21Luglio
14 04 2015

Si è celebrata l'8 aprile la Giornata Internazionale dei rom e dei sinti. In questa occasione, l’Associazione 21 luglio ha presentato il “Rapporto Annuale 2014”. Un dossier importante: nei dibattiti politici e sui mass media si parla spesso della ‘questione rom’, portando alla luce problemi e nodi irrisolti. I toni usati sono, spesso, urlati, e le discussioni intrise di stereotipi. Il dossier fornisce invece dei dati, rimandando dunque al lettore non i pregiudizi di cui la società è già intrisa, ma una fotografia della realtà. Da cui partire per capire.
E, a proposito di dati, l’associazione informa innanzitutto sulla presenza di rom e sinti in Italia: sono 180mila, ossia lo 0,25% di tutta la popolazione presente sul territorio nazionale. Il 50% è cittadino italiano. Quattro rom su cinque vivono in abitazioni, studiano, lavorano e conducono una esistenza come quella di ogni altro cittadino residente nel nostro paese. La situazione fotografata dall’associazione appare decisamente diversa da quella che viene solitamente proposta all’opinione pubblica dal dibattito politico e mediatico, perché “più visibili, nelle cronache dei giornali e dei commenti degli esponenti politici, sono le circa 40.000 persone che vivono nei cosiddetti ‘campi’ – 1 rom su 5 sul totale dei presenti in Italia”. Sono persone che vivono in “emergenza abitativa”: un’emergenza che “il varo della Strategia Nazionale per l’Inclusione dei Rom, dei Sinti e dei Camminanti e il cambio di direzione da essa paventato” non ha risolto in alcun modo. La Strategia è rimasta infatti ferma su carta – come denunciato da anni da molte associazioni, e recentemente dalla Commissione diritti umani del Senato – mentre nella pratica “l’approccio emergenziale – che nei propositi doveva essere definitivamente abbandonato – ha rappresentato il leitmotiv di ogni azione pubblica e si è andato declinando nei dodici mesi considerati in numerose azioni di sgombero forzato e nella ideazione e progettazione di nuovi ‘campi nomadi’. Malgrado i proclami e le buone intenzioni – prosegue l’associazione – negli ultimi tre anni sono stati costruiti nuovi insediamenti a Roma, Milano, Giugliano, Carpi e in diverse città italiane del centro-sud, da Latina a Lecce, sino a Cosenza, sono in discussione avanzata progetti relativi alla costruzione di nuovi insediamenti”. La costruzione di nuovi “campi” fa parte di scelte politiche ben precise: a strategie inclusive vengono preferite misure segregazioniste, che violano i diritti umani e hanno pesanti ricadute sulla vita delle persone. Un bambino che vive in un “campo” “avrà possibilità prossime allo zero di accedere a un percorso universitario, mentre le possibilità di frequentare le scuole superiori non supereranno l’1%. In 1 caso su 5 non inizierà mai il percorso scolastico. La sua aspettativa di vita risulterà mediamente più bassa di circa 10 anni rispetto al resto della popolazione mentre da maggiorenne avrà 7 possibilità su 10 di sentirsi discriminato a causa della propria etnia”. Del resto, è forte il “nesso tra le politiche discriminatorie e segregative e un radicatoantiziganismo. Dei 443 episodi di discorsi d’odio contro i rom registrati dall’Osservatorio dell’Associazione 21 luglio, l’87% risulta riconducibile a esponenti politici”.

Il Rapporto si focalizza infine sulla situazione presente a Roma, “cartina di tornasole di ciò che accade nel Paese”. Qui, l’associazione identifica un meccanismo che definisce “il gioco dell’oca degli sgomberi”: sono stati infatti 34 gli sgomberi avvenuti nel solo 2014, che hanno spinto le comunità rom da un punto all’altro della città senza ottenere alcun risultato né cambiamento. Gli unici effetti di questo tipo di politica sono stati la persistente violazione dei diritti umani e lo sperpero del denaro pubblico.

E’, dunque, un contesto caratterizzato da forti contraddizioni quello descritto dall’associazione 21 Luglio. Una situazione che può cambiare solo con “una più diffusa e maturata consapevolezza tra gli amministratori sulla necessità di superare definitivamente i ‘campi nomadi’, e con una nuova sensibilità dell’opinione pubblica: è urgente sradicare stereotipi e pregiudizi. Perché solo da un’analisi chiara della situazione reale “potrà prendere finalmente avvio una nuova politica”.

