Espulsi dal Best House Rom, senza risposta

Diffidenza nei confronti dei RomAvevano denunciato pubblicamente le condizioni di vita precarie all'interno del centro di accoglienza Best House Rom. Per tutta risposta, il 21 novembre, sono stati espulsi dalla struttura, in virtù di un provvedimento illegittimo firmato dal Dipartimento Politiche Sociali del Comune di Roma, e rischiano ora di trascorrere l'ennesima notte all'addiaccio, con le temperature gelide che hanno ormai raggiunto la Capitale. È questo il destino che si profila per 28 rom, tra cui 22 minori, un neonato e un uomo affetto da polmonite.
Associazione 21 Luglio, Il Manifesto ...

La battaglia per gli invisibili

Puntualmente, ogni fine dicembre, i riflettori mediatici si accendono sui poveri [...] Scarti della società del benessere. Bocce perse. Per qualche giorno diventano i protagonisti delle cronache cittadine, immortalati sotto i ponti coi guanti bucati e le scarpe rotte, negli angoli deserti delle stazioni, poi troppo spesso ci si dimentica di loro...
Eraldo Affinati, Il Corriere Della Sera ...

Le persone  e la dignità
16 12 2014

Per entrare in polizia le donne devono dimostrare una condotta morale irreprensibile e vengono sottoposte a un test che ne attesti la verginità. E’ la denuncia di Human Rights Watch che ha intervistato alcune agenti o aspiranti tali in sei diverse città. Il test non è necessariamente dirimente ai fini dell’ammissione nel corpo di polizia ma tutte le donne hanno descritto la visita in termini dolorosi e tramautici.

“Mi sono sentita a disagio – ha raccontato Sri Rumiati, colonello e psicologa-, è stata una violazione, un’umiliazione che agli uomini non viene imposta. Era il 1984 e ancora non mi è passato di mente. E poi a che serve? La moralità di un individuo non si desume di certo dalla sua verginità”.

E’ dal 1965 che le aspiranti poliziotte vengono sottoposte al test ma nelle scorse settimane la polemica si è riaccesa dopo che l’organizzazione umanitaria ha pubblicato un rapporto e un video sulla vicenda.

“La polizia indonesiana – ha detto Nisha Varia, direttore associato dei diritti delle donne a Human Rights Watch – usa una pratica discriminatoria che danneggia e umilia le donne. Jakarta deve abolire immediatamente il test e controllare che non sia più usato in nessuna parte del Paese.”
Non c’è dubbio che il test sia ancora in vigore, nonostante la direzione della polizia abbia tentato di negare. Due delle intervistate vi sono state sottoposte quest’anno e anche sul sito se ne parla come di uno dei requisiti per l’entrata nel corpo

“Non sappiamo quanto sia diffuso il test a livello nazionale – ha detto Andreas Harsono, ricercatore per Human Rights Watch in Indonesia – ma ci sono molti casi ed è discriminatorio. La giustificazione è: non vogliamo prostitute nella polizia ”

L’Indonesia è un Paese molto conservatore e profondamente musulmano. Le donne sono incoraggiate a rimanere a casa per occuparsi dei figli.

“Il test è associato a pregiudizi sulla moralità delle donne – ha dichiarato in un comunicato la Commissione Nazionale sulla violenza contro le donne, che è dello Stato ma è indipendente – . Non c’è nessun beneficio medico nel determinare la verginità di una persona. Gli uomini non vi vengono sottoposti perché non sono considerati un simbolo di purezza come le donne. In verità non gli vengono nemmeno chieste informazioni sulla loro condotta sessuale”.

Lo scorso anno il capo dell’ufficio dell’educazione nella provincia di Sumatra Sud aveva suggerito di sottoporre al test della verginità le ragazze della scuola secondaria per abbassare la prostituzione giovanile e scoraggiare la promiscuità ma l’idea fu bocciata sull’onda dell’indignazione nazionale.

Pride, quando gay e lesbiche sfidarono la Thatcher

  • Mercoledì, 10 Dicembre 2014 14:27 ,
  • Pubblicato in Flash news

Pagina99
10 12 2014

Trent'anni fa lo sciopero dei minatori britannici contro il piano di chiusura delle miniere della Lady di ferro. Una delle battaglie sindacali più dure del dopoguerra. A sostenerli c'era anche il movimento per i diritti omosessuali. "Pride", l'ultimo film di Matthew Warchus, racconta la vicenda del gruppo di attivisti gay che scelse di mobilitarsi per i minatori. E dell'incontro tra mondi diversi.

