La Stampa
19 04 2015

«Siete lenti, la gente vuole prendere il treno in fretta, fatevi da parte». Questo si sono sentiti dire un gruppo di sette ragazzi portatori di sindrome di Down mentre erano in fila alla biglietteria della stazione di Conegliano, in Veneto. I giovani, di età compresa tra i 24 e 31 anni, sono stati costretti a prendere il regionale successivo, quasi due ore dopo. Giunti a Mestre, lo spiacevole bis. «Non posso farvi il biglietto per Venezia, perderei solo tempo», avrebbe detto un operatore di Trenitalia. Lo stesso dipendente, invece di stampare i biglietti ai ragazzi, si è poi rivolto all’accompagnatrice: «Lasci perdere, mi ascolti. Ho più esperienza di lei: questi ragazzi non sono in grado di imparare. Se fate voi il biglietto per loro fate un favore alla comunità».


Un sabato di ordinaria discriminazione. Che la Onlus- la sezione marchigiana dell’Associazione Italiana Persone Down - ha deciso di denunciare pubblicamente diffondendo anche le foto dei giovani coinvolti. «I ragazzi dovevano comprare i biglietti da soli perché questa azione faceva parte del percorso di autonomia che stanno seguendo: avrebbero fatto un weekend a Venezia coi nostri operatori e volontari», racconta la coordinatrice Eliana Pin. Che si dice amareggiata e indignata: «Sono troppe le persone che si prendono il diritto di giudicare il nostro lavoro, senza conoscerlo e senza sapere che per praticarlo ci vogliono dei titoli di studio, degli aggiornamenti e dei corsi continui, oltre che esperienza». Oltre il danno, la beffa: per legge i ragazzi disabili dovrebbero saltare la fila. «Ma loro si sono messi in coda - conclude Eliana - chiedevano solo di essere trattati come tutti gli altri passeggeri».


«Sono Down, mica scemo», dice Michele, 25 anni, uno dei novanta ragazzi seguiti dalla Onlus. Stando alla denuncia dell’Associazione, però, qualcuno ha preferito discriminare la comitiva. Trenitalia si dice pronta a condannare quanto accaduto. «Se gli approfondimenti confermeranno tali atteggiamenti irrispettosi e offensivi non mancheremo di sanzionarli, come previsto dalle proprie norme interne», si legge in una nota inviata dalla compagnia.

La ribellione di Rom e Sinti

  • Lunedì, 18 Maggio 2015 09:51 ,
  • Pubblicato in IL MANIFESTO

Il Manifesto
18 05 2015

La prima volta che Maria ha vis­suto un epi­so­dio di discri­mi­na­zione sulla sua pelle era ancora una bam­bina. «Con i miei geni­tori gira­vamo con le caro­vane, ma dovun­que ci fer­ma­vamo ci man­da­vano via. Nean­che ai bam­bini per­met­te­vano di man­giare», rac­conta. Oggi che ha 76 anni e qual­che ruga sul viso frutto forse anche dei tanti rospi che è stata costretta a man­dare giù, Maria Ber­tani, sinti da Miran­dola, in pro­vin­cia di Modena, all’idea di non essere con­si­de­rata una cit­ta­dina come tutti gli altri non si è ancora abi­tuata. «Se ho subito discri­mi­na­zioni?», chiede sor­ri­dendo di fronte a una domanda che evi­den­te­mente con­si­dera inge­nua. «Mio marito ha sem­pre lavo­rato, ma sem­pre in nero, a noi con­tratti non ne fanno. Oggi forse le cose sono cam­biate, ma non credo».

Di sto­rie così al cor­teo che ieri ha attra­ver­sato le strade di Bolo­gna se ne pote­vano sen­tire a decine. E per quanto assurdo ti viene da pen­sare che, per quanto odiose, le discri­mi­na­zioni subite da Maria sem­brano poca cosa di fronte agli insulti, le minacce, le inti­mi­da­zioni dive­nute ormai il pane quo­ti­diano di rom e sinti. Vio­lenze che le due comu­nità subi­scono in un Paese che — ci ten­gono a sot­to­li­nearlo — è il loro Paese. E pro­prio per que­sto forse fanno ancora più male. «C’è il rischio che con­tro di noi si veri­fi­chi un nuovo Olo­cau­sto», ripete da giorni Davide Casa­dio, pre­si­dente dell’associazione sinti ita­liani che ha pro­mosso la mani­fe­sta­zione. Il giorno scelto non è casuale: il 16 mag­gio del 1944 rom e sinti si ribel­la­rono nel capo di Ausch­witz ai nazi­sti che vole­vano sterminarli.

