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Dissociarsi per forza: se anche la scuola discrimina

  • Lunedì, 12 Gennaio 2015 10:09 ,
  • Pubblicato in Flash news

Frontiere News
11 01 2015

La lettera di un'insegnante sulla circolare della Regione Veneto che richiede alle famiglie musulmane di dissociarsi dai fatti di Parigi

di Giuseppina Fioretti

Mi sono convertita all’Islam nel 1987 ma non ho mai sbandierato a nessuno la mia fede religiosa, (non è la fede a definirci ma ciò che facciamo, e molti valori di questa umanità che sta scomparendo sono trasversali a molte religioni).

Prima di Natale il Patriarca Francesco ha presenziato ad una veglia di preghiera per i cristiani perseguitati in Medio Oriente nel Duomo di San Lorenzo a Mestre. Insieme ad altri musulmani siamo entrati in chiesa accettando l’invito alla preghiera. La prima persona (cristiana) che ha letto sull’altare ha iniziato le sue preghiere ricordando i musulmani e gli imam che sono morti per salvare i cristiani dalla barbarie dell’Isis.

Ecco perché questa circolare mi lascia perplessa… perché mi aspettavo la discriminazione in ambiente religioso e non nella laicità della scuola.

Qui si parla di cultura di odio. Si tralascia l’aspetto che nei paesi arabo-islamici si combatte contro il terrorismo che in primis minaccia la vita di milioni di musulmani, perché l’Islam non è terrore. In Medio Oriente muoiono milioni di musulmani come conseguenza di guerre “di liberazione” e come conseguenza di organizzazione terroristiche locali. Per non morire molti scappano e arrivano nei nostri paesi e infatti nelle nostre aule ci sono bambini che appartengono a famiglie che da quel terrore sono scappate. Chiedere a loro una condanna mi sembra superfluo, quasi provocatorio. La cultura di odio non appartiene a nessuna religione, perché solo chi è lontano anni luce dal concetto di DIO può commettere atrocità nel suo nome.

Da un punto di vista oggettivo questa circolare mi offende come musulmana, poi come docente.

Nella circolare si legge “…È infatti una esigenza necessaria anche alla luce della presenza dei tanti alunni stranieri nelle nostre scuole e dei loro genitori nelle nostre comunità. Soprattutto a loro dobbiamo rivolgere il messaggio di richiesta di una condanna di questi atti, perché …”.

Una richiesta di condanna dei nostri genitori si presta a molte interpretazioni: “Vi dissociate?, siete d’accordo? condannate?”, parte da un presupposto e cioè che la scuola italiana creda che l’Islam (perché la circolare parla di genitori musulmani) sia una cultura di odio.

Allo stesso modo i musulmani delle nostre scuole dovrebbero chiedere ai docenti cristiani e ai genitori cristiani: ” Vi dissociate dalle benedizioni dei preti impartite agli uomini di Ratko Mladic responsabili del massacro di circa 8000 musulmani nella Bosnia del 1991?”

Non è questa la scuola che si ispira ai valori universali e libertari di cui si legge nella circolare. Questa è una scuola in cui la discriminazione religiosa e culturale parte dall’alto e a chi è laico o ateo, nel rispetto totale delle sue convinzioni, posso confermare che ho trovato più rispetto per i musulmani nel Duomo di San Lorenzo durante la veglia che in questa direttiva.

Accompagno spesso le mie classi in uscita didattica nella sinagoga della città, e spesso i miei alunni musulmani partecipano a questa uscita, come a tutte le progettazioni didattiche attinenti ad eventi come Il Natale ecc. E proprio l’uscita in sinagoga mi permette poi di approfondire lo stretto legame che c’è tra le tre religioni, soprattutto quando in classe ho bambini musulmani ai quali ricordo che i loro nomi in arabo hanno un corrispettivo in ebraico. Ho avuto la fortuna di lavorare con colleghe di religione che mi hanno sempre chiesto un approfondimento e una volta una mamma ebrea di un mio alunno mi confermò che quell’approfondimento sull’Islam a scuola aveva sollecitato suo figlio a interessarsi di più all’ebraismo.

La scuola può fare moltissimo e io continuo a credere nella scuola ma non mi presto a strumentalizzazioni del genere, perché di strumentalizzazione si tratta.

Parlare di Islam a scuola deve avvenire senza collegarsi a questi atti di terrorismo. Un buon aggiornamento della categoria sulla cultura arabo-islamica non sarebbe male. E proporre uscite didattiche in moschea sarebbe un’ulteriore passo in avanti sulla condivisione di valori comuni.

