Il Fatto Quotidiano
18 01 2013

Le cariche più alte, come quelle di direttore o caporedattore sono ricoperte da penne maschili quasi nel doppio dei casi rispetto alle colleghe donne. Lo rivela la ricerca dell'Osservatorio di Pavia media research condotta intervistando 76 professionisti, 50 donne e 26 uomini. Alla base della discriminazione, il genere sessuale. Anche per gli unici tre cronisti che lamentano penalizzazioni danno questa motivazione: "Abbiamo chiesto il congedo di paternità".

Sono più qualificate rispetto ai colleghi maschi eppure fanno il doppio della fatica ad arrivare alle posizioni “che contano”, quelle di direttrice o caporedattrice. In Italia solo 14 giornaliste ogni 100, infatti, raggiungono ruoli apicali nel corso della loro carriera, al contrario degli uomini, che, nonostante titoli di studio più bassi, ci arrivano in quasi il doppio dei casi: il 27 per cento.

Le cariche più alte, come quelle di direttore o caporedattore, infatti, sono ricoperte da penne maschili quasi nel doppio dei casi rispetto alle colleghe donne. A rivelarlo è una ricerca dell’Osservatorio di Pavia media research dal titolo “Professione giornalista – Un’indagine comparativa sui percorsi di carriera delle giornaliste e dei giornalisti italiani”, a cura di Monia Azzalini. Nella ricerca, condotta intervistando 76 “penne”, 50 donne e 26 uomini, si mettono a confronto, divisi per genere, i percorsi, le aspettative e i problemi incontrati nel corso della carriera.

Oltre il triplo delle donne rispetto agli uomini riconosce di aver subito discriminazioni dovute al genere. Interessante però notare le motivazioni degli unici tre giornalisti maschi che si sono detti discriminati: due lo sono stati per aver chiesto il congedo di paternità. L’altro, invece, ha ammesso: “Diciamo che in qualche situazione ho avuto un’arma in meno di un certo tipo di colleghe”.

Se precariato, pressioni dalle lobby e colleghi scorretti, arroganti o raccomandati sono tra i problemi più comuni segnalati da giornalisti di ogni genere e età, tra le differenze che spiccano c’è il problema della conciliazione lavoro – famiglia, indicato come “difficile” da quasi la metà delle donne. “Non sempre però – specie fra le donne adulte e anziane – rinunce e sacrifici assumono una connotazione negativa, in diversi casi rafforzano anzi un’esperienza di vita vissuta come piena e soddisfacente”, si legge nel rapporto. Forse per favorire il lavoro da casa, le donne lavorano più degli uomini con contratti di collaborazione, che assicurano più flessibilità, pur avendo meno garanzie rispetto a un contratto a tempo indeterminato in redazione. Percorso accidentato e difficile, insomma, quello delle giornaliste italiane, che, nonostante titoli di studio di maggior livello rispetto ai maschi, trovano poco spazio ai vertici e vanno avanti perlopiù come “collaboratrici”.

Non meglio, però, va all’estero, dove, come ha mostrato nel Global media monitoring project del 2010, l’indagine sui contributi femminili nei media di 108 Paesi, “la visibilità delle donne nelle notizie è uniforme ed estremamente bassa”. Non solo le giornaliste sono in estrema minoranza a parlare di politica, economia, scienze, cultura, diritti, notizie delle celebrità. Ma persino su temi come candidate donne, violenza sessuale, moda, bellezza, fertilità e controllo nascite, le donne firmano pochissimi articoli. Più avanzano con l’età, poi, meno sono interpellate dai media in veste di “esperte”: oltre i 68 anni, una donna è chiamata in causa tanto quanto un maschio tra i 13 e i 18.

“Abbiamo esaminato le rubriche di commento perché predicono la leadership e la leadership di pensiero ai più alti livelli in tutti i campi”, spiegano le autrici di un altro studio, condotto negli Stati Uniti nel 2011 da The Byline blog (Il blog della firma), che per 11 settimane ha setacciato 7000 articoli di opinione delle più importanti testate statunitensi, dal New York Times all’Huffington Post, passando per i giornali delle università più prestigiose. Il risultato? Su 1410 articoli di interesse generale (economia, politica, sanità, istruzione), le donne ne hanno scritti solo 261. Le firme femminili trovano un po’ più spazio sul web, ma sono comunque relegate ai temi delle 4 “f”: food, fashion, furniture, family (cibo, moda, arredamento, famiglia).

