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Immigrazione: Napolitano, dare cittadinanza ai minori integrati

  • Martedì, 18 Dicembre 2012 14:31 ,
  • Pubblicato in Flash news
Agi
18 12 2012

(AGI) - Roma, 18 dic. - E' opportuno rendere possibile l'acquisizione della cittadinanza da parte dei minori figli di immigrati gia' di fatto integrati nella nostra comunita' nazionale. Lo sostiene il presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, in occasione della Giornata internazionale del Migrante. "L'ostilita' nei confronti dell'immigrazione - osserva Napolitano - deve essere considerata un rifiuto della realta', frutto di ingiustificate paure troppo spesso alimentate nel dibattito pubblico. Il fenomeno immigratorio, che e' inevitabile, deve essere percio' accompagnato da politiche adeguate, perche' a coloro che vengono a lavorare in Italia sia attribuito il rispetto che meritano, nell'osservanza delle nostre leggi". "Ai tanti immigrati che risiedono e lavorano o studiano in Italia auguro di riuscire a superare le difficolta' che incontrano, oggi aggravate dalla crisi economica - scrive il presidente -. Torno a suggerire l'opportunita' di rendere possibile l'acquisizione della cittadinanza da parte dei minori gia' di fatto integrati nella nostra comunita' nazionale. Gli immigrati in Italia costituiscono una componente essenziale della popolazione, come forza lavoro e anche fonte di energia vitale per una societa' che invecchia". C'e' in Italia una "nuova emigrazione" favorita dalla crisi economica e dalla difficolta' di trovare lavoro. E' quanto scrive il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano nel suo messaggio per la Giornata internazionale del migrante. "Un Paese che torni a crescere, che voglia essere un luogo di aperta convivenza civile e' l'Italia a cui tutti i migranti potranno guardare con fiducia - scrive il Capo dello Stato -.
 
Ed e' l'Italia che auguro a tutti noi". "Le politiche rivolte a favorire la ripresa economica - osserva il presidente -, attraverso investimenti in innovazione e ricerca, costituiscono un importante incentivo a restare e per chi e' gia' all'estero a rientrare, riportando in Italia competenze arricchite dalle esperienze acquisite". "Anche gli italiani, emigrati in massa in passato, non hanno mai smesso del tutto di cercare lavoro all'estero - conclude -, in particolare ora che la condizione della nostra economia non sempre consente a lavoratori specializzati e a giovani ricercatori e professionisti di vedere adeguatamente valorizzate le proprie competenze e professionalita'"
Domani sarà già passato un anno da quando in Piazza Dalmazia a Firenze furono assassinati Modou Samb e Mor Diop durante l’attacco armato di un fanatico razzista.

Sarà già passato un anno anche per quelli che vennero gravemente feriti: Sougou Mor, Mbengue Cheike e Moustapha Dieng. Quest’ultimo, questo lungo anno lo ha trascorso nel letto di un ospedale.

Dieng non potrà più essere autosufficiente, la pallottola gli ha lesionato il midollo spinale e non può più camminare, è tetraplegico e non riesce ad emettere suoni perché la trachea è stata compromessa e poi trapiantata. Ha accanto un fratello disoccupato che vive vicino Pisa e Madiagne, un amico che non conosceva prima, ma che dal giorno della sparatoria lo va a trovare tutti i giorni.

L’Associazione dei senegalesi di Firenze in questi giorni è molto attiva. Ha lanciato un appello e nella solidale città di Firenze sta organizzando una manifestazione.

L’Associazione chiede inoltre la cittadinanza italiana per i tre ragazzi feriti gravemente dal killer Gianluca Casseri. Lo chiede al Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano attraverso la petizione su Change.org.

Che senso ha la cittadinanza per questi tre ragazzi di 32, 34 e 42 anni?

Ha un senso: cercare di comunicare, di ribadire che il clima razzista nel quale è avvenuto il terribile gesto di Casseri un anno fa non ci appartiene come Paese e che non lo abbiamo dimenticato. Mandare un segnale di solidarietà a Dieng, affinchè Madiagne non sia l’unico ad essergli vicino.

