Meno giornali, meno liberi

Meno giornali meno liberiNoi Donne
27 marzo 2015

Abbiamo intervistato Monica Pepe sulla campagna Campagna "Meno Giornali Meno Liberi" promossa da circa 200 testate cooperative e non profit che sono a serissimo rischio di chiusura se il Governo e il Parlamento non ripristinano i contributi alla editoria e a sostegno della quale è in corso una raccolta firme.

Monica, i giornali a rischio chiusura sono realtà editoriali che svolgono una funzione importante a livello locale e nazionale, coprendo temi vicini ai cittadini, alle donne e alle comunità.

Wu Ming
17 03 2015

di Wu Ming 4

Alla vigilia della Grande Fusione, ovvero dell’acquisto di RCS da parte di Mondadori, una notizia giunge a rompere un po’ di uova nel paniere grande quanto il colosso editoriale che nascerà, equivalente a metà del mercato librario italiano.
No, non è l’appello lanciato da Umberto Eco e sottoscritto da svariati autori, contro l’avvento del supersoggetto editoriale, in nome della libertà di stampa, di espressione, di pensiero, eccetera. In quell’appello si tirano in ballo molti principi ma non si parla del precipitato reale e immediato. In un post sull’argomento Loredana Lipperini ha messo i puntini sulle i, facendo notare che «dacché finanza è finanza, ci si fonde, o si acquisisce, per licenziare» e che «la questione dei lavoratori dei due gruppi, fin qui ignorata, dovrebbe essere invece prioritaria: il SuperSoggetto non porterà soltanto al monopolio contenutistico e distributivo, ma all’eliminazione di chi rende possibile il libro, almeno in moltissima parte.»
Forse si potrebbe aggiungere che, dacché finanza è finanza, dopo l’acquisizione e la razionalizzazione avviene la svendita per coprire i debiti. Più di un tycoon straniero è già in allerta.

La notizia che rovina la festa annunciata riguarda proprio la realtà concreta di chi nelle case editrici ci lavora, e ci lavora da freelance, vale a dire i precari e le precarie che si occupano di leggere inediti, correggere bozze, fare editing, impaginare i libri, ecc. Il loro lavoro è parte integrante dell’attività produttiva di un grande gruppo editoriale, ma non è riconosciuto in termini di stabilità contrattuale.
Si è appena conclusa un’indagine dell’Ispettorato del lavoro iniziata nel 2013, che ingiunge a Mondadori e RCS Libri di assumere in pianta stabile i precari che svolgono mansioni fondamentali dentro le redazioni.
Questa ingiunzione non cade dal cielo, è il frutto dell’attività della Rete dei Redattori Precari, che ha spinto il sindacato a prendere l’iniziativa e a chiamare in causa l’Ispettorato del lavoro.

Va da sé che il gruppo che deve essere acquisito, cioè RCS, non ha sollevato problemi e ha già annunciato la stabilizzazione di 21 redattori precari. L’acquirente Mondadori invece si affretta a fare ricorso (e ciò lascia intendere che quanto paventa Loredana sulle reali intenzioni dopo l’acquisto è fondato).

Va fatta notare una cosa. Questo punto non sarebbe mai stato messo a segno se quei liberi professionisti avessero deciso di abbandonare sdegnati il gruppo Mondadori anni fa, invece di fare resistenza là dentro. Provare a ingrippare quell’ingranaggio significa anche ostacolare il cammino verso il monopolio. «Resistere un minuto più del padrone»…

Non è l’unica notizia positiva che giunge dal fronte delle lotte dei lavoratori dell’editoria. Recentemente la storica casa editrice bolognese Il Mulino (il cui nome a più di un lettore ricorderà gli anni universitari) ha decretato la crisi e avviato la cessione di ramo d’azienda a una cosiddetta “newco”, cioè una nuova azienda che prende in carico la produzione editoriale. Anche in questo caso, mentre soffia il vento del Jobs Act, era facile prospettare una drastica “razionalizzazione” aziendale a discapito dei lavoratori. Per la prima volta nella storia della casa editrice i lavoratori sono scesi in sciopero. C’è stata una vertenza sindacale, chiusa con un accordo che impegna Il Mulino e la newco a mantenere i livelli occupazionali, a non applicare il Jobs Act, e ad applicare invece l’articolo 18 dello Statuto dei Lavoratori anche al di sotto dei 15 dipendenti. Sono stati infranti tre tabù in un colpo solo, a dimostrazione che si può fare e che non c’è nulla di ineluttabile nell’andazzo renzista (a patto di non introiettarlo, ovviamente…).