Oggi, dicono, si sen­tono le stesse parole e si vedono gli stessi com­por­ta­menti che pre­ce­det­tero in Ita­lia il varo delle leggi raz­ziali. L’elenco è lungo. Si va dal leghi­sta Gian­luca Buo­nanno che insulta in tv l’attrice e atti­vi­sta rom Dijana Pavlo­vic — anche lei al cor­teo — defi­nen­dola «fec­cia dell’umanità» alla tra­smis­sione che paga un attore per­ché si finga un rom e dica che va a rubare al ten­ta­tivo di impe­dire ai bam­bini di un campo alla peri­fe­ria di Roma di andare a scuola. E Mat­teo Sal­vini pro­pone di spia­nare i campi rom con le ruspe. «C’è dell’odio che gira» sin­te­tizza bene Ales­san­dro Ber­gon­zoni. «Rom e sinti hanno paura per­ché c’è una situa­zione di grande degrado inte­riore della poli­tica. Ricor­dare l’Olocausto per un giorno non signi­fica niente, dovrebbe essere sem­pre con noi. Si può isti­tuire un giorno per ricor­darsi di respi­rare? No. Si stima che siano 500 mila i rom e i sinti ster­mi­nati nei campi di con­cen­tra­mento, dovrebbe essere nor­male avere paura che il nazi­smo prenda piede. Allora noi siamo qui per­ché il cit­ta­dino deve essere allertato».

Prima della mani­fe­sta­zione in via Gobetti viene depo­sto un mazzo di fiori davanti al ceppo che ricorda due sinti uccisi dalla banda della Uno bianca. In testa al cor­teo i musi­ci­sti suo­nano l’inno d’Italia, Bella ciao e musi­che da chiesa. Ci saranno un migliaia di per­sone, ma il numero non conta. «Ci sono rap­pre­sen­tanti delle comu­nità di tutta Ita­lia», spiega Casa­dio. C’è da cre­derci, a sen­tire i vari accenti che dia­lo­gano lungo il cor­teo al quale par­te­ci­pano anche diversi gagé. Oltre a Ber­gon­zoni c’è Ivano Mare­scotti. La poli­tica è rap­pre­sen­tata solo da Pd (la depu­tata San­dra Zampa, i sena­tori Luigi Man­coni e Ser­gio Lo Giu­dice). Non c’è Sel. Alcune per­sone por­tano car­telli con scritti arti­coli della Costi­tu­zione: diritto allo stu­dio e al lavoro, libertà di cir­co­la­zione, tutela della salute. Diritti che — spie­gano — non sono rico­no­sciuti a rom e sinti. Ci sono poche donne, per paura di con­te­sta­zioni da parte di Forza Ita­lia e Forza Nuova che hanno orga­niz­zato pre­sidi di pro­te­sta. Ma si avverte anche una certa sot­to­li­nea­tura di troppo dell’identità sinti rispetto a quella rom: «Siamo due popoli dif­fe­renti, ma oggi vogliamo dire a tutti che non siamo ladri come veniamo descritti».

Non capita tutti i giorni che rom e sinti deci­dano di indire una mani­fe­sta­zione nazio­nale per difen­dere i pro­pri diritti. L’ultima volta fu nel 2008, quando l’allora mini­stro degli Interni Maroni pro­pose di pren­dere le impronte digi­tali a tutti i «nomadi». Rispetto ad allora, però, le cose oggi sem­brano molto peg­giori. In Ita­lia, certo, ma anche in Europa i segnali di allarme per una cre­scente intol­le­ranza verso le mino­ranze, rom e sinti in testa, non man­cano. Solo pochi giorni fa l’ong Euro­pean net­work against racism ha denun­ciato l’aumento dei cri­mini a sfondo raz­ziale: più di 47 mila nel solo 2013, la mag­gior parte con­tro ebrei, neri, musul­mani, rom e asia­tici. Ma que­sta sarebbe solo la punta dell’iceberg: molte volte le aggres­sioni non ven­gono denun­ciate. Casi di vio­lenza e abusi con­tro i rom cre­scono in quasi tutta l’Ue.

«Attac­care rom e sinti e la cosa più facile, per­ché non sono orga­niz­zati, non hanno uno Stato che li difenda», spiega Dijana Pavlo­vic, che ha pro­mosso un dise­gno di legge di ini­zia­tiva popo­lare per il rico­no­sci­mento dello stato di mino­ranza storico-linguistica di rom e sinti. «Certo, ora siamo in cam­pa­gna elet­to­rale e i raz­zi­sti pen­sano che tutti que­sti attac­chi ser­vano a rac­co­gliere voti. Ma poi le ele­zioni pas­sano, invece l’odio rimane» dice. Le fa eco Casa­dio: «Sal­vini è un raz­zi­sta, per­ché il raz­zi­smo è sen­tire gli altri meno impor­tanti. Ma noi abbiamo com­bat­tuto per la Resi­stenza e il Paese. Siamo d’accordo per la chiu­sura dei campi, ma non con le ruspe. Noi non li abbiamo mai voluti i campi, siamo stati costretti a viverci dalle varie politiche».

