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Mamme, le parole degli esperti

  • Mercoledì, 10 Luglio 2013 08:16 ,
  • Pubblicato in INGENERE
in genere
10 07 2013 
 
“Signora, lei è proprio una donna con le palle perché ha partorito spontaneamente un pupo di 4 kg…”. Questo il commento di un’ostetrica a pochi mesi dalla nascita di mio figlio. 

Una battuta apparentemente insignificante (bastevole, tuttavia, da sola per interrogarsi sul perché e sull’inopportunità di rappresentare e rappresentarsi con attributi maschili una forza e una “capacità”, se così può essere definita, femminili e per di più da parte di una professionista esperta della fisiologia femminile), ma dietro la quale si cela un’altra e forse più profonda verità: i professionisti della nascita (ostetriche e ginecologi, e poi pediatri e puericultori) attraverso le loro pratiche e i loro discorsi quotidiani, nelle interazioni con le madri pazienti e/o con la coppia genitoriale, producono e riproducono in misura tutt’altro che trascurabile modelli normativi e ideali di (buone) maternità e genitorialità del tutto conformisti e dalle cosiddette “evidenze scientifiche” su cui si basano informazione e assistenza sanitaria nella cultura dominante.

L’esempio dell’ostetrica qui riportato non vuole essere in alcun modo una critica alla categoria, anzi, nei consultori e non solo in quelli, è fondamentale il loro impegno quotidiano nella tutela della salute della donna e del “prodotto” del concepimento.

Altro esempio. Il ginecologo che, per “incoraggiarmi” a dare le ultime spinte decisive per far uscire la testa di mio figlio (sempre il pupo di 4 kg di cui sopra) mi disse: “su dai, non fare la bambina, facciamolo nascere questo bambino”.
O del medico che, per poter visitare mio figlio già in braccio al padre, mi invitò a prenderlo io in braccio, e commentò scherzosamente la mia precisazione che poteva continuare a tenerlo in braccio il padre, con una lapidaria: “ma è capace”?
O di tutti quegli altri medici che, dopo aver definito la cura per mio figlio, indirizzano solo a me-madre la descrizione delle modalità della sua applicazione, come se il genitore maschio fosse al massimo un accompagnatore-spettatore passivo relegato al ruolo di soprammobile.

L’esempio dell’ostetrica (e tutti gli altri) vogliono essere piuttosto degli aneddoti (non so se e quanto divertenti, ma reali) di come significati, rappresentazioni e aspettative dominanti attorno alla nascita (e ai ruoli genitoriali e alla cura dei bambini) siano veicolati anche dai suoi professionisti.

Quello che sto cercando di dire è che non vanno consiederati solo gli stereotipi di genere di cui sono portatori i professionisti sanitari in quanto attori sociali che influenzano, modificano, riproducono modelli culturali e ruoli sociali circa la genitorialità e la cura dei bambini, ma anche le constatazione che il modo in cui i genitori arrivano a definire i loro ruoli e il benessere dei bambini è influenzato dalle pratiche e dai saperi esperti nella relazione terapeutica con i professionisti (Favretto, Zaltron, 2013) e dagli specifici modelli organizzativi e assistenziali in area materno-infantile.

Riportando i risultati di una recente ricerca sulle rappresentazioni della genitorialità adeguata nella relazione terapeutica genitori(e bambino)-pediatra, Favretto e Zaltron, affermano, ad esempio, che “i genitori vivono in un contesto sociale che legittima in massima misura il ricorso ai saperi esperti, ritenuti i più validi in ogni campo, per definire modelli comportamentali e stili di vita adeguati. Ciò può ingenerare, in via generale, sfiducia nelle poprie capacità di attore competente nelle varie situazioni sociali, in quanto i processi di attribuzione di legittimità alle specializzazioni proprie di ogni singolo campo delegittimano, per quel campo, modelli interpretativi non congrui con quelli specialistici” (2013, p. 111).