Insomma mentre probabilmente si prepara la svendita in blocco dell’editoria italiana a qualche colosso straniero, c’è chi guarda il dito, chi contempla la Luna e chi lotta nella bufera.

Il Manifesto
13 01 2015

Edi­to­ria. Situa­zione cri­tica per i 17 esu­beri della pre­sti­giosa casa edi­trice romana di pro­prietà della Edi­mil, la hol­ding che guida Il Mulino a Bologna
***

Ancora otto giorni per tro­vare una solu­zione con­cor­data e digni­tosa per la Carocci. E oggi pome­rig­gio l’incontro tra i sin­da­cati e la dire­zione azien­dale potrebbe essere anche riso­lu­tivo. I fatti: i 32 dipen­denti con­ti­nuano lo scio­pero ad oltranza con­tro la deci­sione della società Edi­fin – pro­prie­ta­ria anche della casa edi­trice bolo­gnese Il Mulino e del pre­sti­gioso mar­chio romano — di met­terne dicias­sette in cassa inte­gra­zione a zero ore. Que­sta ope­ra­zione avviene nell’ambito di una pro­fonda ristrut­tu­ra­zione con­fer­mata dall’assemblea straor­di­na­ria dei soci de «Il Mulino» che si è tenuta a Bolo­gna sabato 10 gen­naio. La hol­ding che con­trolla Mulino e Car­rocci ha infatti in pro­gramma anche il licen­zia­mento e la rias­sun­zione di 14 dipen­denti del Mulino di Bolo­gna nella Edi­mil, una «Newco» che con­ti­nuerà a lavo­rare per lo sto­rico edi­tore bolognese.

Pre­vi­sto anche il rad­dop­pio del capi­tale sociale: gli azio­ni­sti ver­se­ranno un milione e 175 mila euro. La riu­nione di sabato, che ha visto la par­te­ci­pa­zione anche dell’ex pre­si­dente del Con­si­glio Romano Prodi, si è con­clusa con la rac­co­man­da­zione all’amministratore dele­gato del Mulino e di Carocci Giu­liano Bas­sani e Gio­vanni Bel­luzzi di Edi­mil di «ope­rare ogni sforzo per man­te­nere aperte rela­zioni costrut­tive con i lavo­ra­tori e sin­da­cati». È stato auspi­cato il poten­zia­mento dell’«attività di valo­riz­za­zione delle risorse umane». Il piano choc di ristrut­tu­ra­zione ed ester­na­liz­za­zione ha pro­vo­cato la vee­mente rea­zione dei lavo­ra­tori romani. La pro­te­sta si è svi­lup­pata anche su face­book e twit­ter, men­tre il blog «Carocci scio­pera» diventa ogni giorno più inte­res­sante. C’è spa­zio sia per i sel­fie di pro­te­sta dei redat­tori che in vari ritratti espon­gono un car­tello «#sia­moi­li­bri­che­leggi», sia per i post che rac­con­tano come si «lavora» edi­to­rial­mente un libro: dalla prima fase della let­tura, alla cor­re­zione di bozze. Su change.org è stato lan­ciato l’appello «Rilan­ciamo Carocci», fir­mato ini­zial­mente da Alberto Asor Rosa, Tul­lio De Mauro, Adriano Pro­speri e Luca Serianni. Ieri sera l’appello aveva rac­colto 4899 firme: «Le scelte pro­spet­tate dalla pro­prietà – si legge – oltre a inci­dere sulla vita delle per­sone coin­volte, deter­mi­ne­ranno un impo­ve­ri­mento del pano­rama edi­to­riale e pri­ve­ranno l’università ita­liana e, più in gene­rale, il mondo della cul­tura di un inter­lo­cu­tore attento, cre­di­bile e scrupoloso».

