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Donne Violenza India Che Possiamo Fare?

  • Giovedì, 04 Aprile 2013 08:15 ,
  • Pubblicato in Flash news

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04 04 2013

Leggo ora e vorrei non credere a quanto apprendo con dolore: “Si inasprisce il clima di violenza contro le donne in India. Quattro sorelle dai 19 ai 24 anni sono state vittime di un attacco all’acido mentre tornavano a casa a piedi, da parte di due uomini su di una moto. Una di loro è stata ricoverata in ospedale per gravi ustioni. L’incidente è avvenuto Martedì notte nell’Uttar Pradesh (nord India), quando le sorelle, tre delle quali sono insegnanti, stavano tornando a casa dopo la scuola. Nessuno dei due responsabili è stato ancora arrestato.”

“… Secondo quanto riferiscono fonti della polizia le donne stavano camminando insieme quando i due uomini in motocicletta, dopo aver fatto alcuni commenti osceni, le hanno attaccate.Per quanto riguarda le quattro sorelle, che hanno tra i 19 e i 24 anni, la polizia ha detto che la più giovane si trova in ospedale a New Delhi a causa delle gravi ustioni riportate. In merito a questo genere di violenza sulle donne il parlamento indiano ha votato contro una proposta di legge finalizzata ad aumentare la pena per gli attacchi all’acido all’ergastolo: attualmente la pena prevista per i responsabili va da un minino di 8 anni a un massimo di 12 di carcere, a seconda dei danni subiti dalle vittime. I condannati però possono anche essere rilasciati su cauzione…”


Siamo riuscite il 14 febbraio a ballare per le strade del mondo a milioni: Un miliardo di PERSONE One billion rising 14 febbraio 2013 danzeranno in strada contro la violenza sulle Donne.

Cosa possiamo fare, INSIEME, perchè questa follia disumana si fermi?

Doriana Goracci


 

 

Arabia Saudita. Donne e biciclette, una vittoria a metà

  • Mercoledì, 03 Aprile 2013 12:33 ,
  • Pubblicato in Flash news

Osservatorio Iraq
03 04 2013

Sarà l'effetto del film “Wadjda”, o l'ennesima concessione da parte del re Abdullah alle pressanti richieste dell'opinione pubblica. Sta di fatto che le donne saudite hanno segnato un altro punto verso la conquista delle loro libertà di base, con il permesso reale di girare per strada in bicicletta.

di Anna Toro


Certo, non è tutto oro quel che luccica. Ci saranno infatti delle condizioni da rispettare: ad esempio, una volta in sella alla sua bici, la donna dovrà essere sempre scortata da un guardiano di sesso maschile, incaricato di 'monitorare la situazione'.

E ancora: “Le saudite saranno libere di passeggiare nei parchi, con passeggini e biciclette, così come sul lungomare, e in altre aree, a patto che indossino abiti assolutamente modesti”, spiega il quotidiano al-Yaum, il primo a dare la notizia, citando una fonte anonima del Comitato per la promozione della virtù e la prevenzione del vizio.

Il permesso vale solo per scopi 'ricreativi', lungi dal considerare il mezzo a due ruote un sistema di trasporto permanente.

“La nostra preoccupazione è assicurare il pieno rispetto delle norme di circolazione stradale e dei regolamenti da parte di tutti i conducenti”, ha dichiarato Ali al-Zahrani, portavoce del Dipartimento del traffico della provincia orientale. Mentre Samia al-Bawardi, presidente di un'Ong per le vittime degli incidenti stradali, punta il dito contro l'abito scelto per pedalare: “Indossare l'abaya (il tradizionale abito lungo, che copre le donne dalla testa ai piedi, ndr), insieme a una guida irregolare, possono provocare incidenti terribili”.

Ma cosa ha innescato la rimozione del divieto?

Sarà una coincidenza, ma la 'svolta' arriva dopo il successo del film "Wadjda", scritto e diretto dalla regista saudita Haifaa al-Mansour e premiato a livello internazionale.

La pellicola racconta proprio la storia di una bambina che vive nella periferia di Riyadh, alle prese con i problemi di una società ultraconservatrice che non le permette, in quanto femmina, di possedere una bicicletta, il vero oggetto dei suoi desideri.

Nel film, la bici diventa il simbolo delle infinite restrizioni a cui sono sottoposte le donne in Arabia Saudita.

Almeno fino ad oggi. Questa nuova autorizzazione è infatti solo l'ultima di tutta una serie di piccole conquiste, ottenute poco alla volta, ma quasi tutte in tempi recentissimi. A partire dalla possibilità di votare e addirittura di candidarsi alle elezioni municipali del 2015, permesso ottenuto nel 2011.

O come l'anno scorso, quando due atlete saudite, rispettivamente judoka e velocista, hanno potuto per la prima volta partecipare alle Olimpiadi, per le forti pressioni internazionali esercitate su Riyadh.