Riguardo ai modelli prevalenti di assistenza all’evento nascita, si è progressivamente assistito al passaggio da un modello “medicalizzato” ad uno più "umanizzato". Nel modello medicalizzato viene chiesto implicitamente alla donna di affidarsi alle mani di medici e ostetriche mantenendo un atteggiamento collaborativo finalizzato ad accogliere direttive e interventi in quel momento considerati utili e indispensabili per il buon esito del parto e poi dell'allattamento. Il modello umanizzato invece è più attento ai bisogni e alle sensazioni umane della madre e del bambino, volto ad incentivare l’autonomia nel prendere le decisioni che riguardano la sua salute e quella del suo bambino in un’ottica di empowerment in cui chi possiede il sapere del parto (e anche del prima e del dopo) non è soltanto l’operatore ma anche o soprattutto la donna che dovrebbe essere aiutata ad attivare le sue competenze endogene.

Ora, non c’è dubbio che quest'ultimo modello sia apprezzabile, ma esso può evidentemente essere condotto in modo non adeguato o addirittura estremizzato fino a diventare rischioso.

Per quanto riguarda il primo punto, per fare qualche esempio (che potrà apparire banale), il modo in cui sono organizzati i corsi di preparazione al parto, o le ore notturne immediatamente successive al parto in molti punti nascita (specie pubblici) forse non promuove abbastanza la co-genitorialità e la partecipazione attiva dei padri nell’accudimento dei figli a partire dai loro primissimi giorni di vita.

Nel primo caso infatti si prevede il coinvolgimento dei futuri padri spesso solo ad un incontro (quello in occasione della visita della sala travaglio e parto); nel secondo invece si promuove il contatto/la relazione madre-figlio con il “rooming-in” ma per esigenze normalizzatrici non è consentito alla puerpera che ha partorito fisiologicamente (anche se questa lo desidera) di essere assistita di notte da figure diverse dal personale medico/infermieristico (e quindi nemmeno dal padre-compagno/marito).

Per quanto riguarda il secondo punto, rispetto assoluto è dovuto a chi liberamente sceglie di rimanere a casa, di dedicarsi in tutto e per tutto ai propri figli, e anteporre sempre i loro bisogni alle proprie necessità (Favretto, Zaltron, 2013), di allattare ad oltranza il bambino, di usare pannolini lavabili, di fare il sapone in casa, per usare le parole di Lipperini (2013); ma il rischio intravedibile, per chi non altrettanto liberamente può scegliere o si identifica con modelli diversi di maternità è la crescente pressione sociale a conformarsi a questo modello di (buona) madre “naturale”, a trasformare cioè in maniera strisciante qualcosa che può anche far piacere ed essere liberamente agito in un dovere subito (Lipperini, 2013).

Rosy Musumeci
"Nuotare non può essere un privilegio maschile". Parole rivoluzionarie in un Paese dove le donne, possono utilizzare le piscine pubbliche solo in giorni e orari particolari e sono obbligate a frequentare spiagge "femminili" dove comunque devono stare completamente coperte: e soprattutto non possono avventurarsi in mare aperto. ...

Helmand's top female police officer shot dead

  • Giovedì, 04 Luglio 2013 09:07 ,
  • Pubblicato in Flash news
Telegraph
04 07 2013

The most senior female police office in Afghanistan’s Helmand province, a symbol of improving women’s rights as the Taliban were kept at bay, has been shot dead.

Lieutenant Islam Bibi, who had survived family criticism and death threats from her own brother, was gunned down as she left her home on Thursday morning.

Her long struggle to work outside the home was typical of many women in conservative, rural areas of Afghanistan.

Omar Zwaak, spokesman for the governor of Helmand, said Lt Bibi had been attacked as she rode on a motorbike alongside her son-in-law in Lashkar Gah, the provincial capital.
“She was seriously injured and died of injuries later in the emergency ward in hospital,” he added.

The 37-year-old mother of three had been a role model for other women. But like her 32 other female colleagues – less than half of one per cent of the provinces 7,000-strong police force – she faced a daily struggle, not just against extremists in the Taliban but against her own family.

In an interview with The Sunday Telegraph earlier this year, she said: “My brother, father and sisters were all against me. In fact my brother tried to kill me three times.

“He came to see me brandishing his pistol trying to order me not to do it, though he didn't actually open fire. The government eventually had to take his pistol away.”

Lt Bibi was a refugee in Iran when the Taliban overran Afghanistan in the 1990s. She returned in 2001, raising her family at home before joining the police nine years ago.

“Firstly I needed the money, but secondly I love my country,” she said in April. “I feel proud wearing the uniform and I want to try to make Afghanistan a better and stronger country.”

Improving women’s rights are an area frequently trumpeted by diplomats as they talk up gains made under President Hamid Karzai and his international backers.

