La censura e la vita, sette cineaste raccontano l'Iran

  • Mercoledì, 08 Ottobre 2014 14:18 ,
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08 10 2014

La censura è deprimente. Soffocante. E in Iran i cineasti rischiavano la depressione, negli ultimi anni della presidenza di Ahmadinejad: quando i permessi di lavoro erano regolarmente negati agli artisti sgraditi, i film non si potevano girare, le sceneggiature restavano nei cassetti, perfino la Casa del Cinema era stata chiusa. «Era davvero dura, nessuna aveva lavoro, e oltre a sentirti soffocare cominci anche ad avere problemi economici», riassume Nahid Rezaei, documentarista di Tehran che lavora nella cinematografia fin dal '79, quando faceva il liceo. «Non c'era speranza, in quel momento, di trovare spazi. Per questo abbiamo deciso di metterci insieme e provare a fare qualcosa».

È nato così Profession Documentarist, film autobiografico a sette voci: perché sono sette le autrici, tutte giovani donne che vivono a Tehran, tutte professioniste del cinema – sceneggiatrici, registe, autrici di documentari. E tutte decise a non lasciarsi mettere a terra da quel clima soffocante. «Avevamo deciso di raccontare cosa avevamo dentro, cos'era la nostra professione e la nostra vita in quel momento così buio», spiega Nahid Rezaei, che incontro a Roma, dove Profession Documentarist è stato presentato durante la rassegna Incontri con il cinema asiatico - anzi, dove ha anche ottenuto una "menzione speciale" della giuria.


Sette episodi, perché ciascuna aveva il suo rovello e la sua urgenza di raccontare. Un rovello è la guerra. Shirin Barghnavard riprende i suoi ricordi dei bombardamenti su Tehran, quando era piccola (la guerra Iran-Iraq, durata otto anni tra il 1980 e l'88 nell'indifferenza dell'occidente, continua a segnare le coscienze degli iraniani), guarda i filmati di allora. «Oggi sentiamo di nuovo parlare di guerra»: allude alla retorica trionfalista del presidente Ahmadi Nejad, la controversia sul programma nucleare, le sanzioni che sono arrivate a condizionare l'economia quotidiana: «Ma chi racconterà la guerra, questa volta?».

Poi c'è il controllo. Quel senso che sanno tutto di te, che lavori fai e dove li presenti, e se anche non ti arrestano ti senti come in libertà vigilata. Lo fa ben capire Firouzeh Khosrovani, che racconta di come l'hanno fermata, all'aereoporto di Tehran al ritorno da un festival internazionale, e l'hanno convocata per un interrogatorio. «Avevo paura», dice: «Molti documentaristi che conosco erano stati arrestati, pensavo “tocca a me”». Invece no, ma le hanno rimproverato ogni suo lavoro: «Dà un'immagine negativa del paese, e questo è male: i litigi si tengono in famiglia», le dicevano.

Altri episodi sono più introspettivi. Foto di infanzia delle autrici: bambine sorridenti, giochi sulla spiaggia, mamme e papà e torte di compleanno, infanzie normali di piccole classi borghesi. Ci sono foto della Rivoluzione del 1979, a cui quei papà e mamme spesso hanno contribuito. «Giriamo documentari che sono nella nostra testa», osserva Fahranaz Sharifi. Ci sono le riunioni familiari, numerose e allegre, dove si ascolta musica e si balla. Sepideh Abtahi rievoca la popolare cantante Googoosh, una star prima della rivoluzione, condannata a un lungo silenzio pubblico: l'ortodossia rivoluzionaria aveva vietato la musica, e anche ora che il bando è caduto resta vietato l'assolo femminile (Googoosh è ha cantato ancora una volta, dopo anni, ma in Canada).