Clicca qui per scaricare il dossier

Che musica maestra!

  • Lunedì, 16 Marzo 2015 13:44 ,
  • Pubblicato in INGENERE

Ingenere
16 03 2015


Nel mondo della musica si suol dire che “il solo talento non è sufficiente per il successo di una carriera professionale” ma per le donne perfino “il grande talento” non è sufficiente e le pari opportunità sono lontane dall’essere una realtà. Come confermato dal Ministero della Cultura Francese, prima nel 2011 e nuovamente nel 2014, il 98% dei fondi pubblici per la programmazione musicale va alla produzione delle opere composte da uomini, il 94% dei direttori d’orchestra sono uomini e l’86% degli istituti di formazione musicali sono diretti da uomini. Questo quadro tristissimo produce situazioni personali, professionali, economiche e sociali instabili per le compositrici, le quali fronteggiano lo spettro della povertà in età avanzata. Finché le giurie che decidono chi riceverà commissioni per nuovi lavori saranno in maggioranza uomini non ci saranno mai decisioni favorevoli per le donne. Nel 2012, l’On. Silvia Costa, ora Presidente della Commissione Cultura del Parlamento Europeo, invitò la Fondazione[2] a svolgere una ricerca al fine di creare una fotografia delle leggi, pubblicazioni e proposte prodotte dai Paesi Membri dell’UE e dalle istituzioni internazionali, riguardanti il mainstreaming di genere e la possibilità di accesso, per le donne, allo spettacolo dal vivo in generale ed, in particolare, nell’ambito musicale. Il risultato è stato il volume che abbiamo pubblicato nel 2014, “Key Changes per le Donne nella Musica e nello Spettacolo dal Vivo”.

La Risoluzione sull’Uguaglianza di Trattamento e Accesso per Uomini e Donne nelle Arti dello Spettacolo di Marzo 2009 del Parlamento Europeo è stata indirizzata a tutti i Governi e le Istituzioni europee, con l’invito di mettere in pratica le proposte ivi contenute, sottolineando che “la discriminazione contro le donne mantiene basso lo sviluppo del settore della cultura e lo priva di talenti e capacità… Il contatto costante con il pubblico è necessario per ottenere l’altrui riconoscimento.” La risoluzione afferma che “sebbene le ineguaglianze nelle prospettive di carriera e nelle opportunità tra uomini e donne nello spettacolo dal vivo siano molto presenti e persistenti… i meccanismi che producono tali ineguaglianze di genere dovrebbero essere seriamente presi in esame… (ed incoraggia) gli Stati Membri a produrre analisi comparative della situazione presente nell’ambito dello spettacolo dal vivo nei vari Stati dell’Unione, per redigere statistiche al fine di facilitare il progetto e la messa in atto di politiche comuni e assicurare che il progresso raggiunto possa essere paragonato e misurato”.

L’unico paese che ha seguito questi suggerimenti è stato la Francia. Nel giugno 2013 il Ministero per la Cultura Francese pubblicò il rapporto, “La place des femmes dans l’art et la culture», a cura della Senatrice Brigitte Gonthier-Maurin e le informazioni ivi contenuti riflettono una situazione comune, purtroppo, in tutto la Comunità Europea. Il rapporto, di oltre 250 pagine, rileva tre punti che il Ministro francese ritiene essenziali: combattere gli stereotipi nel mondo dello spettacolo dal vivo, dare spazio e riconoscimento alle creatrici, promuovere l’accesso delle donne ai posti decisionali.

Le statistiche riportate nel documento sono agghiaccianti: in Francia la regia è per 75% maschile, e appena il 15% delle opere messe in scena sono scritte da donne. Nessuno conosce i nomi di compositrici prima del XVII secolo.[3] e soltanto 3% della musica programmata e sovvenzionata da denaro pubblico è di donne. Inoltre meno di 15% dei quadri nelle collezioni pubbliche sono di donne. Ma se la Francia piange gli altri paesi nella Comunità non ridono nemmeno quelli che di solito brillano se i dati sulla Svezia riportano che:

“Durante le stagioni 2008/09/10, il 99% delle opere messe in scena dalle orchestre svedesi è stato composto da uomini. Durante questa stagione (2013/2014), le diciannove più grandi orchestre svedesi mettano in scena circa 1000 opere. Di queste, il 92,1 % sono composte da uomini” KVAST, Kvinnlig Anhopningav Svenska Tonsättare, Svezia, 2014.

