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L’insospettabile violenza del parto (istituzionale)

  • Martedì, 02 Dicembre 2014 10:49 ,
  • Pubblicato in Flash news

Articolo21
02 12 2014

di Luisa Betti

Quante donne partoriscono senza sapere a cosa effettivamente vanno incontro e quante fanno una scelta precisa quando decidono dove affrontare un momento così importante della propria vita? In Italia sono pochissime, una percentuale quasi irrisoria, perché in fondo fare figli è una cosa che succede al di là del come e tutte le donne che hanno partorito nell’arco della storia dell’umanità sono lì a dimostrare che quello che è importante non è scegliere di partorire in un modo o in un altro ma il risultato: mettere al mondo figli. Malgrado si debba indubbiamente riconoscere il progresso per ciò che riguarda la salvaguardia della salute della donne – almeno in un parte del mondo – quello che oggi ci sorprende se riflettiamo sul momento del parto, è quanto la donna sia messa davvero in condizione di scegliere in maniera consapevole, autodeterminando questo momento e come l’istituzione, cioè un ospedale, salvaguardi o meno questa possibilità. In realtà il parto in un ospedale italiano, anche se si impegna a salvaguardare la salute della donna e del bambino, non si pone in nessun modo questo quesito e dà per scontato che per salvaguardare la vita delle donne e dei bambini, basta mettere una donna su un letto con un travaglio anche di 10 ore con un monitor attaccato alla pancia per vedere che fa il nascituro. I racconti di un parto sono spesso allucinanti: dolori indescrivibili che durano per un tempo infinito (anche venti ore) con l’impossibilità di muoversi e che in maniera inequivocabile somiglia più a una tortura che a un atto “naturale” per mettere al mondo qualcuno. Ma si potrebbe fare diversamente? Ce lo hanno spiegato sabato scorso a Roma, alla Casa internazionale delle donne, chi di questo si occupa a tempo pieno. E un’idea di cosa significhi la violenza del parto istituzionale che l’ha data in maniera esaustiva – in un’intervista su NoiDonne (“Partorire senza violenza. I diritti delle donne si fermano sulla soglia dell’ospedale”) – la stessa Gabriella Pacini, ostetrica e presidente di Freedom For Birth Rome Action Group, coordinatrice dell’evento alla Casa internazionale.

Sono ostetrica dal 1997 e quando ho iniziato ad assistere i parti, nel grande policlinico romano dove studiavo, appena una donna arrivava in travaglio le facevamo subito la depilazione e il clistere, non le permettevamo di avere nessuno accanto durante il travaglio e il parto, non le permettevamo di alzarsi e muoversi liberamente o scegliere una posizione per il parto – magari accovacciata, per aiutarsi con la forza di gravità – ma la costringevamo a stare sdraiata sulla schiena in una posizione senz’altro più faticosa e dolorosa per lei. Non le lasciavamo neanche bere un po’ d’acqua, ma le mettevamo una flebo per idratarla. Non poteva andare al bagno ma portavamo noi una padella. Il più delle volte dilatavamo il collo dell’utero con le dita, una pratica molto dolorosa e anche dannosa. Al parto poi le gambe venivano legate al lettino, all’altezza delle cosce, con delle cinte di cuoio e, con una potente spinta sulla pancia e un ampio taglio alla vagina, tra le urla della madre, la creatura finalmente nasceva. Se invece queste pratiche non funzionavano – e capitava spesso che una donna sottoposta a quel supplizio non riuscisse a partorire – allora si andava di là in sala operatoria e le veniva praticato un taglio cesareo.

A prescindere dal tipo di parto comunque madre e bambina/o venivano immediatamente separati e per i genitori non era possibile vedere il bambino se non ad orari decisi dall’ospedale. Le donne che facevano il taglio cesareo in particolare soffrivano molto di questo, perché nessuno portava loro la creatura e, quasi sempre finiva che vedevano il bambino per la prima volta dopo 3 lunghissimi giorni, semplicemente perché il nido era al piano di sotto e da sole non riuscivano a scendere dopo l’operazione.

