Quando "rende" fare il dottorato

  • Mercoledì, 11 Giugno 2014 08:55 ,
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Ingenere.it
11 06 2014

Raggiungere il più alto livello di istruzione è un buon investimento per tutti, uomini e donne, almeno per trovare lavoro. Diverso il discorso quando si vanno a guardare le retribuzioni: a parità di dottorato il reddito da lavoro delle donne è inferiore a quello degli uomini di 5.000 euro all’anno. Uno studio ci spiega cosa determina questa differenza.

Più si investe nella propria istruzione, maggiori sono le possibilità di trovare un impiego e retribuzioni più elevate, cosa che allo stesso tempo può incidere sulla riduzione delle disparità di genere nei luoghi di lavoro. Queste relazioni si osservano anche in Italia, ma in modo meno evidente: nel nostro Paese i premi associati all’investimento in istruzione - sia in termini occupazionali che retributivi - sono meno significativi e i differenziali di genere persistono anche per le persone con livelli di scolarizzazione molto alti.

Nel 2012 l’Isfol ha condotto un’indagine [1] sulle persone che hanno conseguito il titolo di dottore di ricerca nel 2006, con l’obiettivo di stimare il fenomeno della mobilità territoriale delle persone ad elevato investimento in capitale umano. Ed è stato osservato che le persone con un dottorato di ricerca hanno una posizione di vantaggio sul mercato del lavoro rispetto al resto della popolazione, soprattutto in termini di partecipazione, ma anche in considerazione dei livelli retributivi. Emerge tuttavia un forte peso dell’appartenenza di genere nella determinazione dei redditi da lavoro su cui è opportuno un approfondimento.

A far da sfondo alle analisi che seguono vi è l’idea che le differenze di genere in termini occupazionali e retributivi che si osservano per gli individui a ridotto investimento in capitale umano dovrebbero riguardare in misura minore i dottori di ricerca e che le variabili che spiegano le disomogeneità dei livelli retributivi per uomini e donne (anche se entrambi con elevati titoli di studio) non necessariamente coincidono.

Dall’Indagine Isfol emerge una situazione in termini occupazionali oltremodo positiva, con contenute differenze di genere: nel 2012, a circa sei anni dal conseguimento del titolo il 92,5% è occupato (con uno scarto a svantaggio delle donne di 3,2 punti percentuali), l’inattività riguarda solo il 5,4% (con uno scarto a svantaggio delle donne di 2 punti percentuali) e il tasso di disoccupazione si attesta al 2,1%. Condizioni decisamente migliori rispetto a quelle generalmente riscontrate tra la popolazione italiana.

Le differenze di genere appaiono abbastanza marcate, invece, quando si osservano le retribuzioni: il reddito da lavoro per le donne è inferiore a quello degli uomini di quasi 5.000 euro in media all’anno (fig. 1). L’osservazione dell’intera distribuzione dei redditi per uomini e donne, inoltre, mostra quote maggiori di uomini nelle fasce di reddito superiori e, al contrario, quote maggiori di donne nelle fasce di reddito inferiori. Le analisi multivariate [2] mostrano che tra i dottori di ricerca le donne, a parità di altre condizioni (luogo di residenza, tipologia familiare, caratteristiche del percorso formativo, tipo di contratto di lavoro, professione, ecc.), percepiscono redditi inferiori agli uomini, con uno svantaggio medio stimato intorno al 20% [3]. L’elevato investimento in capitale umano non sembra dunque in grado di proteggere le donne dal permanere di differenziali retributivi.

In considerazione di queste evidenze si è ritenuto opportuno approfondire l’analisi per comprendere quali siano le variabili che principalmente intervengono e con quale intensità agiscano sulla determinazione dei redditi femminili, nel raffronto con le determinanti dei redditi maschili [4].