La mia collaborazione in ambiente scolastico con colleghe splendide che si sono spese e si spendono ancora oggi, nonostante i pochi mezzi, nonostante l’aumento della sfiducia della società rispetto alla scuola stessa e nonostante il dilagare del razzismo (con tutte le sue moderne sfaccettature come la xenofobia, l’antisemitismo e l’islamofobia) mi fa ancora ben sperare che quelle stesse colleghe riescano ad aumentare in numero e che a scuola come altrove si riesca ad emarginare la pericolosa tendenza a ribadire vecchi concetti. 

Le persone e la dignità
05 01 2015

Chissà cosa penserà la figlia del presidente turco Erdogan, Sumeyye, dell’ultima sparata sul ruolo delle donne fatta da un rappresentante del governo. Lei, che dal 2010 lavora come consulente per il Partito della Giustizia e dello Sviluppo, ha di certo ambizioni che vanno al di là della maternità. Laureata in Scienze politiche negli Stati Uniti, trent’anni da compiere quest’anno, la ragazza sembra destinata a seguire le orme paterne. Proprio in questi giorni si è scritto di una sua possibile candidatura nelle fila dell’Akp alle prossime elezioni per il rinnovo del Parlamento previste per il 14 giugno.

Eppure, la notte di capodanno, il ministro della Sanità Mehmet Müezzinoglu, visitando un ospedale di Istanbul dove si è registrata la prima nascita del 2015 in Turchia, ha dichiarato senza mezzi termini che le donne devono stare a casa e fare le mamme

“Le madri hanno la carriera della maternità – ha detto - che non può avere nessun altro al mondo. Le madri non devono mettere al centro delle proprie vite nessun altra carriera diversa dalla maternità”.

Forse i dirigenti del partito filoislamico che governa la Turchia dal 2003 dovrebbero chiarirsi le idee. In primis il presidente turco e fondatore dell’Akp Recep Tayyip Erdogan che, alla fine di novembre, aveva fatto infuriare le cittadine del Paese asserendo che “non esiste l’uguaglianza tra uomini e donne” e che “gli uomini e le donne non possono ricoprire le stesse posizioni. Questo è contro natura perché sono diversi per indole e costituzione fisica”.

Già in passato Papa Tayyip si era attirato gli strali delle cittadine quando le aveva invitate a fare almeno tre figli. E il ministro della Salute, in questi giorni, non ha fatto che ribadire quei concetti.

“Ogni anno in Turchia nascono 1.150.00 bambini – ha detto -. Questa è una grande ricchezza per il nostro Paese”.
Il timore che si vogliano intaccare i diritti acquisiti dalle cittadine turche nel Paese fondato da Ataturk è più che fondato. Negli ultimi anni in Turchia le donne, secondo la denuncia di varie associazioni, sono sempre meno tutelate. Per loro scuola e lavoro sono in caduta libera: solo il 28% ha un impiego remunerato (gli uomini sono il 69%) e solo il 27% ha un diploma contro il 36% dei maschi. D’altra parte per il ministro Müezzinoglu l’istruzione delle donne non è così importante.

“Mia nonna – ha detto al quotidiano Zaman – non sapeva né leggere né scrivere. Ma non avrei mai potuto imparare dai professori quello che lei mi ha insegnato. Nessun diploma mi ha dato gli insegnamenti che mi ha dato lei”.
A questo si aggiungano gli attacchi alla contraccezione, considerata uno strumento che limita la crescita demografica del Paese, e persino ai tagli cesari.

“Ogni madre è creata per dare al mondo un figlio in modo naturale – ha detto il ministro -. La medicina va limitata alle situazioni straordinarie. Ci aspettiamo che i dottori facciano del loro meglio in tal senso”.

Una visione sul ruolo della donna nella società che non trova d’accordo molte turche. Tra queste la scrittrice Elif Safak ha criticato duramente le parole del ministro su Twitter: ”La maternità non è una carriera. Le turche devono decidere il proprio percorso di vita (non gli uomini politici dall’alto)”. A questo punto sarebbe lecito aspettarsi una parola dalle donne che militano nelle fila dell’Akp. Sumeyye esci allo scoperto e dicci come la penso.

 

Tutti i giorni a lavoro ma non prendono lo stipendio da 5 anni

  • Mercoledì, 31 Dicembre 2014 15:10 ,
  • Pubblicato in Flash news

La Stampa
31 12 2014

Il premier Renzi in nome del “welfare” ha coniato la parola d’ordine per il 2015: “ritmo”. In Sicilia, a Castellammare del Golfo, dove non si dice “welfare”, ma ancora “lavoro”, ci sono sette donne particolarmente arrabbiate. Il loro sogno: lo “stipendio”

