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Se leggi di una depressione rifletti prima di commentare

  • Venerdì, 11 Settembre 2015 14:08 ,
  • Pubblicato in Flash news

Abbatto i muri
11 09 2015

Lei scrive:

Scrivo a te perché voglio essere letta. Non nella mia bacheca, non nel mio blog, non in un forum, ma in piedi, davanti alla tua piazza piena di persone che giornalmente usano i social, che giornalmente ti scrivono dalle loro poltrone dei commenti, consci che forse non arriverà mai il loro turno di parlare a te in maniera anonima e mettersi loro tra le mani del pubblico.

Sono una blogger, lo sono da quando per scrivere sul web dovevi collegare il cavo al telefono e sperare che non cadesse la connessione. Sono giovane, non sto assolutamente dicendo che io son più figa perché c’avevo la 56k, sai com’è, non voglio ritrovarmi commenti in cui si dice “Bellina, vedi che io sono nato/a ai tempi del Commodore” et similia.

Perché è proprio questo il fulcro della mia lettera a te, al tuo pubblico. Rubo un’espressione dialettale non mia per dirvi ciò che penso quando leggo i commenti: “ma che davero?”.

Ricordo con nostalgia sebbene sia passato solo un decennio, il momento in cui scrivevo un pezzo e lo pubblicavo sul mio blog: dietro un nickname cercavamo tutti di mostrarci brillanti e ad un commento molto “saggio”, si aspettava per rispondere anche un giorno, per ordinare i pensieri e rispondere per bene.

La comunicazione anonima sarebbe dovuta essere più diretta, spontanea, più “tanto chi mi conosce?”, eppure si cercava di superarsi, come se l’io virtuale potesse essere una possibilità per riscattarci da una vita normale, come se internet fosse il mo(n)do che ci permetteva di trasformarci in piccoli supereroi. Consigli, incoraggiamenti, riflessioni acute.

Adesso la comunicazione è diventata un “rispondimi subito”, “perché hai visualizzato e non rispondi?”, “se non scrivo subito poi gli altri mi ‘superano’”, “devo leggere subito ché non ho tempo”. Cerchiamo per parole chiave, leggiamo parole chiave -anche io lo faccio-, parliamo raffazzonando lessico rubato dalla TV, perché un libro chi ha tempo di leggerlo, e il web design ci impone di scrivere pezzi corti, font leggibile, altrimenti gli occhi si stancano, immagini, principalmente, ché statisticamente la gente si rompe a leggere mille parole su uno schermo.

Adesso internet si vive con il nome e cognome, foto, amicizie in comuni e selfies in copertina. Foto di guerre e foto di cupcakes. Video che non ci faranno mai vedere alla televisione, cure per il cancro che le case farmaceutiche non ci daranno mai perché ci vogliono morti, questi cazzo di migranti che ci rubano il lavoro e noi sistematicamente commentiamo. Potrei anche stare a cercare qualche statistica o studiare il fenomeno che ci induce a commentare principalmente le cose che ci fanno rabbia o quelle in cui possiamo contraddire o quelle per cui semplicemente, non siamo le persone più adatte per farlo, ma sono seduta qui, come loro, come voi, come noi, e non capisco.

Scrivo perché ho letto questa lettera e mi sono messa a piangere, mi ha dato emozioni e non sono stata capace di scrivere nulla. Ho pianto perché ho sentito la sofferenza di una coppia e il male di una precarietà di vita che ci sta riducendo all’osso, che ci fa marcire. La depressione. Non la tristezza, non l’angoscia, la depressione, che è un buco nero, ti succhia via ogni organo, ti chiede costante attenzione, costante alimentazione. All’inizio gli dai tutto il superficiale che possiedi, poi inizi con ciò che è fondamentale per la tua sopravvivenza. All’improvviso ti ritrovi solo a respirare, quando ci riesci. A non sopportare nemmeno il battito del tuo stesso cuore, lo senti così forte che ti sembra di essere in discoteca, per usare una metafora. Ché però non servono, non si riesce a descrivere la depressione. Come tutte le malattie che colpiscono la psiche, è qualcosa che nessuno riesce a far capire o spiegare. Si vive in modo diverso, perché intacca noi nella nostra unicità, non delle regole di anatomia. Sfugge alle leggi della chimica. Con me gli psicofarmaci non hanno funzionato, con alcune persone che conosco nemmeno. Si dorme, e a volte questo è sufficiente per non sentirsi un cadavere che cammina. Quando può.