Tutte queste pratiche che ho descritto sono molto dolorose e, se praticate di routine senza una precisa indicazione, sono anche dannose per la salute di madre e persona che nasce. Alcune, come legare le gambe, sono diventate molto rare anche se non sono completamente scomparse e oggi le donne possono, in moltissimi ospedali, avere una persona con se durante il travaglio e il parto. Ma tante altre pratiche, come ad esempio la posizione del parto, rottura del sacco amniotico, la separazione dal bambino/a che viene portato al nido immediatamente dopo la nascita, e il taglio alla vagina (episiotomia), sono ancora molto comuni nella maggior parte degli ospedali. Siamo riuscite a vedere riconosciuti molti nostri diritti e la condizione delle donne è molto cambiata negli ultimi 40 anni. Ad esempio il nostro diritto alla contraccezione – con la riforma del diritto di famiglia, dopo i referendum su divorzio e aborto e l’abrogazione degli articoli che prevedevano attenuanti per il “delitto d’onore” – rappresenta una conquista indiscussa. Un altra data importante è 1978, l’anno in cui le donne hanno affermato anche sul piano legislativo il diritto ad interrompere la gravidanza: un fondamentale riconoscimento del diritto alla libertà di scelta e autodeterminazione, di poter scegliere e decidere sul proprio corpo e affrancarsi finalmente dal destino biologico di una maternità non desiderata che ha oppresso generazioni di donne.

Centinaia di migliaia di donne sono morte per aborti clandestini prima di veder riconosciuto questo diritto. Ma ancora oggi la stessa libertà non è riconosciuta nel parto.

Faccio parte dell’associazione Vitadidonna da 12 anni e se una donna vuole abortire posso indicarle un ospedale dove può farlo secondo il suo sentire: se con il metodo chirurgico o farmacologico, se con anestesia locale o generale. Ci sono ancora grandi difficoltà ma posso aiutarla a scegliere. Ma se una donna mi chiede in quale ospedale può partorire scegliendo la posizione del parto e avendo la persona che nasce con sé – due semplici, elementari richieste, che non richiedono nessuna particolare attrezzatura da parte dell’ospedale – purtroppo devo ammettere che non esiste ancora a Roma un solo ospedale in cui possa vedere riconosciuti questi suoi diritti contemporaneamente.

Le spiegherò che gli ospedali non seguono le raccomandazioni dell’Organizzazione Mondiale della Sanità, che raccomandano l’appropriatezza della medicalizzazione e non l’abuso, ma degli obsoleti protocolli interni che non hanno nessuna motivazione medica, e originano da arcaiche pratiche di controllo e disciplinamento del corpo. Le dirò che potrà scegliere la posizione del parto solo se l’ostetrica e in particolare il medico ritengano legittimo questo suo diritto e se, al contrario, pensano che lei debba sottostare a delle prassi e consuetudini (rituali appunto) che non hanno nessuna motivazione medica ma rappresentano un puro esercizio di potere, allora sarà obbligata a salire sul lettino. E che potrà avere il bambino con se solo se la policy dell’ospedale lo considera opportuno, a prescindere dai suoi desideri o condizioni di salute.

In 17 anni che assisto le donne al parto ho imparato alcune cose: ho imparato che sono le donne che partoriscono e non noi che “le facciamo partorire”. Ho imparato che se cerco di capire quali sono i bisogni della donna durante il travaglio e il parto e cerco, quando posso, di assecondarli, il parto è più facile, meno doloroso, e più sicuro per la salute della madre e persona che nasce. Ma ho anche imparato che malgrado nella nostra Costituzione l’art. 32 riconosca alle persone il diritto di scegliere e ribadisca come non si possa obbligare nessuno a un trattamento sanitario questo diritto, di fatto, non è riconosciuto alle donne durante il travaglio e il parto. E che, di fatto, le donne vengono oppresse e intimorite con l’artificioso espediente che vuole il parto sempre potenzialmente pericoloso e che tutto questo viene fatto per il bene del bambino.

