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In piazza con le Mujeres por la Paz

  • Giovedì, 31 Gennaio 2013 15:18 ,
  • Pubblicato in Flash news

GiULiA
31 01 2013

Hanno portato la pratica delle non violenza in Colombia, destabilizzando gli equilibri del conflitto armato. Ora chiedono che i negoziati di pace tra Governo e guerriglieri tengano conto anche del "punto di vista delle donne", rivendicando in un manifesto firmato a dicembre il diritto a essere riconosciute come interlocutrici politiche. Sono le Mujeres por la Paz, un coordinamento di 44 associazioni femminili colombiane da anni in prima linea, non senza rischi, per il cessate il fuoco. Il loro appello è rimbalzato dalla Colombia al Vecchio Continente, dove le Donne in Nero di Madrid hanno lanciato un'iniziativa internazionale a loro sostegno prevista il 31 gennaio e raccolta, in Italia, da diverse città (tra cui Torino, Bologna e Napoli). Nel capoluogo piemontese undici associazioni (tra cui, oltre che le Donne in Nero della Casa delle Donne di Torino anche il comitato locale di Se Non Ora Quando) e alcune rappresentanti delle istituzioni locali hanno dato appuntamento alle 17,30 in Piazza Castello con un sit-in per raccogliere le adesioni all'appello delle Mujeres.

La storia delle donne colombiane nasce nel 2001, con la decisione di mettere in rete le esperienze delle pacifiste portate avanti durante la guerriglia. Tra le associazioni che compongono il coordinamento c'è anche la Ruta Pacifica de las Mujeres, nata nel 1996 e nota per tenere le sue manifestazioni - coloratissime e multietniche - nei luoghi a più alto tasso di stupri e femminicidi. "L'esperienza della Ruta nasce anche e soprattutto in risposta alla violenza di genere che della guerra è uno degli aspetti più spaventosi", spiega Elisabetta Donini, delle Donne in Nero di Torino e da molti anni in stretto contatto con le attiviste colombiane. Scegliere la strada della non violenza, però, non è stato senza conseguenze: "Fu una scelta coraggiosa, poiché fino ad allora le forme di resistenza prevedevano per lo più il ricorso al conflitto armato - precisa Donini - e a quel punto le donne della Ruta divennero il bersaglio di tutti gli attori armati, dalla guerriglia all'esercito fino ai narcotrafficanti". Inediti gli strumenti utilizzati nella loro azione di pressione alle Istituzioni: dal linguaggio artistico alle campagne educative fino addirittura all'"astinenza sessuale" per i mariti che si rifiutano di sedere al tavolo dei negoziati. Le loro manifestazioni di piazza sono partecipate da donne di tutte le etnie che colorano i propri corpi nudi e trasportano lunghi drappi disegnati per dire stop alla violenza, mentre crescono le iniziative nel campo della formazione, dai seminari di politica aperti a tutte alle pubblicazioni di libri.

Queste donne sono tutto tranne che innocue tant'è che negli ultimi anni molte di loro sono state oggetto di minacce, mentre un'attivista storica, Olga Marina Vergara, nel 2008 è stata assassinata insieme al figlio, alla nuora e al nipote di cinque anni. Da allora, è vero, molte cose sono cambiate: dopo 50 anni di conflitti la Colombia ha faticosamente avviato il processo di pace e le trattative proseguono a Cuba tra alti e bassi (è di pochi giorni fa l'annuncio del cessate il fuoco da parte delle Farc che accusano il governo di non voler rispettare la tregua). In questo difficile processo di dialogo però le donne non vogliono restare silenti: per loro cessare il fuoco non significa solo deporre le armi ma cambiare la struttura sociale e i rapporti di genere.
Insomma, a questo giro la pace, senza le donne, non va avanti.

Auser Lombardia
30 01 2013

Rompere il colpevole silenzio: questo il principale messaggio emerso al convegno internazionale "Ci sono storie difficili da raccontare" che ha segnato la conclusione del progetto “Stop Vi.e.w.” (stop alla violenza contro le donne anziane), di cui Auser Lombardia è capofila e finanziato nell’ambito del programma europeo Daphne.

