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Michela Scacchioli, La Repubblica
6 giugno 2014
    
Dal mondo liquido, che non riesce più a conservare la propria forma e che si affida all'oblìo quotidiano pur di far spazio - incessantamente e con estrema rapidità - a nuove conoscenze "volatili e volubili", al rapporto tra cittadini "sfiduciati" e istituzioni in "bancarotta".
Madrid ha annunciato la bozza del progetto: offre la possibilità di ottenere la cittadinanza a chi possa dimostrare di discendere dagli ebrei espulsi nel 1492 dalla regina Isabella e da re Ferdinando. ...
Curioso, la politica chiede allo sport di fare ciò che finora non è stata capace a sua volta di fare. Proprio così. ...

“Servizio civile? Ammessi anche gli stranieri regolari”

  • Mercoledì, 20 Novembre 2013 10:25 ,
  • Pubblicato in LA STAMPA

La Stampa
20 11 2013

Anche i cittadini stranieri, regolari in Italia, possono accedere al servizio nazionale civile come «forma spontanea di adempimento del dovere costituzionale di difesa della Patria». Perché «il termine “cittadino” va inteso riferito al soggetto che appartiene stabilmente e regolarmente alla comunità italiana».

Per questo l’Ufficio della Presidenza del Consiglio (che regola l’acceso al servizio civile), dovrà riaprire per 10 giorni il bando «per la selezione di 8.146 volontari da avviare al servizio nei progetti di servizi civili in Italia e all’estero» nel 2013 per permettere a 4 cittadini extracomunitari di poter partecipare al concorso. Così ha stabilito il giudice del lavoro Fabrizio Scarzella sul ricorso presentato dai quattro, tra cui una donna - difesi dalla Onlus “Avvocati per niente” e dall’Associazione studi giuridici sull’immigrazione - che si erano costituiti contro la Presidenza del Consiglio alla quale la sentenza ordina di «cessare il comportamento discriminatorio, di modificare il bando nella parte in cui prevede il requisito della cittadinanza consentendo l’accesso anche agli stranieri soggiornanti regolarmente in Italia».

La decisione del giudice ha un precedente in una sentenza simile del 2012 e confermata in Appello, sempre in materia di servizio civile. Ma in questo caso, equiparando il servizio a una forma di difesa della Patria, il giudice, interpretando gli articoli della Costituzione, prefigura la possibilità che un cittadino extracomunitario in regola con i permessi di soggiorno e di lavoro possa anche adempiere al servizio militare visto che la Consulta in una sentenza del 2004 ha stabilito che «il dovere di difendere la patria deve essere letto alla luce del principio di solidarietà espresso dall’Articolo 2 della Costituzione» e dato che «gli apolidi, residenti in Italia in base a una scelta non certo ad essi giuridicamente imposta, godono di un’ampia tutela in tutti i campi diversi da quello della partecipazione politica, come prescritto dalla Convenzione di New York del 28 settembre 1954 e dalla abbondante legislazione nazionale in materia di rapporti civili e sociali, culminata nell’affermazione di principio di piena parità di trattamento rispetto ai cittadini italiani».

In sostanza, scrive il giudice, se l’articolo 2 parlando di diritti inviolabili dell’uomo, richiede l’adempimento dei corrispettivi doveri di solidarietà, prescinde del tutto dal legame stretto di cittadinanza e quindi, nell’ambito dei diritti e dei doveri rientrano anche quelli sottoposti ai doveri funzionali della difesa. Tanto più, nota ancora la sentenza, che gli articoli 11 e 52 della Costituzione impongono una «visione degli apparati militari dell’Italia e del servizio militare stesso, non più finalizzata, come in passato all’idea dello “Stato potenza” ma legato invece all’idea della garanzia della libertà dei popoli e dell’integrità dell’ordinamento nazionale». Per ora ci si ferma comunque alla possibilità di accedere al servizio civile permettendo anche agli stranieri «di concorrere al progresso materiale e spirituale della società... tenuto oltretutto conto che gli enti promotori perseguono finalità del tutto estranee al concetto di difesa della patria».

La Repubblica
18 10 2013

C'erano una volta le panchine espiantate per non far sedere gli immigrati e c'era un sindaco diversamente democratico che proponeva di "vestirli da leprotti per fare pim pim pim col fucile". Ma solo dopo averli schedati ("impronte di mani, piedi e naso") e prima di caricarli sui "vagoni piombati", che sennò loro, quei "perdigiorno extracomunitari", "portano Aids, Tbc, scabbia, epatite" e "annacquano la nostra civiltà".

Erano i tempi della "Razza Piave". Quel fine dicitore "del sceriffo" Gentilini non si era ancora paragonato al Duce ("ho finito il mio ventennio, oggi osservo dal balcone"). Nessuno avrebbe mai immaginato che la storia sarebbe cambiata. Non qui, non così. E invece è tanto girata che a Treviso, ex feudo leghista con un crescente 11% di stranieri, moltissimi dei quali integrati e impiegati, adesso ai bambini forestieri nati in città - i figli dei "leprotti" - daranno la cittadinanza onoraria.