E ho imparato che le donne ricevono trattamenti sanitari senza che loro possano dare o rifiutare il consenso (vedi episiotomia) e che, di fatto, passano necessariamente attraverso un percorso obbligato. Infatti durante il travaglio e il parto può diventare molto difficile per una donna far valere il proprio diritto alla scelta e autodeterminazione. Servirebbe un Basaglia anche per le donne nel parto: abbiamo riconosciuto alle persone con problemi mentali il diritto di parlare e decidere della loro salute e ancora non è possibile quando si parla di donne a termine di gravidanza. Con questo evento, che coinvolge solo alcuni operatori sanitari, ma sopratutto altre figure, vogliamo cercare di fare un pò di luce sul perché di questi “rituali”, perché non avendo nessun significato razionale, appunto di rituali si tratta.

Non credo nel bisogno dell’operatore sanitario, medico o ostetrica, di affermare un suo potere possa rappresentare la reale motivazione o possa, da sola, giustificare quanto accade. Proprio per indagare le motivazioni all’origine di questa condizione, all’evento della Casa Internazionale delle Donne, è stato fondamentale coinvolgere bioeticisti, storiche, antropologhe, psicologhe e femministe che possano aiutarci a far luce su quelle che sono le ragioni di questo controllo e abuso, che probabilmente ha radici profonde e riguarda in prima istanza il modello patriarcale da cui proveniamo. Dobbiamo chiederci come viene percepito e normato nella nostra cultura e società ilcorpo della donna per poter comprendere la posizione della donna nel parto. Le donne stanno in sala parto così come vengono considerate nella società.

Ci sarà tra gli altri, relatori anche un antropologa che ci racconterà come in modo molto simile accade la stessa cosa nei parti a casa Bali, da dove è appena tornata. La cosa non mi sorprende affatto: la mistica del “parto naturale” che permetterebbe una maggior espressione della soggettività della donna nelle società a bassa tecnologia non è confermata dagli studi ma al contrario sappiamo che praticamente in tutte le società il parto viene normato e controllato attraverso differenti rituali. Nella nostra società, in questo momento storico, questo ruolo di disciplinamento e controllo è assunto dalla tecnologia e medicalizzazione, che però non rappresenta la causa ma solo lo strumento attraverso il quale noi priviamo le donne del loro potere generativo perché appartiene solo alle donne lo straordinario potere di trasformare un semplice materiale genetico in nuove persone.

Dunque non è tornando alla natura che cambierà qualcosa, ma perderemmo solo i vantaggi che il progresso scientifico ci ha dato. La strada è un altra e per fare chiarezza ci vuole l’aiuto e il contributo di tutte e tutti.

1 dicembre 2014

Discriminazione e pistole

  • Mercoledì, 26 Novembre 2014 14:12 ,
  • Pubblicato in Flash news

Pagina99
26 11 2014

L'America continua ad avere un enorme problema di pregiudizio istituzionale nei confronti dei neri. Dovrebbe affrontare questo e cambiare idea anche sulla cultura delle armi. Oppure rassegnarsi ad assistere in maniera regolare a morti ammazzati, giudizi ingiusti e rivolte nei ghetti.

Sono passati sei anni e qualche giorno dal 4 novembre 2008, sulla Michigan avenue di Chicago, che porta a Grant Park, dove il presidente eletto Barack Obama avrebbe parlato, decine di ragazzi afroamericani con il felpone pesante e i calzoni calati vendevano lattine, acqua e t-shirt con la faccia di Barack rappresentato in ogni foggia. Mai avrebbero pensato di vendere quelle magliette.

Sei anni dopo, persone come loro stanno sparando, dando fuoco, tirando pietre o semplicemente manifestando la loro rabbia nelle strade di Ferguson e in molte altre città americane. Ne hanno motivo: dal 2010 a oggi un Gran Jury ha negato il rinvio a giudizio in 11 casi su 162mila. Uno degli undici casi è quello di Darren Wilson, il poliziotto che ha sparato al disarmato Mike Brown. Aveva motivo di infuriarsi anche il professor Gates, esimio accademico arrestato a Cambridge, Massachussets mentre cercava di aprire la porta di casa rimasta bloccata. Un nero di notte non entra in una casa di lusso se non per rubare.

