Le donne, il lutto e gli scontri. Tunisine in piazza

  • Mercoledì, 13 Febbraio 2013 09:51 ,
  • Pubblicato in INGENERE

Ingenere
13 02 2013

Molte donne erano presenti nelle manifestazioni spontanee seguìte all'omicidio del leader dell'opposizione Belaid, e al suo funerale. Ma erano tante anche quelle che hanno marciato nel corteo dei simpatizzanti del partito islamista al potere. Il racconto di tre giorni di partecipazione straordinaria per le strade di Tunisi.

Tunisi - Sono stati i tabloid popolari, il francofono Le Quotidien e quello in lingua araba Assarih, a scegliere di dare rilievo all’immagine della figlia di Chokri Belaid, una bambina di otto anni dallo sguardo fermissimo, in piedi tra i militari, sul carro funebre che trasporta la salma del padre, noto avvocato leader dell’estrema sinistra e durissimo oppositore del partito islamista Ennahdha andato al governo in Tunisia con le prime libere elezioni dopo la rivoluzione. Non sembrava propriamente un funerale di stato quello che si è svolto l’8 febbraio, due giorni dopo che ignoti sicari hanno ucciso il leader sotto la sua abitazione. L’ordine protocollare del corteo funebre è stato ripetutamente travolto dalla pressione della folla mentre striscioni, canti e saluti a pugno chiuso ricordavano una manifestazione della sinistra antagonista. E neppure sembrava un funerale musulmano, con tutte quelle donne e ragazze, a capo scoperto e in prima fila, mescolate agli uomini, gridando slogan a squaciaglola fin dentro al cimitero dove di solito le donne non entrano.

C’erano donne di tutte le età a sfilare tra fabbriche, cavalcavia e modeste abitazioni del quartiere popolare di Djebel Jelloud: ragazzine con le loro madri, studentesse con i loro compagni, professioniste con i loro colleghi, infermiere con il camice, insegnanti in jeans, donne in abiti alla moda e in abiti tradizionali; tante donne anche tra gli avvocati che sfilano in toga. Qua e là qualche hijab punteggia il corteo: quello elegante firmato Chanel, quello audace color arancione, quello classico dai colori smorti. Curioso contrappasso della storia: quel giorno la Tunisia laico-modernista guardava con soddisfazione ogni voilée che si univa al corteo proprio come ieri la Francia coloniale aveva esibito trionfante ogni donna che il velo lo toglieva. Ma la maggior parte delle donne che indossa il foulard islamico è assiepata fuori dal corteo, ai bordi della strada e sulle terrazze dei tetti: sono le donne del quartiere che osservano, silenziose.

Diverso lo spettacolo offerto due giorni prima dall’avenue Bourguiba, quando la notizia dell’omicidio, avvenuto di prima mattina, si era diffusa con la consueta velocità sulle reti telematiche, e una piccola folla si era già radunata davanti al ministero dell’Interno, destinata a crescere di ora in ora. Era una folla composita per età, condizione sociale, appartenenza politica: la connotava una completa mixité di genere, la stessa del 14 gennaio 2011, coagulata dal rifiuto dell’omicidio come arma politica. Ci si parlava tra sconosciuti, ci si accalorava, si litigava talvolta, ma nessuno si sarebbe sognato di farne una questione di genere. Su quel viale simbolico dove chiunque avesse in mano una macchina fotografica poteva infilarsi dove voleva, scattare foto di primo piano ai poliziotti in tenuta anti-sommossa e piazzarsi sotto il muso di un carro armato in manovra, giovani giornaliste con e senza hijab volteggiavano esperte con i loro apparecchi. Del resto, è stato per una foto di troppo che mi sono trovata in mezzo ai gas lacrimogeni, finché una amica mi ha tirato con sé al riparo di un caffè. Era uno di quei cafès maures frequentati esclusivamente da uomini, santuari della mascolinità che le mie amiche tunisine talvolta cercano di conquistare. Questa volta, nessuno si è scomposto.

