La Francia contro ''Woman tax'': le donne pagano di più

  • Martedì, 04 Novembre 2014 13:48 ,
  • Pubblicato in REPUBBLICA

La Repubblica
04 11 2014

In Francia la chiamano già la ''tassa rosa'': si tratta dello scarto di prezzo che esiste, a parità di prodotto, tra la versione per donna (quasi sempre più costosa) e quella per uomo. E' quanto sostiene uno studio del collettivo Georgette Sand sulla ''Woman tax'' che denuncia il sessismo del marketing. Il governo ha già annunciato un'inchiesta sul tema. La disparità è notevole, soprattutto sugli scaffali dei prodotti cosmetici, ma torna anche nel campo delle assicurazioni e non solo.

"Facendo un giro al supermercato o nei negozi del quartiere, - spiega Geraldine Frank - mi sono subito resa conto che, a parità di marca, un deodorante costa per esempio 4,15 euro per lei e 4,11 euro per lui, uno shampoo 13 euro se destinato alle donne, contro 8 euro per gli uomini, un camice da lavoro 5 euro contro 4 euro e così via". E aggiunge: "Il marketing di genere, segmentando il mercato per femmine e quello per maschi, veicola stereotipi, spinge al consumo e infligge una tassa specifica alle donne, le quali, pur non avendo in media redditi superiori agli uomini, sono incitate a spendere di più".

Per ora una petizione del collettivo, che ha già raccolto circa 20mila firme, chiede al supermercato Monoprix, tra i più diffusi in Francia, "di applicare la parità di prezzo alle etichette dei prodotti". La prossima tappa saranno i negozi di parrucchieri.

Intanto, sul web la ministra francese delle Pari opportunità, Pascale Boistard, che ha preso a cuore lo studio del collettivo Georgette Sand, ha condiviso su Twitter una foto di due pacchetti di rasoi di marca Monoprix messi a confronto, uno ne contiene cinque per donna a 1,80 euro, l'altro ne ha 10 per uomo a 1,72 euro. E il commento: "Anch'io ci penso rasandomi".

Rom, l’integrazione è in salita

  • Mercoledì, 29 Ottobre 2014 12:51 ,
  • Pubblicato in AVVENIRE

Avvenire
29 10 2014

Non è cambiato nulla, l’Italia resta il paese dei campi rom. A oltre 30 mesi dall’avvio della Strategia nazionale per l’inclusione dei rom presentata dal governo alla Commissione europea «permane un approccio emergenziale, continuano gli sgomberi e va avanti la politica dei campi». La denuncia proviene dall’Associazione 21 luglio che ieri, a Milano, ha presentato il rapporto "La tela di Penelope", monitoraggio della società civile sull’inclusione dei rom. Tema attualissimo. Pochi giorni fa a Borgaro, cintura torinese, gli atti di teppismo sul bus dei ragazzi del grande campo dell’Aeroporto hanno spinto il sindaco del Pd a chiedere all’azienda trasporti un autobus solo per loro, suscitando polemiche.

All’indomani dell’approvazione, il 24 febbraio 2012, la Strategia era stata accolta positivamente da diversi attori della società civile perché segnava un’importante discontinuità rispetto al passato. In primo luogo, si esprimeva per il superamento della prospettiva emergenziale, dell’approccio assistenzialista, e della soluzione dei "campi nomadi", e si proponeva di promuovere la partecipazione. Ma il bilancio tratteggiato dalla "21 luglio" presenta molte ombre. «La Strategia – spiega il presidente Carlo Stasolla – si percepisce come una meta irraggiungibile, simile alla tela di Penelope: nei propositi mattutini si cuce, nelle azioni concrete si disfa».

A parole si prospetta la fine dei campi, nella pratica «sono stati costruiti, progettati o sono in fase di realizzazione 20 nuovi campi rom in tutta Italia», sottolinea Stasolla. Tra questi il progetto approvato il 15 maggio scorso dal Comune di Napoli a Scampia, da finanziare con 7 milioni di euro. In base al rapporto, la situazione segregante degli insediamenti formali e informali riguarda circa 40mila rom e sinti ed essa «continua a caratterizzare la geografia di molte aree urbane».

A Milano i campi autorizzati sono passati da sette a cinque (chiuso via Novara, in via di chiusura quello di via Martirano) mentre una quindicina di accampamenti abusivi sono stati sgomberati in città e aree limitrofe. «Aree e campi che esistevano da molto tempo, sono stati chiusi e non più occupati – sottolinea l’assessore alla sicurezza, Marco Granelli – e a tutti gli occupanti offriamo la possibilità di avviare un percorso all’interno dei due centri di emergenza sociale, senza separare le famiglie». Nelle strutture di via Lombroso e via Barzaghi i rom hanno la possibilità di restare sei mesi: gli adulti seguono un percorso di integrazione, i bambini vanno a scuola. «In questi due anni abbiamo accolto 733 persone, circa 500 sono usciti – spiega Granelli – e, di questi, 225 hanno iniziato percorsi di integrazione mentre gli altri, purtroppo, hanno avuto esiti negativi».