However, as American and British forces rapidly withdraw, many believe progress could be reversed if conservative elements in the government come to the fore or if the Taliban regains influence.

Police in Helmand said it was too soon to speculate about who may have been behind the murder.

Vogliamo la nomina della ministra per le pari opportunità

  • Mercoledì, 26 Giugno 2013 07:47 ,
  • Pubblicato in Flash news

FEMMINICIDIO Feminicide Feminicidio
26 06 2013

VOGLIAMO LA NOMINA DELLA MINISTRA PER LE PARI OPPORTUNITA’

Al Presidente del Consiglio dei Ministri Enrico Letta

E.p.c.

Al Presidente della Repubblica
Al Presidente del Senato On. Grasso
Alla Presidente della Camera On. Boldrini
A tutti i Ministri e le Ministre della Repubblica
A tutti e tutte le Parlamentari
A tutte e tutti i Presidenti delle Regioni italiane
A tutte e tutti i Presidenti delle Assemblee legislative regionali
A tutte le Consigliere di parità
A tutte e tutti gli Assessori alle Pari Opportunità

A tutti i direttori e alle direttrici delle testate informative italiane e locale
Ai Sindacati
Alle Associazioni di categoria

Alla cittadinanza tutta

Egregio Presidente Letta,
la prevenzione ed il contrasto alla violenza maschile sulle donne rappresenta una priorità per il Paese.
Le donne italiane, per richiamare le Istituzioni ad agire con responsabilità, hanno utilizzato tutti i meccanismi internazionali, portando la loro voce davanti al Comitato CEDAW, alla Relatrice Speciale dell’ONU contro la violenza sulle donne, al Consiglio per i Diritti Umani.
Le raccomandazioni delle Nazioni Unite al nostro Paese sono nette nell’affermare che “l’elevato numero di donne uccise dai propri partner o ex-partner (femminicidi), può indicare il fallimento delle Autorità dello Stato nel proteggere adeguatamente le donne, vittime dei loro partner o ex-partner”.
La Ministra Idem ha il merito di aver creato immediatamente una sinergia con la società civile e con le altre Istituzioni per definire una strategia responsabile e coordinata, di lungo termine, per la prevenzione e il contrasto alla violenza maschile sulle donne.
Questa volontà politica di portare avanti una risposta non emergenziale al problema, ma strutturata e condivisa, rappresenta un ottimo esempio di buona politica e di azione adeguata per raggiungere risultati concreti, a partire dalla rilevazione delle risorse e delle criticità esistenti.

Ci giunge notizia che, dopo la sollecitazione delle dimissioni della Ministra Idem, questo Governo vorrebbe re-distribuire le deleghe, senza procedere alla nomina di una nuova Ministra.
Ebbene, noi lo troviamo un gravissimo atto di irresponsabilità Istituzionale.
Oggi più che mai c’è bisogno di una “cabina di regia”, che solleciti il contributo dei singoli attori istituzionali e non, al fine di apportare nel nostro ordinamento le riforme necessarie a rendere funzionante il meccanismo delle pari opportunità, per la prevenzione e per la predisposizione di efficaci meccanismi di tutela che consentano alle donne di difendersi da ogni forma di discriminazione e violenza di genere.
La Relatrice Speciale dell’ONU contro la violenza sulle donne ha chiesto all’Italia di “istituire una singola struttura governativa dedicata a trattare esclusivamente in genere la questione del raggiungimento dell’uguaglianza sostanziale e in particolare la violenza contro le donne, per superare la duplicazione e la mancanza di coordinamento”, perché questo ha rappresentato, fino a ieri, uno dei motivi principali dell’inefficacia delle azioni intraprese.
La spartizione delle deleghe tra altri Ministri, non farebbe altro che accentuare questa frammentarietà, non solo di azioni ma anche di intenti.
Urge prendere atto che la Ministra delle Pari Opportunità non potrà più essere considerata una figura accessoria, rinunciabile ad libitum, e che riveste un ruolo primario per assicurare l’efficacia dell’azione del Governo nell’adempimento delle sue obbligazioni internazionali in materia, assunte in particolare a seguito della ratifica della CEDAW e della Convenzione del Consiglio d'Europa sulla prevenzione e la lotta contro la violenza nei confronti delle donne e la violenza domestica. Siamo certe/i che Lei vorrà capire la rilevanza delle argomentazioni che Le sottoponiamo e che vorrà comprendere la nostra determinazione nel desiderare ardentemente che il nostro Paese, per cancellare un passato recente in cui la dignità delle donne troppo spesso è stata pubblicamente calpestata, scelga finalmente di anteporre agli equilibri politici la possibilità di vita e di libertà per le donne.
Si assuma quindi il carico della responsabilità che onera le Sue spalle in quanto Presidente del Consiglio dei Ministri, decida attraverso la Sua scelta di agevolare la costruzione di un percorso adeguato di riforma politica, amministrativa e legislativa delle Istituzioni per poter adeguatamente prevenire e contrastare la violenza maschile sulle donne.

