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Discriminazione e Integrazione"Le radici dell'odio nei loro confronti sono dentro di noi: nutrite dalla paura dell'altro, per storia e tradizioni. È una realtà che attraversa i secoli". Moni Ovadia, scrittore, attore, regista, ebreo nato in Bulgaria e milanese di adozione non ha dubbi. Un odio lungo secoli? "E la storia dell'umanità, la cultura maschile ha odiato temuto e tenuto in soggezione la donna perché portatrice di diversità, poi è toccato agli ebrei, in fuga e nei ghetti per secoli, vittime di maldicenze e persecuzioni perché sentiti estranei e quindi pericolosi. Ora gli ebrei sono diventati più uguali, sono inseriti, non sono più quelli della diaspora. Hanno uno Stato, un governo, un esercito che li difende. I nomadi no".
Caterina Pasolini, la Repubblica ...
Nascosto nella periferia tra l'Ortomercato e il Corvetto, c'è forse il più antico campo di zingari - sono loro che vogliono chiamarsi così - di Milano. Si trova lungo le curve e i saliscendi di via Bonfadini ed esattamente qui Matteo Salvini ha avviato, tre anni fa, la sua rumorosa campagna "per la sicurezza" [...] Purtroppo per l'esattezza delle sue dichiarazioni, di rom non se ne vedono, nel senso che Salvini non distingue: qui tutti sono italiani, con carta d'identità, e moltissimi dei 30, 35 capifamiglia si sono in qualche modo "spiaggiati" qui da decine di anni. 
Piero Colaprico, la Repubblica ...

Il Fatto Quotidiano
03 04 2015

Ammazzare due rom a caso. Pescarli tra le baracche e spararli a bruciapelo. Un’azione punitiva per vendicare lo sgarro subito. Sangue innocente per dare ‘soddisfazione’ al boss. Camorra assassina, camorra vigliacca, camorra stracciona. Mirko e Goran Radosavljevic, due giovanissimi, tornavano al campo nomadi di Secondigliano a Napoli. Erano usciti per comperare le pizze. Improvvisamente il raid del ‘gruppo di fuoco’ all’interno della baraccopoli. I killer, incuranti dell’affollata comunità, con estrema freddezza, violenza e cinismo sotto lo sguardo di bambini e donne, estraggono le pistole e fanno fuoco contro i due ragazzi appena giunti.

Il duplice omicidio – siamo nel 2004 – viene catalogato come probabile lite tra rom o un effetto collaterale della sanguinosa faida di Scampia. La storia di Mirko e Goran Radosavljevic è una storia che chiede vendetta. Dopo undici lunghi anni di dolore, rabbia e ingiustizia: i senza voce, gli ultimi tra gli ultimi, i zingari finalmente possono guardare in faccia i mandanti e gli assassini di qull’eccidio. I familiari di Mirko e Goran a denti stretti come nel traversare il deserto si erano arresi, al destino.

E’ stato Giuseppe Persico, un nuovo collaboratore di giustizia, affiliato al clan Mazzarella con il ruolo di reggente, a raccontare la verità, a spiegare le cose come andarono, a certificare come i due rom furono colpiti a bruciapelo e senza colpa solo per punire un furto di connazionali messo a segno nella casa sbagliata. All’epoca dei fatti Giuseppe Persico ricopriva il ruolo di luogotenente del clan Mazzarella a piazza Mercato nel cuore della città.

Il boss Franco Mazzarella, figlio del capostipite e vecchio contrabbandiere Gennaro, è su tutte le furie. Mentre era nella sua abitazione e dormiva con la propria famiglia, dei nomadi entrano e rubano. Il boss non si dà pace. L’irruzione nella sua casa è un’offesa grave, uno sberleffo, una mancanza di rispetto. Una cosa gravissima. C’è chi parla e c’è chi sparla. “Un capo che si fa rubare in casa, che capo è?”. Il boss è furioso. Convoca il gruppo di vertice della cosca e ordina di effettuare delle indagini per conoscere chi sono gli autori del furto. Vuole i colpevoli al suo cospetto. Non ammette discussioni. Minaccia perfino di fermare le attività del clan per liberare uomini da sguinzagliare sulle tracce degli “infami”. I suoi più fidati scherri devono dedicarsi a scovare i furfanti. E’ la fissazione di Franco Mazzarella. L’immagine conta nella camorra 2.0. Nessun tentennamento c’è in ballo l’onore e la rispettabilità di un boss davanti ai suoi familiari, affiliati e perfino nemici. Pochi giorni e riescono a sapere con certezza che il domicilio di Franco Mazzarella è stato violato da due nomadi provenienti dal campo di Secondigliano e precisamente quello ubicato dietro il carcere, periferia nord della città.

Gli autori del furto non saltano fuori. Minacce, ritorsioni e pestaggi, la comunità rom è coesa: nessuno parla. Il boss taglia corto. Scatta la vendetta. Occorre dare una lezione, far capire agli zingari che con la camorra non si scherza. Che mancare di rispetto a un capo clan equivale a scavarsi la fossa. L’ordine è perentorio: colpire nel mucchio. Uccidere qualcuno appartenente alla stessa etnia degli autori del furto. Parte il raid. Nel mirino finiscono Mirko e Goran Radosavljevic, due ragazzi innocenti che nulla c’entravano con il rubare, con i boss, con i clan, con la camorra. Sangue innocente. Trucidati dalla follia criminale e razzista.

A distanza di 11 anni la Squadra mobile di Napoli dopo una attenta indagine ha acciuffato il boss Mazzarella e i componenti del commando. Occorrerebbe uno scatto d’orgoglio della città. Con il Comune di Napoli, le altre istituzioni e le associazioni costituite parte civile nel processo. Che Napoli con la sua generosità ricordi i nomi di Mirko e Goran con una targa. E che la loro storia non sia dimenticata e accolta nelle memorie delle vittime innocenti. Ai congiunti si diano tutti i benefici di legge prevede per i familiari delle vittime innocenti della criminalità in Campania.