Il rapporto evidenzia come sia continuato l’approccio emergenziale al fenomeno: malgrado le promesse, gli sgomberi non si sono mai fermati e restano i megacampi. A Roma, sotto la giunta di Ignazio Marino, ci sono stati ben 37 sgomberi, con un costo medio di 1.250 euro a persona. Mentre per la gestione degli 11 insediamenti capitolini si sono spesi 24 milioni di euro nel 2013. «Programmi e attività – si legge nel rapporto – registrano un ritardo generalizzato e l’assenza di indicazioni per la traduzione in chiave operativa degli indirizzi della Strategia». Altro elemento critico: la partecipazione dei rom risulta solo formale a livello nazionale ed è scarsa a livello locale.

Le conclusioni avanzano diverse richieste al premier Matteo Renzi. Su tutte il riconoscimento dei rom come minoranza nazionale, la promozione di politiche abitative non discriminatorie per superare i grandi campi monoetnici delle periferie. «È urgente affrontare questa tematica – sottolinea don Virginio Colmegna, presidente della Casa della Carità – la situazione è sempre più difficile e bisogna agire presto per evitare che i rom diventino capro espiatorio di tanti problemi».

La 27ora
29 10 2014

C’e’ una nuova tendenza in città come Tokyo, Mexico City e Jakarta. E anche Londra ci sta pensando. Si tratta degli autobus e delle carrozze dei treni per sole donne.

Sorprendentemente, nonostante sia osteggiata da molte attiviste, e’ un’idea appoggiata dal 70% delle 6.550 donne interpellate in un nuovo rapporto pubblicato oggi dalla Thomson Reuters Foundation. Titolo: ”I mezzi di trasporto più pericolosi per le donne”.

Il tema e’ oggetto di dibattito per via dell’aumento dei casi denunciati di violenze sui trasporti, e anche a causa delle “ripercussioni sulla possibilità delle donne di lavorare, studiare e contribuire all’economia familiare”, osserva il direttore esecutivo della fondazione, Monique Villa.


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Le città peggiori quanto a trasporti sono in America Latina, dove 6 donne su 10 dicono di aver subito abusi fisici sui mezzi.

La peggiore in assoluto: Bogotà in Colombia, seguita da Mexico City e da Lima in Perù.

Poi al quarto posto c’e’ New Delhi, dove lo stupro e l’omicidio di una studentessa ventitreenne su un autobus, nel dicembre 2012, hanno scatenato appelli per una maggiore sicurezza sui mezzi di trasporto.

E’ in questo contesto che le linee separate vengono viste da molte donne come una possibile soluzione.


A Bogotà, per esempio, dove sugli autobus sovraffollati le molestie e i furti sono la norma e dopo una serie di attacchi sessuali negli ultimi mesi, un piccolo team di donne poliziotto in borghese ha iniziato a perlustrare i mezzi di trasporto ed e’ stato introdotto un programma “pilota” di bus per sole donne su tre linee molto richieste.

Iniziative simili sono partite a Mexico City dal 2008: bus rosa per sole donne, zone riservate dove possono sedersi nella parte anteriore della vettura, aree speciali anche quando aspettano alla fermata. Ma non sembra che abbiano contribuito molto, visto che la città compare al numero due della lista delle “peggiori”. Anche Villa, il direttore esecutivo di Thomson Reuters, ritiene che le “linee separate” non siano che un palliativo che non risolve alla radice i problemi della sicurezza.

Il sondaggio e’ stato condotto dall’agenzia inglese YouGov nelle 15 principali capitali mondiali più New York (Roma non rientra, mentre città come Il Cairo, Bagdad e Teheran sono state escluse per l’incapacità dei sondaggisti di raccogliervi dei campioni validi). Sono state interrogate tra le 380 e le 513 donne e una decina di esperti in ogni città.

Parigi e’ undicesima, sopratutto per via della scarsa fiducia delle donne nel “prossimo”: l’85% crede che, in caso di abusi fisici e verbali, nessuno interverrebbe ad aiutarle. Una sfiducia superata soltanto in due altre capitali: Seul e Tokyo.

Il mezzo di trasporto più sicuro? La metro di New York. Il fatto che venticinque anni fa sarebbe stata tra i peggiori lascia sperare tutti. Le donne si sentono sicure a viaggiare di notte, credono che qualcuno interverrebbe se fossero vittima di violenza fisica. Telecamere a circuito chiudo, polizia e pulizia contribuiscono, come pure il fatto che ben 1,7 miliardi di persone l’anno popolino la metro. Ma non tutto e’ perfetto: tre su 10 donne dicono di aver subito comunque insulti verbali.

