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Dalle elezioni è uscito il Parlamento più giovane e con il maggiore numero di donne della storia repubblicana con una età media di deputati e senatori di 48 anni, ed il 31 per cento di presenza femminile. ...

Primi dati sulle elette: record di donne in parlamento

  • Mercoledì, 27 Febbraio 2013 07:42 ,
  • Pubblicato in INGENERE

In genere
27 02 2013

Il terremoto provocato dal voto investe anche la composizione di genere del parlamento e l'età anagrafica degli eletti. Secondo una prima stima fatta dalla Coldiretti (e ripresa da l'Unità), è donna un eletto su tre alla camera e al senato. "Dalle elezioni è uscito il Parlamento più giovane e con il maggiore numero di donne della storia repubblicana con una età media di deputati e senatori di 48 anni ed il 31 per cento di presenza femminile", si legge sul sito della Coldiretti, che stima anche la crescita percentuale delle donne in parlamento. Se in quello uscente le donne erano "appena il 21 per cento alla Camera e il 19 per cento al Senato" nel nuovo "saranno il 32 per cento alla Camera e il 30 per cento al Senato". Ed è donna l'eletta più giovane, la venticinquenne Marta Grande, candidata nel Lazio dal Movimento 5 stelle. "Tra i partiti maggiori - continua la Coldiretti - il più alto numero di donne si trova nelle liste del Pd, con il 41 per cento, che precede Movimento cinque stelle al 38 per cento, Pdl e Lista Monti-Udc-Fli entrambi al 22 per cento, Sel al 20 per cento e Lega nord al 14 per cento".

Elezioni 2013. Diritti civili: questo non è il mio Paese

Il Fatto Quotidiano
27 02 2013

Leggevo sul New York Times che decine di membri del Partito repubblicano al Congresso hanno firmato un documento, da depositare dinanzi alla Corte Suprema, a favore del matrimonio tra persone dello stesso sesso. Tra essi, un tale Jon M. Huntsman, che si è sempre distinto per la sua opposizione al matrimonio gay specialmente nell’ultima campagna elettorale, ha invece deciso che è ora di sottoscrivere un appello al riconoscimento di tale diritto per le coppie gay e lesbiche, perché solo tale riconoscimento, recita il documento, garantisce la libertà e l’uguaglianza che si presumono dovuti in un Paese civile.

Tale mossa segue quella del Governo degli Stati Uniti, che ha ufficialmente optato, sempre dinanzi alla Corte, a favore dell’estensione del matrimonio alle coppie same-sex.

Tanto per capirci: un Presidente che ci tiene al proprio Paese, di un partito che si definisce Partito democratico, chiede a una Corte di cancellare una discriminazione, realizzando una politica che era tra i suoi programmi elettorali e che porterà maggiore libertà e benessere alla popolazione, senza danneggiare nessuno. Questa è la destra americana. La destra, capite? Non stiamo parlando di esseri alieni che, sbarcati da un altro pianeta, ci propongono di vivere sugli alberi o di mangiare sassi – anche se mi rendo conto che qualcuno, neanche troppo povero d’intelletto, ha veramente osato sostenere che dal matrimonio gay discenderebbero conseguenze terribili per l’umanità, compreso l’uragano Katrina, ma si tratta più che altro di un caso da TSO.

E da noi? Da noi l’unico partito (il Pd) che aveva assicurato “le unioni alla tedesca“, ha di fatto perso le elezioni senza neanche avere avuto il tempo di capire cosa fossero esattamente. L’altra compagine politica che forse potrebbe fare qualcosa per la Comunità LGBT è il M5S, dal quale mi aspetto delle sorprese positive in questo senso. D’altro canto, molti esponenti e candidati del M5S hanno aderito, nel corso della campagna elettorale, alle proposte di legge formulate da Avvocatura per i diritti LGBT – Rete Lenford sul matrimonio egualitario, la lotta all’omotransfobia e la modificazione di sesso.