L’America cambia, nelle città cresce una borghesia nera, asiatica e ispanica e il numero di persone che si sposano con uomini e donne con la pelle diversa dalla loro aumenta a ritmi vertiginosi. E parallelamente l’America non cambia di una virgola. Le statistiche relative alla popolazione afroamericana sono disarmanti. I neri sono più disoccupati, muoiono prima, muoiono più spesso ammazzati, finiscono più in galera e, poi, ci rimangono di più. Il caso di Darren Wilson o quello di George Zimmerman, che uccise Trayvon Martin sono esempi perfetti: se un bianco uccide un nero il giudizio sarà attento e ci vorranno mesi per decidere. Se viceversa, un nero spara a un bianco, questi finirà dietro le sbarre in fretta. Senza prestare troppa attenzione all’equità del procedimento penale.

 

Due giorni fa un altro poliziotto ha ucciso il 12enne Tamir Rice a Cleveland. Il ragazzino portava infilata nei pantaloni la copia di un pistola a cui era stato tolto il tappino rosso che serve a far capire che si tratta di una riproduzione. La tragedia di Rice, oltre a essere un caso di racial profiling, racconta un’altra storia. Quella della gun culture, la cultura delle armi. I bianchi del Texas hanno la loro, quelli dei suburb ne hanno una diversa e, infine, ne hanno una anche gli afroamericani. Nei quartieri abbandonati dove vivono molti di loro circolano troppe armi e le pistole sono oggetto di culto e di vanto. Vengono brandite con orgoglio, proprio come faceva Tamir Rice nei giardinetti in cui è stato ucciso.

Discriminazione istituzionale e cultura delle armi producono tragedie come quelle di Ferguson e Cleveland. Sull’incapacità di regolare la circolazione delle pistole pesano i dollari che le lobby versano nelle casse dei repubblicani. Sulla discriminazione pesa la selezione dei poliziotti, troppo spesso bianchi, e un’antica cultura razzista su cui si è innestato il pregiudizio nuovo secondo cui se sei nero, giovane e baldanzoso, molto probabilmente sei un criminale con una pistola in tasca.


La distanza della popolazione afroamericana del ghetto dalle istituzioni è siderale. La vita di qualche milione di persone è lontana da quella del resto dell’America e viceversa. Per affrontare questioni gigantesche come queste gli Stati Uniti dovrebbero riconoscerle e decidere di agire e investire. Rinnovare quartieri, migliorare le scuole, formare la polizia e chissà che altro. Pensare alla questione razziale che ancora esiste come i tedeschi pensarono all’Est: una questione epocale di cui investire la società tutta. Invece su un tema così scivoloso e difficile gli americani sono tutt'altro che uniti. Sul fronte della discriminazione giudiziaria gli Usa sono come un criceto su una ruota: c’è il morto, il giudizio ingiusto e la violenza. I media mostrano le fiamme del ghetto, e le paure di quei bianchi che amano vedere confermati i loro pregiudizi si rafforzano. Fino al morto successivo.

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Gioca con un'arma finta ucciso da un poliziotto

La caccia al nero in strada ultimo incubo d'America. Ci sono ora altre due candeline nel vento, riparate dentro vasetti di vetro col Sacro Cuore di Gesù, sotto la panchina del parco di Cleveland dove un altro ragazzo nero, colpevole di aver brandito una pistola giocattolo, è stato colpito dalla polizia ed è morto ieri. [...] Ovunque l'essere scuri di pelle e giovani rappresenta una possibile sentenza capitale senza giudice, giuria, appello. E senza reati.
Vittorio Zucconi, La Repubblica ...
Non so se sia giusto parlare di guerre tra poveri, perché non sono necessariamente tutti poveri gli italiani che vivono in queste periferie. Sicuramente sono emarginati, o marginali, quindi non oggetto di particolare considerazione salvo quando servono per soffiare sul fuoco. La dimostrazione è che questi quartieri erano in parte degradati, mal serviti, scomodi e con poche risorse, al di là dell'abitazione, già prima che arrivasse la pressione dell'immigrazione.
Carlo Lania, Il Manifesto ...

