La questione è la violenza contro i rom, non il parabrezza

Internazionale
11 11 2014

In un calmo weekend autunnale in cui il massimo del dibattito politico è la non-notizia del futuro avvicendamento al Quirinale, il leader della Lega incassa il massimo risultato con il minimo sforzo: la foto del vetro della sua macchina sfondato campeggia in homepage ovunque. L’aggressore si è trasformato in vittima in un’oretta scarsa.

La sua provocazione è talmente infantile, rudimentale e meschina che non viene nemmeno da commentarla. Sono mesi che ha capito che il consenso che può lucrare sull’odio anti-rom è persino più cospicuo di quello anti-immigrati. Probabilmente ha già programmato un tour per le prossime domeniche.

Quello che occorre commentare è invece la reazione dei politici, in un coro bipartisan a stigmatizzare sì la becera propaganda salviniana, ma anche a condannare la reazione stizzita di quattro ragazzi venuti a contestare il pogrom simbolico di Salvini.

Delrio: “Quella di Salvini è un’iniziativa a fini elettorali e io prendo sempre le distanze da iniziative propagandistiche fatte sulla vita delle persone. Detto questo la violenza è inaccettabile perché Salvini ha diritto a manifestare dove vuole”.

Questa dichiarazione segna il bonus nel risultato ottenuto dalla Lega: visibilità e riconoscimento. Il campo del discorso l’ha disegnato Salvini: e dunque la questione non è più il razzismo insostenibile nei confronti dei rom, l’aberrante segregazione dei campi nomadi (in Italia, quarantamila persone), il fatto che a più riprese l’Italia sia stata redarguita da tutte le organizzazioni internazionali per quanto poco fa. No, quello che va difeso è il diritto di Salvini a manifestare dove vuole, ciò che va ribadito è che la violenza sia comunque da condannare.

Così, mettiamo che io domani con tre miei amici vestiti da laziali andiamo a un club romanista e comincio a urlare “Roma merda!” e “Dovete morire tutti al rogo!” (il tono del discorso pubblico della Lega nei confronti dei rom), non è forse prevedibile – foss’anche la maggior parte capisca che non c’è da cadere nella provocazione – che qualcuno reagisca cercando la rissa?

E allora? E allora semplicemente Delrio o qualcuno del governo poteva liquidare il gesto demente di Salvini spostando l’attenzione sulla questione delle politiche a favore dei rom invece che sul parabrezza rotto. O è troppo controproducente in termini di consenso politico?

Un bel libro di Daniele Giglioli di un paio di anni fa uscito per Nottetempo, Critica della vittima, faceva il punto su un dibattito che ha almeno un ventennio: il protagonismo assoluto delle vittime nella scena politica.

Salvini l’ha capito e sta trasformando l’immagine celodurista della Lega in quella più spendibile dei padani vittime dell’illegalità, dell’invasione immigrata, addirittura dei rom e dei centri sociali. Dove Borghezio si presentava davanti agli asili degli immigrati e organizzava ronde, Salvini aspetta che sia lui a essere aggredito. La sua felpetta da gita fuori porta, l’abbandono dell’immaginario folkloristico del dio Po, la telecamera sempre a portata di mano, dicono molto su quanta strategia ci sia nel suo atteggiamento finto dimesso.

Domenica prossima sarebbe bello ci fosse una presenza istituzionale (Alfano? Renzi? Napolitano?) in un campo rom. A dimostrare che non è questione di propaganda elettorale ma di semplice rispetto per le persone. Forse troncherebbe quella che altrimenti sarà un’escalation.

Le persone e la dignità
11 11 2014

Ospitiamo oggi un articolo di Eleonora Pochi su “Hip hop smash the wall”, un progetto di Assopace Palestina.

“Hip hop smash the wall” è un progetto portato avanti da Assopace Palestina.

Un’iniziativa che attraverso l’hip hop mira a favorire l’empowerment dei giovani e che rappresenta una delle molte strategie attraverso cui l’Associazione si impegna per il superamento di ogni forma di esclusione sociale e discriminazione. In Palestina l’hip hop riesce ad abbattere molti più muri di quanto si pensi, permettendo ai ragazzi di sviluppare un particolare senso critico della realtà che li circonda.