Il mio, tuttavia, è un ottimismo cauto. Cauto anzitutto perché il fatto che il 30% degli italiani abbia ancora creduto in Berlusconi la dice lunga sulle capacità di questo Paese di votarsi realmente al cambiamento. Secondo, il popolo italiano ha confermato la propria fiducia ai detentori di golden share nella società “Omofobia & Co. S.p.A.”, cioé Casini, Buttiglione, Giovanardi, Formigoni e compagni. Quelli per cui essere gay è una malattia, ho-tanti-amici-gay-ma-la-famiglia-no, una-volta-li-mettevano-dentro ecc. Quelli del si-ai-diritti però no a questo, no a quello e a quell’altro. Infine, queste elezioni hanno indebolito i partiti d’ispirazione confessionale (quelli su cui puntava la Cei, per intenderci), che però non sono scomparsi.

Dall’America ci separa non un oceano. Di più. Chissà quanti, leggendo i risultati delle elezioni di ieri, hanno pensato: questo non è il mio Paese.

E leggendo i giornali di altre nazioni, ne hanno una conferma.

Camera e Senato, è donna un eletto su tre

Corriere della Sera
26 02 2013

Quello uscito dalle elezioni è il più giovane Parlamento della storia. La più giovane, Marta Grande, ha 25 anni

Dalle elezioni è uscito il Parlamento più giovane e con il maggiore numero di donne della storia repubblicana, con una età media di deputati e senatori di 48 anni e il 31% di presenza femminile. È quanto emerge da una prima analisi effettuata dalla Coldiretti dopo lo scrutinio dei voti delle elezioni politiche. Secondo l'indagine nel nuovo Parlamento i deputati eletti avranno una età media di 45 anni e i senatori di 53 anni. Un consistente ringiovanimento rispetto alla scorsa legislatura in cui - precisa la Coldiretti - l'età media dei deputati era di 54 anni (9 anni di differenza) mentre quella dei senatori di 57 anni (4 anni di differenza). Rafforzata la presenza femminile che nella legislatura conclusa era pari al 21% alla Camera e al 19% al Senato: nel nuovo Parlamento saranno il 32% alla Camera e il 30% al Senato.

PARTITI - Il gruppo parlamentare con l'età media più bassa - continua la Coldiretti - è di gran lunga il Movimento 5 Stelle, con 37 anni (33 alla Camera e 46 al Senato), davanti a Lega Nord con 45 anni (42 alla Camera e 48 al Senato), al Partito Democratico (Pd) con 49 (47 alla Camera e 54 al Senato), a Sinistra ecologia e libertà (Sel) con 47 anni (46 alla Camera e 50 al Senato), al raggruppamento Lista Monti-Udc-Fli con 55 anni (55 anni alla Camera e 56 anni al Senato) e al Popolo della Libertà (Pdl) con 54 anni (50 alla Camera e 57 al Senato). Tra i partiti maggiori - continua la Coldiretti - il più alto numero di donne si trova nelle liste del Pd, con il 41%, che precede Movimento Cinque Stelle al 38%, Pdl e Lista Monti-Udc entrambi al 22%, Sel al 20%, Lega Nord al 14% e Pdl, con il 25,8%. Ed è una donna anche la più giovane candidata al Parlamento: Marta Grande 25 anni, che ha conquistato un posto alla Camera sotto le insegne del Movimento Cinque Stelle nel Lazio mentre il candidato più anziano, Sergio Zavoli (89 anni) è stato eletto nelle liste del Pd al Senato in Campania.
26 02 2013

Il centrosinistra vince di poco a Montecitorio, maggioranza solo relativa a Palazzo Madama. Alfano: «Too close to call»
 
È il Movimento 5 Stelle il vero vincitore di queste elezioni È il Movimento 5 Stelle il vero vincitore di queste elezioni

