Sonia Sabelli
11 01 2013

Isoke Aikpitanyi, per conto dell’Associazione vittime ed ex vittime della tratta, spiega come cambia la tua percezione del femminicidio e della violenza se sei una donna immigrata o una cittadina italiana. Il grassetto è mio, per chi vuole ascoltare.
La percezione del femminicidio e della violenza fra le vittime della tratta.

Che succederebbe se le donne uccise in Italia non fossero 100 ma quattro mila?

E’ un’ipotesi, una provocazione? No, è un calcolo proporzionale riferito alle nigeriane uccise in Italia… per non dire delle donne dell’est, delle latine e delle altre straniere.

Il numero di donne italiane uccise nel 2012 ha superato le 120 unità; ogni giorno durante tutto l’anno è uscito un vero bollettino di guerra con nuove vittime del femminicidio.

Nei giorni scorsi alcune ragazze nigeriane che con me portano avanti l’associazione vittime ed ex vittime della tratta, dando accoglienza e sostegno a giovani vittime, ed io ci siamo incontrate a Genova per decidere come operare nel 2013.
Tira un’aria molto brutta per le nigeriane… eppure continuano ad arrivare in Europa e in Italia.

Solo nel 2012 in Italia sono state assassinate dieci nigeriane.
Dieci che rientrano nel numero delle donne vittime di femminicidio? Alcune sì, altre no. Perché non tutte le donne italiane e non tutte le donne impegnate contro il femminicidio contano tutte le donne assassinate e perché comunque non esiste una lista del tutto attendibile sul numero complessivo delle donne uccise.

Ma anche quando avremo superato questo problema e tutte saranno sempre e comunque conteggiate e considerate, noi vittime della tratta faremo fatica a far capire che la percezione della morte e della violenza, fra noi è molto più forte e drammatica che fra le donne italiane.

Non è una questione banale: è che dieci nigeriane uccise su quindici mila (tante sarebbero secondo alcune stime e tante sono “tutte” quelle che secondo le stime sarebbero presenti in Italia) sono un’enormità.

Nell’indagine che tre vittime della tratta hanno realizzato nel 2011, avvicinando mille ragazze nigeriane in Italia, è emerso che ciascuna di quelle mille ne conosce circa 10 o 15 altre: è come se attraverso di loro mille le avessimo avvicinate tutte quindici mila. E quando una è uccisa, sicuramente o la conoscevamo di persona o la conoscevano altre a noi molto vicine.
Questa prossimità umana, questa conoscenza diretta e personale rende più penoso il dramma e rende più grave il terrore di poter essere uccise.

Ho scritto nel mio primo libro che le ragazze che sono costrette ad andare in strada, ogni sera prima di uscire da casa pregano Dio di non incontrare un balordo che le violenta e le uccide e di incontrare, invece, un uomo buono le aiuta.
La morte comunque è lì, brutale non solo quando conosci personalmente la vittima, ma anche quando ricordi che tu stessa l’hai scampata. Io l’ho scampata…! E tantissime hanno rischiato o sono scampate.

Che 100 e più donne italiane possano essere uccise è osceno, ma se le italiane fossero uccise con la stessa frequenza con la quale sono uccise le nigeriane, le donne uccise in Italia sarebbero quattro mila! Per fortuna questa è solo un’ipotesi, ma è solo considerandola che le donne italiane potranno capire cosa si agita nell’animo di tante altre donne straniere e, quanto meno nell’animo delle nigeriane.

Se poi aggiungiamo la morte e la violenza che queste donne subiscono durante i loro viaggi, il quadro di insieme che ne esce diventerà insopportabile.

Ricordo, inoltre, quando mi intervistarono sugli stupri patiti dalle vittime della tratta: un giorno si e l’altro anche… – risposi – tanto che mi venne da dire che ogni africana violentata è una donna bianca che la scampa… Lo dissi intervenendo alla Casa Internazionale della donna, a Roma.

