La violenza spiegata ai ragazzi

  • Mercoledì, 31 Dicembre 2014 09:55 ,
  • Pubblicato in L'Articolo
Angelo Cannatà, Il Fatto Quotidiano
31 dicembre 2014

Sentirla parlare è un piacere dell'anima. Si muove tra ricordi d'infanzia e serate con Pasolini e Moravia con una naturalezza che affascina. E' leggera. E profonda. Come i suoi testi. Dacia Maraini introduce i temi di fondo de "L'amore rubato": la violenza sulle donne, il femminicidio. ...

Compiti per le vacanze, la grande ribellione

Basta compiti a casa. L'inedita alleanza tra alunni, genitori - e anche molti insegnanti - si è realizzata proprio sotto Natale quando tutte le scuole stanno chiudendo per la pausa invernale, in nome di un bene che sta a cuore a tutti: il diritto a trascorrere le vacanze senza patemi.
Nadia Ferrigo, La Stampa ...

Più libri? Più liberi?

  • Martedì, 09 Dicembre 2014 14:32 ,
  • Pubblicato in Flash news

Minima et Moralia
09 12 2014

Il carcere è una realtà che ci è più vicina di quanto possiamo pensare o desiderare. In Italia gli istituti di pena sono oltre 200 e la popolazione carceraria è di oltre 60.000 persone: insomma, direttamente o indirettamente ci riguarda tutti. Ieri a scuola ci chiedevamo se quelli di Più Libri Più Liberi avessero mai, nel corso degli anni, organizzato incontri o eventi in collaborazione con le carceri. Ho cercato un po’ in rete e ho trovato questa interessante iniziativa. Sarebbe bello non rimanesse isolata. Tempo fa leggevo della proposta del governo brasiliano di dare sconti di pena ai detenuti in proporzione ai libri che leggevano. Non so se questa legge è entrata effettivamente in vigore e non so se sta avendo successo, e sì, il vago alone di retorica attorno all’idea che leggere, di per sé, renda liberi lo percepisco anch’io. Ma un fondo di verità c’è, ed è da lì che bisogna partire.

In Nuova enciclopedia, Alberto Savinio dice: “La scoperta etimologica ci dà l’impressione (o l’illusione) di toccare con mano la verità”. L’etimologia in effetti non spiega niente della natura delle cose, ma aiuta a vedere la realtà in modi diversi, è un’alleata preziosa del pensiero laterale.

L’etimologia della parola “libero” è molto interessante: c’è chi la collega al verbo latino libere, piacere, che parente di lieben e to love, e chi lo collega all’ipotesi indoeuropea *leudho, che significa persona (da cui anche il tedesco Leute).
Quindi, secondo le ipotesi etimologiche, è libero chi ama ed è libero chi fa parte di un popolo, di una comunità, e quindi chi non è libero non può amare, è fuori dalla comunità, è di fatto privato del suo status di persona.

Interessante anche l’etimologia della parola prigione, che deriva dal latino prehensionem, prendere e che è imparentata con il verbo apprehendere il quale si è evoluto in modi diversi in varie lingue: in italiano è diventato sinonimo di imparare o conoscere, in inglese è diventato apprehend che significa principalmente catturare, arrestare. (Per inciso, chi l’avrebbe mai detto che le parole prendere e get contengono la stessa ipotesi di origine indoeuropea, had o hand, da cui ovviamente derivano anche le parole germaniche per mano?).

Un altro termine legato al carcere è rieducazione. Educare viene dal latino ex-ducere, condurre fuori, allontanare qualcuno dalle cattive inclinazioni (e cattivo, come abbiamo imparato da bambini, significa preso, e quindi prigioniero, del diavolo o del vizio).
Suona come un ossimoro che la rieducazione, cioè imparare, o meglio reimparare, ad andare fuori, ad avventurarsi nel mondo con le proprie gambe e con un bagaglio di regole e conoscenze, possa avvenire dentro, in un luogo chiuso. Ancora più ossimorico è il concetto di scuola in carcere, perché scuola deriva dal greco scholé, che significa ozio, tempo libero.

E qui il cerchio di questo gioco di associazioni di idee si chiude, si ritorna al punto di partenza: il concetto di libertà.

Leggere di per sé non basta a salvare una vita, a educare, a rendere liberi. Ma leggere, almeno etimologicamente, è legato al concetto di scegliere e alla fine essere liberi vuol dire essere in grado di scegliere.