L'Italia che esce dalle urne è un'Italia-puzzle, estremamente frammentata, dove le due principali coalizioni si ritrovano praticamente appaiate, con una leggera prevalenza del centrosinistra (31,6% contro 30,65% al Senato), ma dove il vero vincitore è il Movimento 5 Stelle di Beppe Grillo, che realizza un exploit senza precedenti riuscendo a raccogliere il 23,79% al Senato e il 25,55% alla Camera, risultato questo che ne fa il primo partito a Montecitorio, seppure solo per una manciata di voti rispetto al Pd. Il quale riesce a sua volta a conquistare il premio di maggioranza solo grazie all'alleanza con Sel (deludente il risultato del partito di Vendola, 3,2%, ma la coalizione comprendente anche il Centro democratico e l'Svp arriva al 29,55%) e ad un misero 0,4% in più, comunque sufficiente per tenere a bada il blocco Pdl-Lega e loro alleati. Il divario tra le due coalizioni alla fine è di appena 120 mila voti.

SENZA MAGGIORANZA - Ma se il voto per la Camera si chiude con una maggioranza certa - grazie al meccanismo che assegna un pacchetto di seggi extra alla coalizione vincente - quello per il Senato si riassume in un'unica parola: ingovernabilità. Nessuna combinazione «soft» - vale a dire Pd-Sel+Monti o Pdl-Lega+Monti - è in grado di arrivare a quella «quota 158» che significa maggioranza assoluta e di conseguenza possibilità di nascita e sopravvivenza di un governo. E alle combinazioni «hard» - da un'improbabile alleanza dell'uno o dell'altro polo con i 5 Stelle alla riedizione della «strana maggioranza» che ha sostenuto il governo tecnico - i leader dicono ora di non credere. Ancora troppo fresche le ferite di una campagna elettorale senza esclusione di colpi in cui tutti hanno detto tutto di tutti e durante la quale i tre ex alleati - Monti, Bersani e Berlusconi - se le sono date di santa ragione. Eppure, alla fine, su questa prospettiva si dovrà pure provare a ragionare. «È evidente a tutti che si apre una situazione delicatissima per il Paese - ha dichiarato in una nota il segretario del Pd, Pierluigi Bersani -. Gestiremo le responsabilità che queste elezioni ci hanno dato nell'interesse dell'Italia». Nel pomeriggio il vice di Bersani, Enrico Letta, aveva evocato il ritorno immediato alle urne, ma poi in serata aveva corretto il tiro.

«TOO CLOSE TO CALL» - Il segretario del Pdl, Angelino Alfano, che lunedì pomeriggio aveva precipitosamente dichiarato che il centrodestra era maggioranza relativa al Senato (i dati sono poi progressivamente cambiati con il procedere dello spoglio), attorno alla mezzanotte ha diffuso una nota sottolineando che i dati del Viminale «sono solo ufficiosi» e «soggetti inevitabilmente ad un margine di errore» «certamente superiore allo scarto dei voti, davvero minimo, che si registra tra le prime due coalizioni della Camera». E ha chiesto al ministero di dichiarare il «too close to call», come avviene negli Usa: scarto troppo ridotto per proclamare un vincitore.
«Alfano non esasperi il clima negando la realtá. Il centrosinistra ha ottenuto più voti alla Camera e al Senato» replica immediatamente Nico Stumpo, responsabile organizzazione del Pd.

GRILLO: «NIENTE INCIUCI» - I grillini vengono ora tirati per la giacchetta e chiamati ad assumersi le responsabilità istituzionali che derivano dall'avere raccolto il consenso di un elettore su quattro. Ma Beppe Grillo, nel videomessaggio diffuso quando il quadro era ormai sufficiente chiaro, ha già smontato questa prospettiva: «Non faremo inciuci, in Parlamento daremo scappellotti a tutti». Il suo popolo ha iniziato a fare festa, alle scelte da compiere in aula si penserà a tempo debito.