Mi dicono sempre che è una frase terribile, ma è vera ed è anche peggio perché noi siamo lo sfogatoio sessuale e di violenza dei maschi in Italia, maschi non solo italiani, si badi.

Questa nota ha lo scopo di evidenziare che contro il femminicidio bisogna mettere in campo molte energie, energie differenziate, ma che bisogna anche mettere in campo molte sensibilità diverse e bisogna avere la lucidità per conoscere il problema sotto tutti i suoi aspetti; il che vuol dire che la percezione della gravità del problema è diversa per le donne straniere e per le donne italiane, e vuol dire anche individuare che cosa bisogna fare per stroncare questo dramma.

Noi vittime ed ex vittime della tratta sappiamo, per esperienza, che i centri antiviolenza non sono operativi a nostro favore e lo sono solo in parte a favore delle donne straniere; non è un’accusa o una critica. E’ che i centri antiviolenza sono nati per una tipologia di attività rivolte soprattutto alle donne italiane; sono aperti anche alle straniere che, però, conoscono poco i servizi ai quali potrebbero rivolgersi per avere sostegno. E non è certo colpa loro, di queste donne.

Basterebbe analizzare i dati dei centri antiviolenza per scoprire che questo è vero e che, quindi ci vorrebbero, tanto per cominciare, più attività di mediazione per far conoscere i servizi alle straniere e per accompagnarle ai servizi.

Per assurdo anche in un conto generico del numero delle donne uccise, una variante tra il 15 e il 25% delle donne vittime di femminicidio è costituita da donne straniere, ma le donne straniere non sono il 15 o 25% della popolazione femminile, sono molte di meno, il che evidenza ancor più che proporzionalmente, il numero delle straniere uccise è molto elevato.

A favore delle vittime della tratta sono previsti servizi diversi dai centri antiviolenza; ma se contro il femminicidio si chiede solo di rafforzare i centri antiviolenza, vuol dire che per le vittime della tratta si fa poco; i servizi antitratta sono quasi tutti a rischio di chiusura, sono privi di finanziamento, lo ha detto perfino don Gallo, alla Commenda, domenica 16 dicembre. Quindi contro il femminicidio bisognerebbe chiedere il rafforzamento dei centri antiviolenza e dei servizi antitratta.

Altrimenti ad un problema gravissimo come il femminicidio, si rischia di rispondere con una proposta risolutiva che lo affronta solo in parte.
Bisognerebbe anche mettere in campo la capacità di analizzare seriamente e serenamente cosa è stato fatto prima che i centri antiviolenza (e i servizi antitratta) perdessero la maggior parte delle risorse. Bisognerebbe guardare i risultati ottenuti e quelli non ottenuti e, magari, cambiare qualcosa.

Questo perché se le lotte delle donne e, in particolare, di Se Non Ora Quando (SNOQ) contribuiranno ad aumentare il numero delle donne impegnate in politica e nel governo, a me e a noi vittime ed ex vittime, nessuna donna che sta correndo in politica o che sostiene donne che correranno in politica, ha ancora detto che cosa farà per affrontare i problemi del femminicidio delle donne italiane e di quelle straniere: dobbiamo aspettare che siano elette per conoscere i loro programmi in merito?

Tutte queste criticità alimentano un senso di isolamento delle vittime della tratta dal resto della società civile, il che vuol dire che non credono nella possibilità di uscire dalla tratta e di inserirsi normalmente nella società civile, quindi non credono nei servizi, non credono nelle persone che parlano di loro, di noi, senza dire esattamente che cosa intendono fare.

Questo è un problema che riguarda le donne, perché queste rassicurazioni, gli impegni conseguenti e le decisioni nuove che dovrebbero essere adottate, le donne italiane DEVONO renderli espliciti a tutte le donne, utilizzando soprattutto il canale e lo strumento di operatrici pari o di mediatrici che provengono dagli stessi paesi delle donne alle quali bisogna parlare.

