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La 27 Ora
20 03 2015

Cara Madonna,

mi chiamo Simona Giannangeli, vivo all’Aquila, capoluogo dell’Abruzzo e sono un’avvocata.

Nutro una profonda ammirazione per te e sono rimasta colpita dalle tue dichiarazioni in relazione allo stupro che hai subito.

Affermi che denunciare lo stupro compiuto da un uomo è inutile e umiliante per noi donne e che non vale la pena tornare a parlarne, dopo essere stata violata.

Io sono femminista e ho creato insieme ad altre donne un Centro Antiviolenza per le donne nella mia città.

Essere femminista per me significa prendere la parola e stare al mondo a partire da me, dalla mia identità di genere, dal mio corpo sessuato, significa esercitare potere su di me per dire il mondo che voglio abitare.

Voglio abitare un mondo libero dalla violenza maschile, voglio abitare un mondo dove non si continui ad insegnare a noi donne «come fare per non essere stuprate», voglio abitare un mondo dove siano gli uomini a vergognarsi profondamente di se stessi e non noi donne.

Io penso fermamente che denunciare uno stupro è per noi donne un atto di forza e di coraggio, è riaffermare il nostro diritto all’integrità fisica e psicologica, è riappropriazione di gesti di autorità per noi e fra di noi.

Denunciare uno stupro non è cosa facile su questo pianeta, dove complicità, connivenza, omertà, silenzi colpevoli agiscono tra uomini e anche tra tante donne.

È preferibile voltarsi dall’altra parte, non avere occhi per vedere, è meglio negare la vastità della violenza maschile contro di noi, per non doversi interrogare e scegliere di non restare in silenzio.

Io credo fermamente che la violenza maschile contro di noi interroghi ognuna di noi e che quando una di noi denuncia la violenza subita da un uomo rifiuta la vergogna, si riprende spazio e parola e svela così la infinita miseria degli uomini, non quella della donne.

Una donna che denuncia lo stupro subito da un uomo si mostra per giudicare, non per essere giudicata, si mostra per rivendicare giustizia.

Il gesto di denunciare lo stupro rivela forza e grandezza di una donna, ma è un gesto che ha bisogno del simultaneo gesto di tante altre donne che chiedono giustizia insieme a quella donna sorella.

E troppo spesso siamo sole.

Come forse lo sei stata tu, quando piena di energia e sogni sei arrivata nella grande città.

Credo che nella relazione salda tra noi donne inizi la lotta contro la violenza maschile, la lotta che ci vede non vittime, non deboli, non ripiegate su noi stesse, ma pienamente consapevoli che gli uomini non hanno alcun diritto di toccarci, se noi non lo vogliamo.

E, quando una di noi viene stuprata, abbiamo il dovere profondo che nasce dall’amore, dalla cura e dal rispetto che dobbiamo a noi stesse, di prendere la parola pubblicamente e di DIRE la violenza maschile subita.

È un’esperienza umana e politica straordinaria per me assistere a ciò che accade, alla forza immensa che sprigioniamo, quando ci uniamo e ci riconosciamo.

Mi capita quando entro in un’aula di tribunale portando una domanda di giustizia, mi capita con le mie amiche sorelle quando esercitiamo la parola con il nostro alfabeto.

Mi piacerebbe sapere cosa ne pensi.

Ti abbraccio

E te lo scrivo anche in inglese

Dear Madonna,

Please allow me to introduce myself:
my name is Simona Giannangeli, I live in L’Aquila, the capital city of the Abruzzo region and my profession is a Lawyer.

I have always admired you and recently was moved by your statement that you were a victim of rape.

You stated that reporting a rape is a humiliating experience for a woman who has been violated by a man and that it’s not worthwhile speaking about.

I am a Feminist and founded a Women’s Refuge, with the support of other women, for the sake of women in my city.

In my opinion, to be a Feminist means to “take the floor” and play a role in the world, starting with one’s self, identity in general and one’s female sensuality. It means exerting my power to create the type of world I want to live in.

I want to live in a world free from male violence, a world that doesn’t teach women how to “avoid being raped.” I want to live in a world where men are the ones feeling ashamed and not women.

I strongly believe that it is a woman’s right to report a rape; that itself is an act of courage, the reaffirmation of our physical and psychological integrity and the chance to reclaim our authority.

