Atlas Web
25 03 2014

La decisione dell’Autorità delle Telecomunicazioni turca di bloccare Twitter nel paese, adottata giovedì scorso, non solo non sta funzionando, ma si sta mostrando controproducente. Grazie alla presenza di sistemi per aggirare la censura sulla popolare rete sociale, l’uso di Twitter in Turchia è aumentato del 33 per cento in pochissime ore.Turkey Protest

Sono cifre fornite dall’agenzia per la supervisione delle reti sociali Somera – che monitora le statistiche su Twitter e altre piattaforme -, secondo cui i tweet tra le 23 pm di giovedì (ora approssimativa in cui è stato attivato il blocco) e le 12 am di venerdì sono stati più di 6 milioni, contro i 4,5 milioni nello stesso intervallo di tempo del giorno precedente. Il numero di utenti è aumentato del 17 per cento, passando da 1,49 milioni a 1,75 milioni nella stessa fascia di tempo in appena 24 ore, secondo il locale Hürriyet Daily News.

Il blocco, riportano alcuni media locali, è da considerarsi un fallimento del primo ministro Recep Tayyip Erdogan, che giovedì mattina aveva promesso di “sradicare Twitter” durante un comizio elettorale. Non solo per l’inefficacia della misura, ma anche perché tra quelli che hanno deciso di violarla figurano il presidente Abdullah Gül (la cui rottura con il premier è sempre più netta nell’ultimo anno) e altri “fedelissimi” di Erdogan, come il vice primo ministro Bülent Arinç e il sindaco di Ankara, Melih Gökçek.

Il blocco ha scatenato un’ondata di critiche nazionali e internazionali. ”Siamo vicini ai nostri utenti in Turchia che vedono in Twitter una piattaforma di comunicazione vitale. Speriamo di avere presto un accesso completo”, recita un tweet della dirigenza del social network.

Tuttavia, le autorità sembrano non volere fare alcun passo indietro. Anzi, hanno limitato l’accesso al Dns pubblico di Google, che molti utenti stavano usando per aggirare il blocco a Twitter.

"Sradicheremo Twitter" giura Erdogan. Ma non è il pensiero di un individuo il nemico da imbavagliare e che smuove la repressione. È la voce polverizzata di milioni che si alza dai social network a scuotere il potere che si sente minacciato e si scopre impotente. ...

Corriere della Sera
21 03 2014

La Turchia si è svegliata venerdì mattina senza cinguettii: dando immediato seguito alle minacce del premier islamico Recep Tayyip Erdogan, invischiato negli scandali di corruzione da telefonate compromettenti intercettate uscite nelle ultime settimane su twitter, il sito di microblogging stata bloccato durante la notte in tutto il paese.

«Sradicheremo twitter. Non mi interessa quello che potrà dire la comunità internazionale» aveva gridato ieri ad un comizio a Bursa il 'sultano' di Ankara, al potere da 12 anni. «Vedranno così la forza della Turchia», aveva aggiunto. Nella notte l’autorità delle telecomunicazioni turca Btk, cui una legge sul controllo di internet del mese scorso - definita legge bavaglio dall’opposizione - ha dato poteri straordinari, ha bloccato l’accesso a twitter. Un fatto senza precedenti nel paese.

Dalle parole ai fatti
Secondo Hurriyet online la Btk ha indicato di essersi ispirata a tre sentenze giudiziarie e ad una decisione del procuratore generale di Istanbul. Dopo l’esplosione della tangentopoli del Bosforo che coinvolge decine di personalità del regime, Erdogan ha rimosso migliaia di poliziotti e centinaia di magistrati, fra cui i responsabili delle inchieste sulla corruzione. Secondo il leader dell’opposizione Kemal Kilicdaroglu, che denuncia una svolta autoritaria e chiede le dimissioni immediate del premier, Erdogan è «pronto a tutto» per restare al potere e insabbiare le inchieste anti-corruzione, che ha definito un «tentativo di colpo di stato» orchestrato dagli ex-alleati della confraternita islamica di Fetullah Gulen.