Le pole­mi­che hanno attra­ver­sato anche il mondo del Mulino quando Luigi Pedrazzi, uno dei fon­da­tori, ha cri­ti­cato dura­mente la scelta dell’attuale mana­ge­ment, chie­dendo di evi­tare lo scon­tro con sin­da­cati e dipen­denti. Sull’altro piatto della bilan­cia c’è la crisi dell’editoria, come della stessa uni­ver­sità, oltre che la per­dita del fat­tu­rato della Carocci. Per i sin­da­cati que­ste sono giu­sti­fi­ca­zioni par­ziali. Dall’acquisizione nel 2009 da parte de Il Mulino, la casa edi­trice non è stata gestita in maniera effi­ciente, come dimo­strebbe la man­canza di una dire­zione com­mer­ciale. Gli incon­tri con l’azienda non hanno por­tato a risul­tati. La pro­prietà insi­ste sul piano di sman­tel­la­mento del corpo reda­zio­nale e ammi­ni­stra­tivo e non ha ancora pre­sen­tato un con­creto piano di rilan­cio della Carocci. Inol­tre, ha rifiu­tato la pro­po­sta dei lavo­ra­tori di un con­tratto di soli­da­rietà per dare al gruppo il tempo di ela­bo­rare un’altra poli­tica com­mer­ciale. «Altri edi­tori hanno ester­na­liz­zato – sostiene Fabio Scurpa, segre­ta­rio gene­rale della Slc Cgil di Roma Nord e Civi­ta­vec­chia — ma lo hanno fatto in anni, non in otto set­ti­mane. Pas­sare da una reda­zione interna a una esterna non signi­fica garan­tire un futuro, ma liqui­dare la Carocci. Al Mulino hanno creato una società ad hoc, qui invece vanno per un’altra strada. Si sta impo­ve­rendo la casa edi­trice. Noi temiamo per arri­vare alla sua chiu­sura». Un’ipotesi esclusa invece dal mana­ge­ment. Il tempo stringe. Entro mer­co­ledì 21 gen­naio, in un nuovo incon­tro in Regione Lazio, le parti dovranno tro­vare un accordo.

2014, l'anno della scomparsa del lettore maschio

  • Lunedì, 22 Dicembre 2014 11:50 ,
  • Pubblicato in Flash news

Pagina 99
22 12 2014

GIOVANNI PREVIDI

Sotto l'alberoFenomenologia dell'acquirente di libri, personaggio sempre più raro nelle librerie italiane. Un'annata difficile raccontata da un libraio. E alcuni consigli per gli acquisti per uomini spaesati in vista del Natale

L'autore è un libraio di Bologna.

Mettiamo che un sondaggista telefoni in una libreria e inviti a riferire che anno sia stato il 2014. Risposta: l’anno della misteriosa scomparsa del lettore maschio.

Per verificare che non si trattasse di un’impressione personale, ho tentato un micro-sondaggio con due colleghi (un uomo e una donna). Replica unanime: settanta per cento donne, trenta per cento uomini. Cinque metri più in là, al civico 15, ho notato invece moltiplicarsi l’affluenza maschile nell’ex-tabaccheria storica Otello diventata, da qualche mese, Bet Otello: una sala gioco e di scommesse sportive con la vetrina oscurata per tre quarti.

Nell’ultimo quarto di vetro libero, in alto, vedo sempre agitarsi creste ingellate, ciuffi brizzolati e pelate tirate a lucido, in un frenetico andirivieni tra i maxischermi con le quote, le dirette dagli ippodromi e il banco per la puntata. Fuori dal locale un cartello ricorda, con pennarelli colorati, le partite del giorno come il menù di una trattoria. Eccolo lì, dov’è finito, il nostro lettore.

Può anche darsi che si sia infilato nella porta sbagliata, che abbia confuso il civico 15 con il 19 e, ormai dentro, sia stato ipnotizzato dalle lucine delle slot-machine e ammaliato dal canto soave «1X! Under! Goal! No goal!» di lettori altrettanto sbadati. Addio libreria.
Solo in un paio di mesi l’anno regge l’equilibrio fra lettori e lettrici.