Il mese scorso poi, re Abdullah ha nominato 30 donne nel consiglio della Shura, una sorta di Parlamento con funzioni consultive, le cui poltrone erano finora riservate al sesso maschile, e ha permesso alle saudite di lavorare come cassiere nei supermercati e nei negozi di lingerie.

E ancora, la settimana scorsa i media hanno diffuso la notizia secondo cui il governo starebbe per concedere i permessi per l'istituzione di club sportivi al femminile, finora considerati "centri di salute" a cui accedere solo previa autorizzazione del ministero della Salute.

Il motivo di questa restrizione è simile a quello per cui alle donne era proibito andare in bici e in automobile: le autorità religiose temono che guidando o praticando sport possano “perdere la verginità”.

Ecco perchè, riguardo a queste restrizioni, non ci sono vere e proprie leggi: simili divieti arrivano direttamente dai dettami e dalle fatwe dei muftì, da cui la famiglia reale fa dipendere la propria legittimità religiosa.

 

PROSSIMO OBIETTIVO: L'AUTOMOBILE
Per quanto riguarda la libertà di guidare l'auto, invece, gli attivisti e le attiviste saudite e internazionali da tempo hanno cominciato una battaglia lunga e coraggiosa.

Basti pensare alla giovane Manal Alsharif, che nel 2011, sfidando tutti i divieti e le punizioni, aveva pubblicato sui social network un video di sé stessa alla guida, invitando tutte le donne saudite a fare lo stesso e ad attivarsi con la campagna Women2Drive.

Arrestata con l'accusa di “infangare la reputazione del regno all'estero” e di “sobillare l'opinione pubblica”, la donna è poi stata rilasciata dopo diverse pressioni nazionali e internazionali. (Pochi mesi fa Manal Alsharif ha preso la sua seconda patente: ovviamente non nel suo paese, ma negli Emirati Arabi Uniti, dopo la prima ottenuta negli Usa).

L'anno dopo, la protesta ha preso la forma di una nuovo appello indirizzato direttamente al re: “Non cerchiamo di disturbare le autorità o violare le norme e i regolamenti – scrivono gli attivisti –, tutto ciò che vogliamo è far sì che le donne che hanno bisogno di uscire per le loro attività quotidiane possano farlo, anche se non hanno un uomo ad aiutarle”.

Si tratta di una questione molto importante per le saudite che, per far fronte ai propri impegni, sono costrette ad affittare un autista o a prendere un taxi, o nel migliore dei casi a farsi accompagnare dal proprio marito.

Anche il 18 marzo di quest'anno circa 3.000 cittadini hanno firmato una petizione per chiedere ai membri della Shura di portare la questione della guida delle donne in seno al dibattito politico. Ma sebbene alcuni si siano detti a favore, il problema non è ancora stato sollevato ufficialmente.

 

TRA CONQUISTE E PERCEZIONI
Per ora le saudite si dovranno accontentare di girare in bicicletta (nei limiti consentiti). E delle altre piccole grandi conquiste già citate, a cui però se ne deve aggiungere un'altra molto importante: il 26 marzo, il governo ha emesso un nuovo decreto per la creazione di carte d'identità nazionali obbligatorie per tutte le donne, garantendo loro identità indipendenti dalle famiglie, e spianando così la strada alla fine di quel tipico sistema di tutela oneroso, che tratta ogni donna, indipendentemente dalla sua età, come un minore.

Questi documenti saranno essenziali anche quando arriverà il momento di votare.

“Visti dall'esterno, i progressi in materia di diritti di genere possono sembrare essere ancora impantanati nel catrame – osserva la giornalista Aryn Baker, capo redattore per il Medio Oriente del Time Magazine – Dopo tutto, le donne non sono ancora autorizzate a guidare, non possono ottenere un lavoro o prendere un prestito senza il permesso di un familiare maschio, e ai loro guardiani designati, di solito un marito o un padre, arriva una notifica via sms ogni volta lasciano il regno”.

“Ma – aggiunge – dal punto di vista interno, i cambiamenti in corso sono vertiginosi”.

02 04 2013

«... Non sono così interessanti. Imparate, invece a essere realiste e ad avere aspettative realistiche»
Ursula Burns: «Donna e afroamericana. Vi racconto come ho scalato Xerox»    

di Antonia Jacchia
 
Sono passate diverse decadi dall’euforia delle segretarie di «Mad man» alla vista della prima fotocopiatrice Xerox in ufficio. Quando il marchio della multinazionale americana, ai suoi apici, era sinonimo di fotocopia. Il colosso Usa realizza ancora metà del suo giro di affari (di oltre 22 miliardi di dollari) con stampanti e fotocopiatrici mentre l’altra metà proviene dalla consulenza e gestione documentale e dai servizi di outsourcing dei documenti. Una trasformazione progressiva che ha rivoluzionato il Dna della corporation fondata a Rochester nel 1906. «In realtà l’approccio è il medesimo: semplificare il lavoro delle aziende automatizzando e gestendo i processi di business standardizzati» spiega Ursula Burns, 54 anni, la prima donna afroamericana alla guida di una multinazionale Usa. L’innovazione è di casa a Norwalk (l’attuale sede nel Connecticut), non solo per i 1.215 brevetti statunitensi ottenuti nel 2012 ma per il fatto di essere nella lista delle «50 disruptive companies 2013» per l’innovazione del Mit (che non vuol dire avere più brevetti ma aver in qualche modo cambiato le regole del mercato, introducendo per esempio prodotti che prima non c’erano o spingendo i big su nuovi terreni competitivi).