Dalle pagine del Guardian arriva un monito: “L’industria musicale…. ha davvero bisogno di fare qualcosa contro l’atteggiamento sessista che ancora prevale in questo campo: è necessario non accettare più punti di vista ridicoli, datati e bigotti, e neanche comportamenti che molto semplicemente non sarebbero accettati in altri ambiti della società o dell’industria…. I palchi sono pieni di uomini, uomini stanno alle console, uomini dominano gli studios, le aziende per le tecnologie musicali, le agenzie artistiche, creando una cultura della musica sessista, ageista e dalle vedute ristrette, che non onora il vero potere della musica, che è quello di unire, curare e dare forza”

La musica è una compagnia costante nelle vite degli europei, un elemento fondamentale della loro eredità culturale e una fonte di occupazione, nonché un mercato economico energico, con più di 600.000 persone che operano nel settore. La diffusione multimediale e musicale via internet o rete di telefonia mobile ha aperto nuovi orizzonti per lo sfruttamento commerciale della musica, ma questo non sempre si traduce in sostenibilità o in qualità, e diversi sono gli approcci dei governi europei, mentre in Italia il Consiglio dei Ministri nel 2003 dichiara “gli artisti professionisti, la maggior parte dei quali sono freelance o hanno uno stato lavorativo atipico, misureranno il loro livello di successo sul mercato, dove il risultato artistico è ancora premiato nella forma di feedback finanziario o riconoscimento sotto forma di premi culturali prestigiosi o critiche positive”. Mentre il Ministro della Cultura Svedese nel 2001, Marita Ulvskog, ha sottolineato che “Nella maggior parte degli Stati, anche gli artisti professionisti e oramai famosi, trovano difficoltà nel sopravvivere con la loro arte. Una grande maggioranza è costretta a cercare fonti supplementari di reddito (come insegnanti nei propri ambiti, se sono fortunati, ma spesso e volentieri in campi che non hanno nulla a che fare con il loro lavoro di artisti)…….”

Le musiciste rappresentano più dell’80% degli insegnanti nelle istituzioni statali e private. Sono compositrici e creatrici di musica, esecutrici, produttrici, editrici, storiche, copiste, responsabili per l’organizzazione di festival ed istituti di formazione. Tuttavia, anche quando insegnano composizione, dirigono cori, orchestre o complessi (ottoni, jazz o heavy metal) il loro coinvolgimento come autrici negli eventi musicali principali è minimo. Solo il 2% della musica composte da donne europee è programmato da istituzioni sovvenzionate pubblicamente mentre l’89% di tutte delle istituzioni pubbliche culturali e artistiche sono dirette da uomini. Se, come la nostra ricerca conferma, le donne rappresentano il 40% dei compositori nella Comunità Europea, perché a soli 2% di esse viene data la possibilità dimettere in scena i propri lavori da organizzazioni sovvenzionate dai propri stati ? Migliaia di musiciste altamente professionalizzate sono testimoni del restringersi delle opportunità a causa dei sempre minori fondi per le arti, ma protestano poiché le possibilità esistenti continuano ad andare a uomini. Lamentano il fatto che il proprio lavoro sia soggetto al giudizio dei direttori artistici o dei produttori: commissioni, esecuzioni, programmazione, tutto dipende dalla parola magica, “qualità” come in: “la musica di una donna sarebbe stata inclusa se avesse avuto le stesse qualità di quella di un uomo”. Quando la Società Spagnola per i Diritti d’Autore era diretta da una compositrice, lei insisteva sulla “lettura anonima dei brani musicali” con il risultato che più del 50% delle opere musicali scelte, e finanziate, erano di donne.

