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Allarme in Francia: aumentano le discriminazioni sul lavoro

  • Martedì, 04 Febbraio 2014 11:59 ,
  • Pubblicato in REPUBBLICA

La Repubblica
04 02 2014

PARIGI - Le discriminazioni sui posti di lavoro aumentano. Nonostante le campagne, nonostante gli avvertimenti, nonostante, in qualche caso, le sanzioni. Ma Oltralpe, nel 2014, la differenza sessuale, l'origine etnica, l'apparenza fisica possono ancora rappresentare una fonte di discriminazione. Se ne lamenta quasi un terzo dei lavoratori del settore privato e di quello pubblico, una percentuale in aumento rispetto a precedenti inchieste. Ma quel colpisce è anche la rassegnazione: il 40 per cento di chi pensa di essere discriminato perché donna o maghrebino o grasso non reagisce.

L'inchiesta commissionata dal Garante dei diritti con l'aiuto dell'Organizzazione internazionale del lavoro (Ilo) dice quanta strada ci sia ancora da fare per eliminare le discriminazioni sui posti di lavoro. La causa più citata resta la differenza uomo-donna: i maschi continuano a guadagnare di più e far carriera più rapidamente, nel pubblico e nel privato. Poi vengono le origini etniche, che soprattutto nel settore privato sembrano un ostacolo decisivo (sono citate dal 27% delle persone interrogate). Segue l'apparenza fisica, con una particolare lamentela da parte degli obesi, che si sentono umiliati. Altre fonti di discriminazione restano la maternità, la nazionalità, le convinzioni religiose. Il diretto superiore è indicato come il principale discriminatore, ma anche i colleghi sono citati da un terzo degli intervistati.

Secondo Jean-François Trogrlic, che dirige l'ufficio francese dell'Ilo, il
riferimento all'apparenza fisica "ingloba anche il modo di comportarsi e di esprimersi di una persona. In una società di immagine come la nostra, i canoni della moda e della bellezza contano enormemente nelle relazioni sociali. A parità di competenze, un manager sceglierà chi si presenta meglio". Oltretutto, è difficile accusare un direttore delle riorse umane di discriminare un candidato in base alla sola bella presenza.

Infine, sono i giovani a patire più di altri delle discriminazioni basate sull'aspetto: tatuaggi, piercing, look un po' strani non favoriscono le assunzioni. E per i figli di immigrati, già discriminati a causa delle origini etniche e spesso anche a causa del luogo in cui abitano, le cose sono ancora più difficili.

Violenza, la donna (non) è oggetto di Stato

Il Fatto Quotidiano
17 12 2013

La vittima di violenza non è più libera di revocare la querela. Può farlo solo nei casi “meno gravi” dopo aver sottoposto la propria richiesta a un giudice. Basta già questo a far pensare che la donna sia diventata corpo/oggetto di interesse sociale la cui tutela è delegata allo Stato che quel corpo, di fatto, lo possiede. La direzione intrapresa però non è un progresso. Poca è la differenza tra quello che oramai può essere definito reato sociale e l’antico reato contro la morale.

Nel 1996 il reato di violenza sessuale cambiò definizione. Divenne infatti reato contro la persona, perché è la persona a essere offesa ed è sempre lei che può querelare. Erano conservatori, all’epoca, quelli che sostenevano che violare una donna fosse come violare tutta la società. Basandosi su quella convinzione, dunque, ritenevano non spettasse a lei la decisione di denunciare. Padre, fratello, marito, Stato, avrebbero dovuto assumersene la “responsabilità”.

Quanto succede oggi replica esattamente quella mentalità paternalista. La violenza sulle donne è tema di interesse sociale, la donna è proprietà di società/Stato, violare una donna è già violare i diritti umani e dunque tanto basta a giustificare interventismi che riducono la vittima a semplice oggetto che non sarà mai più legittimata a prendere alcuna decisione.