La guerra di tutti i giorni. Maternità e lavoro in Italia

  • Mercoledì, 31 Dicembre 2014 12:53 ,
  • Pubblicato in INGENERE

Ingenere.it
31 12 2014

Non è vero che di mamma ce n’è una sola, almeno se si parla delle mamme in lotta: con il mercato del lavoro, con i servizi e l’organizzazione che mancano, con il welfare praticamente inesistente, specie in certe zone del paese. Sono tante le Guerriere, titolo di un volume edito da Chiarelettere, a firma della giornalista Elisabetta Ambrosi. Sono di tanti tipi diversi quanti sono i contratti e le situazioni spiacevoli che l’attuale mercato del lavoro riesce a creare per le mamme, come emerge nelle tante storie riunite nel libro, raccolta di voci e testimonianze, quasi racconto corale di quali e quante campali battaglie comporti, in Italia, lavorare e essere madri. Ne parliamo con l’autrice

- Delle tante storie che hai raccolto, quale ti sembra la più emblematica della guerra tra maternità, lavoro e ‘sabotatori' vari?

Quella di Maria, cui dopo la gravidanza non hanno rinnovato il contratto e che, pur in cerca di lavoro, si vede rifiutare un posto al nido per il bambino perché disoccupate, casalinghe e in cerca di lavoro sono messe sulle stesso piano dal suo comune di residenza. Come se una che cerca lavoro potesse tenere il bimbo tutto il giorno! E come se il nido non fosse uno strumento formidabile per i bambini, invece di un posto dove tenerli e basta.

- Perché un paragrafo è intitolato "dimmi che contratto hai e ti dirò che gravidanza avrai"?

Perché oggi le donne pianificano i figli in base ai contratti. Perché le lavoratrici dipendenti, che pure hanno problemi enormi di conciliazione di tempi e cura, statisticamente oggi fanno più figli, mentre le lavoratrici autonome ricevono rimborsi ridicoli per i mesi di gravidanza. E ci sono donne che addirittura cercando di pianificare una gravidanza in modo che non coincida con la fine del contratto.

- Come se non bastasse la disparità determinata dai contratti e dalle condizioni lavorative, c'è anche una cospicua differenza territoriale: dimmi in che città vivi…

Questo dato ormai è tanto incontrovertibile quanto assurdo. Il federalismo all'italiana si è tradotto in una giungla di diversità tra regione e regione, città e città, per cui è diversissimo, in termini di qualità della vita, essere madri a Bolzano o a Napoli. Bisognerebbe forse tornare indietro, perché se un diritto è un diritto, dovrebbe essere tale su tutto il territorio nazionale, no?

- Quali nuove strategie di sopravvivenza hai registrato nelle tue indagini?

Le donne, e mamme, italiane sono vitali, creative, resistenti e abbastanza allegre, nonostante la condizione femminile in Italia non sia bella, tra stereotipi che resistono, lavoro frammentato, stipendi impari e servizi assenti. La principale strategia è, ovviamente, ricorrere al welfare familiare, cioè all'aiuto di nonni e suoceri. Non sempre è facile, comunque ci vuole umiltà e molta capacità di comunicazione e di relazione, nelle quali le donne eccellono. Poi c'è anche la capacità di organizzarsi tra madri, ad esempio a scuola, magari alternandosi nel prendere i figli a scuola. Gli esperimenti più nuovi e creativi sono quelli che riguardano il cohousing, famiglie che ristrutturano una casa grande e vivono insieme, o forme di welfare inter-familiare e gruppi di autoaiuto materiale che cominciano a diffondersi sempre di più.

- Si può sopravvivere senza nonni a portata di mano o e una specie di utopia?

Beh, dal mio punto di vista di mamma fortunata, è dura, a meno che non si abbia davvero una grande disponibilità di risorse, perché sempre di più i servizi si comprano sul mercato privato, e costano molto, visto che le deduzioni - ad esempio per asili e baby sitter - sono ridicole. L'alternativa spesso è che la mamma lascia il lavoro o non lavora, per dedicarsi totalmente ai bambini. Ma questo, anche se soggettivamente può portare una relativa serenità, è un impoverimento sociale complessivo.

- Il bebè è un salasso, e nei gracili bilanci di coppie con lavori sempre più precari e mal pagati il figlio non ci sta materialmente. Tant'è che la statistica ha registrato un crollo delle nascite acutizzato dalla crisi. Come si barcamenano invece quelli che il bambino lo fanno nonostante il maggiore rischio di povertà?

Direi che il principale mezzo per difendersi dalla povertà oggi è…non fare figli! La paura di non farcela materialmente spinge tantissimi uomini e donne a restare senza. Anche da questo punto di vista, quando il figlio c'è, le strategie sono molte - vestiti usati, frutta e verdura comprata all'ingrosso, utilizzo condiviso della macchina e tante altre cose ancora - ma il problema non sono solo le difficoltà materiali, ma soprattutto l'orizzonte, la prospettiva, che non è una prospettiva di fiducia e di speranza. Il lessico della crisi, fatto di tagli e tagli, spending review, risorse che mancano, fa peggio di cento euro in più al mese.