Lo scandalo corruzione domina la campagna per le cruciali elezioni amministrative del 30 marzo che potrebbero essere decisive per il futuro politico di Erdogan. Il mese scorso Erdogan aveva già minacciato di bloccare Facebook e Youtube. Già questa notte la commissaria europea per le nuove tecnologie Neelie Kroes ha condannato il blocco di Twitter in Turchia. «L’interdizione di Twitter in Turchia è senza fondamento, inutile e vile», ha scritto. Il popolo turco e la comunità internazionale vedranno questo come una censura. Cosa che è davvero”.

10milioni di utenti zittiti
Erdogan ha accusato il sistema di microblogging di minacciare la sicurezza dello Stato. La Turchia ha oltre 10 milioni di utilizzatori di twitter. Nei giorni scorsi, facendo seguito ad altre minacce simili, il presidente Abdullah Gul, dello stesso partito islamico moderato Akp di Erdogan, si era detto contrario alla mossa, segnando una spaccatura nella formazione a 10 giorni dalle elezioni locali del 30 marzo.

Turchia, una legge per mettere il bavaglio a Internet

Il Corriere della Sera
05 02 2014

La Turchia è il Paese al mondo con il maggior numero di giornalisti in carcere, ancora più che in Cina. Ma ora un progetto di riforma della regolamentazione di Internet rischia di limitare ancora di più la libertà di informazione.

A lanciare l’allarme è il Comitato per la protezione dei giornalisti (Cpi) : “Il Parlamento sta per votare misure che, se approvate, consentiranno al governo di bloccare i singoli url senza la decisione di un giudice e di registrarei dati personali degli utenti anche per due anni. E questo consentirà un controllo insidioso della libertà di espressione”.

A compiere queste operazioni di censura sarà l’Autorità delle Telecomunicazioni (Tib), nominata dal governo e questo permetterà al premier Recep Tayyip Erdogan di avere un controllo quasi totale sull’informazione. Il governo si difende dicendo che le norme sono state pensate “per proteggere la famiglia, i bambini e i giovani da notizie su Internet che potrebbero incoraggiare la tossicodipendenza, l’abuso sessuale e il suicidio”. E sorge spontaneo il paragone con la legge anti-gay della Russia di Putin anch’essa pensata per proteggere i minori dalla propaganda omosessuale.

Reporter Senza Frontiere parla di “cyber-censura”, Ue, Usa e Consiglio d’Europa hanno espresso preoccupazione. L’opposizione accusa Erdogan di essere “pronto a tutto” per mantenersi al potere e insabbiare le inchieste dei magistrati anti-corruzione che da un mese fanno tremare il suo governo e giudica la mossa liberticida.

Dagli Stati Uniti anche l’ong Freedom House giudica preoccupante la situazione e invita il presidente Obama “a impegnarsi di più per rispondere ad una crisi di tali dimensioni”.

”Possiamo dire che quanto sta succedendo in Turchia rappresenta una vera crisi della democrazia», ha detto il presidente Favid Krramer.

L’esame in plenaria degli emendamenti presentati dal governo è iniziato ieri ma la loro adozione appare scontata visto che il partito filo-islamico Akp di Erdogan detiene la maggioranza assoluta.

Turchia, due giorni di protesta due paesi

  • Martedì, 21 Gennaio 2014 09:20 ,
  • Pubblicato in DINAMO PRESS

Dinamo Press
21 01 2014

Piazze piene contro la nuova legge liberticida del governo Erdogan che mette nel mirino internet e per chiedere verità e giustizia per l'omicidio del giornalista Hrant Dink, a sette anni dall'assassinio.

Sabato sera le vie del centro di Istanbul sono tornate campo di battaglia: a scatenare la guerra questa volta una nuova legge su internet in discussione al parlamento. Il progetto di legge stabilisce un controllo più severo dei contenuti del web, limitando l’accesso ai siti di condivisione di filmati e dando al governo il potere di ottenere le attività di ogni utente conservate per due anni. In base a queste nuove disposizioni, giustificate dalla necessità di tutelare i minori e oscurare le pagine che incitano all’odio razziale, etnico o religioso, il governo potrà ordinare la chiusura di una pagina web senza l’ok previo della magistratura e il server che la ospita dovrà oscurarla entro quattro ore. Le aziende che ospitano i siti web dovranno poi aderire a un nuovo organismo, “l’Unione dei provider”, sottoposto al controllo del ministero delle Telecomunicazioni e quello dei Trasporti che terrà una banca dati delle pagine visitate da tutti gli utenti turchi negli ultimi due anni.

