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Il Fatto Quotidiano
13 01 2015

“Mi urlava ricchione, frocio, poi mi ha costretto ad andare con una ragazza a pagamento per dimostrare che non sono omosessuale”: è quanto ha raccontato il 39enne aiuto-cuoco a ilfattoquotidiano.it. "Non mi pagavano da due mesi, anche per questo sono andato dai carabinieri"

di David Marceddu

“Mi urlava ricchione, frocio, poi mi ha costretto ad andare con una prostituta presa per strada”. Quando Marco (il nome è di fantasia) si è presentato alla caserma di viale Dalla Chiesa a Rimini, venerdì 9 gennaio, il maresciallo dei Carabinieri che ha raccolto la sua denuncia non poteva credere a ciò che sentiva: “Premetto di essere omosessuale dichiarato e invalido civile psichico all’80% per disturbi dell’umore e bipolarismo”. Marco, riminese di 39 anni, per poco più di un mese ha lavorato come aiuto-cuoco in un ristorante pizzeria di Riccione. La notte tra il 20 e il 21 dicembre scorsi, chiuso il locale, il titolare, un signore sulla quarantina e pregiudicato, ha iniziato a insultarlo durante la cena con tutto lo staff. “Ricchione! Omosessuale! Frocio!”.

Fin qui niente di diverso da quanto accadeva dal primo giorno di lavoro. Poi però ecco la richiesta perentoria del datore di lavoro: “Ci devi dare prova che non sei omosessuale”. I colleghi ridacchiano. Nessuno ha il coraggio di ribattere: lo chef, il pizzaiolo, il cameriere, un altro aiuto cuoco. Nessuno di loro muove un dito per difendere l’uomo. “È meglio per te se vai a prendere una prostituta”, gli intima il superiore. Il dipendente prova a opporsi, ma alla fine non può fare altro che adeguarsi: “Per paura di perdere il posto di lavoro ho accettato: sono andato con la mia macchina in una delle vie della prostituzione in città. Qui ho incontrato Marta, una ragazza bionda, rumena. Le ho chiesto di venire con me, spiegandole un po’ la questione e lei ha accettato”, racconta a ilfattoquotidiano.it il protagonista di questa storia, che è assistito dall’avvocato Piero Venturi.

Il racconto ha un epilogo squallido: “Una volta tornati nel ristorante, il titolare si è messo d’accordo con la ragazza su che cosa avrebbe dovuto fare, insomma ha preso a umiliarmi davanti a lei. Poi con lei ci siamo appartati in una stanza e la ragazza ha iniziato un rapporto orale”. Il gestore del locale intanto continuava a passare e ripassare davanti alla porta della sala dove la coppia era appartata, urlando contro il suo dipendente: “Che schifo, ricchione!”. Un’umiliazione dopo l’altra: “Il rapporto con Marta non è stato concluso perché mi sentivo a disagio, non provavo nessun piacere. Mi sentivo violentato. Allora – racconta l’aiuto cuoco – mi sono rivestito e sono tornato nella sala dove si trovavano gli altri”. A pagare la lucciola, 40 euro, è lo stesso titolare dell’esercizio. “Tutti i colleghi a quel punto si sono divertiti a chiedere alla ragazza se ero veramente ricchione. Ma lei rispondeva che ero apposto, normale. E loro dicevano: ‘Non è vero, è ricchione!’. Poi ho riportato io stesso la ragazza a casa”.

Marco ora è deciso ad andare avanti. La sua storia ha scosso la riviera romagnola. Ha ricevuto la solidarietà delle associazioni per i diritti lgbt: “Questa incredibile violenza – scrive in una nota l’Arcigay di Rimini – ricorda quelle che si praticavano nei campi di sterminio nazisti ai danni di centinaia di migliaia di omosessuali imprigionati, che venivano costretti con la forza ad avere rapporti con prostitute per ‘guarirli’”. A ilfattoquotidiano.it Marco racconta però che dopo aver denunciato, gli sono arrivati anche degli sms di minaccia: “Il titolare mi ha scritto che devo sparire da Rimini e che già che si è fatto cinque anni di galera non avrà paura di farne altri cinque”. Poi ammette: “Se non fosse che questa persona dopo un mese mi ha pagato con un assegno scoperto, che mi ha tenuto in nero per tutto il tempo, forse non avrei trovato neppure il coraggio, per denunciare quanto mi era accaduto. Sono disabile, ma non scemo: ho sopportato le angherie da parte di tutto lo staff, ma quando non mi hanno più pagato non ci ho visto più”. Poi, prima di riagganciare il telefono l’ultimo sfogo: “Un po’ di dignità ce l’ho ancora”.

la Repubblica
19 12 2014

Una immigrata, trentenne. Le guardie giurate del pronto soccorso l’avrebbero cacciata via. E lei è morta dopo cinque ore in un altro ospedale. I medici hanno chiesto l’autopsia e l’intervento della Procura.

