Femminismo a Sud
21 12 2012

Pubblichiamo la traduzione all‘intervista realizzata a Mercedes Olivera da Emma Gascó per Pikara Magazine.

 
Accademica e attivista, Mercedes Olivera è una delle pioniere dell’antropologia femminista messicana. Dagli anni Settanta lavora per i diritti delle donne in Chiapas.

Come si è evoluta la situazione delle donne indigene nella storia del Messico?

Con la colonia si acutizza l’oppressione e la disuguaglianza e per il processo stesso di costruzione della cultura indigena, la subordinazione delle donne si radica, si assume come parte della etnicità. Nel diciannovesimo secolo diventa ancor più profonda dato che le leggi segnano la famosa uguaglianza per tutti i messicani, solo che le condizioni per essere cittadini erano sapere leggere e avere proprietà. Le indigene non sapevano né leggere né avevano proprietà. Queste forme culturali che legittimano la disuguaglianza e la convertono in una caratteristica etnica si conservano per molto tempo. Io lavorai qui negli anni Sessanta e allora ancora le donne, la maggior parte monolingua, non potevano parlare con la gente di fuori. In alcuni gruppi non potevano alzare la testa per guardare gli uomini. Le donne non potevano ereditare la terra e il loro proprio corpo era venduto con il matrimonio. L’oppressione di genere e la oppressione economica di classe erano intimamente relazionate.

Come ha influenzato l’ingresso delle comunità nel sistema di mercato?

Negli anni Settanta e Ottanta si produce la monetizzazione dell’economia indigena, si cambia la produzione per adattarla alla vendita… Questa relazione con lo Stato attraverso il mercato, che avviene di forma subordinata, ovviamente, fa sì che la politica indigenista penetri nelle comunità. Attraverso la scuola penetra la cultura occidentale, che non è una forma di liberazione delle donne, nonostante sia uno spazio dove le donne hanno la possibilità di conoscere un’altra cultura… e avere qualche informazione in più.
Questo getterà le basi per la ripartizione delle strutture comunitarie che controllano la continuità dell’oppressione delle donne.
Contemporaneamente l’incorporazione al mercato permette che gli uomini accumulino maggior potere. La differenza tra chi possiede denaro e le donne, che non ne hanno, rende più profonda la subordinazione, anche qualitativamente. Fa sì che le donne dipendano molto di più dagli uomini. Prima che si creasse un dominio del mercato nelle comunità la necessità di collaborazione era molto più forte. È il cambio culturale degli uomini verso l’occidentalizzazione che include il concetto di sentirsi “maschi”. Il maschilismo dell’occidente ha forme molto peculiari, è molto violento… Questa è la forma che predomina nelle comunità prima del 1994, quando inizia la rivolta zapatista.

Che differenze riscontri tra il femminismo di taglio più occidentale, eurocentrico, e il femminismo indigeno?

Nel nostro paese il femminismo indigeno non si dissocia dal movimento sociale. Il principale problema che hanno le donne indigene è la fame, e vediamo come questa povertà sia parte dell’unione della subordinazione di genere, di classe, di etnia, che non possono essere separate. Le rivendicazioni sul corpo, il piacere, la realizzazione personale sono molto lontane. Il femminismo occidentale è liberale, individualista, permane una contraddizione molto forte. Le comunità indigene continuano organizzandosi come collettivi. L’approccio e le rivendicazioni sono totalmente differenti. Abbiamo bisogno di articolare le nostre lotte, però non abbiamo ancora trovato la forma. Le relazioni tra indigene e non indigene è molto difficile, sullo sfondo rimane un razzismo, volente o nolente. Da tutte e due i lati.

Perché è così innovativo lo zapatismo?

È la prma volta che c’è una opposizione politica con una logica di emancipazione e liberazione da parte degli indigeni, oltretutto per tutta la società. E su principi molto innovativi che nella sinistra non maneggiamo. Il comandare obbedendo è un principio fondamentale… e molto difficile da seguire. La sinistra tradizionale è escludente e permette l’accumulazione di potere. Nel periodo compreso tra il 1994 e il 2002 lo zapatismo sembrava fermarsi ad un livello di discorso, perché nelle comunità stesse, soprattutto nel caso delle donne, esisteva molta disuguaglianza. Se tutta la società è sessista, gli zapatisti per magia dovevano essere diversi? È stata una epoca molto difficile: il governo cooptava buona parte della base che era zapatista, fu un periodo di guerra, ci furono stupri di donne, abusi, sequestri…
Nel 2002, 2003 si inizia a fare una analisi di questi problemi. Un comunicato dell’EZLN segnalava tre problemi fondamentali nello sviluppo del progetto: uno era il comandare obbedendo, che non era stato rispettato; un altro era che il potere militare si imponeva sul potere civile; e l’altro era che le donne non partecipavano, nonostante esistesse questa possibilità.
Si sviluppano strategie per risolvere questi problemi. Per me sono una delle lezioni politiche più importanti, perché pur sacrificando l’estensione delle loro basi, consolidano il progetto politico verso l’interno. E gli permette di stabilire strutture proprie. Questo e l’organizzazione delle donne sono elementi fondamentali per la realizzazione del loro progetto politico.