Arnaldo Capezzuto

DinamoPress
02 04 2015

Ci risiamo, ciclicamente riparte l'attacco alla scolarizzazione dei bambini rom, messa sotto accusa, passata sotto la lente d'ingrandimento di chi sa leggere solo i numeri e poi li traduce in denaro, operazione tanto fredda quanto mistificatrice di una realtà che è sempre più complessa e composita delle semplificazioni dei sedicenti contabili di turno. Si conta, si somma, si moltiplica e si divide senza considerare che attraverso queste operazioni si attacca il diritto sacrosanto e inalienabile dell'istruzione per tutte e tutti, minori rom compresi. Fatevene una ragione!

I conti, soprattutto quando la spesa è quella pubblica, è giusto e doveroso farli; purtroppo spesso vengono fatti nella maniera più subdola, volgare e parziale, partendo dall'assunto che comunque qualcosa da smascherare ci sta, omettendo che un servizio di questo tipo costa 3 euro al giorno a bambino. Tralasciando l'aspetto organizzativo e qualitativo dell'intervento che consta, parallelamente al lavoro che si fa con i minori, di processi di inclusione socio lavorativa che coinvolgono decine di adulti rom. Lo si fa ignorando la complessità di un progetto che non è mero trasporto di un numero di bambini ma è anche e soprattutto progetto di contrasto alla dispersione scolastica e che, quindi, moltissimo del lavoro è proprio rivolto a quei minori che sono a rischio abbandono oppure sono già in tale condizione. Si lavora con loro e con le loro famiglie, attivando percorsi volti al recupero di queste situazioni. Ma soprattutto si ignora la condizione di partenza, la vita nei campi, la condizione di esclusione fisica e sociale a cui ogni abitante dei campi e ogni bambino è sottoposto ogni giorno.

Rispediamo al mittente le accuse di poca chiarezza nell'aggiudicazione dei progetti e di poco impegno per ottenere risultati tali da giustificare la spesa. Siamo operatrici e operatori del sociale, di un sociale che non è sporco e dedito al malaffare come oramai dopo le vicende di mafia capitale si vuol far credere, perché scoprire il marcio nella porta accanto fa gola a una parte di società ammalata di sensazionalismo e desiderosa di potersela prendere con qualcuno perché la vita non va come si vorrebbe, questo qualcuno coincide guarda caso con i più vulnerabili o con quelli che dovrebbero essere buoni per contratto.

Arci Solidarietà

Bambini rom e la scuola : due pesi, due misure

  • Mercoledì, 01 Aprile 2015 12:18 ,
  • Pubblicato in Flash news

21 Luglio
01 04 2015

Lunedì 30 marzo, in una lettera inviata al quotidiano “Il Tempo” a proposito della scolarizzazione dei bambini rom a Roma, gli assessori Francesca Danese e Paolo Masini hanno affermato che «negli ultimi tre anni la percentuale di frequenza media o regolare dei bambini rom oggetto di percorsi di scolarizzazione è rimasta stabile tra il 55% e il 60%».

L’Associazione 21 luglio non contesta il dato dei due assessori. Contesta però il criterio con cui esso viene stabilito.
Secondo il decreto legislativo n. 59 del 2004, «ai fini della validità dell’anno per la valutazione degli allievi è richiesta la frequenza di almeno tre quarti dell’orario annuale personalizzato» pari a una frequenza del 75% del totale dei giorni previsti dal calendario scolastico. Quindi in Italia la frequenza di un alunno può essere definita regolare se supera il 75% delle frequenze.

In realtà da diversi anni l’Ufficio Rom, Sinti e Camminanti del Dipartimento Politiche Scolastiche del Comune di Roma elabora i dati relativi alla frequenza scolastica dei minori rom utilizzando una tabella, redatta solo per i rom, che prevede quattro fasce: frequenza regolare (70%-100%), frequenza media (40%-70%), frequenza scarsa (0,1%-40%), frequenza nulla (0%).

È solo attraverso l’utilizzo di tale diverso indicatore che gli assessori Danese e Masini possono concludere che negli ultimi tre anni scolastici più del 50% dei minori rom ha frequentato in maniera media e regolare la scuola. Il dato risulta quindi falsato perché falsato è il criterio utilizzato. Falsato, per esempio, è affermare che un bambino rom che va a scuola 1 solo giorno all’anno abbia una “frequenza scarsa”. Ciò che alla fine dichiarano i due assessori è che, a fronte dei più di 3 milioni di euro spesi annualmente dal Comune di Roma, il 55-60% dei minori rom va a scuola più di 4 volte su 10. Un dato che non ci sembra particolarmente incoraggiante.

A titolo esemplificativo riportiamo i dati relativi al campo di Lombroso e resi pubblici dal consigliere municipale Andrea Montanari. A fronte dei quasi 100mila euro spesi per la scolarizzazione, riferendosi alla soglia del 75% che la legge italiana utilizza per definire regolare la frequenza scolastica, emerge che solo 2 minori rom frequenterebbero in maniera regolare. Se però adottiamo il criterio fissato dall’Ufficio Rom, Sinti e Camminanti la frequenza media o regolare raggiungerebbe per l’insediamento considerato le 18 unità.

Per l’ennesima volta i rom sono considerati, anche dalle istituzioni, cittadini diversi, per i quali applicare tabelle e criteri differenti. Con buona pace di chi è chiamato, dopo aver vinto il bando, a lavorare per l’inclusione scolastica dei minori rom.

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