È il film di Natale, come La vita è meravigliosa di Frank Capra, anche se gli angeli sono un po' minatori e un po' gay. C'era una volta il governo Thatcher che nel 1984 ordinò la chiusura di 20 pozzi nello Yorkshire, primi di una lunga serie, e sollevò una mobilitazione internazionale, scontri violenti con polizia ed esercito, perdita di migliaia di posti di lavoro, 51 settimane di sciopero, due morti, 10 mila procedimenti giudiziari e il magico incontro tra due comunità agli antipodi. Qualcosa di travolgente, che il regista Matthew Warchus, 48enne drammaturgo britannico al suo secondo film, intesse in una polifonia di generi, dalla commedia, al musical al dramma, e che ha mandato in delirio il pubblico della Quinzaine des realisateurs a Cannes.

Eletto “miglior film indipendente britannico 2014”, Pride (distribuito dalla Teodora) torna sugli scenari di Billy Elliot (2000), storia di un teenager aspirante ballerino, padre minatore disoccupato e atterrito all'idea di un figlio gay, stessa epoca dei Lesbian and Gays Support the Miners, spericolata associazione nata dell'idea di una lotta comune tra indesiderati. Difficile raccogliere fondi per la Gay Parade dell'84 e per i minatori in lotta del Delais, paesino minerario a sud del Galles? Mark Ashton (Ben Schnetzer), giovane attivista, non si dà per vinto e sfida il governo conservatore che ha spazzato via le politiche sociali del laburista Clement Attle: nazionalizzate le maggiori industrie del paese - banca d'Inghilterra, elettricità, gas, ferrovie - reso pubblico il sistema sanitario, avviato un piano di edilizia popolare. Sconfiggere i minatori, che avevano imposto sistemi di sicurezza e contratti di lavoro decenti, equivaleva a sconfiggere la classe operaia tutta, come ci racconta Ken Loach in The Spirit of '45 (documentario, 2013).

Pride, il suo sequel ideale, ha la forza lisergica di Absolute Beginners di Julian Temple, anno '86, a ridosso dello sciopero. E l'onda lunga della Swinging London invade lo schermo dietro la frenesia del gruppo di militanti che decidono di appoggiare la lotta dei minatori, i rudi e diffidenti lavoratori del Galles, mentre preparano la Gay Parade di Londra. Spuntano i secchielli per raccogliere sterline, manifesti, striscioni, la banda si mobilita e cerca invano di contattare il sindacato, il Num (Unione Nazionale dei minatori) di Arthur Scargill, che, imbarazzato, non risponde. Vanno bene le donne, i giovani e i neri, ma gli omosessuali no. La battaglia dei minatori sarà persa nell'85 con la votazione 98 a 91 per la ripresa del lavoro, il sindacato ne uscirà a pezzi.

Matthew Warchus scarta l'estetica queer e mette in campo assoluti dilettanti del gender, chi più effeminato chi più macho come Dominc West (Il detective di The Wire, serie Hbo) che si esibisce in una performance danzante da smuovere le facce di pietra dei minatori, scorbutici all'inizio di fronte al pulmino scassato con a bordo i militanti del terzo sesso, bersaglio di insulti, provocazioni e botte lungo le strade londinesi. I soldi però arrivano, i secchielli sono pieni. E pian piano il ghiaccio si scioglie, i nuovi venuti insegnano la joie de vivre e un movimento politico-sensuale più devastante dei picchetti, che scatena energia, speranza e curiosità. L'operaio troverà nell'alleanza con il gay il vero punto in comune, l'indisponibilità a darsi come oggetto di proprietà, macchina da lavoro a disposizione del ciclo produttivo.

Tutto nella forma andante con brio della chiassosa band che invade gli austeri locali di Delais, monasteri per machi bevitori e mogli timorose. “Ho saputo una cosa tremenda su di voi - chiede cauta un'anziana signora a una coppia di lesbiche che si aspetta il peggio - è vero che siete tutte vegetariane?”. La comicità dirompe e il film corale si inerpica tra giovani attori e veterani come Bill Nighy (il “cattivo” di I pirati dei Caraibi) e Imelda Staunton (Coppa Volpi '2004 per Il segreto di Vera Drake), montaggio convulso di Melanie Oliver. Ma la festa sarà rovinata da una beghina del comitato dei minatori, che mai ha digerito la presenza dei colorati supporter e che scatena la stampa di destra. “Pervertiti”, titolo di prima pagina. I minatori arretrano, ma un concerto di beneficenza dal successo clamoroso organizzato dai Lesbian and Gays support the Miners riapre i giochi. Sarà un referendum pro e contro truccato a spezzare infine l'idillio.