 «Mi chiedo se andare via, nel mio gruppo molti sono partiti», fantastica Mina Keshavarz: e accosta immagini di madri straziate che negli anni '80 salutavano i figli in partenza per il fronte (di nuovo la guerra) con immagini odierne di famiglie all'aeroporto, mentre salutano figli che vanno all'estero: a studiare, a lavorare. Lei però decide di restare, «voglio lavorare qui». In fondo, è il messaggio di tutto il film: vogliamo restare qui,

Qui però c'è una finestra inquietante: guarda Evin, il carcere di Tehran, nella parte alta della città. L'appartamento di Sahar Salahshoor è in un caseggiato proprio di fronte, al di là di un'autostrada urbana sempre trafficata. Dal salotto vede il muro e le torrette di guardia, immagina le persone che vi sono rinchiuse. Ricorda quando ci andava con la nonna, da bambina, a trovare i genitori detenuti. Pensa a quanti suoi conoscenti sono dentro. «La vista di quel carcere mi blocca», dice nel film, e infatti sta traslocando.

Immagini di Tehran oggi, filmati delle manifestazioni del 2009 dopo la contestata rielezione di Ahmadinejad, scene di normalità per strada. Molti interni (non è stata una scelta precisa, spiega Rezaei: ma per girare in strada con una telecamera è necessario un permesso, è complicato, e alla fine è molto più facile girare in luoghi chiusi). E la musica: si spazia da Googoosh e altre voci popolari iraniane, ai Pink Floyd, a una struggente Nina Simone – siamo tutti dentro alla stessa cultura.


Infine Nahid Rezaei, la più anziana del gruppo, ci mostra un gruppo di amiche che condivide un piccolo studio (ma poi devono sgomberare, costa troppo), i cineasti che continuano imperterriti a riunirsi nella Casa del Cinema per guardare i reciproci lavori censurati, serate e proiezioni sempre più contrastate, persone come lei che per sopravvivere decidono di aprire un caffè. Ci fa conoscere l'anziano padre, che il giorno prima di lasciare questo mondo le raccomanda: «Fai la tua vita e sii felice», e così conclude.

È un gesto di speranza, un film simile. «Nessun produttore ci ha finanziato, non era aria: ci abbiamo messo i nostri soldi e un anno di lavoro», dice la regista. A Tehran l'hanno presentato in privato (una proiezione pubblica è fuor di questione), e però «c'erano più di 300 persone a vederlo». Il documentario autobiografico è una cosa nuova in Iran, spiega. E per loro, «a parte il film, è stato un rapporto personale molto importante. Abbiamo condiviso momenti di gioia e di tristezza, ci siamo sostenute». Hanno rotto l'assedio della censura. Rotto? Beh, il clima è cambiato in Iran, «ora abbiamo speranza». Tutte le autrici sono tornate a lavorare ai propri progetti. «In particolare per il nostro lavoro le cose sono migliorate», conclude Rezaei: «Ma certo restiamo guardinghe, le linee rosse della censura si spostano ma sono sempre là».

Il grido di libertà dei curdi

  • Mercoledì, 08 Ottobre 2014 14:07 ,
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Contropiano
08 10 2014

E’ con la morte nel cuore che assistiamo in queste ore alla caduta della città curda di Kobane, nonostante l’eroico sacrificio dei suoi abitanti e dei combattenti delle milizie popolari, mentre le polizie di mezzo mondo tengono a bada le comunità curde che manifestano rabbia e sconcerto nelle capitali occidentali e gli apparati repressivi turchi utilizzano contro gli abitanti dell’Anatolia la stessa moneta di sempre, il piombo delle pallottole.

E’ innegabile che il popolo curdo rappresenti oggi un vero e proprio “vaso di coccio” nella feroce competizione globale in atto in Medio Oriente, che vede ormai un “tutti contro tutti” con il coinvolgimento delle grandi potenze e di nuovi soggetti emergenti tra i quali c’è anche un movimento islamista radicale che pretende di farsi stato. Le milizie nere dell’Isis dilagano in territori sconvolti da due decenni di guerre, invasioni e occupazioni frutto dell’intervento dell’imperialismo occidentale che non ha esitato a cancellare interi stati pur di realizzare i propri obiettivi di dominio.

