'unica resa dei conti tra i cavalieri del bene in toga e la forze del male in coppola e lupara. Per dirla in altri termini, come ha spiegato il giurista siciliano Giovanni Fiandaca in un pensoso saggio la pubblica accusa del processo sulla “trattativa” ha serie difficoltà a trovare persino un capo d'imputazione previsto nel codice penale. Non tutto il male può essere combattuto per via giudiziaria, dunque. E, come sperimentiamo da tempo con l'eterno ritorno del fantasma berlusconista, le faccende che riguardano i conflitti sociali e politici non possono essere delegate a chi opera nelle aule dei tribunali.

Degli ultimi venti anni di questa storia si occupa da tempo Sabina Guzzanti. Lo aveva fatto anche qualche anno fa, raccontando L'Aquila e strappando il sipario immondo dalla macchina mediatico-cementizia che ha supportato la costruzione selvaggia della new town (ogni progetto reazionario contiene elementi di perversione distopica, diremmo con Ballard) e disarticolato la città colpita dal terremoto e le sue relazioni sociali. “Draquila”, raccontava con lucidità questa versione berlusconiana della shock economy, metafora efficacissima della dilagante egemonia del neoliberismo all'italiana. Citizen BerlusKane come fenomeno complesso e pervasivo, impossibile da ridurre alla dimensione della corruzione e agli articoli del codice penale, dunque. Quel ragionamento prosegue nel nuovo film di Guzzanti, che si intitola appunto “La Trattativa” e che mette in scena la rappresentazione (in una raffinata e riuscita operazione di meta-teatro cinematografico che si riallaccia all'impegno di Gian Maria Volontè) si occupa di raccogliere la matassa di indagini, indiscrezioni, fatti di cronaca e analisi politiche che ruota attorno alla transizione dalla Prima alla Seconda Repubblica. Il film ha il merito di farlo dentro e oltre le mere ricostruzioni processuali. Lo spiega chiaramente l'attrice e regista negli ultimi fotogrammi e nelle note diffuse alla stampa che lo accompagnano: “Nei quattro anni che sono stati necessari per la realizzazione di questo film, il processo sulla trattativa è stato popolarissimo, bistrattato, credibile, sputtanato, centrale, marginale, appassionante, indifferente”. E ancora: “L'illusione che le contraddizioni insanabili che paralizzano questo paese si possano risolvere nei tribunali è tramontata da tempo”.

Più che disegnare un processo unitario e coerente, noi abbiamo visto questo film come un sentiero lungo la storia degli assestamenti di potere e dei colpi e contraccolpi che accompagnano, dopo il crollo del muro di Berlino e la fine della Democrazia Cristiana, il riassestarsi di nuove forme di governo dei processi e di garanzia degli equilibri politico-mafiosi. Un sentiero che taglia trasversalmente i poteri, non risparmiando neanche la magistratura di Caselli e Tinebra o le forze di polizia di Mori e De Gennaro. Una storia tutt'altro che lineare, che procede per salti. L'interruzione improvvisa della strategia stragista, ad esempio, che conduce alla nascita di Forza Italia interroga più i contesti complessi di sociologi e analisti politici che le indagini giudiziarie. È una storia che accompagna l'egemonia di una nuova classe sociale che affonda le radici nella zona grigia tra mercato legale e affarismo criminale: la borghesia mafiosa. Solo quest'ultima ha la capacità unica di gestire l'accumulazione capitalista in un'area periferica, con il preciso scopo di introdurla selvaggiamente, in tempi rapidi e con l'ausilio di una violenza che le normali garanzie democratiche non consentirebbero, nel mercato.

La mafia, in altri termini, riesce a garantire quel mix di modernizzazione e arretratezza, di medioevo iperlocale e proiezione globale, che è una delle peculiarità della produzione contemporanea: la commistione di più tempi storicie la persistenza più modelli di produzione, da quello schiavistico a quello a capitalismo avanzato, all'interno dello stesso ciclo economico che sarà oggetto di analisi di molti pensatori postcoloniali. La borghesia mafiosa è probabilmente, dicevamo, la classe che più facilmente riesce a gestire la complessità di questa composizione produttiva: una trattativa si consuma ogni giorno sotto i nostri occhi, tra migranti che raccolgono i pomodori e caporali mafiose, tra studiosi precari e baroni nei centri di ricerca, tra lavoratori e padroni nella giungla della crisi e del mercato selvaggio.

L'anomalia della borghesia mafiosa italiana, rispetto a quelle del sud America o dell'Asia, è consistente e sotto gli occhi di tutti: essa controlla il territorio come avviene in zone della Colombia o della Thailandia. Ma questo fenomeno si presenta in un paese occidentale, che può (poteva) consentirsi una spesa pubblica corposa e che siede tra le potenze economiche del pianeta. Ecco perché negli anni della Prima Repubblica l'alleanza tra borghesia mafiosa e ceto politico si è cementata in nome dei valori universalmente riconosciuti del “progresso” e dello “sviluppo”. Ed ecco perché negli anni scorsi ha funzionato la stravagante alleanza romana tra la Sicilia dell'ein plein di Forza Italia (nel 2001 qui Berlusconi conquista 61 collegi su 61) e le terre del Nord di Umberto Bossi e Giulio Tremonti.

Francesco Raparelli e Giuliano Santoro

Lampedusa è una favola!

  • Lunedì, 29 Settembre 2014 09:01 ,
  • Pubblicato in Il Racconto
LampedusaInFestivalValentina Faraone, Zeroviolenza
29 settembre 2014

L'atmosfera al Lampedusa in festival è di quelle da non scordare. Da una spiaggia all'altra installazioni di vignette, fotografie, ombrelloni illustrati. L'isola intera è un laboratorio permanente di dibattiti, documentari, chiacchiere e pranzi collettivi in campeggio, cucinati da Miguel: mani sapienti e sguardo sempre sorridente.

facebook