 


[1] Musicista, musicologa, fondatrice e Presidente della Fondazione Adkins Chiti: Donne in Musica

[2]Nata nel 1978 come “movimento” per la promozione e sostegno delle compositrici e creatrici di musica, Donne in Musica è diventata Fondazione nel 1994. Coordina una rete di 41.000 compositrici, musicisti, musicologi e didatte in 108 paesi. La sua missione riguarda il mainstreaming, empowerment e capacity building per compositrici di ogni età, nazionalità, credo e genere di musica. Dal 1978 soltanto in Italia ha programmato oltre 5440 lavori di donne da 79 paesi diversi. Dal 1978 FACDIM ha ricercato e pubblicato 51 volumi in italiano, inglese, arabo, spagnolo, tedesco, francese, portoghese, croato, serbocroato e greco. Ha creato online l’“Encyclopaedia of Living European Women Composers, Songwriters and Creators of Music”.

[3] Il che vuol dire una totale mancanza di informazioni nei libri scolastici e nei corsi tenuti in centri specializzati – conservatori, accademie ed università – anche perché la Francia ha una storia gloriosa per quanto riguarda la presenza di compositrici e creatrici di musica fin dal undicesimo secolo.

 

Sgomberi, non ce li chiede l’Europa

  • Lunedì, 09 Marzo 2015 12:52 ,
  • Pubblicato in Flash news

Corriere delle migrazioni
09 03 2015

«Ce lo chiede l’Europa». Di solito questa frase corre sulla bocca di chi – a torto o a ragione – invoca sacrifici, austerità e «tagli» di vario tipo. Ma l’Europa non ci chiede solo questo: da vari anni, il nostro paese è sotto osservazione anche per le politiche in materia di rom e sinti. Perché alle istituzioni internazionali, si sa, i «campi nomadi» nostrani non piacciono proprio. Così come non piacciono gli sgomberi, né certi provvedimenti «sbrigativi» – diciamo così – presi dai Comuni.

L’ultima «bordata» contro l’Italia è arrivata proprio in questi giorni. E per la verità non viene da Bruxelles ma da Strasburgo, cioè dal Consiglio d’Europa. Un ente che, nonostante il nome, non ha niente a che fare con l’Unione Europea ma è un’istituzione sopranazionale a sé stante [per la differenza tra i due organismi vedi qui] Tanto che alcuni paesi (ad esempio la Turchia, la Russia o la piccola Albania) non fanno parte della UE ma aderiscono al COE (acronimo, appunto, del Consiglio d’Europa).

Il COE nasce nel lontano 1949 per promuovere lo «stato di diritto», per tutelare i diritti umani e rafforzare l’identità democratica europea. È un’istituzione meno potente della «cugina» di Bruxelles, ma è anche più attenta alle persone e alle minoranze. E ha attivato da tempo l’ECRI, cioè l’European Commission against Racism and Intolerance (Commissione Europea contro il Razzismo e l’Intolleranza), che tiene sotto controllo le politiche degli Stati Membri in materia di rom.

È legale sgomberare un campo «abusivo»?
Proprio dall’ECRI, dicevamo, arriva l’ennesima strigliata alle politiche del nostro paese. Gli esperti di Strasburgo avevano già inviato, nel 2012, delle «raccomandazioni» al Governo italiano: a tre anni di distanza, l’organismo del COE è tornato alla carica, e ha stilato un report (qui il testo, in lingua inglese) sull’effettiva attuazione di quelle raccomandazioni.

A mandare su tutte le furie i tecnici dell’ECRI sono soprattutto gli sgomberi dei campi cosiddetti «abusivi», che secondo Strasburgo sono condotti in modo illegale. E questo è un punto interessante, perché di solito si pensa che se un insediamento non è autorizzato, smantellarlo e allontanarne gli abitanti è un atto doveroso, o almeno conforme alla legge: invece, le cose non stanno affatto così.

Come tutti i paesi aderenti al COE, l’Italia ha infatti firmato alcune convenzioni internazionali che stabiliscono il «diritto ad un alloggio adeguato». Quando un insediamento è «abusivo», dunque, si può certamente smantellarlo, ma bisogna tener conto dei suoi abitanti e delle loro necessità abitative. Non basta buttar giù le baracche, insomma: bisogna offrire alle famiglie le necessarie garanzie.