Diverso, anche, lo spettacolo offerto il giorno dopo i funerali, sulla stessa avenue Bourguiba. A manifestare, stavolta, militanti e simpatizzanti di Ennhadha: autorizzati più che chiamati dal partito nel cui quartier generale da due giorni giovani scalpitanti si riunivano sia per proteggere i locali (in provincia diverse sedi erano state incendiate) sia per reclamare il loro diritto allo spazio pubblico. Così alcune migliaia di persone (nulla a che vedere con i funerali che ne avevano mobilitato almeno dieci volte tante) si erano radunate, e c’erano soprattutto le bandiere nazionali rosse ma anche le bandiere panarabiste verdi e le bandiere islamiste nere. E c’erano di nuovo tantissime donne, ed erano di nuovo di tutte le età, e diverse per condizione sociale. Solo che la stragrande maggioranza indossava lo hijab e quelle a capo scoperto erano una piccola minoranza: l’esatto opposto del corteo del giorno precedente. Sulla simbolica scalinata del teatro municpale, luogo prediletto dai manifestanti giovani, si assiepavano donne e ragazze dagli abiti multicolori, dai foulards drappeggiati nel modi più svariati, in compagnia dei loro amici e compagni che improvvisavano musiche rap fino a fare concorrenza al comizio ufficiale distante a pochi metri. Rapidamente appropriatesi di un linguaggio comunicativo post-moderno, le ragazze che scandivano slogan ironici contro la Francia e usavano la bandiera nazionale come un velo sembravano (inconsciamente?) rivolgersi alle loro coetanee occidentalizzanti, come a dire: “Vedete, sappiamo farlo anche noi…”

E così, dopo tre giornate livide e glaciali, di lutto e di scontri, quel sabato pomeriggio l’avenue carezzata da un sole benigno sembrava una festa popolare, con famiglie e mercanti di kaki e popcorn. E ancora una volta, forza era di constatare come vigesse la più totale mixité sessuale: nel fitto della calca donne e uomini si ammassavano senza che mai un gesto, uno sguardo, disconoscesse la naturalità di questa compresenza. La manifestazione era contro la violenza, in difesa della legittimità istituzionale, ma era anche una manifestazione di orgoglio musulmano (“Il popolo è musulmano” era uno degli slogan) e di partito (“Voteremo ancora Ennahdha!” era un altro). In chiusura – con accorta regia – c’è stato sia l’inno nazionale sia la professione di fede musulmana; mentre un grande drappo rosso (il colore della bandiera) veniva dispiegato sulle teste si recitava il credo dei Fratelli musulmani. Poi, come dopo una festa, ad un tratto le famiglie allargate si ritrovano e si ricompongono, e via di corsa a gruppi, per rientrare nelle abitazioni di periferia, prima che scenda la notte

"Per me Ofir resta ha commentato in un'intervista al Canale 7 - una giovane con una forte moralità, molti nel villaggio la difendono. Ma nessun leader religioso può permettere che una donna canti davanti agli uomini". ...

Il Corriere della Sera
06 02 2013

Lei aveva avuto un grande coraggio a raccontare la violenza subita in un campo profughi di Mogadiscio al giornalista freelance, Abdiaziz Abdnur Ibrahim. Un’accusa pesante nei confronti delle forze di sicurezza che, secondo voci insistenti, si approfittano delle rifugiate. Ma quel momento di verità le costerà caro. Ieri è stata condannata da un tribunale di Mogadiscio a un anno di carcere per “oltraggio alle istituzioni” e un’identica pena è stata inflitta al free lance che l’aveva intervistata (come avevamo raccontato domenica in questo post) senza però aver mai pubblicato il pezzo (nella foto la lettura del verdetto). L’uomo, già detenuto, comincerà subito a scontare la punizione. A salvarlo non sono bastate le rassicurazioni di Al Jazeera, che aveva mandato in onda un’inchiesta sugli abusi ma che ha sempre negato il coinvolgimento di Ibrahim nel servizio. Per la donna, invece, si apriranno le porte del carcere quando avrà finito di allattare il suo bambino.

Il caso è talmente eclatante che ha destato l’indignazione del segretario generale dell’Onu Ban Ki-moon: “Le Nazioni Unite hanno ripetutamente espresso allarme davanti alle notizie di violenze diffuse nei campi per profughi intorno e a Mogadiscio – ha detto -. Questi delitti non vengono denunciati abbastanza spesso a causa dei rischi per le vittime, i testimoni e i familiari”. Ban ha voluto lodare “lo straordinario coraggio” della donna “per uscire allo scoperto”.

Il processo è sembrato fabbricato sin dall’inizio. Il 18 gennaio il governo aveva sostenuto in un comunicato ufficiale che la denuncia della donna era falsa e che la vicenda era una montatura.