“Hip hop smash the wall” vuole supportare anche l’aggregazione dei giovani palestinesi, divisi da checkpoint, dal muro di separazione, dai regolamenti militari e da decine di prassi discriminatorie. Una delle ultime è la misura decisa dal ministro della Difesa israeliano, Moshe Ya’alon, in base alla quale gli operai palestinesi dei Territori Occupati non potranno viaggiare sugli stessi autobus dei coloni israeliani.

L’hip hop inteso come movimento culturale ha contribuito a sviluppare, dapprima in America e poi in giro per il mondo, una coscienza collettiva, un rifiuto consapevole delle discriminazioni razziali, di classe sociale e di sesso che fa perno sul riscatto personale e sociale delle fasce deboli, o meglio indebolite, della popolazione. Per questo quando ci si trova in condizioni di disagio l’hip hop fiorisce nella sua massima essenza.

Oltre a rappresentare un filone di pensiero, l’hip hop rappresenta un potente strumento per esprimere sé stessi attraverso le quattro discipline che lo compongono (Mcing, Djing, Bboying, Writing).

Ahmad, un giovane proveniente da Askar Camp, un campo profughi vicino Nablus, ha raccontato:

“Quando faccio graffiti sento come se potessi parlare con il muro e trasmettere un messaggio alla gente, attraverso il writing sento di poter esprimere davvero e fino in fondo me stesso”.
Ma “Hip hop smash the wall” in realtà racchiude molti muri da sfondare. Come quello degli stereotipi che aleggiano sul popolo palestinese. Terrorista o vittima. Prima di tutto esseri umani. E questo è un imperativo non solo per questo progetto, ma per tutto il lavoro di Assopace Palestina, che da spazio ad una visione diversa dei palestinesi. Basti pensare al supporto fornito al Freedom Theatre di Jenin, una splendida forma di resistenza senz’armi. In accordo con i fondatori del teatro di Jenin, anche noi “crediamo che le arti abbiano un ruolo cruciale per la creazione di una società libera e sana”.

Il fulcro di “Hip Hop smash the wall” sono le relazioni umane, fondate sui presupposti dell’empatia e la voglia di cambiamento. Dopo la prima fase del progetto, che ha visto una delegazione di artisti hip hop volare a Ramallah, si è formata per spontanea volontà dei partecipanti una grande crew, una famiglia italo-palestinese.

“Sono passati due mesi da quando abbiamo realizzato le attività insieme ai ragazzi italiani – racconta Ameer, un Bboy, ossia un ballerino hip hop, di Nablus – eppure stiamo sempre a pensarci. Nonostante l’Italia e la Palestina abbiano ovviamente culture diverse, ci sentivamo appartenere ad una famiglia unita e compatta. Questo è l’hip hop. Abbiamo realizzato un liveshow a distanza con Gaza e ho avuto l’opportunità di ballare nello stesso istante e sulle stesse note dei Bboys di Gaza, che a causa delle restrizioni non ho avuto modo di incontrare. Eravamo su quel palco, palestinesi ed italiani ed abbiamo sfondato tutti i muri. E non è finita qui, ci incontreremo di nuovo”.
Ameer e gli altri Bboys hanno realizzato questa videoclip qualche settimana dopo la fine della prima sessione di attività.Ospitiamo oggi un articolo di Eleonora Pochi su “Hip hop smash the wall”, un progetto di Assopace Palestina.

“Hip hop smash the wall” è un progetto portato avanti da Assopace Palestina.

Un’iniziativa che attraverso l’hip hop mira a favorire l’empowerment dei giovani e che rappresenta una delle molte strategie attraverso cui l’Associazione si impegna per il superamento di ogni forma di esclusione sociale e discriminazione. In Palestina l’hip hop riesce ad abbattere molti più muri di quanto si pensi, permettendo ai ragazzi di sviluppare un particolare senso critico della realtà che li circonda.

“Hip hop smash the wall” vuole supportare anche l’aggregazione dei giovani palestinesi, divisi da checkpoint, dal muro di separazione, dai regolamenti militari e da decine di prassi discriminatorie. Una delle ultime è la misura decisa dal ministro della Difesa israeliano, Moshe Ya’alon, in base alla quale gli operai palestinesi dei Territori Occupati non potranno viaggiare sugli stessi autobus dei coloni israeliani.