Il cor­teo si chiude a piazza XX Set­tem­bre. «Credo di sapere da dove nasce l’odio che si avverte in giro — dice Man­coni in rap­pre­sen­tanza del pre­si­dente del Senato Pie­tro Grasso -: dall’oblio, dalla sme­mo­ra­tezza, dalla cat­tiva memo­ria di tanti su ciò che siamo stati. Solo chi dimen­tica ciò che siamo stati può odiare i sinti e i rom. La vio­la­zione dei diritti di uno di voi è una vio­la­zione del popolo italiano».

"We just need to pee" Corpi scomodi nei bagni pubblici

  • Lunedì, 18 Maggio 2015 08:08 ,
  • Pubblicato in INGENERE

Ingenere
18 05 2015

Perché una donna transessuale nei bagni delle donne viene percepita come una violenza? Alla vigilia della giornata mondiale contro le omotransfobie, un'analisi sul potere normativo degli spazi rispetto ai corpi.

Brunella Casalini e Stefania Voli


Era il 2006 quando l'onorevole Elisabetta Gardini dichiarava di essere rimasta traumatizzata dall'incontro nei bagni della Camera con Vladimir Luxuria. La notizia arrivò allora fino a BBC News che, dopo aver ricordato i momenti salienti della vicenda, citava queste parole della Gardini: "L'ho vissuta come una violenza sessuale, mi sono veramente sentita male".

Perché una donna transessuale nei bagni delle donne viene sentita come una minaccia di violenza sessuale? Perché fa così paura la discordanza tra il genere con il quale una persona si identifica e quello con il quale viene riconosciuta dagli altri? Perché la transfobia si manifesta in modo violento sul piano morale, e, talvolta persino fisico, quando l'incontro con il corpo trans avviene in un bagno pubblico? Si ricorderà la grave aggressione avvenuta ai danni di una transessuale da parte di due adolescenti afro-americane nelle toilet di un McDonald a Baltimora nel 2011, diventata virale su Youtube.

Ci spinge a tornare a riflettere su toilet e transessualismo ciò che sta accadendo in questi ultimi mesi in Canada e in diversi stati degli Stati Uniti d'America, dove è in corso una vera e propria battaglia legale per cacciare i transessuali dai bagni degli uomini e le transessuali dai bagni delle donne. In Arizona, in un parlamento dominato dai repubblicani, il 21 marzo è stata presentata una proposta di legge per riconoscere come reato l'uso di bagni, docce, toilet e spogliatoi riservati a un sesso da parte di persone di sesso diverso da quanto indicato nel certificato di nascita: le pene suggerite arrivano fino a sei mesi di carcere. Analoghe proposte di legge sono state presentate in Kentucky, Florida, California, Nevada e Texas. Gli oppositori della proposta di legge avanzata in Kentucky, che riguarda persino i bagni scolastici, parlano di bathroom bully bill, ovvero di un progetto di legge che favorirebbe il bullismo, abituando i bambini a giudicarsi sulla base del sesso biologico e delle discrepanze rispetto al modo, percepito come “normale”, di esprimere il genere sentito. Teagan Widmer – una donna transessuale amministratrice di una app che ha lo scopo di fornire una mappa dei bagni unisex in tutto il mondo – sostiene che dietro queste iniziative legislative c'è una vera e propria cultura della paura rispetto all'uso del bagno pubblico, una paura ricondotta al pericolo della violenza sessuale in modo irrealistico e pregiudiziale, in quanto non è di certo un cartello con l'indicazione “uomini” o “donne” ad allontanare eventuali aggressori.

Prendendo spunto da queste ultime osservazioni vorremmo soffermarci prima sulle particolari caratteristiche di quello spazio che è la toilet pubblica e quindi tornare a riflettere sulla natura delle paure suscitate dalle persone non conformi al binarismo di genere.