To report a rape is not easy in a world where compliancy, connivance and the guilty conspiracy of silence reign among many men and women.

Some think it is often better to turn the other cheek and forget to have a pair of eyes that can see; it is easier to deny the magnitude of man’s violence against us women instead of questioning ourselves and choosing not to keep silent.

I firmly believe that male violence against women should make every one of us think and empower ourselves because when a woman reports a rape she takes charge and denies the perceived shame and reclaims her space and words in order to reveal guilty men’s actions.

A woman that reports a man’s rape makes her the judge and it means she will not allow herself to be judged since she asserts herself to claim justice.

Reporting a rape is the sole act of a woman’s strength, yet it is necessary that all women stand together to see justice done for that woman – who could even be their sister.

Unfortunately we are often alone. Perhaps that’s how you felt when you reached the big city with your great energy and with your dreams.

In the strong relationship among women lies the struggle against male violence, a struggle where we’re not weak victims but completely aware that men have no right to touch us unless we wish it.

When one of us is raped we must widely convey that male violence will not be tolerated by us because we love and respect ourselves.

I feel that it is an emotional and political experience every time I witness the great strength that arises when we women take a stand together and recognize one another. This happens every time I enter a courtroom, whether I am requesting one’s freedom or when I experience the language spoken by my “sister– friends”.

I would really appreciate it if you could share your thoughts about this letter with me.

With my well wishes and a big hug,

Simona Giannangeli

Com'è difficile denunciare di essere vittima

  • Lunedì, 29 Settembre 2014 00:00 ,
  • Pubblicato in primopiano 2
È sbagliato dire che è la donna che se l'è cercata. Negli amori "malati" c'è un graduale adattamento alla violenza fisica, frutto del plagio e della manipolazione esercitati dal partner sulla compagna. Ecco perché lei non se ne va subito, a volte mai, e il numero di denunce resta basso.
Chiara Daina, Il Fatto Quotidiano ...
La Repubblica Democratica del Congo è perennemente in bilico tra la guerra e la violenza a bassa intensità. Emergenze africane, crisi spesso "invisibili" per i radar dell'opinione pubblica, forse perché non corrispondono al nuovo cliché di un continente finalmente in ascesa. ...

Il Fatto Quotidiano
12 09 2013

Essere accusata di essere un avvoltoio, di sfruttare la morte del figlio per scopi personali è stata la classica goccia che ha fatto traboccare il vaso. Patrizia Moretti ha querelato Franco Maccari, segretario generale del Coisp per diffamazione, stalking e molestie. La madre di Federico Aldrovandi lo aveva già anticipato dopo l’ultima uscita del sindacato di polizia contro di lei.

L’occasione era data dall’ultima querela in ordine di tempo presentata questa volta dal Coisp (ad oggi se ne contano più di 70 sul caso Aldrovandi) nei confronti del capogruppo del Pd del comune di Bologna Francesco Critelli e contro il consigliere democratico Benedetto Zacchiroli. La loro colpa era quella di aver “offeso” il sindacato in aula di consiglio nel giorno in cui Palazzo D’Accursio consegnava a Patrizia Moretti, mamma di Federico Aldrovandi, la cittadinanza onoraria. Una solidarietà che arrivava all’indomani delle polemiche per la manifestazione del Coisp in solidarietà ai quattro agenti finiti in carcere.

Maccari entrò a gamba tesa sull’iniziativa politica, annunciando le azioni legali. Nel botta e risposta si introdusse Patrizia Moretti, dicendosi “ferita e irritata da questo comportamento continuo del Coisp: lo trovo un atteggiamento arrogante, a me sembra che vogliano intimidire chiunque esprima un critica. A me sembra molto grave voler tappare la bocca a chiunque non si allinei”.

Quanto basta per far scrivere a Maccari una dura replica. Siamo al comunicato dello scorso 22 agosto, dove il sindacato bolla come “ingiustificate, gratuite e immotivate cattiverie” la parole della madre del ragazzo ucciso dai loro colleghi, e parla di “astio” e “veleno sparso a profusione da Patrizia Moretti sul Coisp e sulle Forze dell’Ordine”. Uno “sparare a zero senza controllo basandosi su argomentazioni fasulle” fatto da chi “si trincera dietro al dolore del lutto per infierire sugli altri senza argomentazioni valide”. “Lei, né tutti i suoi sostenitori – aggiungeva il comunicato -che in questa storia drammatica hanno intravisto un’ottima campagna più che altro politica in cui gettarsi come avvoltoi”.