Sul punto, la normativa è ormai chiarissima (per saperne di più vedi qui). Quando si fa uno sgombero, gli abitanti devono essere avvertiti per tempo, e devono potersi rivolgere a un avvocato o comunque accedere a forme di tutela legale. L’ente pubblico che ordina lo smantellamento del campo deve farsi carico di sistemazioni abitative dignitose, concordate con i diretti interessati. Non solo: nel reperimento di alloggi adeguati, si deve tener conto della vita familiare. Quindi, ad esempio, non si può dare un alloggio temporaneo ad una madre e al figlio piccolo, e lasciare in mezzo alla strada il padre, come avviene comunemente in Italia…

ECRI: «troppi sgomberi in Italia»
Ecco, a quanto pare queste garanzie procedurali non sono state seguite nel nostro paese. «L’ECRI», si legge nel report pubblicato da Strasburgo, «è stata informata del fatto che gli sgomberi di rom e sinti sono proseguiti anche nel 2012 e 2013, e ancor più di recente, nel Luglio 2014. Questi sgomberi sono stati spesso effettuati senza le necessarie garanzie procedurali, e senza proporre alcuna sistemazione alternativa agli abitanti».

Bisogna dire che, secondo i tecnici del COE, l’Italia ha fatto qualche progresso. Ad esempio, ha abrogato i decreti della cosiddetta emergenza nomadi, che avevano equiparato rom e sinti a una calamità naturale: come se fossero un terremoto o un’inondazione. E ha varato una «Strategia Nazionale» che prevede – almeno sulla carta – la fine della politica dei campi (e degli sgomberi), e l’avvio di percorsi di effettivo inserimento.

«I recenti sviluppi politici e legislativi», spiega ancora l’ECRI, «mostrano l’inizio di un processo positivo, ma, per il momento, lento (…). E tuttavia, questo processo non può ancora garantire pienamente che tutti i rom vittime di sgomberi possano godere delle necessarie garanzie».

Il linguaggio, come si vede, è «felpato», cauto, prudente: come si conviene a una istituzione internazionale. Ma la conclusione è chiara: «di conseguenza, l’ECRI ritiene che le sue raccomandazioni siano state attuate solo in parte». L’Italia, ancora una volta, è bocciata. O almeno – come si diceva un tempo – «rimandata a Settembre».

Sergio Bontempelli

 

Redattore sociale
04 03 2015

Si chiama “P(r)eso di mira” ed è il libro di Francesco Baggiani che riflette sul tema del razzismo “oversize”, quello che prende di mira chi è sovrappeso. “P(r)eso di mira”, ed. Clichy, è dedicato a tutti gli oversize, e si rivolge in particolare a genitori e insegnanti, allenatori e medici, insomma al mondo di chi voglia conoscere e capire che cosa c’è dietro una condizione che spesso è oggetto di pregiudizio e discriminazione. Il libro sarà presentato il 4 marzo alle 17 in Consiglio regionale toscano alla presenza del consigliere Enzo Brogi (Pd). Alla presentazione interverranno Giovanna Ceccatelli, docente di sociologia dell’Università di Firenze, Simone Naldoni, consigliere regionale che fa parte della commissione Sanità del Consiglio; l’attore, regista e direttore artistico del teatro Studio Scandicci, Giancarlo Cauteruccio, il comico Paolo Migone, i musicisti Silvia Querci e Simone Baldini Tosi.



“Se insulti un nero, sei razzista. Se insulti un gay, sei omofobo. Se insulti un ciccione, sei simpatico. Ma cos’è veramente l’obesità?” c’è scritto nella presentazione del libro. “È vero che le persone sovrappeso sono pigre e senza forza di volontà? – si chiede ancora il libro - E perché bambini e adulti obesi vengono comunemente scherniti, offesi, discriminati? La presa in giro, a scuola, in famiglia, come in tv, aiuta veramente il soggetto a «darsi una mossa», o costituisce una severa violazione dei diritti e un ostacolo per il benessere dell’individuo?”.

"Il libro di Francesco Baggiani ci fa riflettere su cosa c'è dietro a una condizione troppo spesso oggetto di pregiudizio e discriminazione - dichiara il consigliere regionale Enzo Brogi - Il percorso che la nostra società sta facendo contro le discriminazioni non deve e non può fermarsi un attimo. Molti episodi purtroppo ce lo confermano costantemente, ogni forma di derisione e vessazione è ingiusta e odiosa, quella della discriminazione ponderale, esattamente come quelle che riguardano gli orientamenti sessuali, il genere o il colore della pelle, costituisce una violazioni dei diritti e, oltre a sfociare in eventi terribili, può spesso causare gravi limiti al benessere personale. Per questo è necessario riflettere sull'argomento, e intraprendere anche in questo caso la via del buon senso e delle rispetto che si deve a tutte le diversità".