Le toilet pubbliche sono luoghi dove pubblico e privato si intersecano e si sovrappongono, luoghi immaginati per corpi segregati dal punto di vista biologico in maschi e femmine, e adibiti, nel rispetto di precise norme di privacy, all'esercizio di quelle funzioni escrementizie intorno alla cui regolazione ruota una parte importante dei processi di disciplinamento e controllo sociale. La trasgressione dei confini di genere potrebbe, allora, risultare ancora meno accettabile nei bagni, per due ordini di motivi: da una parte, perché questa mette “in discussione l’applicazione di genere sull’/uso/dei genitali”; dall'altra, perché mette in discussione i confini stessi del corpo[1].

Poiché dai saperi medici deriva la consuetudine di sovrapporre l’identità individuale con la forma dei genitali, e poiché l’uso che dei genitali si fa seguire un preciso copione di genere, l’ingresso di persone dal genere (e dai genitali) indefiniti, è foriero di sensazioni di disordine e ansia in uno degli spazi dove convenzionalmente l’ordine discorsivo e corporeo eterosessuale è affermato con più forza. Inoltre, qui la perdita dei fluidi corporei è già di per sé percepita come una minaccia ai confini stessi del corpo: “In altri termini, laddove i corpi si mostrano come instabili e porosi, la fluidità tra i generi può essere più minacciosa; quando un confine (quello corporeo) viene contravvenuto, altri (uomo/donna) devono essere più intensamente protetti”[2].

Persone intersessuali, transessuali, transgender e in generale tutte le persone la cui immagine di genere appare come non conforme alla norma, hanno difficile accesso a questo spazio per il loro destabilizzare il binarismo sessuale e la corrispondenza sesso/genere. Per esempio, come l’accesso di un corpo femminile al bagno delle donne costruisce, attraverso la sua ripetizione, una relazione di potere socio-spaziale che conferma il binarismo sessuale, così l'ingresso di lesbiche butch mascoline o donne transessuali viene percepito come una trasgressione che mette in pericolo il regime che sostiene e struttura la finzione naturalizzata della distinzione maschi/femmine. Parliamo di finzione perché anche dal punto di vista strettamente biologico – come da tempo riconosce la scienza – la naturalità della distinzione maschio/femmina non è solo negata dall'esistenza delle persone intersessuali, ma dalla stessa incertezza sul criterio ultimo in base al quale viene stabilito e assegnato il sesso “naturale” (cromosomi, anatomia, ormoni, gonadi).

Le omo-lesbo-trans-fobie non agiscono dunque solo per escludere. L'esclusione è l'effetto più immediato ed evidente dell’esercizio di controllo e disciplinamento dei corpi su cui si fonda l'eteronormatività e il binarismo sessuale. La paura della perdita di tale esercizio si costituisce come la prova dell’instabilità di quelle stesse norme. Mettendo in dubbio con la propria presenza la naturalità della distinzione maschio/femmina, mascolinità/femminilità il corpo trans diventa (s)oggetto di violenza fisica, commenti aggressivi e atteggiamenti di disgusto.

Le omo-lesbo-trans-fobie, come sottolinea Lingiardi, presentano caratteristiche particolari rispetto ad altre forme diffuse di fobia (come, per esempio, la paura degli spazi aperti o chiusi o la paura dei ragni). Chi è affetto da questo genere di paura fobica, infatti, non ha dubbi sulla normalità della propria reazione, non prova disagio e non sente bisogno di liberarsi da questa paura. Se chi ha paura degli spazi aperti o dei ragni reagisce attraverso una reazione di evitamento, nel caso delle omotransfobie la reazione può consistere nell'evitamento o in comportamenti deliberatamente aggressivi. Considerate queste differenze, si può dire che dietro la transnegatività, così come dietro l'omonegatività, non si dia solo la paura, ma anche un giudizio negativo fondato sul pregiudizio e sulla disapprovazione. Il corpo trans o il corpo dell'omosessuale (che non riesce o non vuole nascondere il proprio orientamento sessuale) vengono investiti di accuse di perversione, sporcizia e persino immoralità, che la loro presenza nello spazio della toilet pubblica sembra evocare anche per la stessa collocazione di questo spazio all'intersezione di discorsi che hanno a che fare con la sessualità, la moralità, il corpo e l'igiene.

Se le proposte di legge avanzate in molti stati americani chiedono un uso del bagno pubblico segregato sulla base del sesso indicato sul certificato di nascita, possiamo bene immaginare quali conseguenze ciò avrebbe per i/le persone trans. Del resto, lo ha mostrato in modo eloquente Brae Carnes, una ragazza canadese transessuale di 23 anni, che ha dato il via a una protesta a colpi di autoscatti postati sui social media, che la ritraggono mentre si trucca nel bagno dei maschi, per dimostrare quanto il suo corpo sia fuori luogo e, potenzialmente, in pericolo, in quello spazio tanto quanto nel bagno delle donne. Dopo di lei, persone trans in tutti gli Stati Uniti hanno iniziato a postare – con il tweet #WeJustNeedToPee – immagini di sé nei bagni del genere loro assegnato alla nascita, per mettere in evidenza non solo le ragioni della loro presenza in quel luogo (“Abbiamo solo bisogno di pisciare”), ma anche e soprattutto il paradosso rappresentato dalla loro immagine riflessa negli specchi dei bagni per “donne” o per “uomini”.