I dottori di ricerca che hanno intrapreso processi di mobilità geografica [5] (sia in Italia che all’estero) hanno redditi più elevati di coloro che sono rimasti nel luogo dove hanno conseguito il dottorato (o dove hanno vissuto prevalentemente fino alla maggiore età). Le caratteristiche del vantaggio retributivo per i dottori “mobili” sono tuttavia lievemente differenti. Le donne “mobili in Italia”, infatti, arrivano a guadagnare quasi il 16% in più delle colleghe “non mobili” a fronte di un vantaggio dell’11% relativo agli uomini. Specularmente per gli uomini “mobili verso l’estero”, le retribuzioni aumentano di circa il 53% sempre con riferimento ai dottori non mobili geograficamente, mentre per la componente femminile l’aumento è del 50%.

La tipologia familiare, fondamentalmente l’essere in coppia e la presenza di figli, incide in maniera decisamente differente. Per gli uomini essere in coppia (con o senza figli) è un elemento che interviene positivamente sui redditi rispetto agli uomini single o con una partner non convivente; mentre per le donne la monogenitorialità influenza negativamente la determinazione del reddito: essere single con figli comporta una penalizzazione di quasi 40 punti percentuali rispetto sia alle single senza figli sia alle donne in coppia.

A determinare differenze nei redditi di uomini e donne è inoltre il voto di laurea, considerato un segnale dell’eccellenza del percorso formativo. In linea generale, coloro che hanno ottenuto una votazione inferiore al 110 mostrano redditi inferiori; tuttavia per le donne, il voto più basso ha un impatto negativo maggiore.

Dallo studio delle discipline di specializzazione dottorale si rilevano peculiari differenze. Per gli uomini si evidenza una premialità per i dottori in discipline afferenti le scienze giuridiche, le scienze mediche, farmaceutiche e veterinarie rispetto a coloro che hanno concluso studi inerenti le scienze naturali, l’ingegneria, le scienze economiche, ma soprattutto rispetto agli specializzati nelle scienze umanistiche, psicologiche e sociali. Tra le donne la disciplina non sembra avere una particolare influenza sui redditi, ma fanno eccezione le scienze umanistiche, psicologiche e sociali che determinano una decisa riduzione del reddito. Sempre sul fronte delle esperienze formative va notato che solo per le donne aver partecipato al programma Erasmus durante gli studi universitari genera un reddito superiore di quasi il 10%.

Come atteso la tipologia contrattuale ha un peso rilevante nel generare i redditi e mostra effetti dissimili tra uomini e donne. Per le donne, avere un contratto da dipendente a tempo indeterminato permette di aumentare le propria retribuzione di oltre il 16% rispetto al lavoro autonomo, non si evidenziano invece differenze di reddito tra gli uomini dipendenti permanenti e gli autonomi. Lavorare come collaboratore ha un deciso impatto negativo per entrambi i generi, ma la penalizzazione è maggiore per gli uomini (-25,9% rispetto a -17,0% per le donne).


Molti studi hanno mostrato quanto in Italia sia forte il peso all’esperienza lavorativa nel determinare retribuzioni superiori a discapito del titolo di studio posseduto. Questo sembra essere verificato anche per i dottori di ricerca. Gli uomini che hanno iniziato l’attività lavorativa prima del conseguimento del titolo di dottore di ricerca hanno un reddito superiore di oltre 22 punti percentuali; anche per le donne si osserva un vantaggio, tuttavia decisamente inferiore (+9,2%). In tal senso la maggiore premialità legata all’esperienza di lavoro sembra non essere connessa all’investimento in istruzione e sembra delinearsi, soprattutto per gli uomini, una sorta di trade-off tra l’esperienza lavorativa e l’accrescimento del capitale umano.

Va inoltre sottolineato che, soltanto per le donne lo svolgimento di attività di ricerca all’interno del proprio lavoro comporta una crescita del reddito del 9,5% rispetto alle colleghe impiegate in lavori che non riguardano la ricerca.