Il numero di queste donne “operatrici” è molto basso; chiediamoci allora come mai apparentemente mentre a molte donne italiane e a molti uomini è stata offerta la possibilità di lavorare, con uno stipendio, nella realtà della tratta, pochissime vittime ed ex vittime hanno avuto questa opportunità, quando è chiaro che le operatrici pari detengono la capacità spontanea di esser concrete.

Formare e valorizzare queste capacità spontanee sarebbe stato un investimento positivo, ma NON è stato fatto nulla in tale direzione.
Anzi neppure tutte le mediatrici in campo sono delle “pari”, ma sono semplicemente donne che provengono dallo stesso continente: è come se a sostenere una donna sarda che proviene dalla profonda Barbagia, si impegnasse una finlandese, solo perché sono entrambe europee. A stento riusciranno a parlarsi.

Non aver favorito l’autorappresentatività delle vittime e delle ex vittime è un problema concreto: se lo proponeva tanti anni or sono Leopoldo Grosso, numero due del Gruppo Abele e io gli ho dato ascolto fondando l’associazione vittime ed ex vittime della tratta che, però fatica a farsi ascoltare, perché io fatico a rappresentarla operando in modo autogestito ed autofinanziato, e perché non mi si riconosce – a me e alle altre che operano con me – l’autorevolezza di quel che diciamo.
Invece di ascoltarci le donne italiane preferiscono fare il possibile per rappresentarci loro, prendendosi tutto lo spazio, cercando di capire, interpretare e rappresentare noi che vorremmo farlo direttamente. In questo modo si creano difficoltà tali che molte rinunciano e molte si adattano: alcune si adattano a prostituirsi, anche se non volevano prostituirsi, altre si adattano a diventare operatrici in un sistema che fa quel che può, (certo, non si riuscirà mai a fare molto!) anche se sono consapevoli che si potrebbe fare molto di più.

Il titolo di questo breve documento, spiega quale è la percezione del femminicidio e della violenza tra le donne vittime ed ex vittime della tratta e, in particolare, tra le nigeriane che hanno un minimo di organizzazione per rappresentarsi, per autorappresentarsi.

Le nigeriane sono escluse dalla società bianca, vivono all’interno della loro comunità africana, percepiscono suoni esterni che, per loro, sono tutti suoni spaventosi, ma se a sfruttarle contribuisce il pastore pentecostale al quale si affidano, anche questo è peggio di ciò che le donne italiane subiscono dalle parole vergognose di un prete cattolico sessuofobo: i pastori, i finti pastori nigeriani, spesso sono i nostri sfruttatori… nessuno scende in piazza per questo e noi non possiamo farlo, perché siamo sole.
Provate ad immaginare, allora se non 100 ma quattro mila donne italiane fossero uccise ogni anno, pensate a quale angoscia, terrore vero si impadronirebbero delle donne se il dramma fosse questo.

Beh per noi vittime ed ex vittime, la situazione è esattamente questa.

Isoke Aikpitanyi,
Per conto dell’Associazione vittime ed ex vittime della tratta

Singapore, per la prima volta una donna presidente Parlamento

  • Venerdì, 11 Gennaio 2013 10:12 ,
  • Pubblicato in Flash news

Giulia globalist
11 01 2013

Per la prima volta nella storia di Singapore una donna presidiera' il Parlamento nazionale: si tratta di Halimah Yacob, 58 anni, di religione musulmana, attualmente sottosegretaria al ministero dello Sviluppo Comunitario. E' stata nominata dal primo ministro Lee Hsien Loong e sostituira' Michael Palmer, 44 anni, dimessosi nelle scorse settimane dopo aver confessato di aver avuto una storia extraconiugale.