Non uscire da sola la sera…

  • Giovedì, 17 Gennaio 2013 09:03 ,
  • Pubblicato in Flash news

Abbatto i muri
17 01 2013

…dice il Procuratore di Bergamo riferendosi ad una vicenda che ha fatto venire fuori il peggio del peggio della cultura autoritaria. Mentre dall’altro lato qualcun@ dice che bisogna valorizzare le mogli e soprattutto le madri la cui sacralità sarebbe più difficile violare. E tutto ciò unito agli appelli, pregni di preoccupazione e solida responsabilità sociale, affinché le donne vadano in giro coperte.

E come avvenne già nella mia adolescenza, mi sento avvolta da tanta opprimente tutela che è lì pronta a scannare chiunque mi si avvicini e a salvarmi da me stessa se necessario. Così ci sono tutti gli ingredienti cari alla cultura patriarcale per relegare fanciulle in pericolo in cima alle torri, non senza averle lucchettate con cinture di castità, e far circolare indenni uomini la cui natura si ritiene sia mostruosa, terrorizzante, dalla quale le donne giammai potranno difendersi perché questi uomini sarebbero così idioti da bypassare progresso ed evoluzione di mentalità perché nel dna malefici, dal pene/mostro che viaggia in incognito nelle nostre strade per poi svelarsi ad ogni accenno di pelle femminile e solitaria attesa presso una fermata di un bus.

E’ la società della paura, il cui terrore implicitamente serve a controllare, come sempre, donne, uomini, persone, normando abitudini, sessualità, istigando odio contro altre culture o un intero genere.

Non uscire, dicevano mamme e padri preoccupati quando ero bambina. Non da sola, aggiunsero quando fui un po’ più grande. E che l’ho presa a fare la patente d’adulta, babbo? Che posso farci se a volte mi tocca pure lavorare? Che misteriosa sfiga è quella di averci corpi desiderabili per alcuni mentre sfrecci con la bici per arrivare al tuo terzo lavoro, serale, e poi ritorni e quel che pensi è di non farti investire, evitare sportellate in faccia, arrivare in tempo per dare il cambio alla baby sitter, fare le cose normali, da persone normali, precarie per lo più.

Non uscire da sola… accompagnati e sempre ad un uomo perché se viaggi con timbro d’appartenenza nessuno ti inquieta, pare. E se esco con tre donne, una più incazzata dell’altra? Se brandisco un assorbente insanguinato per dire che ce l’ho rosso anch’io… il sangue? Se gli si fa il solletico al deficiente che vuole toccarti il culo?

Non uscire tu, da solo, la sera, ché non ho bisogno di essere “salvata”, di ronde e tutori che mi dettino norme di comportamento. Aggiusto la cultura e mi do strumenti di difesa, come sempre, e collaboro con uomini intelligenti che prima che dirmi di coprirmi e scomparire, piuttosto vestirebbero panni da donna pure loro.

Perché quel che chiedete è che io esista solo come dite voi o che non esista affatto. E l’invisibilità è peggio che il dolore. La negazione è peggio che una ferita sanguinante. Io preferisco esistere, autodeterminata, e beccarmi le ferite, semmai accadesse, perché, lo dico anche da madre, a tenere chiuse in casa le persone che vuoi proteggere finisci per diventare il loro nemico peggiore. Un aguzzin@, carceriere/a, padrone/a.

Quel che si insegna è a difendersi e in ogni caso ad esigere il diritto di esistenza. Io e lei, io e voi. Date alle persone strumenti e reddito per rendersi indipendenti. Smettete di dimenticare che una donna, una persona, non ha bisogno di “uscire” perché subisca violenza. La maggior parte delle violenze avvengono “dentro” casa e non fuori. Presso quei luoghi in cui le donne si dice siano “rispettate” in quanto madri e mogli invece che in quanto donne.

Inoltre, per finire, quel che è importante è che le donne vogliono esistere e non farsi rinchiudere, da prigioniere, in casa. E’ così difficile da capire?

Se le donne non devono uscire sole di sera…

Corriere della Sera
16 01 2013

«Le donne non devono uscire da sole la sera». Diventa un caso la frase del pm di Bergamo dopo l’allarme violenza di questi giorni. Le tre donne che hanno subito aggressioni tra Milano e Bergamo sono le ultime di una lunga serie. Una bloccata per strada, una nel bagno di un centro commerciale e una nella toilette di una discoteca. Italiane e straniere, come stranieri e italiani sono i violentatori. E l’aggressione può capitare in centro o in periferia, al chiuso o all’aperto, di notte o di giorno.

Tre donne hanno subito violenza negli ultimi giorni tra Milano e Bergamo. Sono soltanto le ultime di una lunga serie — nazionale — che, stando alle statistiche, non accenna a diminuire, tutto al contrario.