Lo scorso novembre, il presidente Hassan Sheikh Mohamud aveva dichiarato che gli appartenenti alle forze di sicurezza responsabili di stupro avrebbero dovuto essere puniti, prospettando addirittura la pena di morte. Aspettiamo ancora che in carcere ci vadano gli aggressori e non le vittime.

Femminismo a Sud
06 02 2013

Un articolo che Valeria ha tradotto per Fas. Tratto da un sito che parla di India e cose che succedono laggiù. Un articolo utilissimo a fare capire anche la china scivolosa, la deriva autoritaria, che ha preso l’antiviolenza (sulle donne) in Italia, a partire dall’autoimposto apartheid su spazi rosa, sos rosa, punti rosa, parcheggi rosa, mondi rosa, separati dal resto dell’umanità. Grazie a Valeria e buona lettura!

 

La Segregazione non è eguaglianza, la segregazione non è sicurezza
(dal blog http://raisingourvoices.posterous.com/)

Molti di quelli che mi conoscono da un po’ (NdT: l’autrice è architetto) sanno che uno degli ambiti principali del mio lavoro riguarda il superamento delle barriere architettoniche per persone disabili o in altro modo marginalizzate. L’accesso agli spazi è solo un altro livello di discriminazione – spazi pubblici e privati, succede ovunque nel mondo- perchè le città e gli edifici sono progettati avendo come utenti privilegiati gli adulti da 20 a 50 anni senza disabilità, lasciando il resto della popolazione esclusa dalla fruizione di tutti gli spazi e quindi andando a limitare l’indipendenza individuale di ampie fasce di popolazione. Nel mio lavoro, incontrando persone con diversi gradi di disabilità, ho capito che l’accessibilità si può garantire in due modi, per inclusione e per segregazione.

Quando la segregazione va a colpire i diritti umani di accessibilità allora la segregazione non è la soluzione giusta. La segregazione crea una sensazione transitoria di accessibilità attraverso la negazione della dignità, abbandonando l’obiettivo di creare una società dove tutte le persone siano in grado di accedere a tutti gli spazi. La sicurezza che si ottiene attraverso la segregazione è un modo per rendere invisibili strati di popolazione in modo che questi strati continuino la loro “mezza vita” lontano dalla vistadella maggioranza che può così continuare a vivere ignorando completamente i desideri e le necessità degli “altri”.

Pensiamoci. Troppo spesso la segregazione femminile è stato sinonimo di sicurezza femminile. Abbiamo posti separati sugli autobus, vagoni separati sui treni. Quando un’amica che veniva da un altro paese mi ha fatto notare che questo regime si potrebbe definire apartheid mi sono arrabbiata e le ho portato numerosi esempi di come questo sistema abbia aiutato noi donne che viviamo in una società ingiusta ma in fondo al cuore sapevo che aveva ragione. Non è una soluzione perchè, per quanto a lungo tu possa vivere isolandoti dalla società in un ambiente esclusivo, protetto e sentendoti sicura (anche se questa sicurezza è del tutto discutibile), questa segregazione non aiuta e non insegna al mondo intorno a te ad avere a che fare con te nel modo giusto, anche perchè, appena esci dalla zona di sicurezza sei immediatamente esposta a soprusi inimmaginabili in una società civile.

Senza considerare le donne che semplicemente non possono permettersi questa esclusiva bolla di privacy che si acquista con il denaro. Dobbiamo chiedere sistemi di sicurezza che siano allo stesso tempo accessibili per tutti ed universali. Non dobbiamo permettere che vengano create altre “scatole” dove le donne vengono chiuse – chiediamo che vengano rispettati i nostri diritti di essere sicure nel mondo intorno a noi, che questo ci venga riconosciuto come nostro diritto.

[articolo originale: http://raisingourvoices.posterous.com/segregation-is-not-equality-segregation-is-no]

Le vedove afghane "preferiscono morire"

  • Venerdì, 01 Febbraio 2013 10:06 ,
  • Pubblicato in Flash news

Osservatorio Afghanistan
01 02 2013

In un paese in cui il futuro di una donna dipende dal marito, le vedove sono spesso impotenti

Le vedove afghane lottano per la sopravvivenza. Dopo la morte del marito, le donne sono sottoposte a stupri, povertà, condanna sociale. Una di loro ritiene che la sua vita fosse finita prima ancora di cominciare.
Il mondo di Gulghotay si è distrutto quando ha saputo della morte del marito. Erano sposati da soli tre mesi ed ora, improvvisamente, era morto. Tuttavia, Gulghotay non voleva condurre la vita di una vedova. Così decise di bere una bottiglietta di acido e porre fine anche alla sua vita.