Come cambia la strategia per la partecipazione delle donne?

Prima del 2003 reputavano che non fosse necessario lavorare di forma specifica con le donne, bisognava lavorare con le comunità. Ciò impediva che le donne potessero realmente passare da una subordinazione tradizionale di secoli a una partecipazione politica. Dopo il 2003 tornammo a fare dei laboratori nelle caracoles. Volevano sapere che cos’era questa cosa del genere e come digerirla. La maggior parte erano uomini, osservammo il genere dal punto di vista degli uomini, della loro intimità, della loro mascolinità… una volta accettata la loro posizione di potere è più facile capire tutta la dinamica.
Dopo molti giorni mi dissero: “Mercedes, ora abbiamo capito questa cosa del genere e accettiamo che sì, che noi uomini siamo i machos e abbiamo dominato… Però all’interno del marxismo dove infiliamo tutto questo?” “In tutto”, gli risposi. Rimasero paralizzati “ E come?”. Iniziammo a lavorare dal punto di vista di classe sul dove ubicare la discriminazione e la disuguaglianza verso le donne.

Come ha influenzato il mondo lo zapatismo messicano?

Lo zapatismo rinnovò le speranze e le possibilità di cambio sociale e politico perché come sinistre siamo rimasti delusi dei diversi percorsi intrapresi, e dei fallimenti ottenuti. Come per esempio le guerre in centroamerica, che costarono molte vite, molti sacrifici e non portarono a nulla. Da qualche parte si spezzarono le strutture militare, però le strutture capitaliste di potere continuarono. Nella prima convenzione del 1994 arrivò molta gente, tutti con l’ansia di appoggiare gli zapatisti. Il discorso di Marcos iniziò con “non vogliamo appoggio, non abbiamo bisogno di appoggio, abbiamo necessità che ognuno faccia la sua rivoluzione, la sua propria struttura , le sue proprie organizzazioni e che parallelamente andiamo tutti insieme in questa direzione”. È interessante questa rottura del verticalismo. Non è che tu mi vieni ad aiutare e io decido che mi aiuti e come… è acquisire la volontà di impegnarti nel tuo personale processo.

Quali sono le principali conquiste del progetto zapatista?

Il principale obiettivo raggiunto è aver perseverato, nonostante la guerra, le opposizioni, le critiche, l’isolamento… aver creato strutture proprie e con queste la dimostrazione della possibilità di altre modalità di vita e di relazione, come l’essersi posto il problema della partecipazione delle donne e degli uomini. E le strutture per l’educazione. Alla luce del nostro pensiero ortodosso ci diciamo “però non stanno dando una formazione politica. Dove sono i quadri?”. Sono molto diverse dal sistema scolastico occidentale e rappresentano davvero il fulcro della vita politica che realizzano, il fulcro del funzionamento delle comunità e il fulcro delle trasformazioni.

Traduzione di lafra
Jamila Hassoune nel suo Marocco assolve un ruolo ben preciso: educare alla lettura e al sapere. La sua è una storia d'amore con i libri.
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Elezioni del 2013: vogliamo un Paese per donne (L'Unità)

  • Venerdì, 21 Dicembre 2012 00:00 ,
  • Pubblicato in primopiano 2
Si cambia la politica se le donne vi avranno voce e forza. Si cambia se si ascolta il Paese e lo si rimette insieme indicando una comune idea di civiltà che ha il suo centro nel progetto dell'unione politica dell'Europa.
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Giornalettismo
20 12 2012

Dalle Pussy Riot a Malala, all'italiana Gianotti: chi doveva esserenella copertina di Time.