Da un sondaggio condotto a Washington D.C. nel 2013 emergeva che al 18% dei transessuali intervistati era stato negato almeno una volta l'accesso ai bagni pubblici, il 68% aveva sperimentato almeno una volta aggressioni verbali e il 9% almeno una volta aggressioni fisiche. Date queste difficoltà ad usare le toilet pubbliche, molti transessuali confessano di cercare di evitarle il più possibile e alcuni hanno persino dichiarato di soffrire di problemi ai reni o di infezioni urinarie derivanti dal trovarsi spesso a non poter ricorrere al bagno pubblico (si veda anche il film documentario di Sylvia Rivera, del 2010). Oltre che un comportamento che alla lunga crea anche possibili danni alla salute, l'uso dei bagni pubblici è quindi un fattore importante dello “stress da minoranza” e l'impossibilità di ricorrervi per evitare aggressioni verbali e fisiche può costituire una limitazione nella libertà di movimento nei luoghi pubblici e nel posto di lavoro e, in altre parole, nell’accesso ad una piena cittadinanza.

Sally R. Munt scrive che, nella sua esperienza di lesbica butch, le toilet pubbliche sono diventate “uno spazio di disagio”, un luogo da evitare cercando rifugio nelle toilet per disabili, “uno spazio queer e privo di stress”[3]. In questa prospettiva è chiaro che la diffusione di toilet unisex, neutre rispetto al genere, può essere ritenuta sempre più una questione di equità dalle persone che si collocano al di fuori del binarismo di genere. Considerato che il nostro paese si conferma in Europa in fondo a tutte le classifiche in tema di atti di intimidazione, bullismo e intolleranza verso le persone lgbtqi - secondo l'ultimo rapporto ILGA trentaquattresimo su quarantanove paesi rispetto alla categoria "hatecrime e hatespeech"[4] - parlare di queste cose, e ricordare che esistono anche buone pratiche consigliate per le aziende in materia di bagni pubblici, non è affatto superfluo.

Le toilet unisex, d'altra parte, potrebbero essere un modo per superare un’altra evidente discriminazione connessa alla rappresentazione dei bagni pubblici: quella dei bagni riservati alle persone disabili, dal punto di vista iconografico ridotte all’immagine di una carrozzina. Come se la disabilità fosse un tratto talmente potente da obliterare genere, sesso e sessualità, escludendo a priori chi ne usufruisce delle questioni sopra discusse.

NOTE

[1] Crocetti 2012: 296

[2] Browne 2004: 338

[3] Munt 2001: 102-103

[4] Per un approfondimento sulla situazione delle persone trans, si veda anche il sito Trans Respect versus Transphobia

 

Bibliografia

Browne Kath 2004, Genderism and the Bathroom Problem: (re)materialisting sexed sites, (re)creating sexed bodies, in “Gender, Place, Culture”, 11, 3, pp. 332-346.

Butler Judith 2013, Questione di genere. Il femminismo e la sovversione dell'identità, Laterza, Bari.

Clarke-Billing Lucy 2015, Brae Carnes: Trans woman launches protest over law that would force her to use men's bathrooms – 'It's disgusting and dangerous', Indipendent, 9 March:

Crocetti Daniela 2012, Che cosa fanno realmente i genitali?, in E. Bellè, B. Poggio, G. Selmi, Attraverso i confini del genere. Atti del Convegno, Centro di Studi Interdisciplinari di Genere, Dipartimento di Sociologia e Ricerca Sociale, Università di Trento.

Di Pietro Lorenzo 2014, "Omofobia, la mappa dell'odio in Europa. E l'Italia è il paese che discrimina di più", L'Espresso, 28 luglio

Fausto-Sterling Anne 1993, The Five Sexes: Why Male and Female are Not Enough, in “The Sciences”, March/April, pp. 20-25.

Herman Jody L. 2013, Gendered Restrooms and Minority Stress: The Public Regulation of Gender and its Impact on Transgender People’s Lives

Holliday Ruth e Hasard John 2001, "Contested Bodies. An Introduction", in R. Holliday e J. Hasard (a c. di), Contested Bodies, Routledge, London-New York, pp. 1-17.