L’hip hop inteso come movimento culturale ha contribuito a sviluppare, dapprima in America e poi in giro per il mondo, una coscienza collettiva, un rifiuto consapevole delle discriminazioni razziali, di classe sociale e di sesso che fa perno sul riscatto personale e sociale delle fasce deboli, o meglio indebolite, della popolazione. Per questo quando ci si trova in condizioni di disagio l’hip hop fiorisce nella sua massima essenza.

Oltre a rappresentare un filone di pensiero, l’hip hop rappresenta un potente strumento per esprimere sé stessi attraverso le quattro discipline che lo compongono (Mcing, Djing, Bboying, Writing).

Ahmad, un giovane proveniente da Askar Camp, un campo profughi vicino Nablus, ha raccontato:

“Quando faccio graffiti sento come se potessi parlare con il muro e trasmettere un messaggio alla gente, attraverso il writing sento di poter esprimere davvero e fino in fondo me stesso”.
Ma “Hip hop smash the wall” in realtà racchiude molti muri da sfondare. Come quello degli stereotipi che aleggiano sul popolo palestinese. Terrorista o vittima. Prima di tutto esseri umani. E questo è un imperativo non solo per questo progetto, ma per tutto il lavoro di Assopace Palestina, che da spazio ad una visione diversa dei palestinesi. Basti pensare al supporto fornito al Freedom Theatre di Jenin, una splendida forma di resistenza senz’armi. In accordo con i fondatori del teatro di Jenin, anche noi “crediamo che le arti abbiano un ruolo cruciale per la creazione di una società libera e sana”.

Il fulcro di “Hip Hop smash the wall” sono le relazioni umane, fondate sui presupposti dell’empatia e la voglia di cambiamento. Dopo la prima fase del progetto, che ha visto una delegazione di artisti hip hop volare a Ramallah, si è formata per spontanea volontà dei partecipanti una grande crew, una famiglia italo-palestinese.

“Sono passati due mesi da quando abbiamo realizzato le attività insieme ai ragazzi italiani – racconta Ameer, un Bboy, ossia un ballerino hip hop, di Nablus – eppure stiamo sempre a pensarci. Nonostante l’Italia e la Palestina abbiano ovviamente culture diverse, ci sentivamo appartenere ad una famiglia unita e compatta. Questo è l’hip hop. Abbiamo realizzato un liveshow a distanza con Gaza e ho avuto l’opportunità di ballare nello stesso istante e sulle stesse note dei Bboys di Gaza, che a causa delle restrizioni non ho avuto modo di incontrare. Eravamo su quel palco, palestinesi ed italiani ed abbiamo sfondato tutti i muri. E non è finita qui, ci incontreremo di nuovo”.
Ameer e gli altri Bboys hanno realizzato questa videoclip qualche settimana dopo la fine della prima sessione di attività.

I rom? Ai forni. Parola di consigliera

  • Mercoledì, 05 Novembre 2014 14:42 ,
  • Pubblicato in Flash news

Cronache di ordinario razzismo
05 11 2014

“Se tra i cani ci sono razze che vengono più predisposte a aggredire, perché non ammettiamo che i rom sono più portati a commettere certi reati?”. E ancora: “4 case in una settimana a Motta…giovedì ho segnalato che davanti a me ed i miei vicini c’era una zingara ma non si può accusare..se non cambiano le leggi i nostri figli cresceranno in un mondo orribile!”. Infine: “Le telecamere servono per punire tutti ‘sti bastardi! Comunque niente gattabuia, ci vorrebbero i forni…metto a disposizione la mia taverna. Se vedete del fumo strano che esce dal tetto non vi preoccupate”. Sono le frasi scritte sul proprio profilo Facebook da Massimilla Conti, trentenne consigliera comunale eletta nella lista civica di centrodestra “Liberamente Motta”a Motta Visconti, un comune di 7mila abitanti in provincia di Milano. “Uscite indegne”, ha commentato il segretario locale del Pd Leonardo Morici, che ha chiesto le dimissioni di Conti: “E’ inconcepibile che una persona che esprime concetti di questa gravità, che violano Costituzione e codice penale, sieda in un consiglio comunale. Chiedere il ritorno dei forni crematori è un limite che non si può oltrepassare”. Ma la consigliera respinge le accuse: “Non sono razzista. E’ stato lo sfogo di un momento. In un anno ho subito due furti e uno a pochi giorni dalla scomparsa di mia madre. I ladri mi hanno portato via molti suoi ricordi”. A questa reazione di Conti, il deputato Pd Vinicio Peluffo ha annunciato che presenterà un’interrogazione urgente al ministro dell’Interno Angelino Alfano.