Infine va considerato l’impatto sulle retribuzioni della tipologia di organizzazione in cui si lavora: mentre per le donne non vi sono differenze tra comparto pubblico e settore privato, per gli uomini l’essere inseriti in una struttura di natura pubblica determina una riduzione del reddito di circa 11 punti percentuali.

Complessivamente le persone con un dottorato di ricerca hanno una posizione di vantaggio sul mercato del lavoro rispetto al resto della popolazione, indipendentemente dal sesso. I dati confermano il ruolo positivo ricoperto dall’istruzione nei confronti dell’occupazione e in particolare di quella femminile. Tuttavia, anche per le persone ad elevato investimento in capitale umano, è stato evidenziato il perdurare di differenziali retributivi, mostrando come nella determinazione dei redditi da lavoro di uomini e donne incidano caratteristiche e variabili molto differenti.

Per concludere, sembra delinearsi un mercato del lavoro duale in cui meccanismi differenti e sostanzialmente alternativi intervengono nella costruzione delle retribuzioni: da una parte il livello retributivo è frutto del riconoscimento delle competenze individuali, dall’altra livelli retributivi più elevati sono associati a posizioni sociali precodificate. Nel primo caso, che sembra caratterizzare l’universo femminile, a premiare in termini reddituali sono le competenze acquisite - partecipando al programma Erasmus durante gli studi o lavorando nell’ambito della ricerca - e a penalizzare sono le posizioni e situazioni di maggiore debolezza, vale a dire aver studiato scienze umanistiche e sociali, generalmente considerate discipline meno spendibili nel mercato del lavoro, avere un voto di laurea inferiore al 110, una professione a media qualificazione o tecniche, un contratto di collaborazione o l’essere single con figli. Nel secondo caso a incidere positivamente sul reddito degli uomini sono i diversi status ascritti o assunti: l’anzianità lavorativa, l’essere capofamiglia, l’aver studiato discipline i cui canali allocativi sono fortemente legati all’appartenenza ad ordini professionali o tradizioni familiari (giurisprudenza, medicina, farmacia). Anche in questo secondo sistema, le condizioni meno favorevoli creano uno svantaggio reddituale, seppur con un’intensità minore rispetto a quanto registrato per le donne. L’unica caratteristica che sembra accomunare i due sistemi è la condizione di mobilità geografica (in Italia o all’estero) che risulta premiante, seppur con intensità e proprietà leggermente diverse, sia per gli uomini che per le donne.

Il riconoscimento di meccanismi differenti nella determinazione del reddito da lavoro di uomini e donne anche fra le persone altamente istruite, che ripropongono in parte le anomalie del mercato del lavoro italiano riscontrabili in generale sulla totalità degli occupati, suscitano non poche perplessità e impongono nuove riflessioni sulla natura e sulla direzione degli interventi tesi a migliorare la qualità dell’occupazione. Gli squilibri riscontrati anche nell’osservazione delle “eccellenze” invitano a pensare che non in Italia ci sia più spazio per interventi dal lato dell’offerta di lavoro e che sia necessario ed urgente sollecitare il dibattito sulle caratteristiche e sulla struttura della domanda di lavoro, nonché sulle azioni e sugli strumenti che potrebbero sostenerla.

 

[1] L’Indagine sulla Mobilità Geografica dei Dottori di Ricerca è rivolta ad un campione di poco meno di 5.000 individui che nel 2006 hanno conseguito un dottorato di ricerca in un ateneo italiano, anche se di cittadinanza non italiana, e che al momento del conseguimento del titolo avevano un età compera tra i 25 e 49 anni. Per maggiori dettagli si rimanda a Bergamante F., Canal T., Gualtieri G. (2014) http://www.isfol.it/Isfol-appunti/archivio-isfol-appunti/7-aprile-2014-occupazione-e-retribuzione-evidenze-dallindagine-isfol-sulla-mobilita-geografica-dei-dottori-di-ricerca.