A luglio, quando il maschio, due passi più indietro, segue la scia della compagna che punta dritto le guide turistiche e le mappe. E in questo periodo di regali, quando si palesa solo, smarrito e appesantito dai primi assaggi di cotechino e Toblerone, alla disperata ricerca di un libro da affiancare al regalo vero comprato per la sua compagna. Probabilmente il fatto di entrare per la seconda volta in tutto l’anno in una libreria comincia a mordergli la coscienza, e prova a rimediare. Qui arriva il bello.

Il libraio è costretto a vestire i panni di Tiresia e a indovinare i gusti letterari dell’amata altrui a cominciare dalla lingua monosillabica dell’amato il quale, alla domanda generica «Cosa legge di solito sua moglie?», viene assalito dai sudori freddi e risponde «Eh!», poi lascia cadere le braccia lungo i fianchi e gli cadono le palpebre.

Ovviamente ci sono le eccezioni, qui tralasciate, di quei mammiferi occhialuti e silenziosi (due o tre a settimana?) che conoscono titolo, autore, editore a menadito, codice Isbn se necessario, e strisciano il bancomat di gusto uscendo con una borsa piena zeppa di libri. Gli altri, sono poca cosa.

Mai come quest’anno la libreria è sembrata così a misura di lettrice e per la lettrice. Se ne sono accorti molti potenti editori che da qualche tempo, però, hanno rincarato la dose imponendo sui banchi quintali di narrativa al profumo di coriandolo, zenzero, cannella e rosa di mezzanotte. Ai librai comincia a venire il mal di testa, come in profumeria, e forse anche al lettore.

Il 2014 è stato l’anno con il maggior numero di figure femminili in copertina: primi piani e mezzi busti ammiccanti, labbra che si mordicchiano, chiome fluenti scompigliate dal vento e via dicendo. Ambientazione prediletta: da Tiffany oppure, nuova moda, in una piccola libreria di Parigi, chiaro, a due passi dalla tour Eiffel. Non tutte le lettrici abboccano, questo è vero, figuriamoci però che voglia di leggere possa venire ai nostri amici di Bet Otello.
«Che esagerazione!» potrebbe dire qualcuno. Un po’ sì, ma venite in libreria e verificate.

Allora, dov’è finito il signor lettore? Dove va durante la pausa pranzo, il fine turno, il sabato pomeriggio, la domenica o quando è sorpreso dall’acquazzone?

Mosso da compassione per tale moria, ho chiesto a dieci lettrici di indicarmi il romanzo (i saggi dopo l’Epifania) che più le ha colpite quest’anno e che si sentirebbero di consigliare al loro uomo ideale. Infine, di affiancare al titolo un aggettivo che le descriva a bruciapelo, vista la naturale relazione tra chi si è e cosa si legge. Ne è uscita una piccola guida per i signori mariti, fidanzati, amanti e scapoli perché tornino a frequentare gli scaffali. Magari, anche solo per un flirt, tornerà loro la voglia di leggere.

Il catalogo è questo, dongiovanni: Viviane Élisabeth Fauville di Julia Deck (Adelphi) / pericolosa. Stoner di John Williams (Fazi) / intellettuale. Il cardellino di Donna Tartt (Rizzoli) / misteriosa. Open di Agassi (Einaudi) / istintiva. Una terra senza fine di Jo Lendle (Keller) / avventurosa. Il bambino che rubò il cavallo di Attila di Ivàn Repila (Sellerio) / viscerale. Lizzie di Shirley Jackson (Adelphi) / imprevedibile. L’amica geniale di Elena Ferrante (e/o) / fedele. La planata di Anne-Gine Goemans (Iperborea) / fantasiosa. La mia maledizione di Alessandro De Roma (Einaudi) / indipendente.
Forza, da bravi, scegliete un titolo in base all’aggettivo riferito alla donna che più amate, leggetelo e rendetevi presentabili. Il civico 19 è a due passi.

