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Gay.it
10 02 2015

"Teoria Gender - Quali ricadute su libertà, famiglia ed educazione". È questo il titolo del convegno che si terrà a Noto il 14 febbraio prossimo, nell'aula magna del seminario vescovile, per il quale gli organizzatori hanno ottenuto l'accredito presso l'Ordine degli avvocati di Siracusa. L'accredito permetterà ai partecipanti di acquisire crediti formativi per adempiere all'obbligo della formazione continua previsto dalla legge per tutti gli ordini professionali.
Relatore del convegno sarà Gianfranco Amato, presidente di "Giuristi per la Vita", una delle associazioni che più strenuamente si batte contro ogni riconoscimento dei diritti delle persone lgbt, a partire da una legge giusta contro l'omofobia fino al diritto al matrimonio e alla genitorialità per le coppie gay e lesbiche. In sostanza, gli avvocati che andranno ad ascoltare le tesi di Giuristi per la Vita contro l'uguaglianza e la parità dei diritti, otterranno crediti validi per l'aggiornamento professionale.

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L'evento fa parte di una fitta tre giorni di incontri, tra Avola, Noto, Pachino (dove la tappa sarà in una scuola) e Modica, ma solo per l'appuntamento del 14 febbraio a Noto è stato chiesto l'accredito. Richiesta accettata dall'Ordine degli avvocati, come confermato a Gay.it dalla segreteria, e inoltrata anche all'Ordine degli Psicologi e quello degli Assistenti Sociali. Quest'ultimo deciderà se accogliere la domanda in una riunione di consiglio che si terrà sabato prossimo.
Intanto, però, l'iniziativa non è passata inosservata e le associazioni lgbt siracusane si sono mobilitate congiuntamente per rivolgere un appello agli avvocati della provincia.

LE ASSOCIAZIONI LGBT AGLI AVVOCATI: "DISERTATE"

"L'avv. Gianfranco Amato, "illustre" presidente dell'associazione "Giuristi per la vita", non risulta nuovo a certe campagne di disinformazione di massa, portavoce e baluardo della fantomatica ed inesistente "Teoria del gender" - dichiarano Tiziana Biondi e Armando Caravini, presidenti, rispettivamente di Stonewall e Arcigay Siracusa -, uno spauracchio senza base scientifica che viene spesso agitato da gruppi fondamentalisti di matrice politica di estrema destra, tipo Forza Nuova, cattolici come i sopraccitati giuristi, le Sentinelle in Piedi e buona parte del clero".


"Le organizzazioni di iniziativa lgbtqi Stonewall e Arcigay Siracusa - continuano Biondi e Caravini - chiedono a gran voce una smentita o eventuale motivazioni di tali accreditamenti (già concessi o da concedere) perché pur rispettando le opinioni personali di una associazione faziosa e medievale, non è accettabile che i sopraccitati ordini possano avvalorare una campagna di disinformazione votata all'odio di stampo sessista e omo/transfobico".
Ed è per queste ragioni che le associazioni siracusane si rivolgono proprio ai professionisti della provincia perché disertino l'appuntamento.
"Da qui nasce un accorato appello - concludono i due presidenti - che rivolgiamo ai professionisti ed alle loro coscienze, chiedendo loro di disertare tale conferenza, la cui utilità, i crediti formativi, si ottengono al caro prezzo di episodi di violenza giustificati e avallati da chi conduce questi mendaci e strumentali proclami".

Treni, autobus e dintorni

  • Lunedì, 09 Febbraio 2015 12:40 ,
  • Pubblicato in Flash news

Corriere delle migrazioni
09 02 2015


Il razzismo ha molti volti e molte sfaccettature. C’è quello delle aggressioni fisiche, ma anche quello “istituzionale”, fatto di discriminazioni agite o sancite dalle autorità pubbliche. C’è l’intolleranza che corre sui social network, e che si riproduce di commento in commento, di tweet in tweet. E poi c’è la chiacchiera quotidiana, da bar: i discorsi di tutti i giorni – “vengono in troppi”, “ci rubano il lavoro” – che creano un solco di discriminazione e di disprezzo, alimentano false notizie e leggende metropolitane, creano muri tra un (presunto) “noi” e un (altrettanto presunto) “loro”.

A volte, può accadere che un addetto al pubblico – un commerciante, un barista, un funzionario, un capotreno… – abusi del suo potere, sulla base di dicerie e generalizzazioni. Gli esempi possono essere molteplici: dal barista che allontana dal suo locale un cliente rom («si sa che rubano, non ce li voglio qui dentro…») al conducente di un autobus che in un eccesso di (cosiddetto) zelo non apre le porte del suo mezzo ai passeggeri migranti… In questi casi, un cittadino comune può intervenire, senza imbarcarsi in faticose discussioni, facendo semplicemente riferimento alla legge.