Singapore, ufficialmente Repubblica di Singapore, è il quarto principale centro finanziario del mondo ed è una delle principali città cosmopolite mondiali, giocando un ruolo chiave nel commercio internazionale e nella finanza. Il porto di Singapore, è anche tra i primi cinque porti più attivi e trafficati del Globo. Paese con una lunga storia di migrazione, ha una popolazione variegata e i più di 5 milioni di abitanti sono composti prevalentemente da cinesi, malesi, indiani ed altre discendenze di asiatici ed europei. Il 42% della popolazione è straniero, qui presente per lavoro o studio. Le lavoratrici e i lavoratori stranieri costituiscono il 50% del settore dei servizi. Singapore, infine, è il secondo paese più densamente popolato del mondo dopo il Principato di Monaco e nel 2009 ha raggiunto la più alta concentrazione di milionari in rapporto alla popolazione, davanti a Hong Kong, Svizzera, Qatar e Kuwait.

Donna. Giovane. Italiana. gennaio 2013

  • Mercoledì, 09 Gennaio 2013 11:10 ,
  • Pubblicato in Flash news
“Tu sei uscita con tanti uomini. Finché lo fa un uomo di uscire con tante donne, questo è sempre bene. Quando lo fa una donna, si chiama in un altro modo…” diceva Karina, la fidanzata dell’ambito tronista Sasà, alla presunta amante di quest’ultimo durante un confronto televisivo mentre il conteso se la rideva in uno studio attiguo ma ripreso dalla telecamera e visibile agli spettatori.

La scena avveniva un paio di anni fa durante la trasmissione cult “Uomini e Donne” che tutte veramente tutte le ragazze e molti ragazzi hanno guardato al pomeriggio per anni, in tv o sul pc.

La televisione italiana, privata e pubblica, è stata responsabile, negli ultimi 20 anni, della più grande occasione educativa mancata di cui si abbia memoria. Migliaia di trasmissioni televisive basate sul nulla, centinaia di ore perdute in cui gli spettatori, in particolare milioni di bambine bambini ragazzi ragazze, si perdevano in trasmissioni spacciate come intrattenimento, che nascondevano invece un vuoto di contenuto siderale e proponevano la trasmissione di un sistema valoriale basato sulla proposizione di stereotipi camuffati. Come nel caso dell’esempio qui sopra dove la dichiarazione della ragazza parrebbe emergere da un dialogo degli anni ’50 tra due ragazze che immaginiamo in gonna pudicamente lunga e sguardo timidamente rivolto verso il basso. Mentre Karina e la rivale si presentano in minigonna e stiletto confondendo chi è davanti allo schermo: la presenza, il contenitore diremmo, pare “moderno” ma il contenuto, le dichiarazioni sono quelle che speravamo di avere rimosso per sempre.

E dunque non ci stupiamo più, forse nemmeno ci accorgiamo, del clima culturale retrogrado e reazionario in cui siamo immersi.

Due giorni fa una quattordicenne si è gettata dalla finestra senza apparenti motivi validi a giustificare un atto così tremendo: ci dicono fosse bella simpatica e con molti amici. Alcuni azzardano fosse vittima di bullismo, altri che i problemi fossero da ricercare in famiglia. Sulle motivazioni si sta indagando quindi sarebbe prematuro analizzare una situazione ad oggi poco chiara.

Ma come è stato raccontato dagli amici il caso della ragazzina?

“Carolina - racconta un amico – era una ragazza semplice, ma le piaceva mettersi al centro dell’attenzione». Da qualche mese, si era lasciata con il fidanzato: «Da quel momento lui e i suoi coetanei, tre o quattro giovani, hanno cominciato a diffondere brutte voci su di lei alimentate probabilmente solo da gelosia o invidia.” Si legge ad esempio su La Stampa e altri quotidiani riportano dichiarazioni simili da parte degli amici.

