Il rovello del potere nel cuore dei social media

  • Domenica, 21 Febbraio 2016 09:18 ,
  • Pubblicato in IL MANIFESTO
Escher HandsVanni Codeluppi, Il Manifesto
21 febbraio 2016

Il mondo dei media cambia molto rapidamente. Tecnologie e modi di comunicare si modificano in continuazione e il digital divide aumenta, creando dei solchi sempre più ampi tra le generazioni.

In Italia abbiamo un piacione e ci vuole innamorare

  • Lunedì, 05 Ottobre 2015 08:38 ,
  • Pubblicato in Il Commento
Renzi PiacioneEugenio Scalfari, La Repubblica
4 ottobre 2015

Per me è molto noioso dovermi occupare ancora di Renzi ma chi esercita la professione di giornalista ha l'obbligo di capire e raccontare quel che fanno i protagonisti delle vicende politiche....

Il Manifesto
02 10 2015

Intervista. La beffa di Ryan Air che apre le sue rotte ai profughi: «L'obiettivo di sospendere per un attimo la realtà è stato raggiunto. Ma oggi, rispetto a quando Luther Blissett iniziò, il mondo dell'informazione al tempo di internet è soprattutto ricerca del click, più che della verità»

«Oggi se si deve inter­ve­nire a livello di pro­du­zione di realtà e di imma­gi­na­rio biso­gna farlo con moda­lità più proat­tive e con­crete che met­tano in luce le con­trad­di­zioni pro­prie della poli­tica e dell’economia».


Ben­tor­nato Luther Blis­sett, e gra­zie per aver dato con­cre­tezza – anche se la cosa è durata solo poche ore – al sogno di inci­dere sulla tra­ge­dia dei pro­fu­ghi che rischiano la vita e troppo spesso la per­dono per rag­giun­gere clan­de­sti­na­mente l’Europa. «In que­sto uni­verso 3000 per­sone sono morte nel Medi­ter­ra­neo nel 2015. Per qual­che ora altre per­sone hanno potuto imma­gi­nare un uni­verso paral­lelo», si legge nella “riven­di­ca­zione” della falsa noti­zia dif­fusa mer­co­ledì dal col­let­tivo dal nome mul­ti­plo che dal 1994 – e nella fat­ti­spe­cie dopo un lungo silen­zio — firma azioni in cui il “falso” è inteso come gri­mal­dello dell’esistente e stru­mento di lotta poli­tica.

Il report era di quelli che rischia­rano gli spi­riti: Ryan Air apre le sue rotte verso il nord Europa ai pro­fu­ghi privi di visto e si accolla anche le san­zioni pre­vi­ste per le com­pa­gnie che disat­ten­dono la diret­tiva euro­pea vigente.
E i titoli si spre­cano. A par­tire da Ger­ma­nia e Ita­lia la noti­zia diventa virale e da lì al tweet con la smen­tita uffi­ciale (seguita da com­menti come «Nes­suno ha mai cre­duto che foste così umani»), la com­pa­gnia aerea gua­da­gna un punto in borsa.

«Non sono un ana­li­sta finan­zia­rio – aggiunge “il” Luther Blis­sett che abbiamo rag­giunto tele­fo­ni­ca­mente -, ma credo sia ricon­du­ci­bile alla visi­bi­lità posi­tiva che la noti­zia ha gene­rato. Cosa che ci rende sod­di­sfatti…». E che in effetti non sem­bra ren­dere ner­vosi, per ora, gli avvo­cati della com­pa­gnia. «L’operazione era iscritta in un modello di comu­ni­ca­zione che è quello tipico di Ryan Air, basato sulla pro­vo­ca­zione e sull’attualità — aggiunge -, quindi la noti­zia era masti­ca­bile. In più non c’erano aspetti nega­tivi riguar­danti Ryan Air».