A pensarla così, naturalmente, alcuni femminismi istituzionali e nuovi patriarcati intenzionati a tutelare le “nostre” donne. La donna, in quanto vittima, dovrà perciò accettare la tutela giacché altrimenti su di lei peserà lo stigma della colpa per non aver adempiuto a quell’obbligo sociale.

La parola “vittima” (assieme alla parola “donna”) sta assumendo lo stesso significato di “malata”. Terminale. E le malate terminali, infliggendo anche accanimento terapeutico, dovrai curarle, perché non sanno scegliere da sole.

La cura sarà di competenza di chi vede la violenza anche dove a te potrebbe non sembrare tale. Ti insegneranno a riconoscerla e percepirla e quell’insegnamento, fatto di esperienza, estremamente utile, sconfina, però, a volte, nella pretesa dogmatica/normativa che tutte le donne debbano sentire e reagire allo stesso modo.

Si interferisce, talvolta, in senso moralista, perfino nella sfera del desiderio, patologizzando tutto ciò che va oltre la posizione della missionaria. Quello che piace a te deve piacere a me e se a me non piace mi dirai che io ho “interiorizzato” robe maschie delle quali dovrò liberarmi.

Segue perciò richiesta esplicita di esorcismi. Prima di fare uscire una donna dal cerchio della violenza bisogna fare uscire dal suo corpo il maschio interiorizzato.

Pronto ad assolvere al ruolo di esorcista c’è il patriarca (buono) il cui intervento, di questi tempi, è ampiamente sollecitato.

Nelle campagne di sensibilizzazione contro la violenza sulle donne invece che investire sul percorso di autostima della vittima si preferisce infatti, spesso, fare marketing per riaffermare quella del “tutore”.

“I veri uomini rispettano le donne e usano le mani per accoglierle e proteggerle” si legge in una campagna che arriva dal mondo del rugby.

Con ciò si definisce un messaggio normativo rivolto agli uomini che ristabilisce l’ordine sociale, riassegna ruoli di genere affinché gli uomini tornino a fare i tutori.

Ed ecco i ruoli: lei vittima, lui tutore. Lei è la fanciulla in pericolo e lui il cavaliere che la salva e la guadagna in premio.

Dire oggi “io mi salvo da sola” è un’eresia. Mi sbaglio se dico che tutto questo è un dejà vù?

 

Capotreno, sei bassa: ti licenzio

  • Mercoledì, 13 Novembre 2013 09:20 ,
  • Pubblicato in Flash news

GiULiA
13 11 2013

Una sentenza storica. Per la prima volta nero su bianco una sentenza stabilisce la disapplicazione del decreto ministeriale 88/99 perché discriminante per una lavoratrice.

La sentenza, del 25 febbraio scorso, ha trovato applicazione solo nei primi giorni di novembre: la lavoratrice ha dovuto aspettare otto mesi per essere reintegrata sul suo posto di lavoro. Potrà lavorare, dunque, e continuare a fare la capotreno, perché vincitrice di concorso pubblico, e potrà farlo anche se la sua statura è inferiore ad un metro e 60, tetto questo stabilito proprio dal dm 88/99.

I fatti.

D'A. M. R., pur essendo risultata vincitrice in una prova selettiva per la copertura di un posto di Capotreno presso le Ferrovie Appulo Lucane (precedentemente svolgeva la funzione di operatrice di manovra), a soli quattro giorni dalla conclusione del periodo di prova, ha ricevuto dalle FAL una comunicazione con la revoca del provvedimento di nomina a Capo Treno con decorrenza immediata esonerandola dalla funzione per deficit di statura inferiore ai parametri previsti dal D.M. 88/99 (160 cm).