Tutte frasi che ora finiranno all’esame della Procura di Ferrara, che valuterà anche – su richiesta della Moretti – l’ipotesi di stalking.

I continui interventi di Maccari contro la Moretti avrebbero ingenerato nella donna “un grave stato di ansia”. In sostanza, stando a quanto denunciato, la madre teme anche solo di parlare in merito al suo lutto. La frena il timore che “il Coisp tramite i suoi esponenti organizzi manifestazioni di provocatoria protesta in prossimità fisica con i luoghi da lei frequentati”. La “fondata preoccupazione” è che “ogni sua lecita espressione di pensiero con riferimento alla vicenda della morte di suo figlio divenga pretesto per il Coisp per una campagna gravemente denigratoria e offensiva nei suoi confronti e nei confronti della memoria di Federico”.

“Essere definita come un avvoltoio – commenta la madre di Federico – che alimenta con ipocrisia e con argomenti falsi la notorietà del caso della morte di proprio figlio per sfruttarla a fini personali di una (del tutto inesistente..!) carriera politica, fingendo dolore per poter attaccare i propri (presunti) avversari, è una circostanza che travalica di gran lunga qualsiasi lecito e consentito diritto di critica”.

Femminismo a Sud
06 09 2013

La gente che lotta contro la realizzazione del tratto Tav Torino-Lione viene criminalizzata, arrestata, perquisita, fermata, eppure in Italia c’è ancora chi non si rassegna e non si unisce alla narrazione “tossica” e dominante che vorrebbe la totale delegittimazione di quel movimento.

Erri De Luca interviene sulle azioni repressive contro i #NoTav e a sostegno delle loro lotte, così viene annunciata una denuncia a suo carico.

Dopo le accuse di “terrorismo“, le spinte affinché sia dichiarato fuorilegge un intero movimento, aprendo la strada a possibili accuse di associazione a fini eversivi nei confronti di chi lo supporta, arriviamo al momento in cui non ci si può neppure più esprimere a favore dei #NoTav.

In Turchia i manifestanti di #OccupyGezi furono chiamati tutti saccheggiatori. Giornalisti, intellettuali, liberi pensatori, fotografi, avvocati, medici, persone che a vario titolo attraversavano, supportavano quella lotta subirono perquisizioni, denunce, arresti e repressione.

Vorrei capire qui in Italia cosa c’è di diverso. Vorrei sapere fino a che punto si vuole arrivare e quando si capirà che ogni mossa repressiva non fa che rendere ancora più popolare la lotta #NoTav. La gente non nutre simpatia per la repressione e la libertà di opinione, espressione e manifestazione non sono beni negoziabili. Tant’è che grande è la solidarietà che al popolo #NoTav arriva dall’Italia e dal mondo.

Possibile che non si capisca che si è passato il segno? Possibile che davvero non si colga come agli occhi di chi prende distanza e guarda ai fenomeni per quello che sono tutto ciò che avviene in Italia non è per nulla dissimile da quello che è avvenuto in Turchia?

Bisognerà prendere posizione, perché la r-esistenza non è terrorismo. C’é chi senza rispettare la volontà dei cittadini che vi abitano vuole appropriarsi di un territorio e farne scempio per un’opera che non viene considerata urgente e necessaria dalla Francia ma che continua ad essere considerata vitale dal nostro governo, dalle imprese e da aree del Pdl e del Pd. Sono talmente convinti che quell’opera bisogna farla che sacrificherebbero e sacrificano la democrazia, i diritti civili delle persone e ora perfino la libertà di parola di chi si esprime a sostegno della lotta #NoTav.

Dove arriveranno? Dove arriverete? E’ prevista una denuncia non solo per chi sostiene la lotta #NoTav ma anche per chi sostiene ed è solidale con il sostenitore? Sostenitori e sostenitrici della lotta e che sostengono altri sostenitori e sostenitrici ce ne sono davvero tanti. Volete sul serio denunciarci tutt*?

Non basteranno le carceri, mi sa…

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