Prenda atto di quanto risulta preziosa per le donne e di pregio per il Suo Governo la strategia avviata da Josefa Idem nel breve periodo di incarico come Ministra, Le chieda di continuare a ricoprire ad interim la carica di Ministra per le Pari Opportunità, o scelga celermente una figura altrettanto competente e dialogante, che possa degnamente continuare il percorso di riforme dalla stessa iniziato.

 

“Mamma è in prigione”: la femminilità dietro le sbarre

  • Venerdì, 21 Giugno 2013 13:32 ,
  • Pubblicato in Flash news
Informare per resistere
21 06 2013

«Quando mi hanno arrestata era quasi mezzanotte, mio figlio di quattro anni dormiva nel letto con me. L’ho svegliato, ho cercato di tranquillizzarlo, ma gli agenti mi strattonavano e lui si è messo a piangere. Mi hanno portata in questura e abbiamo passato lì la notte». Susanna, 23 anni, vive da 28 mesi nel carcere di Empoli. L’hanno arrestata mentre rubava del parmigiano in un supermercato. Federico, il suo unico figlio, è troppo grande per stare in prigione con lei. Natasha invece vive nel carcere di Rebibbia e ha preferito tenere con sé la sua piccola di due anni, per evitarle il trauma del distacco. Così come hanno scelto di fare decine di donne che Cristina Scanu, giornalista della trasmissione L’ultima parola di RaiDue, ha incontrato in un viaggio lungo un anno nelle sezioni femminili delle carceri del nostro Paese. Storie che ha raccolto nel libro Mamma è in prigione (JacaBook, 15 euro, 222 pagine), un testo prezioso che fa il punto sulla situazione delle donne detenute in Italia. Anche perché «l’ultimo libro sul tema risale al 1990», commenta l’autrice.

A marzo le donne in cella erano 2.847, a fronte di quasi 63mila uomini detenuti. Circa il 5%, il 90% delle quali è madre. I figli in carcere, che potranno restare con le loro mamme fino ai tre anni, sono una settantina. Nel 2011 la legge 62 ha modificato l’ordinamento carcerario del 1975, estendendo fino a sei anni l’età dei bambini incarcerati con le madri. A patto però che vivano in istituti a custodia attenuata senza celle né secondini in divisa. Di questi istituti, però, al momento ne esiste solo uno, a Milano. Di altri, neanche l’ombra. E i piccoli continuano ogni giorno a svegliarsi, giocare, mangiare e addormentarsi al suono dei cancelli che si chiudono alle loro spalle.

Cristina Scanu ha visitato le sezioni femminili di dieci strutture, da Bollate (Milano) a Firenze Sollicciano, da Rebibbia (Roma) alla casa circondariale femminile di Pozzuoli (Napoli). E anche l’istituto a custodia attenuata di Milano, Icam. «Che in confronto alle altre strutture che ho visitato è una meraviglia», commenta la giornalista. Per ognuna delle strutture Scanu ha affrontato tutte le procedure burocratiche per entrare. Uno, due, tre, dieci volte. «Dal primo carcere che ho visitato sono uscita quasi in lacrime», racconta, «ho incontrato soprattutto persone che vengono da contesti sociali disagiati, persone che a trent’anni hanno già un carico pazzesco sulle spalle. La maggior parte sono immigrate che del nostro Paese hanno conosciuto solo l’aeroporto e il carcere».

