Il cinema non è un ambiente per donne

  • Martedì, 26 Agosto 2014 14:07 ,
  • Pubblicato in INGENERE

Ingenere.it
26 08 2014

Ventidue per cento. A tanto ammontano le donne nelle troupe cinematografiche che hanno lavorato a 2000 film tra le maggiori produzioni e compioni di incassi negli ultimi venti anni. Al massimo, sono ambienti un po' più femminili...immaginate quali? Esatto: i costumi e il trucco, ambiti che lo stereotipo tradizionale considera di pertinenza femminile. Per il resto, le donne sono il 17,5% nel reparto effetti visivi - di solito quello più numeroso nelle grandi produzioni - per le musiche arrivano al 16% mentre camere e attrezzature elettriche sono territorio quasi solo maschile: 95% di addetti uomini. E va anche peggio se si vanno a guardare le mansioni creative: è donna il 13% degli editors, il 10% degli autori e il 5% dei registi.

A raccogliere e ordinare i dati è stato Stephen Follows, scrittore e produttore inglese che ha pubblicato sul suo sito i principali dettagli raccolti nel report con lo scopo di richiamare l'attenzione e sensibilizzare l'ambiente cinematografico all'evidente squilibrio di genere a cui da vita. «Quando ho visto per la prima volta quanto fosse ampio il divario [di genere], e quanto fosse schiacciante, ho fatto di nuovo i conti per avere un doppio controllo», ha dichiarato Follows secondo quanto riporta il Guardian, «Non ci potevo credere».

E le cose non vanno migliorando nel tempo, anzi! Dai dati raccolti emerge infatti che nel 2013 sono persino diminuite le donne che hanno lavorato ai film di maggiore successo rispetto agli anni precedenti, scendendo al 21,8% del totale delle troupe. Andando invece a indagare il gap in base al genere, il report segnala le donne sono più presenti nei musical (27% delle squadre) mentre la minore presenza è nelle fiction scientifiche (20%). Solo una donna nella storia del cinema ha vinto l'oscar come miglior regista, e cioè Kathryn Bigelow con The Hurt Locker, nel 2009.

«Non penso che l'industria cinematografica sia istituzionalmente sessista, ma non davvero non credo se ne sia mai parlato, perciò spero che la consapevopezza della disparità di genere contribuisca a stimolare il campbiamento», ha sottolineato l'autore del report.

Dal canto suo, il British Film Insitute - istituzione che britannica che si occupa di cinema e finanzia il settore con 27 milioni di sterline l'anno - ha dichiarato di provare ad affrontare il problema diversità nel settore cinematografico e ha annunciato che da settembre saranno introdotte delle quote necessarie per accedere ai suoi finanziamenti, e cioè bisognerà che un determinato numero di attori o della troupe sia composto da donne, gay, disabili e minoranze etniche. (gp)

 

Corriere della Sera
28 07 2014

 

«Sogno di fare la regista da quando, a otto, anni ho visto Manhattan di Woody Allen»

di Stefania Ulivi

Una passione inesausta per il cinema che porta una giovanissima da Torino a Roma, verso il sogno di Cinecittà con l’ironia di Woody Allen a segnare la strada. È stata questa la spinta che ha permesso alla venticinquenne Laura Halilovic di realizzare il suo primo film, Io rom romantica, una produzione Wildside con Raicinema, nelle sale dal 24 luglio distribuito da Good Films. Una storia decisamente autobiografica: al centro Gioia, una ragazza rom che vive con la famiglia in una casa popolare di Falchera, periferia torinese.