Una è stata bloccata per strada dal suo aguzzino, una nel bagno di un centro commerciale e una — completamente ubriaca — nella toilette di una discoteca. Sono italiane e straniere, come stranieri e italiani sono i violentatori; e sicurezza non c’è da nessuna parte, può capitare in centro città o in periferia, al chiuso o all’aperto, di notte o di giorno.

Nel frattempo torna a serpeggiare l’antico, ben noto adagio che, in realtà, si pensava fosse dimenticato: «Se la vanno a cercare». E non soltanto nelle conversazioni al bar Sport e nell’anonimato brutale dei blog, bensì anche nelle parole di persone dalle quali non lo si aspetterebbe: per esempio, qualche tempo fa, un parroco della Liguria che in un suo manifesto metteva in relazione il femminicidio con la volontà di provocare delle donne; e ieri addirittura il procuratore capo di Bergamo che suggeriva alle ragazze, alle signore, «anello debole della società», di non uscire da sole di sera. È vero che lo ha detto con un certo rammarico, scusandosi dell’assenza di sicurezza nelle nostre città, ma la frase, che tende ad assegnare parte della responsabilità alla vittima innocente, è comunque suonata stonata in bocca a un supremo uomo di legge.

Un discorso simile è permesso a un amorevole papà all’antica che non conosce altro modo per proteggere la figlia se non con un suggerimento di piccolo buon senso familiare; e, nel caso, è giustissimo che le raccomandi di non ubriacarsi. Al limite, il discorso lo può fare il parroco del quale si sa che difficilmente riesce a dimenticare l’insidiosa figura di Eva tentatrice; ma un procuratore della Repubblica non può rassegnarsi ufficialmente a che non ci sia modo di cambiare il costume criminale, lasciando all’«anello debole» il compito di salvaguardarsi. E pensare che una ventina di anni fa le donne manifestavano:

«Riprendiamoci la notte», convinte che il tempo del coprifuoco potesse per loro concludersi definitivamente.

Indonesia:donne su scooter,contro Sharia

  • Mercoledì, 02 Gennaio 2013 14:07 ,
  • Pubblicato in Flash news

Ansa
02 01 2013

BANDA ACEH, 2 GEN - Niente passaggi in motorino per le donne perche' montare in sella a cavalcioni dietro un uomo e' ''troppo sconveniente'' e non rispetta i precetti della legge islamica. Ne e' convinto il sindaco di Lhokseumawe, cittadina della provincia indonesiana di Aceh, nel nord ovest, che ha annunciato l'intenzione di vietare alle donne l'uso delle due ruote. Unico modo per accettare passaggi e' quello di sedersi ''all'amazzone'', con entrambe la gambe cioe' da un lato.(ANSA)

Il Natale delle BAMBINE

  • Lunedì, 24 Dicembre 2012 09:42 ,
  • Pubblicato in INGENERE

In genere
24 12 2012

Tempo di regali, sappiamo che le nostre lettrici sono delle donne consapevoli e faranno le loro scelte in maniera ragionata: ma come fare con amici e parenti per evitare che la vostra bambina riceva un mocio in miniatura, magari rosa o vostro figlio un fucile di plastica più grande di lui?

Ecco alcune riflessioni che potete mandare via mail, pubblicare sul vostro profilo di facebook o citare in casuali conversazioni telefoniche, e sperare che passi il messaggio.

Pink Stinks (il rosa puzza) è una campagna inglese contro i giocattoli stereotipati che propongono un unico modello alle bambine, il loro slogan è "ci sono tanti modi di essere bambina", Harrords ha raccolto il loro invito e, dall'anno scorso, non divide più il negozio in rosa e blu maschi e femmine e cerca di promuovere giocattoli non stereotipati. Sul loro sito tanto materiale e cose interessanti da leggere.

Una mamma blogger recupera una bella favola di Rodari su una bambola ribelle per parlare delle contraddizioni che prova ad esaudire i desideri di sua figlia nella letterina a Babbo Natale.

Il blog Educazione Genere Infanzia propone un'interessante carrellata sulle rifleissioni e le campagne di comunicazione contro gli stereotipi di genere, allegano questo opuscolo, molto divertente, per genitori (ma vale anche per zie e zii) a cura dell'Associazione Comunicattive

Noi vi consigliamo due libri: Nina e i diritti delle donne di Cecilia D'Elia (ed. Sinnos) e La parità a piccoli passi di Carina Luart (ed. Motta Junior) e buone feste!

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