È accaduto a una giovane originaria dello Zimbawe e residente a Castel Volturno. Vittima di un probabile infarto, la donna giunge ieri sera al San Paolo di Fuorigrotta accompagnata da amici e parenti. È gravissima. Ha difficoltà respiratorie, dolore al torace e parametri vitali in declino. Chi la accompagna racconta una storia allucinante, se fosse confermata dalle indagini. Uno del gruppo ricostruisce le ultime ore di vita di Mary Jacob. Parla male italiano, ma si fa capire. Urla, gesticola, piange. E soprattutto dice che Mary era stata all’ospedale Santa Maria delle Grazie, a Pozzuoli, da dove però le “guardie” l’hanno subito mandata via.

Cacciata? «Sì, non le hanno permesso neanche di entrare in pronto soccorso», risponde un ragazzo, «Lei aveva solo bisogno di essere visitata». A questo punto, la donna viene riaccompagnata a casa. Passa il tempo, il dolore al petto aumenta. Il respiro si fa sempre più affannoso. Dopo tre ore, la decisione di correre a Napoli. Al San Paolo. Scatta il codice rosso.

Prelievo, elettrocardiogramma, flebo. Niente da fare. È troppo tardi, la paziente non risponde alla terapia. Una manciata di secondi e il cuore si ferma. Gli anestesisti tentano col massaggio cardiaco, poi si preparano a defibrillarla. Parte la scarica elettrica. La donna ha un sussulto, ma il cuore resta fermo. L’ago dell’elettroencefalografo traccia un’unica linea. Diritta. Mary è morta. I medici del San Paolo sono sconvolti.

«È una cosa ignobile, se sarà confermata», dice un camice bianco, «e non è la prima volta che al Santa Maria delle Grazie si verificano episodi di intolleranza verso gli extracomunitari. Questo è razzismo». Aggiunge un altro rianimatore: «Vogliamo l’autopsia e un’inchiesta. Bisogna sapere come è morta questa poverina che aveva anche un figlio nel suo Paese. Con un infarto, se preso in tempo, oggi si hanno molte possibilità di salvarsi».

Giuseppe Del Bello

27ora
09 12 2014

C’è voluto l’intervento di un tribunale, dopo settimane di accese proteste, per convincere uno dei più antichi e prestigiosi atenei dell’India a socchiudere, se non aprire, le porte delle sue «stanze segrete» anche alle donne. Le studentesse dell’Università Musulmana di Aligarh (Amu), nello stato dell’Uttar Pradesh, hanno finalmente ottenuto il permesso di varcare l’ingresso della biblioteca e (forse) di sedersi accanto ai colleghi maschi. Forse, perché per ora il vice-rettore dell’Amu ha solo garantito alle studentesse la possibilità di usufruire di un bus che ogni domenica le trasferirà dal College femminile alla Maulana Azad Library, dove potranno restare per un tempo massimo di tre ore. Non è chiaro se da sole o anche alla presenza degli studenti di sesso opposto.


Vietato ai cani e alle donne: questo era l’«editto» che impediva l’accesso alla storica biblioteca, famosa per la sua collezione di antichi scritti. Secondo i dirigenti dell’ateno, la presenza delle ragazze avrebbe «attirato i maschi e rovinato la loro concentrazione». Il vice-rettore Zameer Uddin Shah, in un’intervista a The Times of India, si era lamentato che il numero degli studenti in biblioteca sarebbe quadruplicato, non per leggere, però, bensì per guardare le ragazze.

Gli aveva fatto eco la preside del Collegio femminile, Naima Gulrez: «Capiamo il desiderio delle studentesse di accedere a quei libri. Ma ragazze, avete mai visto una biblioteca? E’ affollata di maschi. Il vostro arrivo creerebbe subito un problema di disciplina».