Design fic­tion da manuale, quindi. «Dopo­di­ché — con­ti­nua lui — il mondo dell’informazione al tempo di inter­net è soprat­tutto ricerca del click, più che della verità. Le beffe orga­niz­zate vent’anni fa da Luther Blis­sett mira­vano a destrut­tu­rare i modelli di comu­ni­ca­zione, erano un ten­ta­tivo di pren­dere la parola dal basso con noti­zie non vere che comun­que apri­vano dei var­chi. Oggi lo sce­na­rio è total­mente diverso, molti media fanno un uso deli­be­rato di noti­zie false. Così è ogget­ti­va­mente più facile costruire dei “falsi”. Al tempo dei fax costrui­vamo anche delle realtà di veri­fica, ora è ten­den­zial­mente inu­tile: nel momento in cui for­ni­sci un pro­dotto che può facil­mente pro­durre dei click, che la sto­ria sia vera o falsa importa poco, se non col­pi­sce inte­ressi signi­fi­ca­tivi, passa con rela­tiva faci­lità, vedi le colon­nine di destra sui siti di Repub­blica e Cor­sera.

Ma qui il ten­ta­tivo era diverso, non era il falso per il falso… Non par­le­rei di design fic­tion per­ché si pro­spetta qual­cosa di ogget­ti­va­mente pos­si­bile. Il dato tecnico-giuridico è con­creto. Par­liamo della pos­si­bi­lità di far volare delle per­sone senza rive­dere com­ple­ta­mente la legi­sla­zione euro­pea sul diritto d’asilo. C’è un vul­nus legi­sla­tivo, per que­sto sono stati scelti tutti aero­porti come Lesbo e Pod­go­rica, che sono den­tro i con­fini dell’Unione».

Ad ogni modo i siti ita­liani hanno risolto la pra­tica modi­fi­cando i pezzi e declas­sando la noti­zia a “bufala”. «È curioso — com­menta Luther Blis­sett -, se tu una noti­zia dopo averla vagliata decidi di non darla, la bufala non esi­ste. Ma se ci caschi sei tu che l’hai creata». Pra­tica che da noi viene dige­rita in fretta dalla rete, ma in Ger­ma­nia resta facil­mente di tra­verso agli utenti. «Si è aperto un caso, la Deu­tsche Presse-Agentur (DPA), che è un po’ l’Ansa tede­sca ma con stan­dard qua­li­ta­tivi più ele­vati, ha dif­fuso la noti­zia e la Frank­fur­ter All­ge­meine l’ha ripresa con grande rilievo. Poi è stata costretta a rilan­ciarla per smen­tirla, addos­sando la respon­sa­bi­lità sull’agenzia».

Il rischio qui però è che l’enfasi sulle moda­lità potrebbe oscu­rare l’aspetto più poli­tico, la spinta a supe­rare una realtà spia­ce­vole tra­mite una vio­la­zione dell’ordine costi­tuito. «Ma l’obiettivo di que­sta azione, che in qual­che modo festeg­gia il nostro ven­ten­nale, è stato rag­giunto — con­clude Blissett-: sospen­diamo per un attimo la realtà e vediamo quale altro mondo è pos­si­bile. Ci sono molte asso­cia­zioni che qual­che rifles­sione hanno ini­ziato a farla. C’è già un pro­getto che punta a creare una sorta di vet­tore che affian­chi i rifu­giati negli aero­prti di par­tenza e di arrivo. Viste le lacune della diret­tiva ci sono mar­gini di pres­sione sui vet­tori auro­pei. Se qual­che ong si facesse carico dei rischi insieme a una com­pa­gnia, qual­che spa­zio si potrebbe aprire. È un uma­ni­ta­rio con­creto, uno sce­na­rio che si va aprendo. A livello di poli­tica isti­tu­zio­nale invece non ci aspet­ta­vano nulla e nulla è successo».

Gina Musso

La beffa mediatica su RyanAir e i migranti

  • Giovedì, 01 Ottobre 2015 13:18 ,
  • Pubblicato in DINAMO PRESS
Dinamo Press
30 09 2015

La rivendicazione di Luther Blissett dopo la beffa mediatica: "Costruiamo un'altra realtà, dove i migranti non muoiono".

Ci vuole poco a sottolineare la futilità dei confini, la tragica ostinazione dei guardiani delle frontiere nell'impedire che uomini e donne possano muoversi liberamente, soprattutto se in fuga da guerra e miseria. Ma siccome questo apparato violento, oltre che di eserciti e dispositivi burocratici, si serve di macchine ideologiche e alimenta immaginari, ecco che una beffa mediatica può servire a mettere a nudo il sovrano, la sovranità delle frontiere e la barbarie del sacro suolo patrio.