Insomma, tutto questo discorso per dire: sarebbe bello se Più Libri Più Liberi trovasse il modo di entrare in carcere. Solo a Roma c’è l’imbarazzo della scelta: Rebibbia, Regina Coeli, Casal del Marmo. In tutto il Lazio ci sono 14 istituti di pena. Sarebbe bello se, a parte questi 5 giorni di fiera, il resto, gli altri 360 che ci separano dalla fiera del 2015 fossero dedicati a dei progetti che contribuissero (magari in collaborazione con la scuola in carcere, realtà di cui si parla sempre troppo poco, di cui non si sa praticamente niente e che va avanti nonostante tutto: conoscete i limiti con cui si scontra quotidianamente la scuola in Italia, potete immaginare quelli della scuola italiana in carcere) a rendere il dentro meno dentro e il fuori più aperto e accogliente. Sarebbe bello pensare insieme a progetti di lettura, di libertà, di scelta.

27ora
09 12 2014

C’è voluto l’intervento di un tribunale, dopo settimane di accese proteste, per convincere uno dei più antichi e prestigiosi atenei dell’India a socchiudere, se non aprire, le porte delle sue «stanze segrete» anche alle donne. Le studentesse dell’Università Musulmana di Aligarh (Amu), nello stato dell’Uttar Pradesh, hanno finalmente ottenuto il permesso di varcare l’ingresso della biblioteca e (forse) di sedersi accanto ai colleghi maschi. Forse, perché per ora il vice-rettore dell’Amu ha solo garantito alle studentesse la possibilità di usufruire di un bus che ogni domenica le trasferirà dal College femminile alla Maulana Azad Library, dove potranno restare per un tempo massimo di tre ore. Non è chiaro se da sole o anche alla presenza degli studenti di sesso opposto.


Vietato ai cani e alle donne: questo era l’«editto» che impediva l’accesso alla storica biblioteca, famosa per la sua collezione di antichi scritti. Secondo i dirigenti dell’ateno, la presenza delle ragazze avrebbe «attirato i maschi e rovinato la loro concentrazione». Il vice-rettore Zameer Uddin Shah, in un’intervista a The Times of India, si era lamentato che il numero degli studenti in biblioteca sarebbe quadruplicato, non per leggere, però, bensì per guardare le ragazze.

Gli aveva fatto eco la preside del Collegio femminile, Naima Gulrez: «Capiamo il desiderio delle studentesse di accedere a quei libri. Ma ragazze, avete mai visto una biblioteca? E’ affollata di maschi. Il vostro arrivo creerebbe subito un problema di disciplina».

L’università di Aligarh è stata fondata 94 anni fa, in epoca coloniale. Da diversi anni le associazioni studentesche femminili chiedevano di potersi iscrivere alla biblioteca e di usufruire della sala di lettura, ma la richiesta era sempre stata respinta. Finché il mese scorso un tribunale locale ha accolto il ricorso di un’attivista, quindi l’Alta Corte della vicina Allahabad ha criticato il divieto imposto dall’Università e chiesto alla direzione di rimuovere la restrizione in quanto «incostituzionale» perché basata su una discriminazione tra i sessi.

Il vice-rettore aveva cercato di difendere il divieto sostenendo che nella biblioteca non c’era abbastanza spazio per accogliere le ragazze, e il codazzo di maschi che sarebbe seguito. «Ci sono 4 mila ragazze iscritte al corso di laurea» si era difeso Shah «e i posti a sedere sono appena 1.300. Non è una discriminazione, ma solo un semplice problema di capacità». Come unica soluzione, aveva quindi invitato le studentesse a ordinare i libri online o a frequentare la biblioteca della “sezione femminile” dell’ateneo. Ad eccezione delle donne già laureate, che avevano diritto di accesso, ma con soli 12 posti a sedere riservati sul totale di 1300.

La controversa presa di posizione aveva sollevato un’ondata di polemiche a livello nazionale e dure critiche anche da parte del governo di New Delhi. Il ministro delle Risorse Umane, la signora Smriti Irani, che è anche leader di un’associazione femminista del partito nazionalista induista Bjp, aveva scritto al vice rettore per denunciare il divieto come una «violazione dei diritti umani» e un «insulto» alle donne.

Finché è arrivata la decisione, che ha concesso, anche se per poche ore alla settimana, l’ingresso misto alla Library. «È un momento storico per le donne di questo campus» ha detto una giovane che domenica è stata tra le prime a varcare la soglia «e anche per il prestigio dell’università». Sarebbe felice anche lo sceicco Abdullah che decise di istituire il Women’s College, a tre chilometri dalla Università di Aligarh, proprio per aiutare l’emancipazione delle donne, culturale ed anche economica, in un periodo in cui l’educazione femminile era considerate addirittura blasfema. A distanza di quasi un secolo, il collegio resta un simbolo di speranza per le ragazze della regione e tiene fede al principio con cui fu fondato: è «un’opportunità» per ragazze provenienti dai più diversi ceti sociali ed economici, il 40% delle 2500 studentesse proviene infatti dalle classi più umili ed emarginate, sono figlie di contadini, operai o piccoli commercianti.