L’università di Aligarh è stata fondata 94 anni fa, in epoca coloniale. Da diversi anni le associazioni studentesche femminili chiedevano di potersi iscrivere alla biblioteca e di usufruire della sala di lettura, ma la richiesta era sempre stata respinta. Finché il mese scorso un tribunale locale ha accolto il ricorso di un’attivista, quindi l’Alta Corte della vicina Allahabad ha criticato il divieto imposto dall’Università e chiesto alla direzione di rimuovere la restrizione in quanto «incostituzionale» perché basata su una discriminazione tra i sessi.

Il vice-rettore aveva cercato di difendere il divieto sostenendo che nella biblioteca non c’era abbastanza spazio per accogliere le ragazze, e il codazzo di maschi che sarebbe seguito. «Ci sono 4 mila ragazze iscritte al corso di laurea» si era difeso Shah «e i posti a sedere sono appena 1.300. Non è una discriminazione, ma solo un semplice problema di capacità». Come unica soluzione, aveva quindi invitato le studentesse a ordinare i libri online o a frequentare la biblioteca della “sezione femminile” dell’ateneo. Ad eccezione delle donne già laureate, che avevano diritto di accesso, ma con soli 12 posti a sedere riservati sul totale di 1300.

La controversa presa di posizione aveva sollevato un’ondata di polemiche a livello nazionale e dure critiche anche da parte del governo di New Delhi. Il ministro delle Risorse Umane, la signora Smriti Irani, che è anche leader di un’associazione femminista del partito nazionalista induista Bjp, aveva scritto al vice rettore per denunciare il divieto come una «violazione dei diritti umani» e un «insulto» alle donne.

Finché è arrivata la decisione, che ha concesso, anche se per poche ore alla settimana, l’ingresso misto alla Library. «È un momento storico per le donne di questo campus» ha detto una giovane che domenica è stata tra le prime a varcare la soglia «e anche per il prestigio dell’università». Sarebbe felice anche lo sceicco Abdullah che decise di istituire il Women’s College, a tre chilometri dalla Università di Aligarh, proprio per aiutare l’emancipazione delle donne, culturale ed anche economica, in un periodo in cui l’educazione femminile era considerate addirittura blasfema. A distanza di quasi un secolo, il collegio resta un simbolo di speranza per le ragazze della regione e tiene fede al principio con cui fu fondato: è «un’opportunità» per ragazze provenienti dai più diversi ceti sociali ed economici, il 40% delle 2500 studentesse proviene infatti dalle classi più umili ed emarginate, sono figlie di contadini, operai o piccoli commercianti.

Molte di loro saranno le «prime laureate della famiglia», simbolo di un’India che cambia. Come Zamzam Khanum, al primo anno di studi in Urdu, che spera di diventare maestra ed «aiutare mia madre che ha lavorato notte e giorno per pagare la mia educazione fino a qui». O come Nushifa, la prima ragazza del suo villaggio a finire al college: figlia di un fruttivendolo del villaggio di Rampur, vuole «imparare bene l’inglese, come le ragazze ricche che vengono dalla città».

Quelle donne discriminate anche nel cuore

Discriminate perfino nel cuore. È la prima causa di morte anche per le donne. Ma le medicine sono studiate soprattutto per gli uomini. E negli ospedali i medici spesso sono preparati per riconoscere i sintomi "maschili". Sono di più le donne che muoiono per un attacco cardiaco di quelle stroncate dal tumore al seno. Il rapporto, secondo l'American heart association, è di uno a sei. Un pregiudizio di genere che ha influenzato studi, ricerche e manuali di medicina...
Chiara Daina, Il Fatto Quotidiano ...

L'affare-zingari vale 24 milioni ogni anno

  • Giovedì, 04 Dicembre 2014 09:59 ,
  • Pubblicato in Flash news
Il Fatto Quotidiano
04 12 2014

Ventiquattro milioni di euro in un anno per 4.400 persone.

Il business dei rom vanta cifre da capogiro. A fare i conti, per il 2013, è stata l'Associazione 21 luglio, che nel dossier "Campi nomadi spa" ha calcolato quanti soldi entrano nelle tasche delle coop che lavorano "sui zingari", come direbbe Salvatore Buzzi, e delle municipalizzate che avrebbero il compito della sicurezza e della pulizia.

Avrebbero, perchè basta farsi un giro nel "villaggio della solidarietà" - così li hanno chiamati, peccato che la solidarietà si sia persa per strada - per essere travolti da cumuli di immondizia e da coline di topi. ...

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