[2] Si veda Isfol (2014) “Occupazione e retribuzione: evidenze dall’indagine Isfol sulla mobilità Geografica dei dottori di ricerca”.

[3] In letteratura si osservano molteplici metodologie per la stima del gender pay gap. Si veda al riguardo Zizza R. (2013), The gender pay gap in Italy, Questioni di Economia e Finanza, Occasional Papers, n. 172, Banca d’Italia: http://www.bancaditalia.it/pubblicazioni/econo/quest_ecofin_2/qef172/QEF_172.pdf

[4] A tal fine sono stati implementati due distinti modelli di regressione lineare con l’obiettivo di osservare quali sono gli elementi e i fattori che a parità di altri generano una variazione nei redditi medi dei due collettivi analizzati. I due modelli sono identici nella specificazione e differiscono solo nel collettivo di analisi: il primo modello ha l’obiettivo di stimare l’effetto delle covariate nella determinazione dei redditi per le donne, il secondo ha come unità di analisi gli uomini.

[5] È stata definita una partizione della popolazione che identifica tre specifiche condizioni di mobilità: 1) I dottori di ricerca “non mobili” (coloro che nel 2012 risiedono nella stessa regione dove hanno conseguito il dottorato o nella stessa regione dove hanno vissuto prevalentemente fino a 18 anni); 2) I dottori di ricerca “mobili in Italia” (coloro che nel 2012 hanno un luogo di residenza, nel territorio italiano, che differisce da quello dove hanno conseguito il titolo post universitario e da quello di residenza prevalente sino a 18 anni); 3) I dottori di ricerca “mobili verso l’estero” (coloro che nel 2012 risiedono all’estero). Tramite l’indagine si stima che nel 2012 il 7,5% dei dottori sono “mobili verso l’estero”, il 12,2% sono “mobili in Italia e il restante 80,3% sono “non mobile”.

La Repubblica
27 05 2014

ROMA - Guadagnano meno degli uomini, sono più istruite, non hanno beni al sole e ricorrono più facilmente ai prestiti in famiglia che non in banca perché sono economicamente fragili. Sono le donne capofamiglia, che hanno fatto dell'equilibrio precario uno stile di vita. L'istituto di ricerca Red Sintesi ha elaborato per Repubblica i dati di Banca d'Italia sui bilanci delle famiglie italiane 2012 calcolando la disparità di distribuzione di ricchezza tra le famiglie guidate da uomini e quelle guidate da donne under 65.

Il primo dato che salta agli occhi è che il nucleo con capofamiglia femminile può contare su una ricchezza netta (immobili, attività reali e finanziarie) di 105mila euro, 40mila in meno rispetto a quello con capofamiglia uomo. Paragonando questi numeri con il periodo precrisi le donne hanno visto scendere la propria ricchezza del 21%, gli uomini solo dell'8,5%. Dati che spiegano perché il 72% della ricchezza delle famiglie è nelle mani degli uomini.

Scendendo nel dettaglio, i nuclei familiari "rosa" possono contare su un reddito annuo di 27.700 euro, seimila in meno rispetto a quelli capitanati dagli uomini. La propensione al consumo delle donne è quindi più alta (84%, contro l'81 dei maschi), per effetto, appunto, della disponibilità economica più bassa. E dal 2008, a causa della contrazione delle entrate rispettivamente del 14 e del 13%, la propensione al consumo è aumentata per entrambi i generi.

La fonte primaria di ricchezza è data dai redditi da lavoro dipendente ma le donne guadagnano solo 1.200 euro al mese, ben 400 euro in meno dei maschi. Le prime invece superano i secondi per ciò che riguarda assegni alimentari e regali, che costituiscono il 10% del reddito da "pensioni e trasferimenti": il saldo rosa è positivo per quasi 450 euro, mentre è negativo per i maschi.