Lingiardi Vittorio, 2007, Citizen Gay. Famiglie, diritti negati e salute mentale, il Saggiatore, Milano.

Munt, Sally R. 2001 "The butch body". In: Holliday, Ruth and Hassard, John (eds.) Contested bodies. Routledge, London and New York, pp. 95-106

Taylor Marisa 2015, "The growing trend of transgender ‘bathroom bully’ bill", Aljazeera America, 1 April

 

In Cina lo Stato è maschio per decreto legge

  • Martedì, 05 Maggio 2015 14:27 ,
  • Pubblicato in IL MANIFESTO

Il Manifesto
05 05 2015

Terre di Mezzo. La campagna mediatica del governo cinese contro le donne single emancipate e per il loro ritorno in famiglia in nome della pace sociale. Un recente saggio sulle «Leftover».

«Il mio libro sug­ge­ri­sce che le cam­pa­gne media­ti­che spon­so­riz­zate dal governo a pro­po­sito delle donne lef­to­ver, fanno parte di un com­plesso ritorno alla dise­gua­glianza di genere nella Cina post socia­li­sta. Una ten­denza par­ti­co­lar­mente evi­dente negli ultimi anni di riforme di mer­cato». È una frase di Leta Hong Fin­cher tratta dal libro, recen­te­mente pub­bli­cato, che ha come titolo Lef­to­ver Women, the resur­gency of gen­der ine­qua­lity in China (Asian Argu­ments, 16,21 euro) nel quale la società cinese viene ana­liz­zata attra­verso nume­rose inter­vi­ste e inda­gini, arri­vando alla con­clu­sione che la Cina vive ancora oggi una pro­fonda dise­gua­glianza tra uomini e donne, essendo una società basata su fon­da­menta tipi­ca­mente maschi­li­ste. Alcune delle travi che reg­gono que­sta ten­denza a una rin­no­vata dise­gua­glianza di genere appar­ten­gono alla sto­ria e alla tra­di­zione cul­tu­rale del paese. Ma quello su cui l’autrice insi­ste è che pro­prio que­sta «rin­no­vata» dise­gua­glianza sia pro­mossa dallo stesso Stato cinese, alla luce delle riforme che hanno por­tato la Cina ad aprirsi ai capi­tali «stranieri».

Nel rigo­roso libro di Leta Hong Fin­cher c’è una cri­tica pro­fonda nei con­fronti di una società che è spesso «mano­vrata» dalla pro­pa­ganda di Stato, un ingra­nag­gio per­fetto messo in campo per «sug­ge­rire» alla popo­la­zione com­por­ta­menti spe­ci­fici su que­sto o quel tema. A que­sto va aggiunto un atteg­gia­mento di osti­lità sta­tale per chi «devia» dal retto cam­mino riscon­trato anche nel recente caso delle cin­que atti­vi­ste fem­mi­ni­ste arre­state l’8 marzo scorso. In Cina ogni vicenda sociale, viene fatta rien­trare all’interno della com­plessa que­stione del «man­te­ni­mento della sta­bi­lità». In que­sto senso, que­stioni pre­cise, come quelle rela­tive alla dise­gua­glianza di genere, sono trat­tate alla stessa stre­gua di un atti­vi­smo che mira a «com­pli­care» la vita ai guar­diani del Paese.

La que­stione di genere viene dun­que cata­lo­gata all’interno della logica che mira al man­te­ni­mento della sta­bi­lità e della pre­sunta armo­nia sociale di una Cina, paese che nel terzo mil­len­nio si ritrova ancora intrisa di con­fu­cia­ne­simo (e preda di alcuni suoi con­cetti retro­gradi e con­ser­va­tori). Potremmo evi­den­ziare tre diret­trici nel volume: l’analisi del con­cetto di «lef­to­ver», la dise­gua­glianza di genere, san­cita dalla dise­gua­glianza eco­no­mica tra i sessi, «pro­mossa» secondo l’autrice dalle poli­ti­che del governo; a corol­la­rio di ciò c’è la indub­bia capa­cità media­tica del governo cinese di fare presa sulle donne, con lo scopo di man­te­nere le dif­fe­renze di genere.