Francesco Baggiani, nato a Greve in Chianti nel 1973, è pedagogista. Immerso ormai da molti anni negli ambienti istituzionali e spontanei dove bambini e adolescenti vivono, si incontrano e si scontrano, ha da sempre manifestato un particolare interesse verso i problemi socio relazionali legati al corpo, in particolare quelli relativi all'obesità e al sovrappeso. Dal 1998 ha iniziato a raccogliere il più disparato materiale che avesse a che fare con questo argomento, quando ancora in Italia non esistevano studi, lessico, né tantomeno una mentalità in grado di incanalare l'inquietudine e la ricerca dell'autore. Rifacendosi alla recente letteratura scientifica d'oltreoceano, ha oggi l'onore di essere il primo autore che in Italia pubblica un libro che parli espressamente di pregiudizio e discriminazione basati sul peso.

Escluse e discriminate: se la legge è contro la donna

  • Martedì, 03 Marzo 2015 12:57 ,
  • Pubblicato in Flash news

MicroMega
03 03 2015

di Anna Toro, da unimondo.org

Stupro coniugale, rapimento, giustificazione della violenza, discriminazione sul lavoro, “delitti d’onore”, legalizzazione della poligamia: sono tantissime le leggi sessiste tutt’ora in vigore nel mondo, che limitano e danneggiano le donne nella loro vita quotidiana e nei loro diritti più elementari, e impediscono il conseguimento di quell’uguaglianza che pure tanti Paesi si sono ufficialmente impegnati a raggiungere – almeno sulla carta.

A ribadirlo, è un nuovo rapporto pubblicato dall’organizzazione internazionale Equality Now, uscito in occasione del 20 ° anniversario della Piattaforma di Pechino: era infatti il 1995 quando, alla quarta Conferenza mondiale sulle Donne organizzata dall’Onu, 189 governi avevano preso il solenne impegno di "revocare le restanti leggi che discriminano sulla base del sesso”. L’hanno rispettato? Sulla base del report, sembrerebbe proprio di no. Perché sebbene ci siano stati certo dei passi avanti, troppi Stati ancora oggi nel 2015 mantengono nei propri codici leggi che sono in diretta violazione della parità di genere, della non-discriminazione e della tutela dei diritti sancita dai principali trattati e convenzioni internazionali, dalla CEDAW (la Convenzione sull'eliminazione di ogni forma di discriminazione contro le donne) fino alla Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo.

Il report di Equality Now, che diverrà uno strumento della Commissione delle Nazioni Unite sul tema in riunione il prossimo mese, stila una raccolta-campione di leggi in vigore, o anche solo semplicemente emanate, mantenute da più di 50 governi. Le suddivide in: leggi che regolano lo status civile, personale, economico, e leggi che legittimano la violenza. Solo per citarne alcune, leggiamo ad esempio che in Arabia Saudita – che pure non ha firmato la Piattaforma di Pechino – è ancora in vigore la fatwa del 1990 che vieta alle donne "di guidare le automobili", attività descritta come "una innegabile fonte di vizi" (per non parlare poi di tutta la serie di altre discriminazioni di cui sono vittime le donne saudite); in India, tra i primi paesi al mondo per numero di matrimoni precoci, una legge del 2013 ha confermato la legittimità dello stupro coniugale: "Il rapporto sessuale o gli atti sessuali compiuti da un uomo con la propria moglie, se la moglie non ha meno di quindici anni di età, non si definiscono stupro”; ancora, una legge yemenita del 1992 afferma che la moglie "deve consentire [al marito] di avere legittimamente rapporti se lei ne è fisicamente in grado"; mentre alle Bahamas, si definisce stupro solo il rapporto forzato con persone diverse dalla propria moglie, affermazione che implicitamente rende lecito lo stupro coniugale.