Così, questa mattina è comparso online il sito www.ryanfair.org che ha fatto sapere al mondo che RyanAir, compagnia low cost nota nel mondo, avrebbe smesso di chiedere il visto ai rifugiati.

La notizia ha circolato dapprima sui siti e sui portali dei giornali tedeschi, per approdare in Italia (l'hanno ripresa Il Giornale e Repubblica). Mentre la notizia rimbalzava, per di più, il titolo di RyanAir ha guadagnato più di mezzo punto all'indice Nasdaq. “Abbiamo deciso di aprire ai rifugiati le nostre rotte dalla Grecia e dall'Europa orientale – si sosteneva avesse detto il responsabile marketing della compagnia, tale Kenny Jacobs - violando una regola che semplicemente fa cadere sulle spalle delle compagnie aeree le responsabilità dei governi. Vogliamo dare il nostro piccolo contributo per alleviare le sofferenze delle migliaia di persone che sono costrette ad abbandonare le loro case ed a fuggire per salvarsi la vita".

Ogni “falso” non è semplicemente una burla, è un sensore dell'emozione connettiva. Soprattutto al tempo della rete, il falso diventa vero, l'impossibile diventa credibile quando raccoglie l'inconscio collettivo e mostra le assurdità delle cose “vere”. Questo è uno di quei casi.

Di seguito il comunicato firmato Luther Blissett e scritto in inglese col quale l'azione è stata “rivendicata”. La traduzione è nostra.

La design fiction è una forma di design critico che usa scenari immaginari e narrativi per immaginare, spiegare e sollevare questioni circa possibili contesti futuri per il la grafica e la società. Questo è ciò che la campagna RyanFair è. Naturalmente, è completamente fittizia. Si può inquadrare come burla e falso. Ma è una realtà possibile.

Alcune persone possono volare, gli altri non possono. Questo è il motivo per cui i migranti nuotano, navigano e annegano. Perché gli altri non consentono loro di utilizzare altri mezzi di trasporto. Non sto parlando di RyanAir. Sto parlando di regole, delle persone che hanno fatto le regole e delle persone che rispettano queste regole.

In questo universo 3000 persone sono morte nel Mediterraneo nel 2015. Per qualche ora altre persone hanno potuto immaginare un universo parallelo.

Guardate la risposta emotiva sui social network,

Guardate i media di tutto il mondo.

Guarda le quotazioni RYAAY al Nasdaq.

Basta con la realtà, dobbiamo superarla.

Dobbiamo cambiare le regole o violare.

Luther Blissett


Lavoro culturale
21 09 2015

Un nuovo contributo di Charles Heller e Lorenzo Pezzani, Ricercatori Associati del Progetto (Centre for Research Architecture, Goldsmiths University, Londra), tra coloro che hanno contribuito a fondare la piattaforma Watch The Med.


L’ipotesi che un’imbarcazione in difficoltà venga identificata, avvicinata da mezzi di marina, fotografata e infine lasciata andare alla deriva nel Mediterraneo producendo la morte di sessantatré persone ci impone una riflessione urgente: quale è la relazione che lega le nostre tecnologie di controllo, il dovere di soccorso, e il senso del fotografare?


Fin dall’inizio di quella che è stata chiamata la “crisi migratoria” del Mediterraneo, i media internazionali sono stati sommersi dalle immagini di imbarcazioni sovraffollate che attraversano le frontiere marittime dell’Unione Europea.

Queste immagini, prodotte soprattutto da agenzie di Stato o da giornalisti embedded, circolano in modo indefinito, spesso perdendo ogni riferimento al contesto nel quale sono state scattate.