"Quello che emerge dall'analisi dei dati di Banca d'Italia è la fragilità economica delle donne che fanno meno acquisti di beni durevoli e soprattutto in caso di necessità non chiedono soldi in banca ma a familiari e amici" spiegano gli esperti di Red Sintesi. "Sono gli uomini che acquistano più auto e mobili, mentre le donne tendono a rimandare a tempi migliori acquisti così impegnativi. Non solo, anche carte di credito e conti online sono più appannaggio dei capofamiglia maschi". Le donne si indebitano di meno anche per l'acquisto della casa. Solo il 60% delle famiglie guidate da donne possiede la casa in cui vive (contro il 65% dei maschi) e sono meno (14%, contro il 18 dei maschi) quelle che si indebitano per l'acquisto. "Si tratta di appartamenti di dimensioni più piccole rispetto a quelle degli uomini, per nuclei familiari più ristretti: nella maggior parte dei casi non hanno più di tre componenti - spiegano gli esperti. - Anche questo, insieme al ricorso al credito per canali informali, è il sintono di una maggiore instabilità economica delle donne, che optano per scelte di acquisto più caute e meno onerose".

La 27ora
20 05 2014

Per tutte le cose egregie che Jill Abramson si lascia dietro al New Times, dagli otto Premi Pulitzer vinti sotto la sua direzione al grande numero di donne in posizione di responsabilità nel giornale, è purtroppo il marchio d’infamia con cui è stata letteralmente buttata giù dalle scale del grattacielo progettato da Renzo Piano che rischia di rimanerle attaccato addosso. Pushy o bossy, aggressiva o autoritaria sono i due termini più ricorrenti usati per descrivere il suo stile di guida del primo quotidiano al mondo.

Ci ha pensato Pigi Battista a sottolineare su “La 27ma Ora” il pesante retaggio misogino di queste accuse, come se si fosse mai visto un direttore uomo cacciato perché troppo brusco e di modi spicci con la redazione, a fronte di risultati eccellenti.

Qui vogliamo semplicemente contestualizzare la destituzione “senza decoro” – definizione del Premio Pulitzer e giornalista del Times, David Carr – di Abramson con i risultati di uno studio appena pubblicato da Strategy&, secondo il quale le donne in posizioni manageriali di vertice vengono cacciate molto più di frequente degli uomini nelle stesse mansioni.

Analizzando i cambi al vertice delle più grandi 2500 aziende del mondo nell’arco di dieci anni, dal 2004 al 2013, i ricercatori hanno rilevato che se da un lato solo il 3% dei nuovi top manager è composto da donne, queste sono destituite in anticipo molto più spesso.

Non sono all’altezza del compito?

No: «Sono quasi sempre outsiders, vengono dall’esterno e quindi più vulnerabili, conoscono poco l’organizzazione, sono spesso estranee alla cultura dell’azienda in cui vengono chiamate e non si vedono dato abbastanza tempo per dare risultati», spiega Ken Favaro, uno degli autori dello studio. Detto altrimenti, i criteri di giudizio sono molto più severi per le donne: «Nei consigli d’amministrazione ci sono soprattutto uomini e le donne sono trattate in modo più duro».

Sembra di leggere in filigrana la saga consumatasi al Times, dove un direttore di successo come Abramson, che sicuramente ha commesso degli errori come quello di non informare il suo vice di volergli affiancare un altro, si è ritrovata da un giorno all’altro lapidata dalla proprietà, che l’ha addirittura accusata di «decisioni arbitrarie» e «pubblico maltrattamento dei colleghi».

Per fortuna, conclude lo studio, fra 20 anni sarà tutto diverso, molte più donne usciranno dalle università, saliranno ai piani alti delle aziende e queste avranno una base molto più ampia di talenti femminili cresciuti in casa. Quanto alla mia generazione, uomini e donne, come diceva Keynes, fra vent’anni rischiamo di essere tutti morti.