Molte di loro saranno le «prime laureate della famiglia», simbolo di un’India che cambia. Come Zamzam Khanum, al primo anno di studi in Urdu, che spera di diventare maestra ed «aiutare mia madre che ha lavorato notte e giorno per pagare la mia educazione fino a qui». O come Nushifa, la prima ragazza del suo villaggio a finire al college: figlia di un fruttivendolo del villaggio di Rampur, vuole «imparare bene l’inglese, come le ragazze ricche che vengono dalla città».

Quattro cose per fare una vera "buona scuola"

  • Mercoledì, 03 Dicembre 2014 13:04 ,
  • Pubblicato in INGENERE

Ingenere
03 12 2014

Al primo punto delle proposte del governo in materia di istruzione c’è un piano straordinario di 150.000 assunzioni di aspiranti insegnanti iscritti alle graduatorie cosiddette ad esaurimento, come si legge nel documento “La buona scuola”. Un’immissione di ruolo in “aggiunta” all’organico ordinario, in un colpo solo, a settembre 2015. Di questi 150mila, un buon terzo sembra non aver mai messo piede di recente in una scuola pubblica, mentre migliaia di giovani insegnanti precari dovrebbero essere esclusi dalla mega stabilizzazione perché, per qualche dispositivo avverso, di quelle graduatorie non fanno parte.

Non tutti i 150.000 hanno superato selezioni impegnative, non tutti sono stati disponibili in passato a una mobilità territoriale che li avrebbe forse tirati fuori dai guai, non tutti sono giovani (età media 42 anni), in gran parte sono donne residenti in aree meridionali. Che forse lavorano altrove, forse sono state frustrate e demotivate da un’attesa troppo lunga, forse ora hanno troppi carichi familiari per cogliere la nuova opportunità. Quanto ai titoli, prevalgono quelli utili per il primo ciclo, mentre tra le materie scarseggiano i titoli in campo scientifico e tecnologico. A dir poco curiosa invece la sopravvivenza di classi di concorso come la stenografia, scomparse per naturale obsolescenza dal comunque antiquato elenco dei saperi scolastici.

È una buona idea eliminare le “graduatorie ad esaurimento”, questa enorme sacca di “diritti” cosiddetti “acquisiti” che inceppa fluidità e tempestività nell’utilizzo e nel ricambio fisiologico del personale, ma ci sono ottime ragioni per discuterne la sostenibilità politica e le destinazioni. Nessun problema per i 50mila posti liberi che solo una straordinaria avarizia politico-amministrativa ha affidato finora a supplenze quasi-annuali (tanto più che,in caso contrario, scatterebbero le salate sanzioni della Corte Europea per l’utilizzo di personale precario oltre i 36 mesi). Ma gli altri cosa andranno a fare? E come si giustifica un investimento così importante (3 miliardi circa ) mentre solo a fine 2018 dovrebbe scattare il primo modesto bonus (60 euro mensili per il 66% dei docenti, zero per il restante 34%) di una nuova carriera incentrata per la prima volta su “meriti e impegno” invece che sull’anzianità? Gli insegnanti italiani, tra i peggio pagati d’Europa, sono da sei anni senza rinnovo contrattuale e la nuova carriera - che già non entusiasma perché nella scuola l’anzianità ha parecchio a che fare con la professionalità (e anche perché la sola ipotesi di una verifica di quello che si sa fare fa venire l’orticaria) - dovrebbero pagarsela da sé, con i risparmi accumulati dall’eliminazione, di qui al 2018, degli scatti automatici di anzianità. Quanto ad altre priorità citate dalla “Buona Scuola”, alternanza studio-lavoro compresa, basta una scorsa alla legge di stabilità per capire che per tutte o quasi non ci sono nuovi investimenti ma piuttosto nuovi tagli. Anche di personale tecnico e amministrativo, cioè di quello che nella scuola manca davvero.