La nozione di «lef­to­ver» è com­plessa. Con il ter­mine si indica soli­ta­mente una donna «che avanza», cioè è una donna sin­gle in età non più «da marito» per­ché ha pri­vi­le­giato altri aspetti della vita. Il tutto con­tri­bui­sce a creare un qua­dro nel quale le donne «lef­to­ver» ven­gono descritte in preda al più bieco car­rie­ri­smo e sog­gio­gate dall’avidità e dall’opportunismo. In realtà, secondo l’autrice, le donne «lef­to­ver» altro non sono che una costru­zione media­tica per spin­gere le donne al matri­mo­nio, in un paese che ha un grave dise­qui­li­brio tra numero di uomini e donne, anche a causa delle pas­sate poli­ti­che di con­trollo delle nascite, che Pechino ha cer­cato di modi­fi­care solo recen­te­mente con la riforma della legge del figlio unico, in base alla quale le cop­pie spo­sate pos­sono avere avere più di un figlio a dif­fe­renza del passato.

In Cina gli uomini sotto i 30 anni di età sareb­bero 20 milioni in più delle donne con le stesse carat­te­ri­sti­che ana­gra­fi­che. Uno squi­li­brio peri­co­loso per una società per­corsa da tante ten­sioni sociali (la fami­glia viene vista come il riparo da strane idee poli­ti­che). Non a caso il nuovo pre­si­dente Xi Jin­ping ha insi­stito molto sul con­cetto di «fami­glia» che fini­sce per anco­rare il ruolo della donna a quello del pas­sato: custode della casa e respon­sa­bile dell’educazione dei figli. Un ritorno al pas­sato che non coin­cide con l’avvenuta eman­ci­pa­zione di molte donne nella società cinese, ma che costi­tui­sce la coor­di­nata seguita dal governo per tutto quanto con­cerne le poli­ti­che sulla fami­glia. «In un certo senso, scrive l’autrice, le donne «lef­to­ver» (shengnu) non esi­stono. Sono una tipo­lo­gia di donne sot­to­li­neata dal governo per rag­giun­gere i pro­pri scopi demo­gra­fici e per pro­muo­vere i matri­moni, pia­ni­fi­care le poli­ti­che della popo­la­zione e man­te­nere la sta­bi­lità sociale».

La cam­pa­gna gover­na­tiva con­tro le shengnu è stata duris­sima, fatta da edi­to­riali, tra­smis­sioni tele­vi­sive (con plot pre­sta­bi­liti), nelle quali era sot­to­li­neato che la società cinese non ha alcuna «sin­to­nia» con que­ste donne e che diven­tare una «lef­to­ver» equi­va­leva a una scia­gura. Nelle sue ricer­che e inter­vi­ste l’autrice arriva al punto: la cam­pa­gna media­tica e di pro­pa­ganda del governo ha fun­zio­nato. Molte delle donne che la gior­na­li­sta ha inter­vi­stato, si sono dette ter­ro­riz­zate dall’idea di diven­tare «lef­to­ver», un avanzo della società, nono­stante una posi­zione eco­no­mica e lavo­ra­tiva di tutto rispetto (e que­sto spiega il grande suc­cesso delle agen­zie di mat­ch­ma­king cinesi, un mer­cato immenso). Ma anche sulle que­stioni eco­no­mi­che, l’autrice del volume non si è fer­mata alle appa­renze. Secondo Leta Hong Fin­cher, infatti, il vero discri­mine tra uomini e donne nella società con­tem­po­ra­nea non si riscon­tra solo e sol­tanto ana­liz­zando la que­stione eco­no­mica, bensì insi­stendo pro­prio sul «nuovo» con­cetto – per la Cina — di pro­prietà. Sono gli uomini, infatti, a porre il pro­prio nome quando viene com­prata, anche in cop­pia, una casa.

L’appartamento, il bene più pre­zioso per i cinesi, oggi, è pro­prietà per lo più maschile. E se la cre­scita cinese si è basata pro­prio sullo svi­luppo del mer­cato immo­bi­liare, le vere escluse da que­sto pro­cesso di arric­chi­mento, sareb­bero pro­prio le donne (par­liamo di un giro d’affari, quello immo­bi­liare in Cina, che a fine 2013 era di circa 30 tri­liardi di dol­lari e che ha finito per creare gran parte di quella schiera di uomini eti­chet­tati come i «nuovi ric­chi cinesi»). A que­sta situa­zione avrebbe con­tri­buito e non poco la legi­sla­zione cinese (e l’ufficiale All China Women’s Fede­ra­tion, che svolge per le donne lo stesso ruolo che svol­gono sui luo­ghi di lavoro i sin­da­cati) che nelle leggi che rego­lano il matri­mo­nio con­sen­tire all’uomo di dete­nere il diritto di pro­prietà, ren­dendo la vita dif­fi­cile alle donne che, in caso di divor­zio, aves­sero voluto dimo­strare la pro­pria par­te­ci­pa­zione all’acquisto della casa. Da quanto emerge dalle ricer­che pre­senti nel volume, però, è un fatto diverso. Gra­zie anche alla rin­no­vata pre­senza delle donne nel mer­cato del lavoro i patri­moni con cui ven­gono acqui­state le case sono «par­te­ci­pati» pro­prio in virtù del salari e dei risparmi delle donne spo­sate.