Provvedimenti che rappresentano un’ulteriore restrizione alle libertà individuali, una tomba per attivisti e la censura della libera informazione. Insorgono i partiti d’opposizione, che leggono un’iniziativa del genere alla luce della necessità di limitare la diffusione delle notizie sullo scandalo che ha travolto il governo a pochi mesi dalle elezioni, insorge anche la Confindustria turca, che parla apertamente di rischio censura, e insorgono naturalmente i cittadini turchi, che a migliaia sabato si sono radunati in diverse città del paese. A Istanbul le circa duemila persone che in forma spontanea hanno confluito a piazza Taksim, appena aperti gli striscioni e subito dopo i primi slogan vengono accerchiate e respinte con scudi e “toma”, gli ormai famosi blindati dotati di cannoni ad acqua. Ma la gente non ci sta, da punti diversi dell’enorme piazza e da Corso Istiklal partono altri slogan, cortei, fischi, si cerca di aggregarsi, di far sentire il proprio dissenso. E’ sabato sera, in pieno centro, nell’ora di punta , migliaia di persone passeggiano o sono sedute ai tavoli esterni in quest’ inverno tiepido che assomiglia di più alla primavera, e in pochi minuti le strade si trasformano in campo di battaglia: rimbombano gli scoppi dei gas lacrimogeni, ruggiscono i motori dei blindati lanciati a tutta velocità, si alzano le fiamme dalle barricate, scroscia l’acqua dagli idranti, forze di polizia si spostano a frotte da un punto all’altro, scoppiettano le pallottole di gomma, si vedono trascinare via i primi arrestati, la gente si piega sotto i gas, arrivano le prime ambulanze. La resistenza dura alcune ore, si sposta in diversi punti di Istiklal, che per l’ennesima volta vedo ricoperta di acqua e di bossoli di lacrimogeni, con la pavimentazione divelta e i resti delle barricate in fumo. Mi chiedo: e domani?

Domani sembra un altro paese, la Turchia in cui manifestare è possibile, un paese che fa i conti con i propri scheletri nell’armadio. Sono passati 7 anni da quando Hrant Dink, giornalista e scrittore turco di origine armena, viene assassinato con tre colpi di pistola alla gola a Istanbul, davanti alla sede del suo giornale Agos. La mano che premette il grilletto fu quella di un ultra-nazionalista turco ai tempi ancora minorenne, ultimo anello di una catena molto ramificata sulla quale non è mai stata fatta luce. Per il paese fu uno shock, in centomila accorsero ai suoi funerali e a tutt’oggi la sua commemorazione è uno degli appuntamenti più sentiti dal popolo turco. La richiesta di giustizia per questo delitto incarna il desiderio di un paese di proseguire sul cammino della democrazia e della libertà, superando le divisioni e mettendo fine alle violenze. In migliaia anche domenica 19 gennaio quindi, hanno sfilato in corteo da Piazza Taksim al luogo del delitto, composti e commossi, chi portando fiori, chi cantando, chi piangendo, chi urlando, chi ascoltando con attenzione gli interventi dalla testa del corteo. Imponente lo spiegamento di forze di polizia, disposti ovunque in tenuta antisommossa, decine e decine di blindati collocati sin dalla mattina a presidiare l’intero percorso del corteo, ma questa volta non avvengono scontri, le persone incredibilmente possono radunarsi e sfilare, unirsi nei cori, agitare bandiere e striscioni dall’inizio alla fine. Questo accade nonostante inevitabilmente sulla commemorazione convergano anche le ragioni delle proteste che hanno attraversato la Turchia da quest’estate, che serpeggiano tra gli slogans e sui cartelli, mentre assieme alle tante foto di Hrant spiccano anche quelle di Ethem, Abdullah, Ali Ismail, Ahmet, Mehmet, le giovani vittime della violenza utilizzata dal Governo durante le proteste di Gezi Park.

“Domani” sembra davvero un altro paese.

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