Piccola Aurora dramma invisibile

Ci dobbiamo vergognare tutti di questa tragedia, se davvero la sfortunata bambina è vittima della trascuratezza. Nessuna fata buona al suo capezzale, non un conoscente o un vicino di casa accorso in aiuto, messo in . allarme dai suoi pianti. Nessuno avrebbe chiesto aiuto per lei e nessun servizio sociale se ne sarebbe mai occupato, nonostante i genitori, entrambi sofferenti e disoccupati da tempo, ne avessero estremo bisogno. Una mancanza di comunicazione che ha avuto effetti drammatici.
Isabella Bossi Fedrigotti, Corriere della Sera ...

Redattore sociale
24 02 2015

L’omosessualità come causa della vita in strada, la doppia discriminazione degli immigrati Lgbt, il caso di Bologna, dove i servizi di bassa soglia si sommano alle attività di Arcigay e Mit: questi i risultati della ricerca dell’associazione Avvocato di strada


BOLOGNA – Una borsa di studio per l’Italia, i documenti pronti e il viaggio dal Marocco. L’arrivo, la gioia, e la scoperta che l’esame di ammissione al corso scelto si poteva sostenere solo in italiano: “Però lui non lo parla, e vorrebbe tornare indietro. Ma la famiglia gli chiede di rifarsi una vita in Italia. È finito in strada”: Vincenzo Branà, presidente del Circolo Arcigay Il Cassero, riassume così la storia di uno dei 20 intervistati protagonisti della ricerca ‘Una strada diversa’ dell’associazione Avvocato di Strada. La pubblicazione, finanziata dalla Chiesa Valdese con i fondi dell’8x1000, è parte di un progetto più ampio, nato con l’obiettivo di indagare e intervenire su una nuova categoria a rischio homelessness, rappresentata dalle persone Lgbt. In questa ricerca sono stati intervistati senzatetto Lgbt e operatori dei servizi per i senza dimora del territorio bolognese. Gli operatori hanno raccontato che non fanno domande legate all’orientamento sessuale. Questo per rispetto della privacy. Si confrontano apertamente solo se l’omosessualità è espressa esplicitamente o in casi di grande confidenza, e in quel caso tendono la mano. Ma a tutti, ormai, è noto che, nonostante se ne parli ancora poco, l’identità di genere sia una causa – o almeno una concausa – della vita in strada”. Branà cita un recente studio americano: a New York, più del 30 per cento degli homeless non è eterosessuale, quando la percentuale di Lgbt sulla popolazione mondiale è stimata attorno all’8 per cento. “L’omosessualità è causa di homelessness, così come lo stigma sociale e la solitudine alla quale molte persone Lgbt si costringono. Purtroppo, quando fai coming out solamente in alcuni ambienti, poi c’è il rischio anche di entrare nel giro della prostituzione”.

Dalla ricerca emerge anche un altro dato allarmante, che riguarda la quantità di immigrati Lgbt, “che subiscono una doppia discriminazione. Spesso il coming out è anche un problema culturale: in arabo non esiste la parola ‘omosessuale’. Voler dichiarare la propria identità sessuale diventa anche un problema semantico, oltre che personale e sociale”. E racconta di come il ragazzo marocchino arrivato in Italia con la borsa di studio, il giorno in cui ha detto agli amici arabi di essere stato al Cassero, ha riscontrato atteggiamenti totalmente diversi. “Questo episodio è emblematico anche per un altro motivo: a Bologna, i senzatetto Lgbt si rivolgono ai servizi di bassa soglia per un posto dove dormire e un pasto; e al Cassero o al Mit per altri bisogni, come quello di esplicitare la propria omosessualità. La ricerca di Avvocato di Strada ha aperto un’importantissima finestra su questa metodologia, dimostrandoci di poter osservare il fenomeno da due punti di vista diversi”.