Certo in un periodo così difficile per l’occupazione (e dopo le ferite dei tagli di Gelmini-Tremonti: - 8,5 miliardi, cancellati qualcosa come 85.000 posti di lavoro) non sono tante le voci contrarie all’assunzione massiccia di nuovi insegnanti, ma sarebbe l’ennesima replica dell’approccio quantitativo ai bisogni della scuola, l’ulteriore sanatoria al buio di ogni criterio qualitativo con cui scegliere gli insegnanti. Chi avanza dubbi argomenta che andrebbero considerati gli effetti del calo demografico, che il rapporto numerico tra insegnanti e studenti in Italia si attesta nella media Ocse, e che le classi molto affollate non sono tantissime e si devono, più che a carenza di insegnanti, alle regole bizantine imposte dal ministero dell’istruzione. Bisogna inoltre ricordare l’esperienza ancora fresca delle “dotazioni organiche aggiuntive” di qualche anno fa, migliaia di insegnanti in più che dovevano anche loro essere “funzionali” al miglioramento della scuola, e che però sono stati per lo più sottoutilizzati. Succederà ancora, e come evitarlo? Nelle ultime settimane sono state avanzate molte ipotesi ma un tavolo di confronto non c’è, mentre la consultazione online appare inadeguata alla costruzione di soluzioni specifiche.

Copertura delle supplenze brevi a parte – che non sono certo il male peggiore della scuola italiana e per cui ci sarebbero soluzioni meno costose e più funzionali della sanatoria- gli ambiti più importanti cui destinare gli organici aggiuntivi sono essenzialmente quattro. In primo luogo la generalizzazione, in tutta la scuola per l’infanzia e nella scuola primaria, di un tempo lungo/pieno sempre più richiesto anche nel Mezzogiorno per il crescente ingresso delle donne nel mercato del lavoro. E sempre più importante per colmare il prima possibile le difficoltà di apprendimento e i problemi anche affettivi e relazionali di tanti bambini colpiti direttamente dai mille guai di questa fase. Va detto che il tema c’è,nel testo della “Buona Scuola”, ma annegato tra molti altri, senza considerare la diseguaglianza di opportunità per le famiglie e per i bambini insita in un tempo pieno che se nella scuola primaria di molte città del Nord e del Centro oscilla tra il 50 e il 90 per cento delle classi, nel Mezzogiorno precipita sotto il 10 per cento.

Il secondo ambito riguarda l’esigenza ormai stringente di una diffusione in tutte le scuole ad alta densità di studenti stranieri di laboratori permanenti di apprendimento dell’italiano come seconda lingua, e di insegnanti appositamente qualificati. È soprattutto per il trascinarsi delle lacune linguistiche che la scuola italiana non riesce a sanare la disparità per gli studenti di madrelingua non italiana, le cui carriere scolastiche sono falcidiate da un’enormità di ritardi scolastici, ripetenze, abbandoni precoci e perfino fenomeni di “segregazione formativa”.

Questo tema nelle 136 pagine della “Buona Scuola” non è neppure sfiorato. Un silenzio inspiegabile – gli studenti stranieri sono ormai 800mila, il 10% del totale – che oltre a segnalare una sottovalutazione profonda dei problemi di integrazione delle seconde generazioni, delinea un governo apparentemente insensibile agli effetti del calo demografico. Eppure un paese con sempre meno giovani non può permettersi di sprecare i talenti e le intelligenze.

Il terzo ambito riguarda l’introduzione, nella scuola secondaria di secondo grado, di aree opzionali che, come nei sistemi educativi di altri paesi, consentano ai giovani di verificare per tempo le proprie attitudini, rafforzare i propri interessi,responsabilizzarsi alle scelte future di studio e di lavoro. Nella “Buona Scuola” un accenno c’è, ma non legato al nuovo personale docente.

Infine il quarto ambito riguarda lo sviluppo- oggi condizionato, appunto, da precisi vincoli di organico – dell’offerta di educazione degli adulti, nella prospettiva del life long learning. Anche qui un tema di emergenza, tra le troppo basse competenze di base degli adulti italiani evidenziate da ogni ricerca comparativa internazionale e il bacino dei giovani adulti senza diplomi e qualifiche incessantemente alimentato da una dispersione scolastica parecchio sopra la media Ocse. Un buon terzo dei NEET, si sa, è in questa condizione, ragazzi italiani e ragazzi con background straniero. Ma questo delle scuole di seconda opportunità e dell’apprendimento lungo tutto il corso della vita è un tema che la politica italiana ha quasi sempre tenuto lontano dalle decisioni relative al sistema scolastico, e la “Buona Scuola” non fa eccezione.

Silenzi e sottovalutazioni che danno conto, al netto dell’involucro accattivante e di alcune novità effettive della “Buona Scuola”, di una continuità con alcune politiche scolastiche tradizionali ben maggiore di quello che si vorrebbe far credere. Che si rivela anche in altre parti e su altri temi del documento.Ma anche così qualcosa di buono potrebbe venirne, se ci fosse la possibilità di confronti di merito, e di luoghi politici e tecnici adatti allo scopo. Al momento non ci sono, ma potrebbe essere uno dei casi in cui la forma si fa sostanza.

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