L’ultima ad essere stata premiata con la nota copertina del Time è stata Corazon Aquino, presidentessa delle Filippine, nel lontano 1986. Da allora sono passati ben 26 anni, ma nessuna donna ha avuto l’onore di essere nominata come “personaggio dell’anno“. Quest’anno il titolo è andato al presidente rieletto degli Stati Uniti Barack Obama – per la seconda volta, dopo la copertina guadagnata nel 2008 – ma diverse erano le donne che avrebbero potuto prendere il suo posto. Dalle Pussy Riot fino all’attivista Malala, non poche erano state inserite tra le finaliste. E c’era spazio anche per l’italiana Fabiola Gianotti.

MALALA – Dal 1927 il titolo viene assegnato dal Time alle persone che, durante il corso dell’anno, sono balzate nelle prime pagine della stampa. E tra queste, nel 2012 che si appresta a chiudersi, non poteva che esserci spazio per l’attivista Malala Yousafzai, la ragazzina pakistana che ha rischiato di pagare con la vita le sue battaglie per i diritti delle donne. Nei giorni precedenti alla nomina del titolo era salito il consenso dell’opinione pubblica per la giovane sopravvissuta all’assalto dei talebani del TTP (Tahreek-e-Taliban Pakistan, Movimento Talebano del Pakistan). Lo scorso 9 ottobre fu infatti gravemente ferita con colpi di pistola alla testa. La sua “colpa”? Aver difeso senza tentennamenti il diritto allo studio delle ragazze in Pakistan. Sorretta e spinta dal sostegno degli attivisti di tutto il mondo, per fortuna Malala sta meglio. Adesso tante altre ragazze nel suo paese stanno continuano la sua battaglia. Che avrebbe sicuramente meritato la copertina del Time.

PUSSY RIOT- Tra le nominate per il 2012 anche le tre ragazze del gruppo punk Pussy Riot. Un caso, quello della band femminista russa, che è rimbalzato sui media e scatenato l’indignazione dell’opinione pubblica per la violazione dei diritti umani e per le violenze subite in carcere dalle tre, protagoniste di una preghiera rock anti-Putin nella cattedrale di Mosca. Per questo le ragazze sono state condannate a due anni di campi di lavoro. Una dimostrazione forse provocatoria, secondo alcuni, ma di certo la decisione del carcere risulta vergognosa e incapace di tutelare il legittimo diritto di critica. Il Time aveva dichiarato: “In un anno in cui così tante voci della libertà e del dissenso hanno subito una dura punizione, il gruppo punk-femminista Pussy Riot ha pagato un pezzo particolarmente salato per la sua espressione politica provocatoria”, spiegando la nomina.

CASA NOSTRA – Anche in Italia c’è di che essere orgogliosi, grazie a Fabiola Gianotti, tra i capi del team che ha condotto uno degli esperimenti che hanno portato alla scoperta del bosone di Higgs, la cosiddetta “particella di Dio” (ovvero, l’inafferrabile particella grazie alla quale esiste la massa). Il Time l’aveva inclusa – con grande merito – nella rosa dei finalisti. ”E’ stato un anno memorabile per la fisica delle particelle e resterà nella memoria di tutti noi come un anno molto intenso”, aveva dichiarato la ricercatrice, dell’Istituto nazionale di Fisica Nucleare (Infn). A rendere possibile la scoperta del bosone di Higgs sono stati proprio gli esperimenti Atlas, coordinati proprio da Fabiola Gianotti: “E’ stata una scoperta importantissima, che ci permette di risolvere una delle questioni aperte più importanti, che ci hanno accompagnato per 50 anni. Ovvero spiegare perché le particelle hanno una massa”, aveva spiegato. Un lavoro che deve però continuare: a fine dicembre, come accade ogni anno, l’acceleratore Lhc si riposerà per un breve periodo per consentire la manutenzione, ma anche per il risparmio energetico. Poi uno stop di due anni, fino alla ripresa nel 2015: ”Nel frattempo avremo comunque moltissimo lavoro da fare- ha detto Gianotti – perché i dati raccolti finora sono molto più numerosi di quelli attesi”.