“Hanno cominciato a diffondere brutte voci” e quali mai possono essere le brutte voci su una quattordicenne? Frequentando molto le scuole durante la presentazione dei progetti di educazione ai media e guardando molta televisione per poterla analizzare, ipotizzo che “le brutte voci” si possano talvolta spiegare con baci e altre intimità scambiati non per forza con il proprio fidanzatino ufficiale. Le “brutte voci” talvolta scaturiscono da qualche foto di intimità messa poi senza rispetto online. Tutte manifestazioni che non dovrebbero essere associate al senso di colpa.

Continua l’articolo “Tre settimane fa, una festa a casa di un amico avrebbe riacceso le malelingue. «Quella sera si è lasciata un po’ andare, cose che facciamo tutti, nulla di cui vergognarsi davvero – dice un altro amico -. E’ stato comunque un errore, e lo ha ammesso. Da quel momento non ha più avuto la forza di superare i pregiudizi»
“Attenta alla malelingue” mi diceva mia nonna che era nata nel 1910. Malelingue è un termine desueto che è stato recentemente resuscitato. “Quella sera si è lasciata un po’ andare, cose che facciamo tutti, nulla di cui vergognarsi davvero” cosa mai sarà accaduto? Qualche bacio davanti agli amici immaginiamo. “Nulla di cui vergognarsi” ci rassicura l’amico per difenderla. Vergogna è un termine desueto. “E’ stato comunque un errore, lo ha ammesso”, cosa è stato un errore? I baci? Gli abbracci? L’essersi lasciata andare?

Care ragazze che leggete, io come rappresentante della generazione responsabile di questa fetida società vi chiedo perdono.

Perdono per avervi confuso le idee permettendo che da un lato si facesse strada una non cultura televisiva che pareva, ripeto pareva, liberare i corpi delle donne e vi invitava attraverso mille richiami a imitarne i modelli svuotati di ogni senso. E contemporaneamente permettendo che vi si ingabbiasse in stereotipi che pensavamo erroneamente morti e sepolti, stereotipi che associavano al corpo liberato l’idea di peccato, di vergogna, di colpa.
Vi chiedo perdono perché il contesto in cui crescete è più nefasto e subdolo di quello che ha dovuto combattere la mia di generazione, lì il nemico era chiaro chi fosse: c’era una società bigotta che ci ingabbiava e noi ce ne siamo liberate, o almeno così abbiamo creduto.

Qui e oggi i media impongono un modello che poi la società in cui viviamo ricusa ferocemente e le giovani donne crescono in mezzo a questo sistema bipolare in cui è impossibile percepire chi si è, cosa significhi il corpo, cosa si desideri.
E dunque si resuscitano parole come malelingue, colpa e vergogna per definire un comportamento che con tutta probabilità è solo libero, consapevolmente o inconsapevolmente libero. Noi non sappiamo se la piccola Caro si sia uccisa per le critiche dei suoi compagni.
Sappiamo però per certo che nel 2013 in tutta Italia, anche a Milano, anche in centro a Roma le ragazze nelle scuole ci dicono che sì, ancora oggi sì, se “lui ha tante ragazze è un figo, ma se ho io due ragazzi sono una troia”.

Ecco di questo contesto miserabile dobbiamo noi adulti vergognarci. Di esserci disinteressati a cosa trasmetteva la televisione e cosa non insegnava più la scuola. Nessuna educazione sessuale nessuna educazione alla relazione nelle scuole italiane, il sesso imparato su internet e scambiato per erotismo. Ciò di cui siamo responsabili è non avere creato un contesto culturale affettuoso dove fosse possibile esprimere i corpi in modo libero e realmente espressivo- di questo le ragazze hanno terribilmente bisogno- senza per questo sentirsi in alcun modo giudicate. E tutto questo deve essere considerata politica.

 

Sabrina Marchetti, Zeroviolenzadonne
9 gennaio 2013

Come già dal titolo, questo volume* va a mettere il dito su questioni spesso sfiorate ma mai affrontate appieno nei dialoghi - fra donne, fra uomini, e fra uomini e donne - che si sono instaurati sulla scia del femminismo e dalle trasformazioni da esso innescate.