Al momento, per una richiesta d’aiuto così specifica non esiste una risposta peculiare, ma l’obiettivo è riuscire a trasformare il modello nato spontaneamente a Bologna in prassi. Per cominciare questo percorso di intersezione di servizi, ‘Una strada diversa’ fornisce agli operatori alcuni consigli per imparare a rapportarsi con i senzatetto Lgbt (che si sommano a evidenti necessità di formazione): “In pratica, la persona Lgbt si deve sentire accolta e deve ricevere, senza chiedere, rinforzi positivi. L’obiettivo è creare un contesto in grado di favorire l’apertura personale e la presa di coscienza dei problemi grazie alla competenza e familiarità degli operatori con queste tematiche”.

Il progetto ‘Una strada diversa’ (cominciato il 1 febbraio 2014 e conclusosi il 31 dicembre) ha visto anche due momenti di formazione, uno tecnico rivolto proprio agli operatori e uno di carattere giuridico dedicato agli avvocati: “I senzatetto devono essere adeguatamente tutelati: nei migliori dei casi sono discriminati, ma si può arrivare sino all’esclusione anche violenta. Serve un percorso specifico, un know how adeguato. Servono nuovi strumenti”.

Plauso al progetto anche da parte del senatore del Pd Sergio Lo Giudice. “Pregiudizio, emarginazione e crisi economica possono rappresentare un mix esplosivo e la mancanza di residenza aggiunge ulteriore marginalità rendendo difficile l’accesso alle strutture sanitarie – ha detto il senatore – In queste settimane è iniziata presso la commissione igiene e sanità del Senato la discussione del ddl 86? ?in materia di residenza e assistenza sanitaria alle persone senza dimora, di cui sono firmatario, predisposto da Avvocato di Strada”.

La ricerca “Una strada diversa. Homelessness e persone Lgbt” sarà presentato oggi alle 18 al Cassero Lgbt Center di Bologna (via don Minzoni, 18). (Ambra Notari)

Lazio. Emergenza alcol: sono 280mila i giovani che ne abusano

  • Mercoledì, 18 Febbraio 2015 15:09 ,
  • Pubblicato in Flash news

Quotidiano sanità
18 02 2015

E' quanto emerge dal nuovo rapporto Passi. Allarme anche per le under 35, sempre più in sovrappeso e meno propense a dedicarsi a sport e attività fisica. Buone notizie, invece, sul fronte della prevenzione oncologica: tra il 2008 e il 2013, 3 donne su 4 tra i 50 e i 69 anni (oltre il 70%), hanno eseguito una mammografia. IL RAPPORTO PASSI


16 FEB - Nel Lazio i giovani continuano a bere troppo, mentre chili in eccesso e tendenza a una vita sedentaria sembrano diffondersi nelle classi socioeconomiche più svantaggiate. Sono almeno 280 mila, infatti, i ragazzi di età compresa tra 18 e 34 anni che consumano alcol in maniera smodata, mentre le under 35 sono sempre più in sovrappeso e meno propense a dedicarsi a sport e attività fisica. Sono i dati relativi al quadriennio 2010 /2013 emersi dall’analisi dello stato di salute della popolazione laziale letta attraverso la lente delle disuguaglianze, e proposta nel nuovo rapporto Passi (Progressi delle Aziende Sanitarie per la Salute in Italia) ‘Determinanti di salute e disuguaglianze: i risultati della sorveglianza Passi nel Lazio’ presentato oggi nella Sala Tirreno della sede Regione Lazio in via Rosa Raimondi Garibaldi.

Sul fronte dei programmi di prevenzione oncologica, tra il 2008 e il 2013, 3 donne su 4 tra i 50 e i 69 anni (oltre il 70%), hanno eseguito una mammografia, come raccomandato dalle linee guida; più alta l’adesione nella città di Roma rispetto alla provincia. La ricerca si basa su dati raccolti negli ultimi 6 anni in tutte le Asl del Lazio e fornisce il quadro sulla diseguale distribuzione dei comportamenti a rischio e dell’adozione di misure di prevenzione adeguate. L’obiettivo dello studio è quello di fornire una griglia di dati da utilizzare per orientare gli interventi per migliorare la salute di tutti.