Era già accaduto che i curdi diventassero la vittima sacrificale della spartizione del Vicino Oriente – quando ancora si chiamava così, prima che gli Stati Uniti diventassero una potenza globale e cambiassero anche la geografia – tra le potenze coloniali europee al termine della Prima Guerra Mondiale. Quando con il Trattato di Sevres Francia e Gran Bretagna si spartirono le spoglie dell’Impero Ottomano nel 1920, al popolo curdo fu promesso uno stato indipendente, e ne vennero tracciati anche degli ipotetici confini. Ma nel giro di pochissimo tempo Parigi e Londra (e anche Roma) cambiarono idea e lo stato curdo indipendente scomparve dalle mappe ritracciate sulla base dei rispettivi interessi coloniali.

Oggi la Turchia, le petromonarchie della penisola arabica, l’Unione Europea, gli Stati Uniti e Israele - che hanno sostenuto direttamente o indirettamente o hanno comunque tollerato la crescita esponenziale del movimento guidato dal ‘califfo’ Al Baghdadi -assistono inermi o addirittura compiaciuti all’ennesimo sacrificio del popolo curdo. Lo ‘Stato Islamico’ si è rivelato essere uno strumento assai utile a disposizione dei diversi attori che, per motivi anche divergenti, hanno pensato e pensano tuttora di utilizzarlo per imporre i propri interessi nella regione. Contro l’asse sciita tra Hezbollah, Damasco, Baghdad e Teheran, per togliere di mezzo il governo Assad in Siria, per disgregare ulteriormente gli stati coinvolti dalla crisi e quindi imporre meglio il proprio dominio, per indebolire la residua presenza di Russia e Cina nell’area.

E anche, esplicitamente nel caso della Turchia, per infliggere un duro colpo alle organizzazioni della resistenza curda che non hanno piegato la testa nonostante la feroce repressione. E che, nei territori del Rojava siriano hanno sviluppato, in piena guerra, un modello sperimentale di autonomia e di convivenza democratica tra le diverse comunità ed etnie che abitano quel territorio, oggi a rischio di essere spazzata via dal dilagare delle milizie jihadiste. Un modello di autogestione e di partecipazione multietnico e multiculturale, basato su un patto di non aggressione con il governo siriano in nome della lotta contro il comune nemico fondamentalista, opposto a quanto i curdi ‘buoni’ – dal punto di vista occidentale, ovviamente - hanno realizzato nel nord dell’Iraq grazie all’occupazione militare e alla spartizione del paese operata dagli Stati Uniti e dai suoi alleati. Il governo ‘autonomo’ di Erbil ha scelto di farsi strumento di Washington e di Israele, e addirittura di stringere ottime relazioni politiche ed economiche con quel governo turco che continua a massacrare i curdi ‘cattivi’ del Pkk. Che, nonostante tutto, non hanno esitato un momento a raggiungere Sinjar o altre zone sottoposte all’assalto dell’Isis per mettere in salvo la popolazione curda dopo che i peshmerga di Barzani erano scappati a gambe levate.

I curdi dimostrano in tutto il Medio Oriente e ovunque siano, Italia compresa, una straordinaria capacità di mobilitazione e una determinazione che vanno sostenute e appoggiate senza riserve. A partire dalla richiesta che il Partito dei Lavoratori del Kurdistan e le altre formazioni della resistenza curda vengano immediatamente depennate dalle liste nere antiterrorismo dell’Unione Europea e dei singoli paesi e gli si permetta di organizzare al meglio, anche nei nostri territori, la difesa delle proprie comunità sotto attacco.

Oggi è chiaro a tutti, anche ai media più distratti, che se c’è una forza che in Turchia, in Iran e in Siria combatte il terrorismo e l’imperialismo è la guerriglia curda. E’ un imperativo categorico sostenere la resistenza di decine, centinaia di migliaia di uomini e donne che, capaci di trainare altre comunità sotto attacco da parte dei tagliagole islamisti, stanno dando una grande lezione a un mondo occidentale e arabo intollerabilmente cinico, convinto che il destino di un intero popolo possa essere sacrificato sull’altare del soddisfacimento dei propri interessi.