La Consigliera di Parità della Regione Puglia nel luglio del 2012 ha preso in carico il caso, affidato all'avvocata Roberta De Siati, avvocata esperta in diritto antidiscriminatorio di genere ed iscritta nell'elenco dell'Ufficio della Consigliera regionale.
La vicenda si è rivelata piuttosto complessa perché la capotreno, prima di affidarsi alla Consigliera, aveva già presentato due ricorsi, entrambi respinti: dapprima un ricorso gerarchico e successivamente un ricorso cautelare d'urgenza al Giudice del Lavoro del Tribunale di Bari ex art. 700 c.p.c che, però, non 'aggredivano' la discriminazione di genere, palese nella vicenda: dalla entrata in vigore del DM 88 del 1999, infatti, si è assistito a una modificazione sostanziale della giurisprudenza, delle leggi e anche della Costituzione con riguardo alle questioni di genere, modificazioni che hanno reso tale DM in stridente contrasto con la nuova realtà lavorativa e giurisprudenziale.

Tenuto conto che appariva necessario, alla luce della giurisprudenza della Corte Costituzionale e della Corte di Cassazione, istruire compiutamente il giudizio allegando, possibilmente, una chiara e inoppugnabile consulenza tecnica di parte è stato affidato l'incarico dalla Consigliera di Parità all'Ing. Francesco Longobardi esperto in materia di trasporti.
La perizia stilata dall'ingegnere incaricato, si risolveva del tutto positivamente a favore della lavoratrice.
Depositato il ricorso, con la relazione del perito e altri documenti utili, a ottobre 2012, l'udienza per la comparizione delle parti è stata fissata per il Gennaio 2013.

All'udienza di discussione del successivo 25 febbraio il Giudice ha emesso la sentenza di accoglimento del ricorso nella parte più importante a tutela dei diritti di parità e non discriminazione della lavoratrice, ordinando perciò alle ferrovie il reintegro della lavoratrice nel profilo di Capo Treno con disapplicazione del D.M. 88/99 relativamente alla lavoratrice.
La perizia di parte è stata pienamente accolta dal giudice che non ha ritenuto di produrre una perizia d'Ufficio.

Ancor prima che la sentenza fosse notificata al datore di lavoro, le Ferrovie hanno ritenuto di proporre appello con richiesta di sospensiva dell'esecutorietà della sentenza di primo grado.
Tuttavia, anche l'istanza di sospensiva è stata rigettata e, quindi, la sentenza di primo grado è divenuta esecutiva a tutti gli effetti. Finalmente da appena due giorni M. R. D'A. ha ripreso a lavorare come Capo Treno nel servizio trasporto ferrovia UTC Bari Scalo.
Per la Consigliera regionale di parità Serenella Molendini si tratta della vittoria "di una grande battaglia per l'affermazione del principio di non discriminazione".

"È, dunque, arrivato il momento -dice Molendini - che il Legislatore modifichi il contenuto del DM 88/99 rendendolo attuale e coerente con le norme successive per evitare che, come in questo caso, si continui ad adire i tribunali per l'affermazione di principi di non discriminazione di genere ormai consolidati in ambito nazionale e sovranazionale".

Un plauso è venuto anche dall'assessora al Welfare e Pari Opportunità Elena Gentile "per il lavoro svolto con passione e competenza dalla Consigliera Regionale di Parità, vero presidio in Regione per il contrasto e la prevenzione delle discriminazioni delle donne di Puglia".

E' arrivato davvero il tempo di superare le discriminazioni di genere, nella sostanza. Che spesso passa da una discriminazione nella 'forma', subdolamente banale. Come l'altezza.
Ma la Consigliera di parità nazionale, di nomina ministeriale, si attiverà mai perché il DM88/99 sia dichiarato anticostituzionale in tutto il Paese?

Be free
13 11 2013

Claudio Bisio, Alessandro Gassmann, Daniele Silvestri e Cesare Prandelli sono i nuovi volti della campagna di comunicazione NoiNo.org Uomini contro la violenza sulle donne, che per tutto il mese di novembre sarà diffusa in Emilia Romagna e in Lazio. Un progetto di comunicazione che chiede agli uomini di “metterci la faccia” in prossimità della giornata – il 25 novembre – dedicata in tutto il mondo al contrasto della violenza maschile sulle donne.