Gulghotay vive nella provincia orientale afghana di Maidan Wardak. Stava facendo i lavori domestici quando una bomba collocata su una bicicletta scoppiò di fronte ad una stazione di polizia nella vicina provincia di Ghazni, uccidendo due persone. Sette civili vennero portati in ospedale, fra questi il marito di Gulghotay. Morì poco dopo per le gravi ferite riportate. Mohammad Azim, fratello della giovane vedova, afferma che la sua morte fu uno shock per Gulghotay.

Azim racconta che sua sorella era molto felice col marito. Tuttavia, ora è molto preoccupato per lei. “Gulghotay era a casa con un’amica quando ha bevuto l’acido”, dice. Per fortuna, l’amica è riuscita a portarla velocemente in ospedale.

Donne spinte ad un “punto di rottura”

Il destino di Gulghotay è simile a quello di molte altre donne afghane. Negli ultimi tre decenni migliaia di donne hanno perso i mariti o altri parenti maschi durante la guerra. Poiché dipendono dagli uomini, per loro è molto difficile affrontare la perdita sia dal punto di vista emotivo che finanziario, e cadono spesso in uno stato depressivo.

Mohamad Hemat, direttore dell’ospedale della città di Ghazni, afferma che in media tre donne alla settimana vengono ricoverate in ospedale per aver tentato il suicidio.

“Per la maggior parte, abbiamo a che fare con stati di stress emotivo e problemi familiari che spingono sovente le donne ad un punto di rottura” racconta Hemat. “Fortunatamente, Gulghotay è arrivata in ospedale appena in tempo. Ora le sue condizioni sono buone e si trova in uno dei nostri reparti” aggiunge il direttore.

Gulghotay è stata fortunata ed è ora in grado di riprendersi, ma la sua principale preoccupazione non è la salute fisica. Alla giovane età di 22 anni, è ora costretta a continuare la sua vita come vedova. E’ improbabile che trovi un altro marito. Secondo la tradizione afghana, la vedova deve risposarsi con il cognato.

Le donne preferiscono morire

“In un paese in cui il futuro di una donna dipende dal marito, le vedove sono spesso impotenti” dichiara Wazhma Frogh, attivista per i diritti delle donne e co-fondatrice e direttrice esecutiva dell’Istituto di Ricerca per le Donne, la Pace e la Sicurezza.

Con la morte del marito, una donna non perde solo la sua identità, ma anche il suo posto nella società. “In realtà, queste donne preferiscono morire”, racconta Frogh, aggiungendo che non è nemmeno permesso loro di continuare a vivere come vedove. L’attivista cita casi in cui le donne subiscono violenze sessuali dagli stessi padri o dai cognati.

Attualmente esistono circa 2 milioni e mezzo di vedove in Afghanistan, di cui 70.000 vivono nella capitale Kabul. Queste donne rappresentano il 12% dell’intera popolazione afghana. Molte di loro sono analfabete e relativamente giovani.

Nessun protezione governativa

Shajan, della città orientale di Jalalabad, è una di loro. Racconta che l’unico motivo che l’ha spinta a continuare a vivere sono i suoi figli. Ora sta lottando per uscire dalla povertà. “Non ho un marito che mi può sostenere e guidare”.

I suoi figli sono ancora piccoli e Shajan lavora facendo le pulizie in una scuola. Guadagna 1.200 Afghani al mese, l’equivalente di € 17. “C’è pochissimo lavoro. Spero che il governo possa aiutare la povera gente, in particolare le vedove e coloro che hanno bisogno di protezione”, aggiunge.

Tuttavia, il governo afghano non fornisce nessuna tutela alle vedove, dichiara Frogh. Se un poliziotto o un soldato muore durante il lavoro, non sono la moglie o i figli a ricevere un sostegno finanziario mensile, bensì il padre. Questo mostra chiaramente che nemmeno il governo riconosce la condizione delle vedove nella società afghana.

Una vedova è considerata come un malaugurio dalla società afghana. Gulghotay deve ora affrontare tutte queste sfide. Sopravviverà e probabilmente guarirà, ma a che prezzo? La famiglia spera che questo suo tentativo di suicidio sia l’ultimo.

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