UAGDC
30 04 2014

A Cattolica, provincia di Rimini, una ragazza di 17 anni va a fare richiesta per uno stage all’Hotel Carducci 76.

La ragazza è al quarto anno di Istituto Turistico e ha diritto a un periodo di tirocinio in una struttura alberghiera.

L’albergo in questione però rifiuta la sua richiesta perchè la ragazza, Omaina, non è adatta a stare a contatto con i clienti.

Perchè porta il velo e non ha intenzione di toglierselo.

L’albergo ha fatto bene a rifiutare la sua richiesta anche solo perchè Omaina non ha i requisiti richiesti dalla struttura in fatto di dress code.

Perchè, tra l’altro, il velo è simbolo di ostentazione di una religione avversa ai principi cattolici dell’Italia, perchè è il simbolo di una sottomissione culturale che chiama la discriminazione. E’ lei che ha scelto di essere discriminata. Si togliesse il velo se vuole essere emancipata davvero.

Il velo è un simbolo antidemocratico, qui siamo in un paese laico, lo indossassero nei loro Paesi, che in fondo questi non sono mai italiani del tutto, no?
VOI permettete la costruzione di chiese cattoliche nei vostri Paesi e NOI vi assumeremo come nostre receptionist.

L’albergatore ha operato una discriminazione, sì, ma in positivo, perchè ha protetto la democrazia del suo posto di lavoro.

Quel velo lede anche la nostra libertà, la mette sotto pericolo, fa sì che si passi come normale il fatto che una donna si copra il capo perchè ha deciso di farlo. E invece no, non può deciderlo! Perchè è un simbolo antidemocratico, qui siamo in un paese laico, lo indossassero nei loro Paesi…. ad libitum.


Ecco, riassunta in poche righe la vicenda di Omaina, la 17enne a cui è stato rifiutato lo stage per il fatto di indossare il suo hijab, e la reazione di molti lettori di fronte alla notizia.

Sulla vicenda in sè, è chiaro che l’Italia non sia un Paese multiculturale, ma ancora intriso di pregiudizi e categorie culturali retrograde, alimentate negli ultimi vent’anni dalla retorica razzista di governi che con questa hanno giustificato due guerre, leggi sul reato di clandestinità, impossibilità di applicare lo ius soli e il grande sgomento per la prima Ministra nera della nostra Storia, Kyenge, prontamente messa in panchina dal governo Renzi.

Omaina non è l’unica ragazza a cui è stato negato un posto di lavoro per via del velo che porta sul capo.

E’ successo anche a Hajer a Prato, una giovane interprete velata è stata licenziata a Torino, mentre a Milano a una studentessa universitaria è stato rifiutato un lavoro di volantinaggio.

Omaina ragiona su cosa le è successo, immagina il suo futuro.

“Se succede una cosa del genere solo per uno stage scolastico di tre settimane, allora vuol dire che infuturo farò molta fatica a farmi assumere davvero. Io non voglio essere costretta a togliermi il velo per lavorare, tanto più che non mi copre il viso”


In Italia, molte donne sono certe che strappare via i veli di chi decide di portarli, sia un modo genuino di esportare democrazia.

Poco importa che in Pakistan sia nata la prima supereroina addirittura in burka, Burka Avenger, capace di combattere per l’alfabetizzazione femminile usando libri e penne contro armi contro i cattivi patriarchi del villaggio.

Poco importa che nascano gruppi di donne musulmane e femministe che chiedono a gran voce di poter applicare il proprio sistema di lotte alle loro necessità, contro l’atteggiamento paternalista e sovradeterminante di ALCUNE femministe occidentali.


Sono un’orgogliosa musulmana. Non ho bisogno di essere “liberata”. Non apprezzo il fatto di essere usata per rinforzare l’imperialismo occidentale. Voi non mi rappresentate!

A molte donne piacciono solo quelle che il velo se lo tolgono.