Le frasi scritte da Conti sono estremamente gravi, esattamente come le parole con cui ha provato a spiegarsi. Si propone un collegamento, dato per scontato, tra ladri e rom, invocando addirittura nuove leggi. Forse per rendere possibile la segnalazione di persone solo perché rom (in attesa che lo stigma si allarghi ad altri gruppi umani e sociali)? Ci chiediamo inoltre se il fatto di subire un danno da parte di una persona giustifichi la condanna di un intero popolo, la sua stigmatizzazione generale e il ricorso a frasi che rievocano un passato agghiacciante. “Sono una persona umana e ho usato Facebook come fanno tutti, ho commentato le frasi di un amico con leggerezza”, si giustifica la Conti, mentre arriva la difesa del sindaco Primo De Giuli: “Il consigliere ha usato frasi sbagliate per esprimere amarezza per gli episodi di delinquenza, ma non erano rivolte ai rom in particolare. E soprattutto non parlava a nome della nostra lista. Sono cavolate che si scrivono su Facebook, che, oltre a essere sbagliate, non sono opportune, dato il ruolo che ricopre”.
In realtà, il riferimento ai rom non può essere equivocato. E le frasi segnalate non sono “cavolate”, bensì commenti gravi che rispecchiano una precisa mentalità. Lo stesso si può dire della “leggerezza” con cui vengono scritte e giustificate. Ed è proprio il fatto che, come affermato dalla consigliera, lo “fanno tutti”, “con leggerezza”, che deve far riflettere.
Conti è infatti in buona compagnia.

A Borgaro Torinese il sindaco del Pd ha proposto l’istituzione di un bus per soli rom: dopo le critiche suscitate la proposta è stata definita “una provocazione” per ovviare a un “problema di ordine pubblico”.

Mercoledì scorso il segretario della Lega Nord Matteo Salvini scriveva su Facebook: “Gli zingarelli minorenni che rubano, non possono finire in galera”. Post seguito da diversi commenti tra cui “Forni”, “Una pistola in bocca e fagli saltare a tutti il cervello”, “Dopo un po di mascelle rotte e femori fratturati si calmano subito”, “Sono quelli che odio di più. Una mano di botte ben date e via nel fiume”, “Riaprire le camere a gas hitleriane non sarà così facile”. All’ingresso del parco Rotta Po di Occhiobello, nei pressi di Rovigo, un cartello vieta l’accesso ai “nomadi”, consentendolo a tutti gli altri cittadini, come denunciato dal periodico Biancoenero (ne abbiamo parlato qui). Sono solo tre esempi recenti delle discriminazioni a cui sono soggetti, nell’Italia del 2014, i cittadini rom: dimostrazioni dell’antiziganismo ancora troppo presente nella società, che dimostra di non avere alcuna memoria collettiva riguardo a quanto subito dal popolo rom.

Tra il 1933 e il 1945 furono uccise 500.000 persone rom e sinti. La maggior parte morì nei campi di concentramento nazisti. Prima, molti passarono dai campi di internamento fascisti presenti in Italia. Un genocidio che oggi viene ricordato con il nome di Porrajmos. Un ricordo evidentemente troppo flebile.

 

“Vietato l’accesso ai nomadi”

  • Mercoledì, 05 Novembre 2014 12:47 ,
  • Pubblicato in Flash news

Cronache di ordinario razzismo
05 11 2014

“Vietato l’accesso ai nomadi”. Non alle auto, come si potrebbe pensare guardando l’immagine sul cartello apposto all’ingresso del parco Rotta Po di Occhiobello, in provincia di Rovigo. La sosta è consentita. A tutti, eccetto a “i nomadi”, unici destinatari del divieto. Lo ha deciso l’amministrazione comunale, e sul cartello campeggia proprio il logo del comune. Una “discriminazione razziale”, come denunciato dal periodico Biancoenero, che ha segnalato il cartello al Procuratore della Repubblica e all’Unar (Ufficio Nazionale Antidiscriminazione Razziali), chiedendo la verifica della “violazione di diritti costituzionali quali, ad esempio, l’Art.3 «Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono uguali davanti alla legge…», e l’Art.16 «Ogni cittadino può circolare e soggiornare liberamente in qualsiasi parte del territorio nazionale…»”.