Presenti i partner europei delle associazioni Cnidff (Francia), Anjaf (Portogallo), Unaf (Spagna), Bgrf (Bulgaria), Zdus (Slovenia), insieme al partner italiano Regione Lombardia. Il convegno è stato aperto da Rosa Romano, direttore di Auser Lombardia, che ha richiamato gli elementi di sfondo del progetto: l’inarrestabile processo di invecchiamento della popolazione e le prospettive di genere che vedono la donna più a rischio di fragilità e violenze.

È stato proiettato il video diretto da Filippo Ticozzi, realizzato appositamente per il progetto, che racconta tre storie emblematiche di donne anziane per rappresentare tre fenomeni della violenza nei confronti delle donne over 65: solitudine, maltrattamento, truffa. Il video, che ha avuto un riconoscimento al Festival della Comunicazione Sociale 2012, è disponibile su youtube (http://www.youtube.com/user/STOPVIEWVIDEO) nelle varie lingue dei paesi partner del progetto.

Marina Matucci (Direzione Generale Famiglia e Solidarietà Sociale di Regione Lombardia) ha sottolineato l'importanza che il tema degli abusi taciuti riveste per Regione Lombardia: il progetto “Stop Vi.e.w.” ha permesso di creare maggiore consapevolezza e attenzione anche tra gli operatori socio-sanitari e le Asl. Coordinati da Paolo Carmassi, sono intervenuti Catarina Sousa (Anjaf), Dijana Lukic (Zdus), Raquel Lago Gomez (Unaf), Elena Triffonova (Bgrf), Christine Passagne (Cnidff), Clara Bassanini (coordinatrice del progetto, in collaborazione con Auser Lombardia, e presidente di “Pari e Dispari”; ha parlato inoltre del monitoraggio a nome di Gabriela Giovilli, di Coop Europolis, assente perché influenzata), Fabio Roia (giudice della nona sezione penale di Milano; da anni si occupa di violenze domestiche), il professor Robert Moulias (rappresentante dell’associazione francese Alma), Marisa Guarneri (Casa delle Donne Maltrattate di Milano) e Francesca Zajczyk (delegata alle Pari Opportunità del Comune di Milano). Ogni nazione ha presentato un’azione specifica del progetto nel contesto locale.

La Slovenia ha inaugurato una azione di comunicazione attraverso programmi di sensibilizzazione trasmessi dalla radio, la Francia ha una struttura che più da vent'anni lavora e ha introdotto un esteso programma di formazione, Spagna e Bulgaria hanno informato e sensibilizzato proponendo protocolli per azioni congiunte tra amministrazioni pubbliche e terzo settore, il Portogallo ha curato la comparazione delle ricerche sul fenomeno che ogni partner ha svolto sul proprio territorio. L'Italia ha presentato i risultati di una metodologia innovativa e sperimentale attraverso i gruppi di auto mutuo aiuto e il counselling. Auser, in particolare, ha avviato un programma specifico di formazione per gli operatori di telefonia sociale e un’attività di sensibilizzazione vastissima raggiungendo cittadini, amministrazioni, operatori socio sanitari, medici di base, volontari, case di riposo e centri anziani.

Il monitoraggio del progetto, durato due anni, ha evidenziato il successo della iniziativa e il raggiungimento di tutti gli obiettivi dichiarati alla comunità europea.

Per dare continuità all'impegno, tutti i partner hanno proposto di procedere con la collaborazione perché il tema è risultato fondamentale per l'impatto sociale dell'invecchiamento della popolazione. Le riflessioni conclusive sono state affidate a Rino Campioni, vicepresidente di Auser Lombardia: le proposte sono raccomandare a Istat la rilevazione statistica dei dati sulla violenza di genere relativa alle donne over 70, l’inserimento nei piani di zona il tema del contrasto alla violenza di genere, il rafforzamento della rete degli amministratori di sostegno all’interno del quadro normativo regionale, la promozione di figure quali i custodi sociali e i portieri sociali, il sostegno alla cultura della dignità della persona anziana in generale e all’invecchiamento attivo.