Tanti gli ambiti su cui sono disponibili dati, andamenti e spunti di riflessione: fumo, alcol, sedentarietà, sovrappeso e obesità, rischio cardiovascolare, screening oncologici, vaccinazioni, stato di salute percepito e depressione. Parecchi di questi settori sembrano essere caratterizzati da disuguaglianze, a volte anche piuttosto nette. La mancanza di risorse economiche, un’istruzione carente, un lavoro precario o poco sicuro: sono solo alcuni dei fattori non biologici che possono influenzare la salute, provocando disparità nei comportamenti individuali così come nell’accesso ai servizi di prevenzione sanitaria.

Per esempio, la percezione dello stato di salute nel Lazio risulta peggiore in chi ha oltre 50 anni, molte difficoltà economiche e basso livello di istruzione. Fumare sembra invece essere un’abitudine prevalente nella classe socioeconomica più bassa tra gli uomini, in quella intermedia tra le donne. La sedentarietà e i chili di troppo sono più diffusi tra chi appartiene alle classi più svantaggiate. Mentre l’abitudine ad alzare il gomito continua a rimanere una caratteristica particolare dei giovani. Se poi analizziamo gli interventi di prevenzione organizzati, chi appartiene alla categoria socioeconomica più alta tende a effettuare più spesso degli altri lo screening colorettale. In quello mammografico, invece, il tasso di adesione varia a seconda del territorio di residenza.

Al di là del buco
18 06 2014

Provate a cercare su google le parole “ordinanza & accattoni”. Troverete una marea di norme che ancora interpretano il quadro securitario voluto a suo tempo da Maroni. Fu lui che diede poteri ai sindaci, simpaticamente ribattezzati come “sceriffi”.

Con quel decreto i sindaci, per motivi di “sicurezza”, ebbero il potere di decidere a proposito di poveri (gli accattoni), migranti, prostitute e tutto quel che nella concezione leghista costituiva motivo di degrado. Ma questa cosa non piace solo alla destra, anzi. Scorrendo le ordinanze, le decisioni, i muri cittadini, le regole anti/degrado, quelle per il decoro, a marginalizzare accattoni, migranti e prostitute sono anche fior di sindaci di centro sinistra, del Pd.

Ad avercela con “gli accattoni” sono gli assessori preoccupati, di volta in volta, della salute fisica di anziani e bambini, a seconda dei casi, e ne abbiamo lette di cose in questi anni, tipo l’ordinanza fiorentina di un paio di sindaci fa dove l’assessore diceva che sugli accattoni, quelli che chiedono la questua, si può inciampare e questo avrebbe messo a repentaglio la salute fisica dei cittadini e dei turisti.

Ma più in generale le “ragioni” per queste norme anti degrado sono sempre magnanime. Migranti a casa loro, prostitute nella buia periferia, accattoni e senza tetto fuori dalle balle, perché, come fu ai tempi della Tatcher a Londra, questa gente è da considerarsi immondizia e bisogna cacciarla lontano. Lontano dagli occhi perché la povertà altrui potrebbe mettere di cattivo umore i turisti spendaccioni o potrebbe dare una cattiva immagine della città. Potrebbe anche distruggere le belle speranze dei giovani, e si sa che distruggere le speranze dei giovani è un delitto grave.

Da lì in poi le scuse idiote si sprecano e se ti permetti di obiettare qualcosa ti dicono che il “buonismo” non serve di questi tempi. Serve il cattivismo. A me piace chiamarlo in un altro modo ma piuttosto che sintetizzare preferisco sostanziare il motivo della mia obiezione.

Le belle speranze dei giovani vengono distrutte da chi toglie casa, reddito, lavoro, e prospettive future alle persone. Il degrado è costituito dall’immagine dominata dal terrore e dal securitarismo ispirato a una volontà di discriminazione di alcune categorie sociali.
Delle prostitute ho parlato tante volte e gli “accattoni” sono persone povere perché altrimenti non starebbero per strada. Ci sono senzatetto, persone piene di problemi e se non sono lì a fare la questua vanno a occupare case. A governi e amministrazioni cittadine però non piace né l’una e né l’altra cosa. Non si capisce che cosa dovrebbero fare queste persone. Suicidarsi in massa?