Ci sono leggi che legittimano la violenza domestica: in Nigeria ad esempio, un marito ha il diritto di picchiare la moglie per ottenere obbedienza. A Malta invece, se un uomo rapisce una donna ma poi la sposa, non è più perseguibile giuridicamente, mentre in Egitto e Siria esistono delle attenuanti per il “delitto d’onore”. In molti paesi, come l’Afghanistan o la Guinea, la donna non può lasciare la casa senza il permesso del marito, mentre nella Repubblica Democratica del Congo, secondo l’articolo 454 del Codice della Famiglia, la moglie è obbligata a vivere col marito e a seguirlo ovunque egli decida di risiedere. C’è anche chi non solo non ha cancellato queste leggi, ma ne ha addirittura introdotto di nuove, come il Kenia, il cui Marriage Act del 2014 ha legittimato la poligamia (argomento in realtà più complicato di quello che sembra, dato che la nuova legge garantisce tutele per le altre mogli che prima erano assenti, in uno Stato in cui la poligamia era comunque praticata).

Presenti, poi, casi di discriminazione giuridica anche in paesi che in genere si professano paladini dell’uguaglianza e delle pari opportunità. Si tratta, spesso e volentieri, di leggi che non permettono alle donne di trasmettere la loro nazionalità ai propri figli o coniugi sulla stessa base degli uomini, con tutti gli svantaggi che ne conseguono in termini di tutele e vulnerabilità: accade in Bahrein e nel Togo così come a Monaco e negli Stati Uniti. Sempre per quanto riguarda lo status personale, in Iran e in Pakistan la testimonianza in tribunale di una donna vale la metà di quella di un uomo, mentre in paesi come il Cile, la Tunisia e gli Emirati tra le leggi più discriminanti ci sono quelle che riguardano l’eredità e la trasmissione dei beni. Passando infine alle leggi che regolano il lavoro, il report segnala anche la Russia, dove la Risoluzione n. 162 del 25 Febbraio del 2000 vieta alle donne una lista di 456 tipi di impiego, tra cui macchinista, falegname, pompiere e marinaio, o anche la Gran Bretagna, dove le donne non possono entrare in Marina.

E dire che la maggioranza dei paesi citati presenta delle Costituzioni in cui l’uguaglianza tra uomo e donna è sancita in modo esplicito. Ma ipocrisia e doppi standard in questi casi sono talmente pervasivi che spesso gli abusi vengono mascherati anche da esigenze religiose e culturali. “Volevamo mostrare come le donne vengano trattate come bambini – ha commentato Jacqui Hunt, direttrice della sede londinese di Equality Now – come una mera proprietà senza pensiero cosciente, e di come vengano stereotipate in specifici ruoli, che finiscono poi per essere codificati dalla legge”.

Naturalmente il quadro non è tutto negativo, e dall’impegno del 1995 ci sono stati progressi significativi, con più della metà delle leggi evidenziate nei precedenti rapporti dell’ong che sono state abrogate o modificate: Costa Rica, Etiopia, Guatemala, Perù e Uruguay, ad esempio, hanno eliminato le leggi che permettevano allo stupratore di evitare la punizione sposando la sua vittima, Malesia e Tonga hanno reso lo stupro coniugale un crimine, il Kuwait ha dato il voto alle donne e l'Algeria ha cancellato le regole della cosiddetta “obbedienza” al marito.

Se molte pratiche comunque permangono, o anche se molte delle leggi citate per fortuna non vengono applicate, togliere definitivamente qualsiasi base giuridica per giustificare tali abusi è già un grosso passo avanti. "Senza l'uguaglianza nella legge, non ci può mai essere uguaglianza nella società" è il mantra dell’organizzazione. E mentre le Nazioni Unite faranno della parità di genere e della fine dei matrimoni precoci una delle priorità tra gli Obiettivi di Sviluppo Sostenibile dell’agenda post-2015, in questo momento altri paesi come l'Azerbaigian, il Gabon, l’Ecuador, la Danimarca, il Kirghizistan, l'Eritrea, e le Maldive sono sotto stretto esame per quanto riguarda il rispetto della Cedaw . "I governi devono passare dalle parole ai fatti – si legge nel report di Equality Now – e, infine, abrogare o modificare tutte le leggi che discriminano sulla base del sesso in modo che la prossima generazione di donne e ragazze possa godere dei propri diritti e vivere come partner alla pari nella società".

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