Io stavo al letto al buio, figuriamoci se avevo tempo di avere una relazione e guardare ai bisogni di un eventuale ragazzo. Con la depressione non si vive. Prendete un foglio e coloratelo tutto di nero, con i gessetti, calcando la mano, sfumando. Qualsiasi cosa si tocca con il gessetto nero automaticamente prenderà quel colore. Ecco, questa è.

Mi sono ricordata di tutto questo quando l’ho letta e mi sono immaginata a fare male alla persona che amo e mi si è stretto il cuore. Non ho avuto il coraggio di scrivere nulla, se non aprire un editor di testo per scrivere la mia esperienza. Poi ho letto i commenti e tutto è cambiato.

Perché nessun elenco delle “cose da NON dire a chi è depresso” serve ad arginare il male di non avere tempo per elaborare le emozioni che dà uno scritto. Avere tempo di pensare che una persona che sta soffrendo per colpa di una malattia non si consola con i “forza, reagisci” che arrivano da una specie di personal trainer. Io sono fiduciosa: se trovassimo del tempo per chiederci “cosa diremmo alla persona che più amiamo?”, riusciremmo a scrivere cose migliori, più ponderate, lasceremmo spazio a chi sa e chi non può potrebbe stringersi in un abbraccio, una stretta di cuore.

La prossima volta che qualcuno scrive, prima di commentare, andate voi all’aria aperta, fuori, prendete energia positiva e pensate a ciò che avete letto. Cercate le parole che non sapete, documentatevi su cosa poter dire, sulle fonti, ricordate che non sempre le esperienze dirette sono verità assoluta che vale per tutti.

E alla coppia che ha scritto a questo blog, io voglio mandare un abbraccio.

Alla mia prima crisi di panico una mia amica mi strinse la mano dicendomi “tranquilla, calmati che ora passa”. Non è passata, ma adesso sorrido. Spero, anzi sono sicura, che cercando la professionista giusta (uno psicologo non va bene sempre per tutti, io ne ho cambiati due) e mettendo da parte il foglio nero, aprirai questa pagina blu e bianca (quella di facebook) e riderai. Perché l’ignoranza si combatte, la depressione si cura.

laglasnost

Come stai?

  • Venerdì, 07 Agosto 2015 08:22 ,
  • Pubblicato in LA STAMPA

La Stampa
07 08 2015

Cosa farei se vedessi un uomo sul cornicione di un ponte con i piedi pronti al grande balzo? Jamie Harrington, dublinese di sedici anni, è salito sul ponte, si è seduto accanto all’aspirante suicida e gli ha gettato al collo solamente due parole: «Stai bene?». Per tutta risposta l’uomo si è messo a piangere. In tre quarti d’ora di monologo ha concentrato le miserie di una vita.

La sensazione di essere invisibile, inutile, inadeguato. Jamie gli ha lasciato finire il racconto e poi ha detto: «Stanotte non riuscirei a dormire se ti sapessi in giro da solo per la città. Chiamerò un’ambulanza perché ti porti in ospedale». L’uomo alla deriva si è lasciato trarre in salvo: più per non deludere il nuovo amico che per altro. Si sono scambiati i numeri di telefono. A tre mesi da quella notte lo smartphone di Jamie ha suonato e lui ha subito riconosciuto la voce: «Stai bene? Sono state quelle due parole a salvarmi».

«Com’è possibile che ti siano bastate due parole?», gli ha chiesto Jamie. «Immagina se per tutta la vita non te le avesse rivolte mai nessuno».