Le persone e la dignità
08 10 2014

Dopo la disperata supplica della madre e la mobilitazione internazionale per fermare l’impiccagione, tra cui l’appello di Amnesty International, l’Iran ha deciso di sospendere l’esecuzione di Reyhaneh Jabbari (nella foto), la ventiseienne condannata a morte nel 2009 per l’omicidio, avvenuto due anni prima, di un ex funzionario del ministero dell’Intelligence, Morteza Abdolali Sarbandi.

A dare la notizia della sospensione dell’esecuzione è stata data dagli attivisti che in queste settimane si stanno battendo per salvare la vita della giovane donna che, dopo l’arresto, è stata detenuta in isolamento senza poter vedere il suo avvocato e la sua famiglia per due mesi, durante i quali ha anche denunciato di essere stata torturata.

All’inizio delle indagini,Reyhaneh ha ammesso di aver inferto una pugnalata sulla schiena dell’uomo, reagendo a un’aggressione sessuale. Successivamente, ha riferito della presenza di una terza persona nell’abitazione, coinvolta nell’uccisione.

Le circostanze dell’omicidio e le esatte responsabilità di Reyhaneh Jabbari sono dunque tutte da chiarire.

Amnesty International aveva invitato le autorità giudiziarie iraniane ad annullare la condanna e aprire un nuovo processo. La sospensione dell’esecuzione va in questo senso. Grazie a tutti i lettori del blog e ai cittadini italiani che hanno firmato l’appello per fermare l’impiccagione.

Kosovo: a testa alta

  • Mercoledì, 08 Ottobre 2014 12:25 ,
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Osservatorio Balcani e Caucaso
08 10 2014

Gli scatti ripercorrono il viaggio compiuto dal fotografo Lorenzo Franzi in sei centri antiviolenza del Kosovo nel luglio 2014. Queste foto sono attestazione conscia di un genere ben preciso: l'essere donna. In collaborazione con RTM - Volontari nel mondo
In Kosovo i centri antiviolenza sono nati da associazioni di donne per offrire supporto e protezione a donne vittime di violenza durante il conflitto serbo-albanese del 1998-1999. Il conflitto ha “istituzionalizzato” la violenza rendendola parte del discorso politico e culturale; la difficile fase di stabilizzazione politica e transizione economica che ne è seguita sta ancora facendo i conti con questa recente eredità e le conseguenze più pesanti le stanno subendo le donne e i bambini.

REVIVE - Reintegration of Victims of domestic Violence nel quale si inscrive la mostra fotografica "A testa alta" inaugurata di recente a Reggio Emilia, è un progetto promosso da RTM - Volontari nel mondo che nasce dalla riflessione sul ruolo della donna e sulla gravità del fenomeno della violenza di genere in Kosovo.

REVIVE sostiene, inoltre, la creazione di una rete tra realtà associative italiane e kosovare impegnate nella lotta alla violenza sulle donne, affinché dallo scambio reciproco delle metodologie di lavoro possano emergere nuove modalità per affrontare questo fenomeno le cui dimensioni sono drammatiche sia in Kosovo sia in Italia.

I centri antiviolenza sono luoghi di storie di donne: donne che si incontrano, che si guardano, che si ascoltano, che progettano. Donne in relazione, donne insieme sull’una e sull’altra sponda dell’Adriatico. Immagini in risonanza al di qua e al di là del mare. Con questa mostra entriamo in punta di piedi nei centri antiviolenza di un paese la cui storia e il cui futuro sono molto più legati a noi di quanto possiamo credere.

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Fabbriche senza padroni: la risposta operaia alla crisi

  • Mercoledì, 08 Ottobre 2014 11:09 ,
  • Pubblicato in L'Intervento
Fabbriche occupateMicromega
7 ottobre 2014

Nell'Argentina del post-2001, mentre un intero paese oscillava pericolosamente sull'orlo del baratro a causa di anni di politiche economiche neoliberiste imposte dal menemismo, si sono moltiplicati esempi di fabbriche e imprese recuperate e autogestite dai lavoratori.

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Zeroviolenza è un progetto di informazione indipendente che legge le dinamiche sociali ed economiche attraverso la relazione tra uomini e donne e tra generazioni differenti.

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