Iran, la Resistenza in rosa

  • Giovedì, 03 Gennaio 2013 08:58 ,
  • Pubblicato in Flash news
E' indubbio ormai che la caduta del sanguinario regime iraniano degli Ayatollah dipenda dalle donne combattenti.
La Resistenza è costituita prevalentemente al femminile, non a caso la Presidente (Maryam Rajavi) è una donna, questa è una spina nel fianco degli oscurantisti clericali, che per tale motivo hanno ulteriormente inasprito la repressione sulle donne.
Si pensi all'alto valore simbolico che può avere un movimento di resistenza governato da una donna, in un paese in cui hanno sempre prevalso la shi'à e la sunna, cioè l'interiorizzazione del principio quietista che garantisce l'obbedienza al "principe" nell'intento di evitare la fitna - il conflitto che può portare alla guerra civile.

Così come la taqiyya o "dissimulazione", consente di non rendere palese il dissenso verso l'autorità quando la sua manifestazione comporti un grave pericolo per chi lo esprime.
Si tratta di una sfida inaccettabile per il regime, che la percepisce come un oltraggio al potere maschile e clericale.
A tal proposito, è di domenica 16 dicembre la notizia che è stato attuato un provvedimento di legge in base al quale la concessione del passaporto alle donne, verrà data solo tramite l'acquiescenza del tutore, del nonno, del marito, o attraverso un decreto di un giudice shariatico.

E' evidente che una Resistenza al femminile, sostenuta anche da uomini che hanno fatto un passo indietro, lasciando il governo della resistenza alle donne, perchè sono state le più vessate dai regimi iraniani, prima da Khomeini e ora dagli Ayatollah, è la spina nel fianco di questo regime clericale e oscurantista, questo ha dichiarato la Presidente Maryam Rajavi.

Le continue restrizioni della libertà e dei diritti delle donne, hanno lo scopo di annientare la loro indomita volontà di rovesciare la Repubblica Islamica. Purtroppo complice di questa situazione, è ancora la disinformazione da parte dei media internazionali, che non danno notizie sul grande lavoro che le donne iraniane stanno portando avanti da anni per la democratizzazione dell'Iran, la separazione tra Stato e religione, la libertà religiosa, politica e i diritti umani, fondamento irrinunciabile di una società democratica e secolarizzata. La recente cancellazione dei Mojahedin del Popolo (combattenti per la libertà in Iran) dalla "lista nera" del terrorismo internazionale, da parte degli Stati Uniti (avvenuta nel mese di Novembre dopo anni di lotta), il regime clericale iraniano, ha inasprito l'oppressione sul popolo, sui dissidenti, e in particolare sulle donne. Questo perchè per il regime è un duro colpo quello assestatogli dalla "resistenza", che da anni lo combatte e che era stata definita dal regime stesso una "organizzazione terrorista", per far apparire i resistenti come dei sovversivi agli occhi del mondo, avendo così gioco facile nel far inserire i resistenti nella "blak list" del terrorismo internazionale voluta dall' America in conseguenza all'attentato alle torri gemelle l' 11 settembre 2001.

Il 13 novembre le autorità iraniane hanno proceduto all'impiccagione in piazza di 45 persone. Sono state almeno 440 le impiccagioni effettuate nella Repubblica Islamica dall'inizio dell'anno.