Stai bene. Nel comunicare col prossimo, persino con le persone amate, si preferisce usarne altre più intrusive. «Come è andata?», «Con chi sei stato?». E quando si chiede a qualcuno come sta è solo per recitare una formula di cortesia che spesso non prevede di prestare attenzione alla risposta. Eppure, se pronunciate a cuore aperto, quelle due parole pare facciano miracoli. L’uomo che voleva togliersi la vita ne ha appena creata una nuova, con la collaborazione decisiva di sua moglie. Dice che aspettano un maschio e che lo chiameranno Jamie.

Massimo Gramellini

Datemi la morte

In Belgio una ragazza di 24 anni, con un'infanzia molto difficile e gravemente depressa, ha chiesto di morire per eutanasia. Tre medici hanno espresso parere favorevole, avendo valutato come insopportabile la sua sofferenza.
Sarantis Thanopulos, Il Manifesto ...

La Stampa
23 04 2015

Cosa ne sarà di lui? Che faremo quando non ci saremo più? Sono queste le struggenti domande che un genitore non può non porsi almeno una volta nella vita di fronte ad un figlio disabile. Uno stress e un’ansia continua che si traduce, per le madri, in un decadimento cognitivo e di memoria più veloce rispetto a quelle che non hanno queste preoccupazioni. Attenzione però a non dare nulla per scontato perchè una soluzione c’è: sentire la vicinanza di amici e parenti annulla lo stress e protegge dall’invecchiamento precoce. Ad affermarlo è uno studio, ad opera dei ricercatori della University of Wisconsin-Madison, pubblicato dalla rivista Journals of Gerontology.

L’aiuto delle persone care è fondamentale
Per arrivare al risultato gli scienziati hanno esaminato e messo a confronto oltre 100 coppie di genitori di persone con varie disabilità sin dalla nascita confrontandole con oltre 500 coppie con bambini sani. Attraverso interviste e batterie di test cognitivi i ricercatori hanno scoperto che i danni maggiori alla memoria erano presenti nelle mamme che nei questionari avevano “lamentato” le maggiori difficoltà nella gestione dei piccoli disabili. Danni che non erano presenti, o comunque in maniera nettamente inferiore, quando le madri potevano contare sul sostegno di parenti e amici.

Se non sostenute c’è maggiore probabilità di depressione
Dalle analisi è anche emerso che alcune disabilità predispongono maggiormente le madri ad altri problemi di natura fisica e mentale. Ciò è risultato particolarmente evidente per autismo, paralisi cerebrale, sindrome di Down e altre forme di disabilità intellettive. In particolare è emerso che le mamme di questi bambini, se non sostenute, hanno il doppio delle probabilità di sperimentare episodi di depressione e di scarsa qualità di salute fisica. Un motivo in più per spronare chi deve prendere decisioni di “salute pubblica” a sostenere in maniera concreta che si trova nella difficile situazione di accudire un figlio malato.

L’effetto non si registra sui padri
Lo studio presenta anche un dato curioso: gli effetti negativi non si ripercuotono sui padri. Secondo gli autori della ricerca ciò è dovuto al fatto che i papà tendono a passare in casa meno tempo mentre le madri spesso devono abbandonare il lavoro. Non solo, dalle analisi sembrerebbe emergere, -confermando studi passati- che gli uomini generalmente siano meno vulnerabili a livello cognitivo in seguito ad ansia e stress.

Daniele Banfi

La penitenza estrema che non espia la colpa

Le risposte razionali e psicologiche sfiorano solo superficialmente il problema: si parla spesso di figli non voluti e ai cui bisogni si è impreparati a rispondere o anche del desiderio inconscio e simbolico di ricominciare da zero, facendo tabula rasa delle proprie scelte di vita. Altre volte si utilizza a sproposito il termine "raptus", tentando di scovare nella follia una risposta plausibile o quantomeno sensata a un accadimento così incomprensibile. [...] E' il vuoto sociale che crea terreno fertile all'insorgere di depressione, follia o anche solo lucida decisione di farla finita.
Angelo Petrella, Il Mattino ...

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