Fratelli stranieri. Fratelli della stessa comunità. Un'anticamera locale dello ius soli. "È un segnale di discontinuità col passato", dice il sindaco Giovanni Manildo, l'ariete del centrosinistra che l'anno scorso ha messo una pietra sopra l'era Gentilini e ora "il sceriffo", dai giardinetti, lo chiama "neo-bolscevico".

Piazza dei Signori, le quattro del pomeriggio. Il termometro di tutto quello che accade o non accade nel capoluogo della Marca è qui. Sotto il palazzo del Podestà. Nel punto dove i pasdaran della "tolleranza doppio zero" arringavano dal palco la folla lighista sproloquiando su "spari ad altezza d'uomo", "tiro ai gommoni", "burqa da bruciare". Sempre dal repertorio gentiliniano: "La nostra civiltà è superiore a quella del deserto, gli immigrati rovinano la nostra razza".

Zina è una madre moldava e non ha rovinato niente. Ha un sorriso lieve, tiene per mano suo figlio che ha sei anni e ha iniziato la prima elementare da un mese, e forse tra trenta giorni sarà trevigiano ad honorem. Istituto Primo comprensivo, zona San Bartolomeo. "Lui è nato qui, è cresciuto qui, sta benissimo coi suoi compagni. È giusto che sia considerato un cittadino italiano".

San Bartolomeo, sulla strada Ovest, San Paolo, Monigo. La cintura urbana che non è più centro e non è ancora lontana periferia. Tanti figli di bosniaci, romeni, moldavi, kosovari, e cinesi, marocchini, tunisini. I nuovi trevigiani studiano qui. Sono 1.800 e hanno da 0 a 19 anni. Un quinto degli 11mila cittadini stranieri di Treviso (la città ne fa 82mila, con la provincia si arriva a 890mila). "Sono contenta se fanno questa cosa, almeno i bambini devono sentirsi uguali agli altri". Zina parla come se la cittadinanza onoraria voluta dall'amministrazione - si partirà a novembre con le prime assegnazioni, di concerto con le scuole - avesse anche una validità giuridica: non è così. Per la legge restano bimbi stranieri. Per ora. Ma è bello, e fa niente se è retorico, che il significato sia questo, e che una mamma lo percepisca in questo modo.

"Il riconoscimento è un modo per dire ai bimbi che loro fanno parte della nostra comunità e che la comunità li accoglie", spiega Anna Cabino, assessore alle politiche per l'immigrazione e la scuola. È un inizio (come già voluto e sperimentato in altre città). "Vogliamo lanciare un messaggio al governo a favore dello ius soli, il riconoscimento della cittadinanza piena ai bimbi nati in Italia. Inviteremo il ministro Kyenge, vorremmo fosse lei a consegnare questi riconoscimenti ai bambini delle prime elementari".

Eccola la rivoluzione dolce di Treviso. "L'idea della giunta è un grande segnale di civiltà - spiega Abdallah Zezragi, rappresentante della comunità marocchina - Questa città ha sempre saputo integrare anche se certi amministratori vomitavano odio contro gli immigrati cavalcando la paura della gente". Modou Diop, 48 anni, senegalese, è un operaio della "Geox". Da due giorni è ufficialmente cittadino italiano. Che a giurare sulla Costituzione di fronte al sindaco Manildo sia stato lui, leader del coordinamento delle associazioni delle varie etnie presenti nella Marca, è un segno ulteriore. "Vogliamo una città aperta, sempre più multietnica e multiculturale - aggiunge il primo cittadino - L'epoca della xenofobia becera è finita, Treviso è di tutti e per tutti, saremo la città dell'accoglienza".

La Provincia è a guida leghista, come la Regione Veneto. Ma le visuali, rispetto a un tempo, sono cambiate. "Lo ius soli? Se è come in Germania, partendo dai bambini di otto anni, si può fare", apre il governatore Luca Zaia. Del resto la nuova composizione di Treviso è sotto gli occhi di tutti. Un dossier di Anolf CISL calcola che se solo 15 residenti stranieri su 100 in provincia fossero nati in Italia e minorenni, con lo ius soli sul territorio si conterebbero almeno 15mila italiani in più. Per ora si parte, simbolicamente, dai bambini. Il che scatena le prevedibili esternazioni del destituito Gentilini. "Mi sembra una frenesia demenziale. La cittadinanza onoraria la si dà a chi merita, non ai bambini stranieri. Io l'ho data a Pierre Cardin. E comunque le panchine che ho tolto dalla stazione, per fortuna, non le hanno più rimesse". 

Paolo Berizzi

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