A volte, però, la storia, riserva un happy end, e Pride ne approfitta con colpo di teatro folgorante, quando alla parata dell'85 sui prati londinesi, intristiti dall'ostilità diffusa e dalla polizia schierata, i minatori gallesi arriveranno in massa, solidali con i “fuori norma”, una lunga teoria di pullman scarica centinaia di eterosessuali esultanti, pronti alla battaglia danzante. Finale alla Grease. Eppure, recitano i titoli di coda “fatti e personaggi sono realmente esistiti”. La Thatcher avrà pure vinto, ma sul fronte civile sarà un trionfo, le Unions inglesi accetteranno per la prima volta di includere nel loro statuto i diritti dei gay su pressione dei minatori.

- See more at: http://www.pagina99.it/news/cultura/7690/Quando-gay-e-lesbiche-sfidarono-la-Thatcher-cinema.html#sthash.CKdRRUMZ.dpuf

L'arte delle donne

Corriere della Sera
09 12 2014

Le donne, l’arte. In principio erano autrici solitarie, clandestine, relegate in una condizione di marginalità e destinate a essere dimenticate. Negli ultimi anni, le artiste contemporanee sono considerate tra le voci più significative dell’arte del nostro tempo. A premiarle, le fiere e le rassegne internazionali in occasione delle quali la loro produzione gode di una crescente centralità. E nei musei? L’arte al femminile non ha ancora trovato adeguata collocazione rimanendo nella storica subalternità rispetto a quella firmata dai colleghi uomini.

Sono i numeri a dirlo. Nessuna grande istituzione ha provato a pareggiare i conti. Non esistono strategie specifiche indirizzate all’incremento percentuale delle opere realizzate dalle donne. E, anche quando si investe in modo considerevole per ampliare la collezione nel suo complesso, l’impegno economico a favore del versante maschile appare comunque più che doppio. Con la conseguenza che l’equilibrio tra i sessi risulta invariato e lo scenario non cambia.

Nemmeno nella scelta delle artiste esistono aperture inattese. Presenti nelle esposizioni permanenti in maniera consistente sono sempre le stesse: Louise Bourgeois, Barbara Hepworth, Doris Salcedo, Cindy Sherman e poche altre. Ognuna rappresentata da una limitata selezione di opere, se valutata in rapporto a quella riservata agli uomini. Sono figure entrate a far parte della storia dell’arte, certo. Insufficienti da sole, però, a raccontare l’eterogeneo contributo femminile alle arti visive.
Al di là di alcune cautele legate a questioni di genere occorre, forse, interrogarsi sull’esistenza di un più ampio continente dell’arte. Sull’importanza di indagare gli episodi che sembrano trasgredire la storia fatta dai soli artisti uomini. Un territorio incomprensibile finché nei musei italiani come nella collezione d’arte contemporanea più visitata al mondo (quella della Tate di Londra), lo spazio riservato all’altra metà dell’arte continuerà a essere ancora molto meno della metà.


Di seguito vengono pubblicati i primi risultati di una più ampia ricerca, condotta dal Dipartimento in Arti e media dell’Università Iulm di Milano, volta a delineare una mappa della presenza dell’arte femminile nelle collezioni contemporanee internazionali e italiane.

Definiti l’orizzonte in cui muoversi, il periodo di interesse e il tipo di materiale da prendere in esame, il primo step si è concentrato sull’analisi quantitativa dei dati provenienti da questionari sottoposti ai musei. Riferimento internazionale di questa fase è la Tate di Londra, il museo con la collezione d’arte contemporanea più visitata al mondo. In Italia, l’indagine si è soffermata sui principali musei con un totale o significativo orientamento verso il contemporaneo: il MAXXI di Roma, gestito da una Fondazione istituita dal Ministero per i Beni e le Attività Culturali, il Mart di Rovereto, istituzione che prova a coniugare arte moderna e contemporanea, e il Castello di Rivoli, il primo museo in Italia interamente dedicato al contemporaneo.