L’appello al rispetto delle norme consente di ancorare la discussione a un elemento – per così dire – oggettivo, e anche “neutro” dal punto di vista valoriale. Detta in termini semplici, si tratta di assumere un atteggiamento del tipo «Lei è libero di pensarla come vuole, ma è tenuto all’osservanza di queste norme…». L’interlocutore – statene certi – vi odierà con tutte le sue forze, ma difficilmente vi darà torto: la legge è pur sempre la legge, e vale per tutti.

Vi proponiamo allora un piccolo viaggio, in diverse puntate, sui piccoli episodi di ogni giorno, in cui chiunque può intervenire con efficacia. In questo primo articolo, cominciamo dai mezzi di trasporto.

«Gli extracomunitari non pagano il biglietto»
E’ il caso più frequente. Un controllore sale sul treno, o sull’autobus, e chiede ai passeggeri di esibire il biglietto: chi ne è sprovvisto, o chi ne ha uno irregolare (perché non timbrato, o perché riferito a un viaggio più breve, ad esempio) incorre in sanzioni. E’ una cosa normale, e fa parte dell’ordinaria routine dei trasporti pubblici.

Tuttavia, va ricordato che non è possibile effettuare controlli selettivi: in altre parole, non si può chiedere il biglietto solo ai passeggeri dotati di certe caratteristiche (ad esempio, a chi ha la pelle nera, a chi è o sembra “rom”, a chi è o sembra “extracomunitario”, e così via). L’operatore ha l’obbligo di controllare tutti i passeggeri. Se non lo fa, mette in atto un comportamento discriminatorio vietato dalla legge: anche se l’immigrato di turno viene trovato senza biglietto. Le norme in materia sono molto chiare: si può fare riferimento all’articolo 43 del Testo Unico Immigrazione (decreto legislativo 286/98), che vieta ogni «distinzione (…) basata sulla razza, il colore, l’ascendenza o l’origine nazionale o etnica, le convinzioni e le pratiche religiose».

L’obiezione per cui «sono sempre gli extracomunitari che non pagano il biglietto» è ovviamente priva di fondamento: nessuno studio serio ha mai accertato una particolare “propensione” degli immigrati a evadere le tariffe dei trasporti. Suggeriamo però di non addentrarsi in discussioni di questo tipo, e di richiamare con fermezza l’operatore al rispetto dei suoi doveri.

«Non hai il biglietto? Scendi dal treno…»
Un altro esempio tipico di comportamento discriminatorio è l’ipotetico controllore che, su un mezzo di Trenitalia, “pizzichi” uno straniero senza biglietto, e lo costringa a scendere alla prima fermata utile. Perché questo comportamento è discriminatorio? Non è forse giusto imporre una sanzione a chi non ha rispettato le regole? Ovviamente sì, è giusto. Qui non si vuole fare l’apologia di chi non paga il biglietto: la legge è uguale per tutti. Ma – ed è questo il punto – anche la “punizione” deve essere uguale per tutti, sennò non vale…

Ora, piaccia o non piaccia, Trenitalia non prevede che il trasgressore debba scendere (bisogna ricordare che le sanzioni non sono stabilite dalla legge, ma dai regolamenti interni di ogni gestore). Nelle «Condizioni generali di trasporto» dell’azienda ferroviaria [Parte Terza, cap. 7 su «Irregolarità e abusi», lettera e], si legge testualmente che «il viaggiatore sprovvisto dei titoli di viaggio è assoggettato al pagamento del prezzo intero dovuto più una soprattassa di €200». Una formulazione simile si trova anche nella Carta dei Servizi del Trasporto a media e lunga percorrenza (quella relativa alle “Frecce” e ai treni Intercity, per capirci).

Insomma, chi non ha il biglietto deve pagare una multa. E se non ha i soldi per pagarla subito, si vedrà recapitare a casa l’importo dovuto. Dunque, il capotreno non può far scendere l’eventuale “portoghese”: l’interruzione del viaggio è prevista solo quando il trasgressore rifiuti esplicitamente la multa [DPR 753/80, art. 23, terzo comma], o quando non si faccia identificare, cioè non fornisca i propri documenti [Condizioni Generali di Trasporto Trenitalia, Parte Prima «Norme Comuni», punto 7].

L’addetto che “sbatta fuori dal treno” un cittadino straniero privo di biglietto commette allora un atto discriminatorio: non perché sia giusto o legittimo viaggiare gratis sui mezzi pubblici, ma perché le sanzioni devono essere proporzionate, conformi ai regolamenti, e uguali per tutti. Se vi dovesse capitare un caso del genere, ricordatelo al capotreno. E respingete al mittente le eventuali risposte di senso comune, del tipo «si sa che poi loro la multa non la pagano, nemmeno se viene spedita a casa…». Ovviamente si tratta di uno stereotipo, ma non è il caso di addentrarsi: basterà ricordare che le regole sono regole, e che gli addetti Trenitalia sono tenuti a rispettarle. Qualunque sia la loro opinione.