Huffingtonpost
17 11 2014

L'indagine della polizia e speriamo un sollecito intervento del Miur (che ieri non ha trovato parole pubbliche di condanna) chiariranno la vicenda del professore accusato di aver insultato uno studente quattordicenne con una frase del tipo: "Essere gay è una brutta malattia e tu lo sai bene vero?" attuando poi, secondo le testimonianze dei compagni di classe, una vera e propria aggressione ai danni del giovane. Le cronache giornalistiche parlano di un adolescente turbolento, con problemi di apprendimento, in verità eterosessuale, tutte ipotesi da prendere con le pinze. Il tema rimane se è perché quel docente abbia davvero fatto scattare un'azione, che se comprovata, dovrebbe portare all'immediato licenziamento.

C'è un clima pesante che si è addensato sulla scuola italiana, forse un po' abbandonata in questi mesi di governo Renzi da un ministro, Stefania Giannini, magari pure mossa da buone intenzioni, ma politicamente debolissima, a capo di un partito ormai inesistente, soggetta alle pressioni delle associazioni cattoliche reazionarie che colgono ogni occasione per mettere in discussione il ruolo costituzionale della scuola pubblica. È di qualche giorno per esempio la pubblicazione su Famiglia Cristiana di un decalogo a cura del Forum delle famiglie che in dodici punti sollecita i genitori cattolici a difendersi dalle scuole che favoriscono la teoria gender (una poetica inventata dalla cultura clericale, di cui nessuno comprende i contorni). La premessa di questa guida chiarisce bene gli intenti: "Prima dell'iscrizione verificate con cura i piani dell'offerta formativa (POF) e gli eventuali progetti educativi (PEI) della scuola, accertandovi che non siano previsti contenuti mutuati dalla teoria del gender. Le parole chiave cui prestare attenzione sono: educazione all'effettività, educazione sessuale, omofobia, superamento degli stereotipi, relazione tra i generi o cose simili, tutti nomi sotto i quali spesso si nasconde l'indottrinamento del gender".

L'attacco è preciso e mira al cuore stesso della funzione educativa del sistema scolastico italiano, come l'altro tentativo della curia milanese di schedare, attraverso un questionario distribuito ai seimila insegnanti di religione della provincia, quali scuole si macchiassero di trattare i temi sopra descritti. Se l'odio si sparge nel luogo della conoscenza, il nostro paese è perduto, perché sempre più gli adolescenti, che siano eterosessuali o omosessuali, magri o obesi, abili o disabili, bianchi o neri, si sentiranno soli. Il bullismo violento dei compagni e quello culturale di troppi insegnanti, potrà prendere il sopravvento, di tutto questo si vuole rendere coresponsabile il cattolicesimo italiano? Le risposte inevase degli adulti alle domande più intime dei ragazzi e delle ragazze, alle loro inquietudini e paure, che a volte sfociano nel ruolo di carnefice o di vittima, di spaccone o di silente e disperato introverso, portano fino alle estreme conseguenze, a patologie sociali e mediche devastanti, in qualche caso al suicidio.

Di tutto questo deve tenere conto il ministro e agire, abbandonando le belle parole o gli imbarazzati silenzi, non spargendo le cortine fumogene dei progetti negli istituti, che sono pochi e in molti casi osteggiati dai dirigenti scolastici, da tanti insegnanti e, appunto ora dai genitori organizzati sotto le bandiere di un certo ipocrita e colpevole moralismo religioso. In ultimo, impressiona il silenzio dei sindacati di categoria, con felici e importanti eccezioni, di cui non si sentono mai pronunciare parole sul bullismo e l'omofobia dilagante. Se il compito di queste organizzazioni è solo quello di difendere le ragioni economiche dei propri iscritti è evidente che interpretano il proprio ruolo in forma neutralistica, avulsa dalla realtà in cui operano. Il neutralismo e l'indifferenza (se non l'ostilità) nell'ambito della formazione delle nuove generazioni sono indice di complicità.

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