Considerando, per esigenze di uniformità, “contemporanei” gli artisti attivi dagli anni cinquanta, è stata registrata la composizione della collezione permanente al 2014 e verificato l’andamento delle acquisizioni in cinque anni, a partire dal 2009. In questo arco di tempo, si è provato a restituire il peso della presenza delle artiste contemporanee nelle rispettive collezioni, misurare eventuali variazioni nelle acquisizioni delle loro opere a fronte dei relativi dati sulle opere di artisti uomini e in rapporto alle acquisizioni totali effettuate da ogni museo.


La presenza degli artisti (86%) e delle artiste (14%) nella collezione contemporanea della Tate al 2014 è di gran lunga a favore degli uomini e in linea con quello relativo al numero di opere (rispettivamente 96% e 4%); con una lieve differenza a vantaggio degli uomini a cui corrispondono più opere acquisite per un ogni artista.

Dall’analisi dell’andamento delle acquisizioni negli ultimi sei anni, si evince una crescita dell’investimento complessivo sulla collezione. Ma se, nell’arco degli anni presi in considerazione, nella colonna riferita agli uomini le cifre aumentano in maniera significativa (da 144 opere a 743), in quella delle donne semplicemente raddoppiano o poco più (da 71 a 155) approfittando di un trend positivo misurato sulla collezione nel suo complesso. Interessante è che prima della stagione presa come riferimento iniziale, 2008-2009, la presenza delle artiste nella collezione contemporanea era pressoché inesistente: il 95% delle loro opere attualmente in mostra alla Tate è stata acquisita proprio a partire da questa data.


In Italia, per il MAXXI, dove al 2014 il rapporto tra la presenza di artisti e artiste e delle rispettive opere è di 73% a 27%, le acquisizioni maggiori sono avvenute in occasione della fondazione del museo. In seguito, indipendentemente da indirizzi di genere, non si rilevano importanti investimenti sulla collezione.

Anche al Mart, che ha la particolarità di essere sede di un ricco archivio ed è deposito e collettore di prestigiose collezioni private, le percentuali per artisti e opere nella collezione al 2014 (rispettivamente 88% contro 12% e 83% contro 17%) premiano l’arte al maschile. Una forte crescita delle acquisizioni dal 2009 al 2012 punta quasi esclusivamente sulla produzione creativa degli uomini, fatta eccezione per il 2010 in cui si registrano cifre elevate anche per le donne. Tra il 2013 e il 2014, la campagna acquisizioni appare in netto calo anche se, nel 2014, a fronte di questa decrescita generale l’investimento sull’arte al femminile registra un incremento positivo rispetto ai dati precedenti e anche in relazione con quelli maschili dello stesso anno.

La presenza di artisti e opere nella collezione permanente del Castello di Rivoli al 2014 assegna una percentuale del 67% agli uomini e il 33% alle donne. Il museo, fondato nel 1984, presenta un andamento fluttuante nell’ultimo periodo con una campagna di acquisizioni molto ridotta negli anni esaminati.

In conclusione, tra i casi presi in considerazione, non è rintracciabile una strategia che regoli le acquisizioni di opere eseguite da artiste. Tra il 2009 e il 2014, l’andamento delle acquisizioni di opere di artiste non registra un incremento significativo e il numero di acquisizioni di opere da loro eseguite è sempre ampiamente inferiore a quello di opere eseguite da artisti. Con la conseguenza immediata che nella collezione permanente dei musei esaminati, il numero di opere eseguite da artiste è sempre di gran lunga inferiore a quello di opere eseguite da artisti.

Le prossime fasi della ricerca prevedono un considerevole ampliamento dei casi studio che arricchisca i dati a livello italiano e si concentri, in particolare, sul panorama internazionale. Esame e analisi comparativa dei materiali raccolti restituiranno un più esaustivo quadro della presenza dell’arte al femminile nelle collezioni d’arte contemporanea più visitate al mondo.

L’arte delle donne – Le artiste nelle collezioni museali contemporanee è un progetto nato nell’ambito del Dipartimento in Arti e Media dell’Università IULM di Milano e coordinato da Vincenzo Trione, direttore del Dipartimento e vicepreside della Facoltà di Arti, turismo e mercati-IULM.

La ricerca è curata da Anna Luigia De Simone, ricercatore in storia dell’arte contemporanea presso la Facoltà di Arti, turismo e mercati -IULM con la collaborazione di Lucrezia Di Donfrancesco, Giulia Gregnanin e Anna Zuliani, studentesse del Corso di Laurea Magistrale in Arti, patrimoni e mercati.

facebook