@giovprevidi


I ragazzi salvano il mercato dei libri

Corriere della Sera
05 12 2014

Il mondo salvato dai ragazzini, si potrebbe azzardare giocando con un celebre titolo di Elsa Morante: un libro su cinque tra quelli che si vendono in Italia è pensato per loro

di Edoardo Sassi

La crisi del settore c’era. E c’è ancora. Anche quest’anno infatti un segno meno generalizzato caratterizza l’intero mercato del libro, non solo quello prodotto dalla piccola e media editoria i cui marchi principali, circa quattrocento, sono riuniti da ieri e fino all’8 dicembre nel Palazzo dei Congressi dell’Eur, a Roma, per la tredicesima edizione della fiera «Più libri più liberi». Si comprano dunque sempre meno volumi: in calo sia le vendite per numero di copie, che «a valore» (il fatturato in base al prezzo di copertina), come risulta chiaramente dall’annuale indagine che la società Nielsen conduce basandosi sul cosiddetto «scontrinato» (dati dunque relativi a numeri e soldi) e presentata ieri pomeriggio nel corso della kermesse romana.

I piccoli e medi editori (lo studio considera tali quelli che hanno un venduto nei canali trade libri per un valore non superiore ai dieci milioni di euro) non vanno in sostanza né meglio né peggio dei grandi. Ma tutti vanno male. Considerando infatti l’intero mercato — grandi e piccoli insieme, tutti i canali di vendita compresa la grande distribuzione — nei primi dieci mesi di quest’anno (da gennaio a ottobre) la perdita segna un meno 4,6 per cento di fatturato (pari a circa 43 milioni di euro) e un meno 7,1 di copie di volumi di carta venduti, che equivale a cinque milioni e mezzo di libri in meno rispetto al 2013. Numeri che vanno a sommarsi a quelli di un crisi già forte negli anni precedenti: considerando i dati del biennio 2012-2014 il fatturato è infatti passato da un miliardo di euro circa (1,012,614) ai 904 milioni odierni, e le copie vendute da 79 milioni circa a 72 milioni.

In controtendenza, sia pure in questo generale clima di perdita, il dato ristretto al campione degli espositori presenti con uno stand a «Più libri più liberi» (fino all’anno scorso l’indagine Nielsen era condotta solo sulle piccole case editrici presenti in fiera, da quest’anno la ricerca si è invece allargata a tutti i 5.663 marchi con venduto inferiore ai 10 milioni di euro annui). Esclusa la grande distribuzione, i marchi presenti in questi giorni a Roma crescono infatti, rispetto al 2013, di un 1,1 per cento nella vendita di copie e di un 2,2 quanto a fatturato (tutti i piccoli insieme invece, i presenti e non all’Eur, registrano un calo del 3,4 per cento per copie vendute e del 2,5 per cento per fatturato).

«Anche nelle difficoltà — ha commentato ieri Marco Polillo, presidente dell’Associazione Italiana Editori (Aie) — esiste una punta di diamante innovativa e attenta in grado di segnare il mercato nel suo complesso. Sia il nostro Rapporto sulla piccola e media editoria, sia l’indagine Nielsen indicano infatti, al di là dei segni meno generalizzati, che esiste un dieci per cento circa di piccoli e medi editori che non solo crescono, ma crescono quel tanto da smorzare i segni meno complessivi. E quel dieci per cento di editori sta qui».

Nella tendenza generale del mercato (negativa) — tutto il mercato, grandi e piccoli insieme — sono comunque interessanti alcuni dati emersi dall’indagine e che concernono i diversi generi più o meno venduti: cresce ancora, ad esempio, il peso dei volumi per bambini e ragazzi, al punto che le copie raggiungono il 20,5 per cento del totale e si avvicinano sempre di più al segmento della fiction straniera, il genere più venduto in assoluto e che pesa per il 26,1 per cento (in calo però rispetto agli ultimi anni). Il mondo salvato dai ragazzini, si potrebbe azzardare giocando con un celebre titolo di Elsa Morante: un libro su cinque tra quelli che si vendono in Italia è pensato per loro. E il genere infanzia si piazza al secondo posto anche nel mercato specifico dei piccoli editori: per loro un quarto delle copie vendute riguarda la non fiction pratica (manualistica, cucina, salute, tempo libero, guide), ma a seguire sono i libri per bimbi: 18,3 per cento. Terza posizione per la non fiction specialistica, leggermente al di sotto, con il 17,9 per cento. All’ultimo posto (11,3 per cento del campione) romanzi e racconti italiani.

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