Tormentare, molestare, controllare, isolare, ricattare spiare: sono queste alcune delle parole al centro dei messaggi di NoiNo.org Uomini contro la violenza sulle donne, la campagna di comunicazione sociale e di community building, promossa dalla Fondazione del Monte di Bologna e Ravenna, che chiede agli uomini di metterci la faccia, di considerare la violenza di genere – violenza che, come testimoniano le parole scelte, non è solo fisica ma anche psicologica – un tema che li interessa e li interpella, di cui parlare tra loro. Un’assunzione di responsabilità verso una cultura diffusa che sostiene e legittima la disparità strutturale tra uomini e donne e l’idea del possesso e del potere maschile sulle donne all’interno delle
relazioni sentimentali. Basta infatti rovesciare i numeri della violenza di genere, puntando l’accento sugli autori anziché sulle vittime, per capire che è agli uomini che occorre parlare: in Italia ogni 7 minuti un uomo stupra o tenta di stuprare una donna e un quinto degli uomini che sono in coppia con una donna fanno sempre o ripetutamente violenza psicologica su di lei. “Noi No” non è un modo per distanziarsi dal problema dividendo arbitrariamente in uomini buoni e uomini cattivi, ma al contrario un invito a una presa di coscienza e di consapevolezza da parte di tutti gli uomini.
[...]

NoiNo.org nasce dal bando indetto alla fine del 2011 dalla Fondazione del Monte di Bologna e Ravenna, in collaborazione con l’Associazione Orlando. Ideato e sviluppato dalle due agenzie vincitrici, Comunicattive (www.comunicattive.it) e Studio Talpa (www.studiotalpa.it), il progetto vede la sua prima uscita pubblica il 24 settembre 2012 a Bologna con una campagna di affissioni “teaser”: numerosi manifesti 6×3 in tutta la città di Bologna riportano tre parole del “dizionario della violenza”: “umiliare”, “minacciare”, “picchiare”, seguite dalla definizione da vocabolario, solo un piccolo dettaglio interferisce nella neutralità della definizione: un pronome femminile che fa intendere che a subire questi comportamenti violenti è una donna. Il testo si conclude con la frase che diventerà lo slogan della campagna: “Questa è violenza” . Una piccola provocazione per sottolineare la dimensione legata al genere della violenza nelle relazioni familiari e di intimità e per rimarcare l’invisibilità degli autori, uomini “normali” che la comunicazione sociale sul tema della violenza sulle donne non riesce a rappresentare e a coinvolgere. Ma basta
Alla campagna delle parole segue a breve distanza, dall’8 ottobre 2012, la diffusione, a Bologna con un’articolata campagna advertising e in tutta Italia con il sito internet, la pagina facebook e l’attività di ufficio stampa, la diffusione della campagna con noti testimonial: l’attore teatrale e cinematografico Ivano Marescotti, il calciatore Alessandro Diamanti, capitano del Bologna e giocatore della Nazionale Italiana, l’attore Giampaolo Morelli, interprete del famoso protagonista della fiction “L’Ispettore Coliandro”.
Sono stati i loro volti ad attirare l’attenzione degli uomini per cercare di coinvolgerli ad esporsi ed impegnarsi in prima persona su questo tema. Percorso portato avanti con un’attività di “community building” sul territorio di Bologna e in tutta Italia: attraverso il coinvolgimento di realtà eterogenee, da Comune, Provincia e Università di Bologna che hanno patrocinato e supportato l’iniziativa ai negozianti dell’Ascom, dalla
cooperativa dei tassisti bolognesi Cotabo alle palestre, dalla Uisp al Bologna Football Club, dalla Cineteca di Bologna all’azienda di trasporto Tper, sono stati distribuiti migliaia di adesivi, spille, magliette, organizzati eventi sportivi e culturali, realizzate iniziative in occasione del 25 novembre 2012, del 14 febbraio e dell’8 marzo 2013, raccolte decine di ritratti di uomini comuni che, contro la violenza maschile sulle donne, “ci mettono la faccia”. Inoltre la campagna è stata conosciuta e diffusa in tutta Italia, con forme di partecipazione spontanea di uomini e gruppi di uomini dalla Valle d’Aosta alla Sardegna.
Per la nuova campagna 2013 il gruppo di lavoro del progetto ha coinvolto associazioni e amministrazioni di diverse città, riuscendo a diffondere la campagna in Emilia Romagna, dove, oltre a Bologna, aderiscono Reggio Emilia e Faenza, e in tutto il Lazio, grazie al Comune di Roma e alla Regione Lazio che hanno creduto profondamente nel progetto predisponendo un piano di comunicazione di grande impatto comunicativo. Referente per l’attività di community building sul territorio di Roma sarà la cooperativa Be Free.