Chiunque fosse interessato al materiale legato all'analisi conclusiva, che sarà disponibile in primavera, può rivolgersi ad Auser Lombardia.

 

Auser Lombardia
www.auser.lombardia.it
02/26113524

Gb non rispetta condizioni carcere donne

  • Martedì, 29 Gennaio 2013 09:59 ,
  • Pubblicato in Flash news
Ignorati standard dettati da Onu, centinaia i casi

(ANSA) - LONDRA - La Gran Bretagna e' lontana anni luce dagli standard delle Nazioni Unite sulla detenzione carceraria femminile e secondo uno studio le condizioni in cui le donne sono tenute in prigione sono in un gran numero di casi "ingiuste, sbagliate, non rispettose dei diritti umani".
Lo studio, condotto da Rachel Halford, direttrice del gruppo 'Donne in carcere', sostiene che il Regno Unito pur avendo firmato 2 anni fa un protocollo sui nuovi standard dell'Onu non ha finora ottemperato a tali direttive.

La violenza sulle donne raccontata dai media

  • Giovedì, 17 Gennaio 2013 10:39 ,
  • Pubblicato in Video
Video realizzato dal blog "Un altro genere di comunicazione" in cui si analizza il linguaggio utilizzato dei media, in particolar modo la maniera in cui vengono divulgate le notizie riguardanti la violenza sulle donne ...

“Vi presento le figlie dell’Iran”

  • Martedì, 15 Gennaio 2013 08:37 ,
  • Pubblicato in Flash news
Giornalettismo
14 01 2013

Ecco com'erano le donne sessant'anni fa

di Alessandra Cristofari

Il Guardian racconta come un ritrovamento casuale sia stato in grado di fornire informazioni sull’epoca dimenticata dell’Iran e del tempo antecedente alla rivoluzione.

IL CASO – Nel 2005 Shokri Najaf si stava recando al lavoro come al solito quando la sua attenzione è stata rapita dal bidone della spazzatura dove all’interno giacevano vecchi documenti datati 1942. La scoperta delle carte di identità ha rappresentato per Najaf venire a contatto con “una fossa comune”. “Sarebbe potuto finire tutto nel dimenticatoio, senza lasciare tracce”.
IL PROGETTO - Najaf ha deciso di fare del ritrovamento un progetto artistico, chiamandolo “Daughters of Iran“, “Figlie dell’Iran“. Le immagini sono prive del nome o informazioni personali, tutta l’attenzione è per i volti e per come si presentano: la posizione di fronte alla macchina da presa, le acconciature, il trucco, gli abiti ma anche lo stile fotografico del tempo.
I DOCUMENTI – “Prima della sostituzione con i documenti attuali – spiega il Guardian - i documenti di identità iraniani erano formati da quattro pagine senza fotografie . La foto veniva richiesta per scopi legali come il matrimonio o l’ingresso all’università o per il voto. Anche se i documenti sono stati rilasciati nel 1942, riguardano il periodo compreso tra la fine degli anni ’50 e gli anni ’70 e la maggior parte delle donne aveva aggiunto la foto”. Tra gli anni ’50 e la fine dei ’70 il ruolo della donna iraniana  ha subito una notevole trasformazione, le donne hanno avuto accesso all’istruzione e al mercato del lavoro. “Si può vedere la storia dell’epoca in questi volti” ha raccontato Shokri. “Molte di queste donne provenivano da famiglie rurali e piccoli paesi ma hanno sposato uomini di città. La popolazione era in espansione e la vita stava cambiando. La mia intenzione era quella di trasformare i documenti privati in patrimonio pubblico. Le figlie dell’Iran ci ricordano un passato – non così lontano – in cui il Medio Oriente aveva un volto diverso”.

http://www.giornalettismo.com/archives/708271/le-figlie-delliran/

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