"Tu non cambi cognome, tu sei mia"

  • Lunedì, 10 Dicembre 2012 11:18 ,
  • Pubblicato in Il Racconto

GiULiA

10 dicembre 2012

Li chiameremo Ewa e Kristian. Intorno ai trentacinque anni di età, forse meno. Sono marito e moglie con figlia. Vivono in Italia da un po' meno di due lustri. Sono stranieri comunitari. Vogliono diventare cittadini italiani, mi raccontano della loro vita.

"Tu non cambi cognome, tu sei mia"

  • Lunedì, 10 Dicembre 2012 09:57 ,
  • Pubblicato in Flash news
GiULiA
10 12 2012

L'altra Italia, quella delle migranti: Ewa, alla quale il marito nega il diritto di diventare italiana, per impedirle di ritrovare il suo cognome.

Li chiameremo Ewa e Kristian. Intorno ai trentacinque anni di età, forse meno. Sono marito e moglie con figlia. Vivono in Italia da un po' meno di due lustri. Sono stranieri comunitari.

Vogliono diventare cittadini italiani, mi raccontano della loro vita. Lui fa l'operaio, lei sta a casa. Lei parla benino l'italiano. Lui sta volentieri in silenzio. Spiego loro cosa occorre. Tra i tanti documenti, ci vuole anche una specie di attestazione che faccia capire allo Stato italiano che Ewa ha cambiato definitivamente cognome quando si sposarono, assumendo quello del marito.

Non è complicato, ma è necessario, perché - una volta diventata italiana - Ewa riprenderà il cognome di nascita, quello paterno. Il nostro ordinamento stabilisce questo. Una delle poche cose buone, mantenere il proprio cognome. Se si potesse scegliere tra il cognome materno e quello paterno sarebbe ancora meglio.

Il marito, a sentire che la moglie riprenderà il suo cognome di nascita, ha un sussulto.

- Ma no, deve essere errore. Da noi non così. Perché Ewa deve cambiare cognome? Gli spiego ancora una volta che per lo Stato italiano, per le leggi vigenti in Italia, le donne non assumono anagraficamente il cognome del marito cancellando il proprio di nascita. Ciascuno ha diritto al mantenimento del proprio cognome. (Ometto di dirgli che se c'è qualche italiana che si presenta con il cognome del marito ha altre ragioni. Tutte di comodo, o per vezzosità.)

- No, no. Non va bene. Protesta Kristian.
Ewa, lo guarda e gli fa segno di calmarsi. Lui non si calma.
Gli chiedo cosa c'è di tanto scandaloso a riprendere il cognome di nascita.

- È che quando uno si sposa, diventa mia.
Dice in un italiano così così, tuttavia il concetto è chiarissimo. Mi arrabbio. Ma non dico nulla. Non posso esprimere alcun giudizio.
Ewa vuole continuare ad ascoltare la spiegazione sull'iter burocratico, ma il marito sbuffa e scuote la testa.

All'improvviso lui ha uno scatto e si alza in piedi. Con un dito minaccioso si rivolge a Ewa: - Tu non chiedi cittadinanza. Solo io e figlia.
Ewa diventa tutta rossa e comincia a balbettare.

- Perché? Perché? - chiede - Perché io non posso avere cittadinanza?

- Perché così non cambi cognome. Rimane tutto uguale. Che serve a te cittadinanza?
Mi si serrano le mascelle. Ewa gli prende la mano. Lui insiste con la sua soluzione. La situazione sta degenerando.

- Tu non prendi cittadinanza. Tu non cambi cognome.
La donna non mi guarda più, sembra vergognarsi.

Questo non mi sembra un gesto di amore: questa è predazione. Né gelosia, né esclusività: solo proprietà.

Raccolgo tutti i moduli e in fretta li consegno alla donna, che capisce la situazione.

Li congedo dicendo loro che la mia stanza è il posto meno adatto per risolvere una questione di famiglia. O forse è piuttosto una questione di dignità.

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Zeroviolenza è un progetto di informazione indipendente che legge le dinamiche sociali ed economiche attraverso la relazione tra uomini e donne e tra generazioni differenti.

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