Sono divenute «immagini fluttuanti» usando i termini di Hito Steyerl, immagini che vanno alla deriva da un articolo all’altro, costantemente disperse come le soggettività dei migranti che ritraggono.[1] Attraverso la loro circolazione infinita, queste immagini rafforzano la sensazione di una invasione, un mito che recentemente alcuni contribute di analisi e ricerca hanno provveduto a decostruire.[2]
È necessario osservare, d’altra parte, che le immagini dei migranti intercettati nel mare operano attraverso un frame di invisibilità, cui ben si prestano le frontiere marittime europee, che rende opaco il soggetto nello stessa misura in cui lo rivela.[3] Ciò che lo spettacolo della “protezione” dei confini nasconde, infatti, è in primo luogo la produzione di illegalità attraverso politiche di esclusione senza le quali i migranti non sarebbero costretti ad usare gli strumenti della clandestinità per attraversare i confini; lo stesso accade alla violazione diritti dei migranti in mare, tenuta fuori da ogni visibilità pubblica. Mentre le immagini rivelano la violenza dei confini, gli Stati cercano di mantenerle invisibili.

Questo è il contesto nel quale si inserisce il caso della “left-to-die-boat” che abbiamo analizzato in collaborazione con un gruppo di Ong condotte da GISTI e FIDH.

Tracce Liquide – Il Caso della “Left-to-Die Boat” from charles heller on Vimeo.

Nel marzo del 2011, al culmine dell’intervento militare NATO in Libia, 72 migranti in fuga dal Paese furono lasciati alla deriva nel Mediterraneo centrale per quindici giorni, nonostante fossero state inviate segnalazioni di emergenza a tutte le imbarcazioni che navigavano in quell’area, e fossero stati intercettati da mezzi aerei militari e di marina.[4]

La riluttanza di tutti gli attori coinvolti nel mettere in salvo i passeggeri alla deriva ha prodotto l’agonia e la morte di sessantatré persone. Durante questo tragico evento furono scattate molte fotografie, ma solo una di queste è stata resa pubblica: quella scattata da un aereo militare di sorveglianza francese durante il primo giorno del viaggio dei migranti (mostrata sopra).

L’immagine è stata rivelata attraverso un’indagine del Consiglio d’Europa,[5] ma molti altri scatti sono rimasti inaccessibili e continuano a ossessionare la nostra ricerca.

Nelle interviste condotte con i nove superstiti, viene descritto come, alla fine del primo giorno di navigazione, erano stati sorvolati due volte da un elicottero militare dal quale il personale a bordo li aveva fotografati mentre si sbracciavano implorando aiuto prima di essere inghiottiti dal buio.

Contrariamente alle speranze dei passeggeri, non fu mai predisposta alcuna operazione di salvataggio a seguito di questi avvistamenti. Dopo dieci giorni, l’imbarcazione continuava ad andare alla deriva e oramai quasi la metà dei passeggeri a bordo erano morti. In quel momento fu avvicinata da una nave della marina militare – che rimane tuttora non identificata – che si è accostata fino ad una distanza di dieci metri. Dan Haile Gebre, uno dei sopravvissuti, ricorda questo incontro:

Noi guardiamo loro. Loro guardano noi. Noi gli facciamo vedere i cadaveri, i bambini. Bevevamo l’acqua del mare, eravamo disperati. L’equipaggio della barca scattava foto, nient’altro.

Venendo meno all’assistenza dei naufraghi nella piena consapevolezza del loro destino, l’equipaggio a bordo di questo mezzo di marina – ancora oggi non identificato – è responsabile della loro morte senza aver toccato i loro corpi.

Abbiamo spesso riflettuto sulla relazione che intercorre tra l’atto di fotografare e l’atto del non-soccorrere. Per Susan Sontag (Sulla fotografia), l’atto di fotografare, che implica l’idea per cui si devono lasciare le cose come stanno «almeno per il tempo necessario a scattare una buona foto», è fondamentalmente «un atto di non-intervento», complice con le forme della sofferenza umana che documenta.

Se la tesi di Sontag permette di mettere in luce queste forme complesse del non-inetervento che conducono ad un esito fatale, non riesce però a descrivere tutti gli atti del fotografare, a cominciare dal fatto che, come ci è stato raccontato dai passeggeri superstiti, essi stessi avevano documentato l’intera sequenza degli eventi con i loro telefoni cellulari. L’incontro tra queste due imbarcazioni – una che rappresenta uno degli attori politici più potenti al mondo, l’altra invece gli indesiderabili – è stato anche l’incontro tra fotografi che si scattavano fotografie a vicenda. Mentre per l’equipaggio militare il fotografare era una parte inestricabile dell’atto di non-intervento, i naviganti alla deriva impugnavano i loro telefonini mentre piangevano implorando i militari di intervenire ed evitare così il loro destino di morte.