LE ALTRE – Ma c’erano anche tante altre che avrebbero meritato il titolo: si pensi all’azione di Susanna Trimarco, ribattezzata ”Madre Coraggio” dell’Argentina – uno dei genitori della ragazza Marita Veron, scomparsa nell’aprile del 2002 – che si è introdotta nei bordelli argentini fingendosi interessata all’acquisto di donne. Grazie al suo impegno è riuscita a salvare centinaia di ragazze dalla schiavitù sessuale, fornendo anche informazioni utili alle forze di polizia, anche se non è servito per permettere di ritrovare la figlia Marita. Ieri l’Argentina ha approvato una legge contro la tratta delle donne e, di certo,le sue lotte sono state decisive. A finire sulla copertina del Time poteva infine essere anche Marissa Mayer. Un’informatica statunitense diventata Ceo della travagliata yahoo, dopo essere stata la prima ingegnere donna assunta da Google e una dei primi 20 impiegati della compagnia di cui faceva parte dal giugno 1999. E perché no, come hanno proposto diverse persone in Rete, dopo la strage di Newton, anche Victoria Soto, Maryrose Kristopik, Dawn Hochspung. Per chi non conosce i loro nomi, non sono nient’altro che le maestre eroiche che con il loro coraggio hanno cercato di salvare la vita a tanti bambini dalla violenza mortale del ventenne Adam Lanza. Se si guarda alla politica, invece, nel bene o nel male, certo non si può dimenticare la “donna del rigore” Angela Merkel: secondo la rivista Forbes – che ha stilato la classifica delle 100 donne più influenti del mondo – è stata lei la più potente. La Merkel ha spodestato Michelle Obama, al primo posto lo scorso anno e questa volta scivolata alla settima posizione.

Le invisibili

  • Mercoledì, 19 Dicembre 2012 11:43 ,
  • Pubblicato in Flash news

L'Unità
19 12 2012

So che non ne parlerà nessuno, ma oggi è un giorno importante per un milione e mezzo di persone in Italia: sono in grandissima parte donne (83%) e migranti (81,5%) e in quasi la metà dei casi (oltre il 40%) non sono nemmeno iscritte all’Inps, perché al datore di lavoro conviene non pagare i contributi. Per quasi la metà provengono dall’Europa dell’Est (47%, tra cui l’archetipo classico della badante ucraina o polacca), ma ci sono anche parecchi lavoratori originari dall’Asia meridionale e orientale (16%: le colf e i colf filippini) e non mancano gli italiani (18%). Non ne parlerà nessuno, dicevo, ma oggi l’Italia ha firmato la Convenzione 189 dell’Ilo (l’Organizzazione internazionale del lavoro) sul “lavoro dignitoso per le lavoratrici e i lavoratori domestici”, entrata in vigore quest’anno. E siamo il primo Paese europeo a siglare la convenzione, già adottata da Uruguay, Filippine, Mauritius, Nicaragua, Bolivia e Paraguay: non è un caso che il governo abbia scelto proprio la Giornata internazionale del migrante, che si celebra appunto oggi. Ma è chiaro che l’atto – peraltro preceduto da una mozione del Pd, presentata una ventina di giorni fa e firmata anche da me – rischia di rimanere soltanto simbolico, se non verrà seguito presto da provvedimenti concreti.


Nel mondo ci sono oltre 53 milioni di lavoratori domestici, (e la cifra potrebbe addirittura superare i 100 milioni se si considera il fatto che questo lavoro è spesso nascosto o comunque non registrato): puliscono, cucinano, fanno il bucato, si prendono cura dei bambini e delle persone anziane e così via. La Convenzione dell’Ilo riconosce loro il diritto a difendere collettivamente i propri diritti e a costituire un sindacato, a una retribuzione minima, a un compenso mensile (con limiti ai pagamenti in natura, tipo il vito e l’alloggio), a orari ragionevoli, a un giorno libero a settimana e l’accesso alla sicurezza sociale, anche nel caso di maternità. In Italia c’è quasi tutto – anzi, siamo l’unico Paese europeo dotato di un contratto collettivo nazionale in materia – ma per esempio manca un vero e proprio diritto alla malattia: il datore di lavoro paga il 50% dal primo al terzo giorno, il 100% dal quarto all’ottavo, e poi più nulla; l’Inps, invece, non se ne fa proprio carico, perché i contributi pagati dal datore sono soltanto previdenziali. C’è naturalmente bisogno di altro, dicevo: i sindacati, infatti, hanno chiesto da tempo politiche in grado di favorire l’emersione dal lavoro sommerso delle circa 700 mila colf e badanti non iscritte all’Inps, attraverso controlli e maggiori incentivi (anche fiscali) in favore della famiglia e degli anziani non autosufficienti. È una battaglia importante non solo dal punto di vista sociale, ma anche da quello economico, perché – in un momento di crisi per quasi tutti gli altri settori – il lavoro domestico in Italia continua a crescere: oltre 143 mila nuovi contratti solo nel 2011, con un incremento del 43% nell’ultimo decennio. Non saranno le colf a risollevare la nostra economia, d’accordo, ma certamente un tasso di nero superiore al 40% la danneggia ulteriormente.

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