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Corriere della Sera
29 09 2014

La Gazzetta ufficiale di Ankara pubblica il nuovo «bon ton» scolastico voluto dal premier Erdogan: banditi capelli colorati, baffi, barbe e berretti con simboli politici

di Redazione Online

Gli studenti dovranno stare in classe con la «faccia visibile». Vietati nelle scuole turche piercing, tatuaggi, trucco e capelli colorati. Persino berretti e sciarpe con simboli politici. Il nuovo «bon ton» scolastico voluto dal premier Erdogan, e che minaccia di innescare nuove tensioni, è stato pubblicato dalla Gazzetta ufficiale. Dopo l’attacco ai social network, che suscito’ polemiche in tutto il mondo, ecco che il governo di Ankara pubblica le nuove norme di abbigliamento e comportamento per i ragazzi in età scolare.

No a berretti e sciarpe con simboli politici
La scure di Erdogan si abbatte anche su berretti, sciarpe, cappelli, borse e altri accessori che portano simboli politici. Facile immaginare quanto questa imposizione potrà scatenare proteste tra gli studenti.

Il «turban» tollerato
Prima il «turban». A cancellare l’obbligatorietà del velo fu il padre della Turchia moderna Musfata Kemal Ataturk poi, quasi con un blitz del premier Recep Tayyip Erdogan, la sua reintroduzione nelle università e negli uffici pubblici. A cancellare quel provvedimento la Corte Costituzionale. Oggi il velo non e’ vietato ma tollerato, almeno nelle università. A capo scoperto, invece, tutte le ragazzine fino al termine delle scuole elementari.

Vietate ai minorenni barbe e baffi
La battaglia sul turban non è pero’ bastata ed ecco, così, le nuove norme che dovranno obbligatoriamente seguire tutti i giovani in eta’ scolare. In classe non saranno tollerati piercing, tatuaggi, trucco e capelli colorati. Banditi per i minorenni anche baffi e barbe di ogni sorta. La protesta dei ragazzi si sposta ora sui social network, un braccio di ferro che si rinnova.

Per gli omosessuali che vivono in Anatolia e in Kurdistan, rispettivamente nel centro e nell'est della Turchia, le regioni cioè più tradizionaliste e povere, la vita è ancora molto difficile. ...
A un anno dalla protesta di massa di Gezi Park, la Turchia è spaccata in due fra chi sta o no con il premier Erdogan. E ieri, in una Istanbul battuta da un vento gelido, dopo giorni di caldo soffocante, è andato in scena il paradosso. ...

I familiari dei minatori presidiano l'ospedale dove ogni tanto esce qualcuno con una lista in mano: è l'elenco dei sopravvissuti. Attendono col fiato sospeso che l'infermiere pronunci i nomi, pochissimi, di chi è stato salvato. E poi ripiombano nell'oblio. Sembrano i fantasmi di loro stessi perché sono immobili e piangono, piangono e pregano, finché la disperazione non prevale e allora si agitano in un improvviso moto di rabbia. ...

La Repubblica
03 04 2014

Yasemin Takn, corrispondente del quotidiano turco Sabah, viene di colpo licenziata dopo l'uscita su Repubblica di un'intervista al predicatore turco Fethullah Gülen. Questi è l'arcirivale del premier Erdogan nella lotta di potere tra fazioni islamiste in Turchia. Che c'entra Yasemin con Gülen? C'entra, eccome: è sposata con Marco Ansaldo, giornalista di Repubblica, autore del colloquio con l'imam.

Signora Takn, una vendetta in piena regola, e per interposta persona?

"Eh già. M'era successo un'altra volta, ma tanti anni fa, nel '98: lavoravo per l'agenzia Anadolu. Marco, mio marito, intervistò Abdullah Ocalan, il leader curdo del Pkk rifugiato a Roma prima d'essere catturato dalle teste di cuoio turche. L'agenzia mi licenziò. Dovetti ripartire da zero, ricostruire tutta la mia carriera, finché sono sbarcata a Sabah. Stavolta, però, non me l'aspettavo davvero".

Come sono andate le cose?

"E' stata appena questione di ore: alle 16.11 del giorno stesso in cui l'intervista a Gülen è uscita su Repubblica, m'è piombata una mail: "La direzione del giornale ha deciso d'interrompere il rapporto professionale". L'imbarazzo del mittente, il giovane caporedattore degli Esteri, era lampante. Non ne conosceva le motivazioni, scriveva: "nella difficoltà di darti la brutta notizia, preferisco scriverti anziché telefonarti", si scusava".

E lei? cos'ha fatto?

"Quel che farebbe chiunque: ho alzato il telefono e chiesto al giornale spiegazioni".

Le ha ottenute?

"Nulla. Soltanto, m'è stato riferito che in redazione, fin dal mattino, non si parlava d'altro che dell'intervista di Marco a Gülen. Del resto, Hürriyet, il primo quotidiano turco, l'aveva messa in evidenza sul sito".

Perciò, non potendo colpire lui, hanno punito lei?

"Esatto. Si potrebbe definire un ragionamento un po' mafioso: visto che l'autore è un giornalista italiano di una importante testata, intoccabile, hanno voluto fargliela pagare lo stesso. Attraverso me".

Un celebre editorialista turco, Yavuz Baydar, ha twittato: "Yasemin, moglie del giornalista italiano, cacciata su due piedi dopo l'intervista a Gülen. Vergogna!". Le sono piovuti messaggi di solidarietà?

"Sì, a migliaia. Malgrado il blocco di Twitter e Youtube imposto dal governo, Baydar e gli altri hanno aggirato la censura. È stato un sostegno molto importante per me".

La Turchia ora conta più giornalisti in carcere che l'Iran e la Cina. Ogni giorno s'aggiungono nomi di giornalisti querelati, cacciati, imprigionati, zittiti, rei d'essersi espressi sullo scandalo corruzione e sulla rivolta di piazza Taksim; l'intera direzione di Zaman denunciata per avere "umiliato il premier su Twitter". Lei non è sola?

"Proprio così. È un primato vergognoso. E dire che la Turchia, all'apparenza, sembra un Paese più democratico che la Cina e l'Iran".

Ormai si parla apertamente di "democrazia illiberale" in Turchia, di "despotismo" guidato da un governo eletto. Lei teme per il suo Paese?

"Per ironia nel 2000 questo stesso governo esprimeva un progetto di democratizzazione con la richiesta di adesione alla Ue. E invece eccoci: abbiamo compiuto passi da gigante all'indietro. Erdogan ha polarizzato la società, e la situazione rischia di infiammarsi: in estate ci sarà il voto presidenziale, nel 2015 le politiche. Se l'obiettivo è la vittoria di un leader, cioè di Erdogan, anziché la salvezza della Turchia, noi, il popolo e lo Stato, rischiamo di pagare un prezzo altissimo".

Alix Van Buren

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