Il padre non si da pace che a diciott’anni sua figlia ancora non si decida a fare ciò che la comunità si aspetta da lei: un matrimonio con uno dei giovani che la famiglia le presenta e uno stile di vita lontano dai comportamenti (e abbigliamenti) dei gagé, il termine con cui si definiscono tutti i non rom. Non ha fatto i conti

con la determinazione di Gioia, poster di Woody Allen appeso in camera, che cerca con l’aiuto dell’amica Morena ogni possibile contatto con il mondo del cinema e di trovare marito non ha nessuna voglia. La sua meta è Roma, la città del cinema. «Gioia sono io, certo», racconta Laura Halilovic, nata a Torino da una famiglia di origine bosniaca, ancora in attesa che la nostra burocrazia le riconosca la cittadinanza italiana. «Sogno di fare la regista da quando a otto anni ho visto il primo film di Woody Allen, Manhattan. Il cinema è la cosa più vera per me: ci svegliamo la mattina e iniziamo a recitare. Un attore, invece, messo davanti alla macchina da presa riesce a darti emozioni più vere della vita»

Lei, volitiva e poco incline ai sentimentalismi, si è emozionata grazie alla protagonista del suo film, Claudia Ruza Djordjevic, debuttante sedicenne. «Ho cercato molto, è stato bello vedere tante ragazze che si sono presentate. Claudia l’ho trovata nel campo di via di Salone, qui a Roma. È riuscita a smuovere anche una come me, il che non è facile», scherza. «Nelle litigate con il padre è determinata, testarda molto credibile».

Sono scene che Laura ha vissuto, così come ha vissuto la diffidenza generale all’idea di voler fare la regista. «È stato molto difficile all’inizio, il cinema per i rom è pornografia, purtroppo lo pensano in tanti, mio padre insisteva perché lasciassi perdere. Quando ero piccola mio padre non voleva neanche che frequentassi persone della nostra cultura. Ma sono andata avanti lo stesso, sapevo che quello che facevo non è pornografia», ha raccontato anche ai giovani giurati e spettatori del festival di Giffoni dove è stato presentato lunedì. Il film, però, non sceglie la chiave della denuncia. Woody Allen docet, con una risata si può fare centro. «Lui è fantastico, usa l’ironia e il sarcasmo per dire quello che vuole, come facciamo anche noi rom. Se avessi girato un film molto drammatico sarebbe risultata una cosa già vista».

Al contrario, Laura Halilovic è un’apripista. Il suo documentario Io, la mia famiglia e Woody Allen del 2009 ha vinto premi a molti festival, questo è il suo primo film di finzione, che ha avuto il sostegno dell’Autorità garante per l’infanzia e l’adolescenza. Nel cast molti attori non professionisti ma anche Marco Bocci, Lorenza Indovina e Simone Coppo. «Per questo film» ha spiegato il produttore Mario Gianani «la gioia è doppia perché per la prima volta una ragazza rom può fare cinema e raccontare dal suo punto di vista la sua realtà». Attenzione, però, avverte Halilovic a non trasformarla in fenomeno. «Sono felice di esserci riuscita e sono grata ai tanti che hanno creduto in me. Ma non vorrei che si pensasse che tutto è successo perché sono rom e quindi mi si deve aiutare. Sono una ragazza come tante che cerca di realizzare il suo sogno».

Un sogno anche quello della sua attrice, Claudia Ruza Djordjevic. «Il giorno del provino c’erano tante ragazze, non pensavo mi avrebbe presa. L’importante per me era mettermi in gioco, provare emozioni al di fuori di quelle della vita del campo. Non mi aspettavo di fare l’attrice, nessuna rom lo fa. Quando ho iniziato a recitare mi sono sentita molto bene, come fossi un’altra persona». I suoi, racconta, non l’hanno osteggiata come capita a Gioia nel film. Stasera saranno tutti con lei alla prima di Io rom romantica al cinema Eden. «Per mia fortuna non mi sono mai trovata in conflitto con la mia famiglia. Se vorrei continuare con il cinema? Magari. Ti metti un costume provi e diventi subito un altro. Non sei quel personaggio ma puoi diventarlo. È bellissimo». Laura invece, stasera sarà a Torino per la prima insieme al marito, amici e parenti . «Roma resta un po’ un miraggio. Come l’incontro di Gioia nel film con Woody Allen. Veramente ci è sembrato quasi un sogno».