- Dunque per fare un figlio oggi ci vuole una buona dose di coraggio, mischiato forse a incoscienza. Si più passare dal diffuso “ma chi me lo fa fare”, al “ce la posso fare”? E come?

Facendo prevalere il sentimento e il desiderio sulla ragione e sull'analisi razionale della situazione. Il problema è sempre questo, trovare un compromesso tra principio del piacere, fare un figlio, e principio di realtà. Molti dicono che per fare un figlio basta volerlo, ma solo in parte è vero. Riconoscere le difficoltà reali aiuta uomini e donne anche a non sentirsi colpevoli e sbagliati. Diciamo che la fase del "ce la posso fare" si sposta sempre più avanti, alla soglia dei quarant’anni quasi, ma alla fine fare figli sempre più tardi produce un boomerang. Basti pensare spesso ai nonni, che sono molto vecchi, e quindi non solo non possono aiutare ma magari hanno loro stessi bisogno di aiuto.

Non è solo una questione di sussidi materiali, di soldi, ma di percezione della vicinanza o lontananza delle istituzioni, anche quelle più vicine. Insomma spesso basterebbero cose come un parco curato sotto casa per aiutare le famiglie. Un altro esempio è il car sharing. Nella mia città, Roma, ce n'era uno del comune, mal funzionante e poco pubblicizzato. Sono arrivate due aziende private che in pochi mesi hanno fatto più per le famiglie, guadagnando, di quanto non abbiano fatto tutti gli assessori alla mobilità. Un po' grottesco, no?

Il Corriere della Sera
30 12 2014

Si è guadagnato il titolo di sindaco più crudele di Francia dopo aver fatto installare gabbie metalliche intorno alle panchine per impedire ai senzatetto di dormirci sopra durante le notti delle festività. Un’autentica bufera si è scatenata contro Xavier Bonnefont, sindaco trentaquattrenne di Angoulême, comune francese di circa 40.000 abitanti nella regione di Poitou-Charentes. Una parte dei concittadini del sindaco dell’UMP ha severamente criticato l’iniziativa definendola «abominevole» e «disgustosa», altri invece l’hanno apprezzata giudicandola una buona mossa per garantire l’ordine pubblico.

Il sindaco avrebbe deciso di installare le famigerate gabbie per evitare che i clochard della città «sonnecchino ubriachi sulle panchine» e che scatenino risse tra loro: «Le panchine sono utilizzate quasi esclusivamente da persone che consumano alcol in maniera regolare - ha spiegato il vicesindaco Joel Guitton al quotidiano Ouest-France - La decisione è stata presa in concerto con i commercianti locali che si erano lamentati con le autorità per il comportamento minaccioso dei clochard ubriachi». Altri cittadini, sostenitori del sindaco, hanno confermato che Champ de Mars, la piazza dove sono state installate le gabbie, era diventata da tempo teatro di scontro quotidiano tra i senza tetto di Angoulême .

Critiche dalla blogosfera: «Questa non è la Francia».

La mossa, tuttavia, non è piaciuta né alla maggioranza dei cittadini di Angoulême né alla blogosfera: «Che vergogna, questo non è la Francia» ha sbottato Guillaume Garot, un ex deputato socialista e avversario politico del sindaco Bonnefont. Ancora più duri e sarcastici sono i commenti su Twitter: «L’anno prossimo - cinguetta un utente - consiglio al sindaco di elettrificare le gabbie». Alexandre Chemetoff, l’architetto che ha progettato la piazza, intervistato dal quotidiano di sinistra Libération, ha definito l’iniziativa «scandalosa e inadeguata» e ha affermato che le gabbie sono la prova del fallimento politico del sindaco.

Da Bergamo a Verona, i precedenti

Sulla scia delle enormi critiche che hanno investito la città, il sindaco ha deciso di fare una parziale marcia indietro e ha accettato di togliere temporaneamente le gabbie il giorno di Santo Stefano, assicurando però che torneranno presto. La mossa del primo cittadino francese non è la prima iniziativa adottata per rendere la vita ancora più difficile ai senzatetto. Nel giugno scorso fecero molto scalpore sul web alcune foto che immortalavano «i chiodi anti-barboni», dissuasori sistemati all’entrata di una residenza privata nel quartiere Southwark Bridge Road di Londra. Ad aprile invece, a Bergamo, imitando un’iniziativa presa qualche anno prima dal comune di Verona, furono sperimentate le panchine anti-clochard: sulle panche erano stati installati braccioli per impedire ai senzatetto di dormire.

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