Questuanti e venditori
Un altro caso frequente è quello del controllore che allontana dal treno il venditore ambulante, o la persona che chiede l’elemosina. Qui, le norme sono più restrittive: esiste addirittura una legge (il già citato DPR 753/80, all’art. 30) che vieta «le attività di venditore di beni o di servizi», nonché quelle «di cantante, suonatore, e di raccolta di fondi a qualunque titolo» a bordo dei treni. La stessa norma prevede l’allontanamento dal mezzo e una multa fino a 46 euro.

In questo caso, dunque, il capotreno è obbligato a far scendere il mendicante, il suonatore o il venditore. In ogni caso, il Codice Etico del Gruppo Ferrovie dello Stato (a cui appartiene anche Trenitalia) obbliga il personale a comportarsi «con efficienza e cortesia» nei confronti della clientela (pag. 15). Non sono perciò ammissibili insulti e umiliazioni, né violenze verbali o fisiche, né offese a sfondo etnico o razziale: tutti comportamenti, tra l’altro, punibili ai sensi del Codice Penale.

Infine, è opportuno chiarire che la questua non è di per sé un reato. Chi chiede l’elemosina su un treno è responsabile di una semplice infrazione amministrativa (svolge un’attività che non è autorizzata a bordo del mezzo), ma non compie un “crimine” dal punto di vista penale.

Sergio Bontempelli

 

Appello per il Primo Marzo 2015

  • Lunedì, 09 Febbraio 2015 08:39 ,
  • Pubblicato in Flash news

Corriere delle Migrazioni
08 02 2015

Rete Primo Marzo - 8 febbraio 2015

Dal 2010 la giornata del Primo Marzo rappresenta un momento di riflessione e impegno contro le discriminazioni e lo sfruttamento nei confronti dei migranti. Esistono dei diritti, che valgono per tutti gli esseri umani che non possono essere differenziati o negati sulla base di confini territoriali o di appartenenze etniche, culturali e religiose.

La difesa e la tutela di questi diritti è premessa fondamentale nella costruzione di una società capace di riconoscere la dignità e l’autodeterminazione delle persone e il valore del dialogo come elemento fondante dell’evoluzione culturale, civile ed economica.

La crisi degli ultimi anni, invece di spingere le istituzioni a ripensare le politiche e la legislazione in materia di immigrazione, nel senso di una maggiore inclusione e di sostegno per i deboli, sembra avere indotto immobilismo e ulteriori chiusure. Ciò ha contribuito a accrescere diseguaglianze e disagio e, quindi, la distanza tra le diverse culture e tra i lavoratori che pure contribuiscono, ogni giorno, alla tenuta della nostra economia e del nostro sistema previdenziale. La ricattabilità a cui rimangono esposti i lavoratori stranieri, a causa del legame tra permesso di soggiorno e contratto di lavoro, come è noto, favorisce lo sfruttamento, il caporalato, con ricadute che riguardano anche i lavoratori non stranieri, costretti ad accettare un rilancio al ribasso delle condizioni contrattuali.

Ma non è restringendo il riconoscimento dei diritti di cittadinanza e della persona che si promuove una convivenza civile e pacifica. Mentre la paura spinge all’isolamento e mina la coesione sociale, la garanzia dei diritti e il sostegno e la cura delle relazioni sociali costituiscono l’unico strumento attraverso cui realizzare una più soddisfacente qualità della vita per tutti.

A partire da queste considerazioni, richiamiamo ad una riflessione sulle politiche di accoglienza, chiedendo l’istituzione di corridoi umanitari per consentire ai migranti di raggiungere l’Europa senza mettere a repentaglio la vita e senza rivolgersi ai trafficanti di uomini. Chiediamo, inoltre, l’abrogazione del Regolamento di Dublino; la chiusura dei CIE e una riformulazione dell’intero sistema di accoglienza che garantisca il rispetto dei diritti dei richiedenti asilo ed eviti che l’attuazione dei piani di accoglienza si trasformi in un business.

E’ necessario che la politica tenga conto delle trasformazioni in atto nella nostra società sia in termini demografici sia economici, e che riconoscano il valore rappresentato dalla straordinaria mobilità umana che sta caratterizzando la nostra epoca. E’ per questo che, auspichiamo anche una legge che riconosca la cittadinanza per tutti i figli di migranti nati e cresciuti nel nostro Paese.