vai al sito www.noino.org

comunicato_stampa_noinoorg_roma_lazio_2013

Le offese di Lotito alla collega di Lira Tv

  • Venerdì, 25 Ottobre 2013 13:59 ,
  • Pubblicato in Flash news

GiULiA
25 10 2013

"Sta dicendo un sacco di corbellerie", "Confonde il pallone con il calcio", "Siccome lei di calcio non capisce niente", "Ma de che parli". Queste sono alcune delle frasi che Claudio Lotito, presidente della Lazio e co-proprietario della Salernitana, ha rivolto alla giornalista di LiraTV Francesca De Simone che lo intervistava domenica 20 ottobre, al termine della partita di Lega Pro prima divisione con il Viareggio.

In 2 minuti e 12 secondi, tanto dura la sfuriata di Lotito visibile sul sito di Repubblica, il presidente non risponde alle domande della giornalista, ma sembra quasi che, in quanto donna e, quindi, secondo lui, ignorante in fatto di calcio, egli si senta in dovere di spiegarle come funziona questo sport. Roba da maschi, mica per giornaliste. Glielo dice senza mezzi termini: "Siccome lei di calcio non capisce niente".

Forse nell'immaginario di Lotito le donne che frequentano il calcio possono essere soltanto vallette (meglio se mute) o aspirare a diventare la moglie del bomber di turno.

Non è così, per fortuna. Negli ultimi trent'anni tante colleghe raccontano lo sport più popolare in Italia, dai campi della A a quelli delle serie minori, dagli schermi delle tv nazionali e locali, dalle pagine dei quotidiani sportivi e non.

Lotito cerca di imporre il suo punto di vista, parla a ruota libera, non ascolta le domande che De Simone continua a fargli senza, peraltro, lasciarsi impressionare dal presidente sempre più fuori controllo. Lei non demorde e, alla fine, lo insegue, ma lui, tornando sui suoi passi, parla e gesticola in modo sempre più esagitato.

Se al posto della collega De Simone ci fosse stato un uomo, Lotito si sarebbe comportato allo stesso modo?

Il presidente appartiene a quella categoria di patron che spesso si sentono in dovere di strapazzare il giornalista di turno. In particolare, le sfuriate di Lotito sono ben note: su Youtube c'è una vasta casistica (ad esempio le liti con Enrico Varriale nei programmi sportivi della Rai come questa oppure un'altra sfuriata andata sempre in onda su LiraTV). A rivederle dopo questa recente a Salerno, colpisce il fatto che Lotito, quando ingaggia lo scontro con i giornalisti, pur arrabbiandosi, non raggiunge l'aggressività manifestata con De Simone.

Sulla vicenda è intervenuto anche l'Ordine dei Giornalisti della Campania ed il presidente Ottavio Lucarelli ha dichiarato in una nota che "Nessun ruolo proprietario o dirigenziale può giustificare questi gravi atteggiamenti che l'Ordine ha sempre censurato con forza".

Mara Cinquepalmi

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