Inoltre ci sono notizie di numerosi prigionieri morti in carcere per le torture subite, tra questi anche un blogger identificato come Sattar Behesti, ucciso mentre si trovava in fermo di polizia; vi è stata anche un'esecuzione collettiva di 35 persone avvenuta nel carcere di Mashhad, nel nordovest dell'Iran. I 35 detenuti sono stati prelevati dalla sezione 101 del carcere di Vakil-abad, sono noti solo due nomi dei prigionieri impiccati pubblicamente: Khsrow Hassani di 21 anni, e Abdol Ahmad Kopri di 26, non sono stati resi noti i crimini per i quali erano stati condannati a morte. In genere la condanna a morte viene emessa per dissidenza politica, apostasia, omosessualità, furto, droga (è sufficiente il possesso di 30 grammi) e adulterio, ovviamente solo per le donne che non vengono impiccate ma lapidate.
E' evidente che, come ha detto il rappresentante del Consiglio Nazionale della Resistenza Iraniana Aboulghassem Rezaee, la rimozione dei resistenti dalla lista dei gruppi terroristici degli Stati Uniti, avvenuta il 28 settembre scorso, ha alterato l'equilibrio del potere degli Ayatollah, segnando un punto a favore della resistenza.

A questo punto il regime dittatoriale, invischiato in gravissime crisi interne e lotte intestine, schiacciato dalle sanzioni economiche, ha aumentato la repressione sul popolo, che è ad un record storico: nelle ultime due settimane sono state impiccate almeno 100 persone, e la barbara uccisione del blogger Sattar Behesti in conseguenza alle torture subite, comincia finalmente a scuotere l'opinione pubblica internazionale. L'inviato speciale dell'Onu ha confermato che la situazione dei diritti umani in Iran è di una gravità crescente.

La presidente eletta della Resistenza Iraniana Maryam Rajavi, nella conferenza internazionale di Parigi del 17 novembre scorso ha dichiarato che il regime degli Ayatollah è invischiato in cinque fattori di crisi: la ribellione del popolo siriano, le lotte interne al regime stesso che stanno lacerando l'apparato governativo, lo stallo sul programma nucleare e la bancarotta economica.
L'Iran è un Paese in cui sono stati molti gli scontri con i "turbanti", cioè il clero fondamentalista sciita (fin dai tempi del governo di Reza Pahlavi, che aveva intrapreso in qualche modo una via, seppur difficile, di modernizzazione) il ritorno di Khomeini nel 1979, ha imposto una torsione fondamentalista che ha bloccato qualsiasi possibilità di riforma attraverso l'instaurazione di un regime clericale fondato sul partito unico. Una scelta che ha impedito nel periodo del Khomeinismo, e con gli Ayatollah attuali, l'emergere di leader laici riconosciuti e capaci di mettere fine all'identificazione del potere nel "velayat-e-faqih", ossia la perfetta identificazione della politica e della società nella religione, in virtù del "giusto faqih": il "dotto religioso", che in assenza del Dodicesimo Imam (cioè i dodici successori del Profeta) ne esercita la funzione.

Gli obiettivi sono: la repressione dei costumi "corrotti", la limitazione della "libertà di stampa", e la lotta alla "depravazione e corruzione morale". E' così che la "lotta contro il male" avviene attraverso una capillare azione repressiva contro l'inosservanza dei costumi islamici, ma soprattutto attraverso la pratica delle impiccagioni in pubblico. Cosa che se in passato avveniva solo per criminali accusati di gravi reati, ora sono applicate anche ai giovani (si consideri che l'Iran è composto da una popolazione con un'altissima percentuale di giovani) che consumano alcool, dissidenti politici e adulteri. Sono numerosissimi i casi in cui la "polizia religiosa" procede a frustare per strada le donne "mal velate".

Quando nell'estate del 2011 centinaia di ragazzi e ragazze avviarono una protesta e un'offensiva ai costumi, furono arrestati e fustigati nelle piazze di Teheran.

Alla luce dei fatti, non è difficile immaginare quanto sia grande il coraggio da parte dei dissidenti di dare vita ad una "Resistenza" formata prevalentemente da donne, con a capo una donna. Si può certamente affermare che se e quando il regime degli Ayatollah verrà rovesciato, questo sarà per merito delle donne iraniane, e questa non sarà solo una vittoria iraniana, bensì un esempio e uno stimolo a tutte le donne del mondo.

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