Donne al volante! 15 donne rom verso l'esame della patente

  • Mercoledì, 29 Ottobre 2014 10:52 ,
  • Pubblicato in Flash news

Parla con lei
29 10 2014

Nuova avventura per lo sportello “Parla con lei” e per quindici giovani donne: l’obiettivo è prendere la patente, oggi abbiamo dato l’avvio al corso di preparazione all’esame teorico!

Parla con lei organizza un corso per il conseguimento della patente di guida rivolto a 15 donne rom provenienti dai Villaggi attrezzati della Capitale.
L’iniziativa si pone l’obiettivo di sostenere percorsi di autonomia, offrendo alle partecipanti l’opportunità di acquisire uno strumento fondamentale per la crescita personale e l’autodeterminazione. L’idea è nata su sollecitazione di alcune donne residenti nel Villaggio di via Candoni le quali, per motivazioni differenti, hanno manifestato l’esigenza di imparare a guidare l’auto. Si tratta di una necessità comprensibile dato l’isolamento a cui sono costretti i residenti dei “campi rom”, che in molti casi per raggiungere i quartieri abitati e dotati di servizi devono percorrere anche decine di chilometri. Il numero di donne rom provviste di patente è ancora molto basso e decisamente inferiore rispetto agli uomini.
Arci Solidarietà, tramite il suo sportello rivolto alle donne, ha accolto questa richiesta, attivando un percorso che prevede il rafforzamento della lingua italiana e l’avvicinamento all’uso del computer in funzione del superamento dell’esame teorico della patente di guida.

Si sono appena conclusi i test propedeutici all’attivazione del corso per il conseguimento della patente di guida. Hanno partecipato quindici donne provenienti dai villaggi di Candoni e Castel Romano. La valutazione è finalizzata a strutturare un percorso il più possibile rispondente al livello di conoscenza dell’italiano delle partecipanti. Siamo tutte molto soddisfatte di questa giornata e felici che la nostra idea si stia concretizzando, voi restate in contatto perché vi racconteremo questo piccolo grande viaggio verso l’autonomia!

Gender Gap, mancano 81 anni per la parità totale

  • Mercoledì, 29 Ottobre 2014 09:15 ,
  • Pubblicato in Flash news

Pagina99
29 10 2014

Secondo il rapporto del World Economic Forum, l'Italia migliora. Cresce la rappresentanza femminile in politica, ma in media le donne guadagnano la metà di un uomo facendo lo stesso lavoro. Primi in classifica sempre i paesi del Nord Europa, migliora di 30 punti la Francia.

È uscito il rapporto Global Gender Gap 2014 pubblicato dal World Economic Forum. Nel complesso, le disparità uomo-donna passano dal 56% rilevato nel 2006 – quando uscì la prima edizione del rapporto – al 60%. Lentamente le cose stanno cambiando ma, prevede il Wef, a questi ritmi per raggiungere il 100% di uguaglianza “ci vorranno 81 anni”.

 A guidare la classifica del Gender Gap Index restano come sempre Islanda, Finlandia, Norvegia, Svezia e Danimarca, che occupano rispettivamente i primi cinque posti. La Germania raggiunge la 12esima posizione. La Francia risale notevolmente, piazzandosi 16esima e scalando 29 posizioni. 20esimi invece gli Stati Uniti. Ma nella Top 10 ci sono anche Nicaragua, Rwanda e Filippine. Su 142 Paesi, con 0,697 punti, l'Italia si piazza 69esima guadagnando due posizioni dallo scorso anno.

Per quanto riguarda la partecipazione delle donne nel campo economico il nostro paese scende dal 97esimo al 114 posto. Peggio ancora per la parità salariale, che ci vede al 129esimi in classifica. A buon punto siamo invece per la rappresentanza delle donne in politica, settore in cui l'Italia arriva al 37esimo posto, salendo al 30esimo per presenza femminile in Parlamento e al 32esimo per il numero di donne che ricoprono ruoli ministeriali.

Attualmente, non c'è nessun paese in tutto il mondo in cui una donna guadagna quanto un uomo rivestendo il medesimo ruolo professionale. Negli Stati Uniti “le donne guadagnano circa due terzi di ciò che gli uomini guadagnano per un lavoro simile in base alla percezione dei dirigenti d'azienda”, ha detto l'economista del Wef Saadia Zahidi.

In Italia non si arriva nemmeno alla metà, come accade anche in Israele: i due paesi sono in cima alla classifica per pari opportunità, ma nel 2014 una donna ha guadagnato rispettivamente il 48% e il 47% dello stipendio medio di un uomo. In Danimarca le donne guadagnano il 71% degli uomini che svolge lo stesso lavoro, ma è anche l'unico posto dove guadagnano in media il 2% perché ricoprono i posti meglio retribuiti. Vincitore a sorpresa, il Burundi, dove la percentuale sale all'83%, ma quattro persone su cinque vivono al di sotto della soglia di povertà.

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