Se poi questi “accattoni” sono migranti allora è dimostrato che tanti razzisti dicono una serie infinita di sciocchezze, giacché se i migranti sono in strada e sono anche molto poveri significa che non sono di certo in Italia a toglierci il lavoro. Ma al di là di questo proverei a fare una sintesi della questione.

L’ultima ordinanza in ordine di tempo e che riguarda gli “accattoni” è quella padovana. Per affrontare il fenomeno pare che le guardie impiegheranno anche i cani. Non so se li aizzeranno contro gli accattoni in caso di fuga o se hanno una serie di cani da accattone addestrati apposta.

Amerei ricordare che a seguito di un ricorso il Tar Veneto decide, nel 2010, che i sindaci sceriffi non possono più fare tanto gli sceriffi e che tante ordinanze non sono poi così legittime.

E’ chiaro che dato che le ordinanze vengono fatte spesso in direzione di contesti poveri e forse poco consapevoli circa i propri diritti, oltre che poco attrezzati per esigerli, difficile che qualcuno possa sollevare questioni di legittimità; però un dubbio viene e dovrebbero essere i cittadini dotati di strumenti culturali e anche di maggiori diritti a tentare di capire fin dove questi sindaci possono arrivare in nome della lotta contro il degrado cittadino. Appresso a quella decisione anche in altre città le ordinanze anti/degrado rischiarono di finire nel cestino e sarebbe quello, per quel che mi riguarda, il posto destinato ad esse.

La filosofia che ispira quelle ordinanze comunque non appartiene solo ad amministratori italiani. Sarei ingenerosa a dire questo. A Londra e anche in altre città si discute di spuntoni da applicar in angoli da rendere inservibili per i senzatetto. In alcune città – anche italiane – hanno applicato delle barre per rendere le panchine impraticabili a chi non saprebbe dove altrimenti dormire. Fortuna che qualche risposta alternativa c’è. A Vancouver sono state progettate panchine che sono adatte a riparare i senzatetto e a Bergamo alcune persone hanno staccato quelle barre alle panchine come azione di protesta.

Mi chiedo: chi salverà i cani dal diventare, loro malgrado, segugi anti/accattoni?
La solidarietà è morta. Il buon senso pure.

#RestiamoUmani

Quanto vale la vita di uno sfrattato suicida…

  • Martedì, 24 Giugno 2014 10:11 ,
  • Pubblicato in Flash news

Polvere da Sparo
24 06 2014

Sette righe vale la vita di un disoccupato 63enne.

sette righe la vita di un uomo che si è lanciato da una finestra perché non poteva pagare l’affitto di casa sua, in Via dei Fratelli Rosselli a Reggio Emilia.

Non ha fatto alcuna resistenza, ha aperto la porta agli ufficiali giudiziari e poi si è lanciato nel vuoto, mentre loro lo aspettavano giù: sapeva chi era al citofono, lo sfratto per morosità era concordato da più di un mese.

A lui non restava altro che saltare giù.

L’articolo di repubblica.it , così come l’ansa, concludono con un “indagano i Carabinieri” e chiudono.
Notizia breve terminata, coscienza rimessa a posto.

Le righe che mancano son quelle sui suoi assassini.

Le righe che mancano non parlano dell’articolo 5, non parlano del “piano casa” del governo Renzi, non parlano della repressione che sta colpendo chi lotta per il diritto all’abitare.

Vi scordate sempre, in questi casi, di parlare dell’assassino: che è lo Stato.


Questo è il tweet di risposta al mio articolo, da parte di una giornalista della Gazzetta di Reggio.
Lavorano da questa mattina a quanto pare, forse per il desiderio di raccontarci qualche dettaglio sulla vita del suicida… Perché non servono otto ore di lavoro per capire chi è l’assassino

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