Lei, con una laurea fresca in ingegneria meccanica, è entrata in Xerox nel 1980 e con una carriera tutta all’interno della multinazionale, nel 2009 ne è diventata amministratore delegato. Cosa è cambiato in questi quattro ultimi anni a Norwalk?«Ho ereditato dal mio predecessore Anne Mulcahy (altra veterana in Xerox, ndr) un gruppo dalla reputazione solida, forte in innovazione e con una squadra di persone (oggi 140 mila dipendenti in più di 160 Paesi, ndr) che in tutto il mondo lavora nella “Xerox way”. E allora mi sono chiesta “cos’altro possiamo fare?” Da qui la decisione di espanderci nei servizi alle imprese. Avevamo già iniziato a comprare piccole compagnie, una che seguiva i percorsi legali, molto complicati per le aziende negli Usa, un’altra che si occupava di mutui, altro processo che necessita una grande quantità di documenti che noi potevamo automatizzare. Ma se continuavamo a comprare piccole compagnie sarebbe stato difficile crescere in fretta e allora ci siamo guardati intorno e abbiamo puntato su Affiliated computer services (Acs), un’operazione da 6,4 miliardi di dollari, la più grande acquisizione nella storia di Xerox, che ha proiettato il gruppo nelle diverse aree di servizi alle imprese e di outsourcing nell’information technology. Acs aveva il 90% della clientela negli Stati Uniti, un bagaglio di competenze che noi stiamo portando nel mondo, prima in Europa e poi in Asia».

Qual è la strategia di crescita di Xerox?
«Mantenere da un lato la nostra leadership storica nella tecnologia documentale, un segmento in crescita per esempio è quello delle stampanti a inchiostro di cui abbiamo comprato di recente una società. Poi l’espansione, sia geografica, sia di penetrazione dei nostri nove business in giro per il mondo, in Europa, Asia, America Latina, Canada. Con un obiettivo di fatturato in crescita del 2% per il 2013, incrementando il business service del 5-10%. Mantenendo la redditività e incrementando i margini (del 10-12%) per i nostri azionisti. E continuando a formare dipendenti che sostengono il gruppo in ogni parte del mondo. Perché la nostra è una visione a tutto tondo, sostenibile, basata su una strategia non di numeri ma di persone coinvolte nel miglioramento della loro comunità».
Cosa significa sostenibilità per Xerox?
«Usare solo le risorse di cui abbiamo bisogno, e sviluppare soluzioni in grado di ridurre o sostituire l’uso di risorse. Un esempio? Abbiamo inventato noi la stampa fronte e retro per ridurre l’uso di carta, o la funzione stand by per risparmiare energia. E il gruppo è molto coinvolto nell’educazione e nel rispetto delle diversità, cercando di alzare lo standard di vita delle minoranza e in particolare delle donne. Per questo siamo molto attivi nei programmi di istruzione scientifica di minoranze e donne perché è questo il modo per trasformare le loro condizioni di vita. Certo vogliamo fare profitti ma cerchiamo di stare positivamente nel mondo in cui viviamo».

Una donna, afroamericana, a capo di una multinazionale Usa. Non deve essere stato facile.

«La diversità è nel Dna di Xerox, io ho ereditato il testimone da una donna e qualche giorno fa ho annunciato la nomina del nuovo direttore finanziario: una donna che ha sostituito un italiano. Non doveva essere necessariamente un incarico al femminile ma per tradizione quando assumiamo ci preoccupiamo di avere un bacino di scelta molto diversificato e in questo caso i due migliori candidati erano donne. Come ho fatto a conciliare gli impegni di lavoro con la famiglia? Duro lavoro, un timing perfetto in un gruppo flessibile per vocazione e la fortuna di avere un marito di 20 anni più grande di me che si è potuto occupare più da vicino durante il periodo dell’adolescenza dei nostri due figli».

Un consiglio alle donne?
«Smettete di sentirvi colpevoli per il fatto di non partecipare a tutte le recite scolastiche dei vostri figli. A parte che non sono così interessanti, imparate a essere realiste e ad avere aspettative realistiche».
Un lungo lavoro che si è avvalso della capacità delle donne di raccontare le loro storie ed essere testimoni della storia, e di momenti cruciali come quelli che interessano oggi questi paesi, al centro di complessi passaggi di transizione in cui la battaglia per i diritti delle donne coincide, nella loro visione, con la battaglia per la democrazia stessa. ...

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Zeroviolenza è un progetto di informazione indipendente che legge le dinamiche sociali ed economiche attraverso la relazione tra uomini e donne e tra generazioni differenti.

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