Del suo viaggio nelle sezioni femminili, Cristina racconta di una situazione «terrificante» delle carceri italiane. «Certo ci sono sezioni più curate come l’asilo nido di Rebibbia, tutto colorato e ben curato, e le sezioni più fatiscenti, come le celle di Sollicciano, con i soffitti che trasudano di umido. Per non parlare dei problemi di sovraffollamento: a Rebibbia le donne con i bambini per un periodo sono state costrette a dormire sui lettini del pronto soccorso».

«È il carcere», ripete Cristina più volte. E «la povertà è il filo conduttore». Soprattutto «per le straniere, che sono la maggioranza delle detenute. Perché le italiane nella maggior parte dei casi hanno una casa dove scontare gli arresti domiciliari». Donne che si sono macchiate soprattutto di «reati piccoli, furtarelli, piccolo spaccio o rapine fatte con i coniugi, che magari stanno scontando la stessa pena per lo stesso reato».

E poi ci sono quelle che invece i mariti li hanno lasciati fuori, da soli. O con i bambini. Quelle che fanno le “mamme a distanza”. Hanno diritto a sei ore di colloquio al mese. «Alcuni mariti vanno a trovarle, altri se ne lavano le mani anche se in carcere con la moglie c’è il figlio», racconta Cristina. «Le madri libere che accompagnano i bambini a trovare il papà sono molte, gli uomini che fanno lo stesso sono pochi. Così come è molto comune che la moglie porti al marito il cosiddetto “pacco”, con la biancheria pulita e le provviste alimentari. Il contrario è molto raro».

Ma non tutte le “mamme a distanza” riescono a dire la verità ai propri bambini sul perché di questa distanza. «Molte dicono di essere in ospedale, per la paura di venire colpevolizzate, e poi li chiamano una volta a settimana». E poi ci sono quelle che invece con i propri figli, fino a tre anni, condividono la cella e le sbarre. «Questi bambini hanno degli sguardi spaventati, piangono molto, fanno fatica ad addormentarsi, imparano a parlare tardi, a camminare tardi. I segni della detenzione gli restano per tutta la vita». Non solo: «Molti studi dicono che per i bambini nati o che hanno vissuto in carcere con le mamme la probabilità di andare in carcere è cinque volte più alta». E passati i tre anni arriva «lo strazio della separazione, che è un trauma in più».

E dopo il carcere? «La maggior parte di queste donne fa fatica a reinserirsi dopo la detenzione. A meno che non camuffino il curriculum, è difficile che qualcuno le assuma vedendo un buco di due-tre anni. Né ci sono incentivi o agevolazioni per gli imprenditori che assumono i detenuti. Solo nelle cooperative sociali di tipo B si può trovare un’occupazione. In più, le donne sono penalizzate rispetto agli uomini, perché essendo di meno ci sono minori investimenti per corsi di formazioni o di preparazione al lavoro in carcere. È più probabile che venga finanziato un corso di falegnameria e non uno di sartoria».

Ma la femminilità, in carcere, dove va a finire? «Maternità negata, affettività negata. Sessualità negata. Accessori negati: piccoli ma importanti frammenti di femminilità rinchiusi nell’ufficio valori. Mi sarei più sentita donna in carcere? Avrei più sentito la mia identità? Un’identità che solo il pacco di assorbenti, incluso nel kit distribuito ai nuovi giunti, continuava a ricordarmi. Fino a che, una mattina, mi sono svegliata e mi sono guardata allo specchio: una faccia gonfia, due sopracciglia folte, una ricrescita bianca: ero un mostro!». È una delle testimonianze raccolte da Cristina. Che aggiunge: «Solo con un nuovo regolamento del 2000 le donne possono avere uno specchio infrangibile in cella e possono acquistare smalti, shampoo colorati, rossetti e creme, e in alcuni istituti c’è anche il parrucchiere. Ovviamente a pagamento».

E poi ci sono le altre donne, quelle che devono sorvegliare: le agenti della polizia penitenziaria che vivono con le detenute, ma che sono libere. Donne, come loro, con le quali molto spesso si instaurano rapporti umani. «Ne ho incontrate tante, lamentano di essere in poche, ma anche di vivere in condizioni pessime. Perché se nel carcere d’estate i condizionatori non funzionano, fa caldo ai detenuti ma anche agli agenti. Si tratta spesso di persone che vivono lontane dalle famiglie, molte sono meridionali. E guadagnano poco. Sono donne molto attente e sensibili, che nella maggior parte dei casi sono anche madri. Ma il tasso di suicidi, anche tra loro, è altissimo».

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