In dettaglio, le nostre richieste sono:

1. Una revisione della legislazione in materia di immigrazione centrata sul rispetto della persona e sulla partecipazione;
2. Una legge sullo ius soli che riconosca il diritto di cittadinanza alle seconde generazioni, la cui formulazione sia almeno in linea con gli altri paesi europei;
3. Il diritto di voto amministrativo per gli stranieri residenti;
4. Tutela e garanzia dei diritti dei lavoratori stranieri e contrasto ad ogni forma di sfruttamento anche attraverso una più piena ed efficacia ricezione della direttiva europea (52/2009);
5. Abolizione dei dispositivi di monitoraggio e di controllo del Mediterraneo privi di obiettivi umanitari (come Triton);
6. Instaurazione dei corridoi umanitari e revisione della legge sull’asilo politico ispirata a principi di solidarietà ed accoglienza effettiva e di trasparenza di gestione;
7. Chiusura dei CIE così come attualmente concepiti e riformulazione in termini di luoghi di facilitazione del percorso di accoglienza e indirizzo verso le destinazioni di possibile inclusione dei profughi;
8. Impegno e diffusione per una informazione oggettiva e completa sui temi dell’immigrazione.

9 trilioni, il prezzo pagato dalle donne

  • Martedì, 03 Febbraio 2015 12:02 ,
  • Pubblicato in INGENERE

Ingenere.it
03 02 2015

Nel suo articolo intitolato "Il costo economico della disuguaglianza delle donne nel lavoro" uscito recentemente su socialeurope Nuria Molina presente le sue riflessioni sul recente rapporto di Action Aid. La crisi finanziaria globale è lontano dall'essere finita, lo sostiene, tra gli altri, Christine Lagarde dell'FMI, le disuguaglianze con la crisi si sono acuite, e sono soprattutto le donne dei paesi poveri a pagare. Quanto? Ben 9 trilioni l'anno, secondo le stime del rapporto infatti, questo sarebbe il costo per le donne della disuguaglianza salariale e occupazionale.

 

Redattore Sociale
23 01 2015

La Corte d'appello di Brescia ha confermato la sentenza di primo grado. Secondo i giudici "l'avvocato ha manifestato una politica di assunzione discriminatoria" aggravata dal fatto che è un personaggio famoso

23 gennaio 2015

MILANO - Condanna per discriminazione anche in appello per l'avvocato Carlo Taormina. La Corte d'appello di Brescia ha infatti confermato la condanna che nell'agosto scorso il tribunale di Bergamo aveva inflitto all'ex parlamentare: risarcimento di 10mila euro ad un'associazione che tutela i diritti delle persone omosessuali e pubblicazione sul Corriere della Sera della sentenza. Nell'ottobre del 2013, durante la trasmissione La Zanzare di Radio 24, alla domanda del conduttore Giuseppe Cruciani se avrebbe mai assunto un omosessuale nel suo studio, l'avvocato Taormina aveva risposto "sicuramente no", precisando anche che "nel mio studio faccio una cernita adeguata in modo che questo non accada". Anche nel caso si fosse presentato nel suo studio un laureato a Yale, per Taormina non avrebbe potuto lavorare nel suo studio: “perché lo devo prendere, faccia l’avvocato se è così bravo e così, diciamo, così capace di fare l’avvocato si apra un bello studio per conto suo e si fa la professione dove meglio crede", ha detto durante la trasmissione. L'associazione "Avvocatura per i diritti Lgbti", rappresentata dagli avvocati Caterina Caput e Alberto Guariso, aveva denunciato per discriminazione Taormina e in primo grado aveva vinto. Ora la conferma della condanna in appello.

Secondo la Corte d'Appello di Brescia, l'avvocato Taormina "ha quindi manifestato, pubblicamente, una politica di assunzione discriminatoria" e "si tratta quindi di espressioni idonee a dissuadere gli appartenenti a detta categoria di soggetti dal presentare le proprie candidature allo studio professionale dell’appellante e quindi certamente ad ostacolarne l’accesso al lavoro ovvero a renderlo maggiormente difficoltoso". Il fatto poi che Taormina sia famoso è un'aggravante: "Questo non può che attribuire maggiore risonanza alle sue dichiarazioni, e quindi, parallelamente, maggiore dissuasività".

Taormina nel ricorso in appello ha sostenuto che durante la trasmissione aveva solo espresso un'opinione e che la libertà di espressione è sancito dalla Costituzione. Per i giudici di Brescia, "è pure vero che l’art.21 della Costituzione garantisce la libertà di manifestare il proprio pensiero con qualsiasi mezzo di diffusione, ma è altrettanto vero che questa libertà incontra i limiti degli altri principi e diritti che godono di garanzia e tutela costituzionale. E’ fin troppo noto che il concetto di limite è insito al concetto di diritto, nel senso che per coesistere nell’ordinanza convivenza civile, le varie sfere e situazioni giuridiche devono essere limitate reciprocamente. È quindi evidente che la libertà di manifestazione del pensiero non può spingersi sino a violare altri principi costituzionalmente tutelati". (dp)

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