Independent Rebel Cinema

  • Lunedì, 23 Giugno 2014 09:28 ,
  • Pubblicato in L'Iniziativa
24 giugno - 15 luglio
ex Snia
Via Prenestina, 173 - Roma

Minima et Moralia
03 06 2014

Il 29 di aprile J.J. Abrams ha annunciato il cast di Star Wars Episodio VII, che uscirà nelle sale il 18 dicembre dell’anno prossimo. Del vecchio cast torneranno Harrison Ford, Carrie Fisher, Mark Hamill, Kenny Baker, Anthony Daniels e Peter Mayhew (cioè Han Solo, Leila, Luke, R2-D2, C-3PO e Chewbacca). Le nuove leve sono John Boyega, Daisy Ridley, Adam Driver, Oscar Isaac, Domhnall Gleeson, Max von Sydow e Andy Serkis, l’uomo del motion capture, quello che dava vita a Gollum ne Il Signore degli Anelli. Dato lo stupore di Abrams di fronte alle critiche, c’è da immaginare che con un attore nero, un ispanico e ben due donne si sentisse in una botte di ferro.

Dal 2005, anno in cui è uscito “la Vendetta dei Sith”, a oggi il mondo di fantasy e fantascienza è cambiato, la cultura nerd è diventata largamente mainstream e parecchio più inclusiva, e hanno raggiunto la popolarità franchise che riconoscono che una persona su due è una donna: i film di Hunger Games portano al box office più soldi di quelli di Twilight, Game of Thrones genera isteria collettiva in tutto l’Occidente, Saga di Brian K.Vaughan e Fiona Staples è la graphic novel più venduta negli Stati Uniti.

Il remake della serie tv anni ‘80 Battlestar Galactica ha trasformato quell’Han Solo dei poveri che era il tenete Scorpion nell’affascinante e insubordinata tenente Scorpion, e le prime due stagioni sono state un successo di critica e di pubblico. Perfino Peter Jackson ha maldestramente tentato di inserire una donna ne Lo Hobbit. E J.J. Abrams? Dopo essersi appropriatamente scusato per il sessismo nei suoi film di Star Trek, in cui solo due dei coprimari sono donne, ha ingaggiato solo due donne per Star Wars Episodio VII.

Le fan di Star Wars hanno fatto sentire le loro voci indignate, e Abrams ha tentato di arginare le proteste aggiungendo che ha ancora un ruolo femminile da riempire. Questo spiegherebbe perché il regista nei mesi scorsi abbia approcciato Lupita Nyong’o e Maisie Richardson-Sellers, due attrici di colore che di certo non erano candidate al ruolo di figlia di Leila e Han, che probabilmente sarà ricoperto da Daisy Ridley. Nessuno ha confermato le voci su chi interpreterà la giovane attrice britannica nell’Episodio VII, ma è evidente che ha l’aspetto e l’età giusti per essere la figlia di Carrie Fisher (e nipote di Natalie Portman).

Non che una drastica sottorapresentazione delle donne sia una novità per Star Wars: a entrambe le trilogie di Lucas si applicava perfettamente il Principio di Puffetta, teorizzato nel ’91 da Katha Pollitt sulle pagine del New York Times, secondo il quale un film, libro, serie tv o altro prodotto culturale non indirizzato ad un pubblico esclusivamente femminile, tendenzialmente avrà una sola femmina nel cast.

Sia Leila Organa che Padme Amidala erano le sole donne in un gruppo di uomini, e attiravano l’interesse romantico del protagonista, assicurandoci che, nonostante i vertiginosi livelli di bromance, il nostro eroe non sarebbe passato al lato omo della Forza.
La principessa Leila, con un blaster per mano e la sua pettinatura iconica ispirata al Messico di Pancho Villa, è stata uno degli idoli della mia infanzia.