La fotografia è dunque fortemente intrigata nella rete dell’intera catena di eventi del caso della “left-to-die-boat”. Se queste differenti fotografie avrebbero potuto fornire un’evidenza innegabile del crimine di non-soccorso, fin’ora sono rimaste inaccessibili. Le immagini catturate dai migranti con tutta probabilità sono state distrutte al momento della confisca dei loro telefoni, quando, dopo essere tornati sulla costa libica dalla deriva furono incarcerati. Le immagini scattate dai militari probabilmente esistono ancora da qualche parte, archiviate in una scheda di memoria o sul disco rigido di un computer. Comunque sono rimaste ad oggi inaccessibili a qualunque indagine.

L’occultamento delle fotografie scattate ben esemplifica l’ambivalenza della “partizione del sensibile” delle frontiere marittime europee, che oscilla tra un una spettacolarizzazione controllata del rafforzamento del confine e l’occultamento della violenza perpetrata contro i migranti.[6]

In assenza di queste fotografie incriminatorie, la nostra indagine sul caso della “left-to-die-boat” ha cercato di ricostruire un’immagine molteplice degli eventi risignificando i dispositivi di rilevamento a distanza che nella nostra contemporaneità hanno trasformato il mare in un sensorium mediato tecnologicamente.

Abbiamo potuto ottenere un riscontro delle testimonianze dei superstiti attraverso le informazioni fornite da mezzi navali dotati di tecnologie di rilevamento; i segnali di soccorso inviati e ricevuti attraverso coordinate georeferenziate; le informazioni su venti e correnti tramite le quali è possibile ricostruire la traiettoria di un’imbarcazione alla deriva; le immagini satellitari che riportano in effetti la presenza di grandi mezzi navali in prossimità della barca alla deriva dei migranti.

Se da un lato queste stesse tecnologie sono spesso usate a fini di sorveglianza dei movimenti migratori illegali, o di altre minacce sociali, in questo caso sono state utilizzate come prove del crimine della non-assistenza.

La ricostruzione degli eventi che ci hanno permesso di produrre è divenuta la base per diversi casi giudiziari ancora in corso contro quegli Stati i cui mezzi navali erano disponibili e operanti al momento degli eventi, compresa la Francia.

Come dimostrano i tragici eventi del caso della “left-to-die-boat”, le immagini non documentano semplicemente la violenza delle frontiere, ma vi partecipano attivamente. Che sia attraverso la logica dello spettacolo o del segreto di Stato, risulta evidente che la flagranza dell’atto di esclusione su cui si sorreggono le politiche migratorie europee ha luogo nelle immagini e attraverso di esse.

Lottare per i diritti dei migranti significa dunque anche intervenire in questo regime di (in)visibilità rivendicando il diritto a quella visibilità in grado di sfidare i confini che si stagliano di fronte a ciò che può essere visto o sentito.

Questo è quello che abbiamo cercato di continuare a fare collettivamente attraverso la piattaforma mappata di WhatchTheMed.

[Traduzione a cura di Maddalena Fossi. Una versione in francese di questo articolo è già apparsa su Libération.]

 


[1] Hito Steyerl, The Wretched of the Screen. Berlin: Sternberg Press, 2013, p.171.

[2] Hein De Haas, The myth of invasion: The inconvenient realities of migration from Africa to the European Union, «Third World Quarterly 29», no.17, 2008.

[3] Nicolas De Genova, Spectacles of migrant ‘illegality’: the scene of exclusion, the obscene of inclusion, «Ethnic and Racial Studies», 36.7, 2013.

[4] Per seguire la nostra ricostruzione di questi eventi, si veda il nostro report.

[5] Assemblea Parlamentare del Consiglio d’Europa (PACE), “Lives lost in the Mediterranean Sea: who is responsible? ”, 2012.

[6] Jacques Rancière, Le partage du sensible, Paris: La fabrique, 2000.

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