Piacciono anche a noi. Ci piace Said, la giornalista egiziana che si è tolta l’hijab davanti all’imam che stava intervistando perchè questi le imponeva di portarlo. Siamo solidali con Amina, la 19enne tunisina che si è fatta fotografare a seno nudo e la scritta “Il mio corpo mi appartiene, non è l’onore di nessuno”.


Non dite a noi cosa indossare, dite agli uomini di non stuprare.

E’ molto semplice essere d’accordo con loro, dal nostro punto di vista di donne atee o non islamiche, abituate a pensare che la nostra libertà sia fatta anche di poter decidere quanti cm di pelle esporre del nostro corpo.

Più difficile, evidentemente anche per chi segue il nostro blog e ha riempito la nostra pagina di considerazioni al limite della fobia per l’islam e per il velo in sè, è accettare che alcune donne scelgono di indossare il velo, lungo o corto che sia, perchè quello definisce parte della loro identità, perchè è un simbolo in antitesi con tanti altri che appartengono a un modello di donna diciamo occidentale, che non condividono.La libertà però è fatta di scelte, di autodeterminazione. Vietare alle donne di indossare il velo contrasta con il loro diritto a compiere scelte autodeterminate.

Ma come può per una donna essere una scelta libera quella di velarsi il capo, il corpo o addirittura il volto?

Questa domanda sembra retorica, sembra avere implicita la risposta “non può essere mai una scelta libera”, ma questo solo se diamo per scontata l’identità velo-oppressione.

Il velo solitamente viene associato alla religione islamica, tralasciando tutti gli altri motivi per cui le donne potrebbero indossarlo, la religione islamica a sua volta tende ad essere considerata, in maniera monolitica, come un complesso di norme molto restrittive e retrograde, ne deriva il collegamento del velo con l’oppressione, l’inciviltà, la misoginia, l’arretratezza. Così abbiamo non solo una visione razzista del popolo musulmano, considerato rozzo e misogino perchè costringe le donne al velo, ma anche una stereotipizzazione della donna musulmana.

La donna musulmana è l’oppressa, è la vittima da salvare, applicando le nostre categorie di “donne occidentali”, così quando ci chiedono solidarietà, come ha fatto Omaina raccontando la sua storia di discriminazione, non sempre siamo pronte a sostenere le loro battaglie perchè la loro idea di libertà, in questo caso fare lo stage indossando il velo, non coincide con la nostra.

Indossare il velo per molte ragazze, soprattutto immigrate, è oggi un segno identitario e una forma di resistenza alla colonizzazione occidentale. Ad esempio durante la guerra di liberazione in Algeria alcune donne furono sottoposte a delle vere e proprie cerimonie di svelamento, le donne francesi liberavano le donne algerine dall’oppressione patriarcale, occupazione di un territorio che passava attraverso l’occupazione dei corpi delle donne.
Qualche anno fa la Francia vara leggi che impediscono burqa e niqad nei luoghi pubblici, tra le conseguenze una maggior diffusione di episodi razzisti e la segregazione delle donne in casa.

In un periodo di crisi economica, in un momento storico in cui le forze di estrema destra sembrano rinvigorite, dopo anni di politiche cieche e razziste, è facile individuare nell’”altro”, nel diverso, in quella che porta il velo, la nemica da combattere o la poveretta da civilizzare.

E siamo sempre lì, per scoprirlo o per coprirlo, per dire non metterti una minigonna sennò ti stuprano, non metterti il velo sennò sei sottomessa, siamo ancora sempre sul corpo delle donne, quel corpo è ancora il campo di battaglia, usato per legittimare sempre nuove forme di oppressione.

"E' evidente che in Italia sopravvive una discriminazione nei confronti delle donne, perché da noi non esiste ancora una cultura industriale che faccia leva sul cambiamento. Che apra spazi a nuove risorse". ...

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