È vero che si ritrovava seminuda e attaccata a una catena a fare la velina per un camorrista spaziale a forma di lumaca gigante, e che baciava entrambi i suoi compagni di avventure, serenamente ignara del fatto che uno dei due fosse il suo fratello gemello, però era sveglia e risoluta, sparava come nessun altro, e uccideva lei stessa il lumacone mafioso. In generale, Leila faceva una figura molto migliore della povera Padme Amidala, che era senza dubbio partita come una signorina piena di risorse, per poi restare incastrata in una relazione in cui era perfettamente chiaro chi avesse la spada laser dalla parte del manico, e essere quindi relegata al ruolo di innamorata sofferente di quel frat boy con le turbe che era Darth Vader da giovane.

Io, da piccola nerd che consumava i VHS di Guerre Stellari, non mi sono mai sentita in minoranza, nonostante, stando ai film, il numero di ragazze nello spazio ammontasse a “una per volta”. Questo grazie all’ Universo Espanso. L’Universo Espanso (in breve UE) è costituito da tutti gli spin-off per la tv, i romanzi, i fumetti e i videogiochi ambientati nell’universo di Guerre stellari; storie create da gente a cui Lucas aveva concesso la licenza per utilizzare la sua enorme e multiforme creatura. I sei film erano dettagliatissimi e ricchi di spunti che non venivano sviluppati, pianeti che non venivano esplorati, individui curiosi della cui storia si sapeva poco o niente: l’UE riempiva gli spazi vuoti e, al contrario di quanto succedeva per le altre saghe sci-fi di successo come Star Trek e il Dottor Who, l’Universo Espanso di Guerre Stellari era canonico. Cioè, quello che succedeva nell UE succedeva “veramente” nel mondo di Star Wars, a meno che non confliggesse apertamente con gli avvenimenti dei film.
Le apprendiste jedi tentate dal lato oscuro, le sith in cerca di redenzione, le gelide droidi programmate per uccidere e le scalcagnate cacciatrici di taglie erano cittadine ufficiali della galassia lontana lontana di Lucas, tanto quanto Leila e Luke. Se qualcuna colpiva l’attenzione del regista, che non ha mai disdegnato attingere idee dall’UE, poteva anche fare una breve apparizione in uno dei film, come la maestra jedi Aayla Secura.

Per 35 anni l’UE è stato uno spazio creativo aperto. Poi la Disney ha comprato la Lucasfilm, e lo scorso 25 aprile ha rilasciato un comunicato stampa che proclama che l’UE non è più considerato canonico, e che d’ora in avanti non ci saranno più contributi da autori esterni, ma tutto ciò che circonda Star Wars sarà gestito in prima persona dall’azienda, onde creare da zero una narrazione omogenea.
Dal prossimo anno, la licenza per pubblicare i fumetti di Guerre Stellari passerà dalla Dark Horse Comics (la casa editrice di Sin City e Hellboy) alla Marvel, che la Disney ha comprato nel 2009. La serie animata Clone Wars, che vedeva protagonisti Anakin Skywalker e la sua apprendista padawan Ashoka Tano, e andava in onda su Cartoon Network, è stata cancellata, e a partire da quest’autunno sarà sostituita da “Star Wars: Rebels” su Disney XD.

Ormai sono ragionevolmente rassegnata al fatto che Topolino comprerà tutto quello che amo e lo renderà un po’ più carino. Anche sull’UE, che era la porta attraverso cui la diversità entrava in Star Wars, si stenderà il pensiero unico Disney.

E la figlia della principessa Leila, Jaina Solo, già conosciuta e amata dalla fanbase dell’Universo Espanso? Anche nei nuovi film sarà un’Arya Stark interstellare, meccanico, apprendista jedi e pilota spericolata? La Jaina dell’EU ha avuto un’insegante pericolosa e carismatica come Mara Jade Skywalker, e compagne leali e avventurose come la compagna d’accademia Tenel Ka e Mirta Gev, degna nipote del famigerato cacciatore di taglie Boba Fett, mentre questa piccola principessa Disney sembra destinata a essere l’ennesima Miss Universo per assenza di concorrenza.

E' di Alice Rohrwacher, questo Festival. Perché è lei la grande sorpresa, quella che lascia la sala per un secondo senza respiro. ...

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