DELUSIONE MONTI - Deludente il risultato del blocco centrista che fa capo al premier Mario Monti, che non arriva al 10% (9,13%) al Senato e supera la doppia cifra a stento alla Camera (10,56%). Il Professore si è detto personalmente soddisfatto («in 50 giorni abbiamo raccolto oltre 3 milioni di elettori»), ma i suoi alleati Pier Ferdinando Casini e Gianfranco Fini hanno raccolto consensi irrisori (rispettivamente l'1,79 e lo 0,76% alla Camera). Per Fini c'è anche la clamorosa esclusione dalla Camera, di cui è presidente uscente. Percentuale bassissima anche per Rivoluzione Civile di Antonio Ingroia che resta poco sopra il 2% e quindi non entrerà in Parlamento, non raggiungendo il quorum del 4%. Dalle aule parlamentari scompare dunque anche uno dei volti che hanno animato il dibattito negli ultimi anni, quello di Antonio Di Pietro. Del risultato negativo Ingroia dà la colpa al Pd: «Faccia mea culpa, è sua la responsabilità del mancato accordo, ha fatto campagna contro di noi».

IL «RIBALTONE» DEI DATI - La giornata elettorale era iniziata alle 15 con la notizia di una vittoria netta del centrosinistra sia alla Camera sia al Senato, una fotografia uscita dagli instant poll - sia quelli dell'Istituto Piepoli per la Rai, sia quelli di Tecné per Sky -, che davano il blocco Pd-Sel avanti di una decina di punti rispetto al principale Polo contendente. Ma l'euforia del centrosinistra è durata soltanto un'ora, giusto il tempo che fossero diffuse le prime proiezioni che davano conto di una situazione completamente diversa. Anche la Borsa ha dovuto prendere atto del «ribaltone» dei dati: dopo avere accolto con entusiasmo il responso degli instant poll che delineavano una maggioranza certa sia alla Camera sia al Senato ha dovuto prendere atto del rischio di ingovernabilità e subito il listino FtseMib di Piazza Affari e lo spread sui titoli del tesoro ne hanno risentito.
LE REGIONALI - Secondo gli instant poll, che a questo punto vanno presi decisamente con le pinze, alle regionali sarebbe stato premiato il centrosinistra. Nel Lazio si prospetterebbe la netta vittoria di Nicola Zingaretti, accreditato del 52-54% contro il 28-30% di Francesco Storace secondo un primo sondaggio e di un vantaggio meno netto in un secondo (39% contro 28%). In Lombardia, invece, sarebbe un testa a testa tra i due principali contendenti, con l'esponente del centrodestra Maroni in lieve vantaggio sul portacolori del centrosinistra Ambrosoli: 38% a 3% secondo un sondaggio diffuso da Sky in tarda serata (un primo exit poll li dava entrambi tra il 42 e il 44%). Nel Molise, poi , Paolo Di Laura Frattura, candidato del centrosinistra, si ritroverebbe con una forchetta di voti tra il 47 e il 49%, contro quella del 26-28% attribuita a Michele Iorio, candidato del centrodestra. Lo spoglio delle schede per i consigli regionali partirà alle 14 di martedì.

L'AFFLUENZA - Dopo i dati in calo della domenica, il lunedì non ha invertito la tendenza: l'affluenza finale è risultata in forte calo rispetto alle precedenti politiche del 2008. Alla Camera ha votato il 75,17% degli aventi diritto, a fronte del 80,50% del 2008 (-5,33 punti percentuali). Al Senato 75,19% (era il 80,46% cinque anni fa). L'accorpamento con le politiche ha invece trascinato in alto il numero di votanti delle regionali, risultato in netta ascesa: in Lombardia, Lazio e Molise ha votato per i governatori il 74,6% contro il precedente dato del 63,1%, ovvero 11,5 punti percentuali in più. La maggiore affluenza tra le tre Regioni se l'è aggiudicata la Lombardia, con un totale del 76,7%, 12 punti percentuali in più rispetto al precedente 64,63%; il Lazio ha invece raggiunto il 72% (contro un precedente del 60,9%), mentre il Molise ha archiviato un dato di affluenza del 61,6% (59,8%)

Alessandro Sala

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