Nel capi­tolo con­clu­sivo del volume, Leta Hong Fin­cher si con­cen­tra sulle «donne che resi­stono», muo­ven­dosi nei mean­dri lasciati imper­cet­ti­bil­mente liberi da uno Stato che pare in grado di con­trol­lare tutto. Un capi­tolo che con­sente all’autrice di tor­nare su un argo­mento che viene trat­tato in altre parti del libro: le vio­lenze dome­sti­che. Molte delle ong – che in Cina hanno in ogni caso un rico­no­sci­mento gover­na­tivo, pena il rischio di arre­sti e repres­sione – e gruppi indi­pen­denti hanno orga­niz­zato negli ultimi tempi molte azioni (xing­dong) per denun­ciare il numero spa­ven­to­sa­mente alto di vio­lenze dome­sti­che. Sono le stesse donne a pre­fe­rire l’uso del ter­mine «azione» invece di «pro­te­ste», dimo­strando che sanno benis­simo di avere a che fare con un forte potere sta­tale. Un mono­lite che tal­volta viene scosso nel modo giu­sto. Ad esem­pio, un paio di anni fa aveva pro­vo­cato molto imba­razzo alla Cina la denun­cia di una donna ame­ri­cana spo­sata con un cinese di aver subito ripe­tute vio­lenze dome­sti­che dal marito, un uomo dive­nuto una cele­brità per le sue par­ti­co­lari lezioni ocea­ni­che di inglese (è sopran­no­mi­nato Crazy English). Fu un caso molto seguito dalla stampa locale, mac­chiato da un gretto nazio­na­li­smo (con­tro l’«americana») e da maschi­li­smo, ma che ha finito per dare linfa, e spe­ranza di riu­scire a denun­ciare certe situa­zioni, alle «azioni» di tante donne cinesi.

Bologna: violenza razzista, autista sospeso

  • Mercoledì, 29 Aprile 2015 12:14 ,
  • Pubblicato in Flash news

Cronache di ordinario razzismo
29 04 2015

E’ stato sospeso in via preventiva l’autista del bus 98, accusato di aver aggredito, picchiato e insultato con offese razziste una studentessa. La decisione è stata presa dall’azienda di trasporto pubblico Tper (Trasporto Passeggeri Emilia Romagna), dopo la denuncia sporta dalla ragazza, e “in attesa delle risultanze della commissione d’inchiesta interna che è già stata nominata”, come si legge nel comunicato dell’azienda.

Il grave episodio è avvenuto a Bologna, la sera del 25 aprile, intorno alle 19.45. La vittima è una studentessa di 18 anni, italiana, nata a Bologna, con origine marocchine. L’aggressore, il conducente dell’autobus.
“Stavo andando con mia cugina da mia zia – racconta la ragazza ai quotidiani locali – quando la corriera è arrivata al capolinea, io sono scesa per ultima. Mentre già avevo un piede sulla scaletta, l’autista ha prima accelerato e poi inchiodato. Gli ho chiesto stupita cosa stesse facendo e lui mi ha detto: ‘La prossima volta ti muovi, tr…’». Il conducente non si è limitato agli insulti: “Quando mi sono girata me lo sono trovato addosso. Era sui cinquant’anni, corporatura media. Mi ha dato due schiaffi, ma li ho parati con le braccia. Allora ha preso la rincorsa e mi ha sferrato un calcio potentissimo con lo scarpone antinfortunistico all’addome, all’altezza del basso ventre. Mentre lo faceva mi ha insultata: ‘Brutta scimmia, torna nel tuo paese. Ti mando all’ospedale‘. Ho sentito un male terribile, sono caduta, ho sbattuto la schiena sul marciapiede e non sono più riuscita a muovermi».

Sul posto sono intervenuti i Carabinieri, che non hanno trovato l’aggressore, visto che nel frattempo era fuggito a bordo del bus, come testimonierebbero alcuni video girati con i telefonini dagli altri passeggeri. “Oltre a mia cugina c’erano altri 6 passeggeri che hanno assistito a tutta la scena e che ci hanno lasciato i loro nomi e cognomi dicendo di essere disponibili a testimoniare” prosegue la ragazza, che ha formalizzato la denuncia dopo essere uscita dall’ospedale con 40 giorni di prognosi per contusione alla rachide e all’addome con emorragia sottocutanea.

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