Nel frattempo c’è chi plaude all’iniziativa, come Daniele Margotti, responsabile della Lega Nord di Occhiobello, secondo cui “nessun campo nomade o presenza di nomadi è autorizzata nella zona. Riteniamo che la presenza di nomadi crea solo degrado e danneggia l’immagine del territorio”. Frasi condannate dal direttore di Bianconero, che ha chiesto al Procuratore “la verifica degli estremi del reato di discriminazione e incitamento all’odio razziale”.

Clicca qui per leggere la lettera di Biancoenero al Procuratore e all’Unar

Ingenere
04 11 2014

Il precariato riapre il gender pay gap. È quanto risulta dai dati della gestione separata dell’Inps, così come rielaborati dall’Associazione 20 maggio, che ha pubblicato un report dedicato al mondo del lavoro parasubordinato e dei professionisti a partita Iva: in sostanza, tutti coloro che fanno capo a quella gestione pensionistica riservata, appunto, al mondo del lavoro non dipendente. In linea generale, il report nota come il 2013 sia stato un anno di calo per le posizioni dei parasubordinati (meno 11,7%, in valori assoluti hanno perso 166.867 contratti), e che questa riduzione sia imputabile soprattutto agli effetti della riforma Fornero, che ha reso più oneroso il ricorso ai contratti di collaborazione a progetto, portando così molte imprese a “consigliare” ai lavoratori l’apertura di una partita Iva e un contratto formalmente autonomo. Nello stesso anno, hanno invece tenuto le posizioni a partita Iva. Nel complesso, si tratta di un insieme di lavoratori che sfiora il numero di 1.600.000: in riduzione, di circa 300mila unità, dagli anni precedenti la crisi (negli stessi anni il lavoro dipendente perdeva 1 milione 380mila posti).

All’interno del mondo del lavoro parasubordinato e a partita Iva (non sono qui comprese le partite Iva dei professionisti che hanno un loro albo e cassa previdenziale autonoma, come gli architetti, gli avvocati, i giornalisti…), le donne se la passano peggio. È singolare l’andamento per età: sono prevalenti (il 55% delle posizioni) sotto i 39 anni, poi la loro presenza scende rapidamente. Secondo il report questo succede perché “complici le minori protezioni sociali e contrattuali dei collaboratori, si accentua il fenomeno, riscontrabile anche nel lavoro dipendente e nelle professioni, per cui le donne lasciano il lavoro in concomitanza con la nascita dei figli”.

Sensibile è anche il gender pay gap, la differenza salariale di genere (qui un elenco di articoli sul tema). In un contesto di lavori che sono complessivamente a basso reddito, quello delle donne è più basso. Tra i parasubordinati, nel complesso, il reddito lordo annuo è di 19.155 euro: ma se si va a scomporre tale dato per genere, viene fuori che è fatto da 23.874 euro di reddito lordo maschile, e 12.185 di reddito femminile. Vale a dire: le donne, nel mondo del lavoro parasubordinato, guadagnano quasi la metà degli uomini. Ma è necessario anche guardare dentro il variegato universo dei parasubordinati, che comprende: amministratori e sindaci di società (che hanno un reddito un po’ più alto, sui 30mila euro l’anno), collaboratori a progetto e continuativi, dottorandi e borsisti, collaboratori occasionali, lavoratori associati in partecipazione, e altre figure. Se si esaminano solo i collaboratori a progetto – una delle categorie più numerose -, i valori si abbassano ma il gender gap non scende: il reddito medio di un cocopro maschio nel 2013 è stato di 13.820 euro, quello di una cocopro di 7.035. La differenza, in rapporto al reddito maschile, è pari al 49% (guarda il grafico a questo link). Invece nel grafico che segue, è possibile vedere il gender pay gap all’opera per fascia d’età (i dati in questo caso si riferiscono all’universo dei parasubordinati): alto per le giovanissime, decresce un po’ nella fascia 20-29 anni, per poi risalire e toccare il suo massimo tra i 45 e i 49 anni. (Roberta Carlini)

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