Impiccheranno Reyhaneh se non scagiona lo stupratore

Nel mondo islamico, il prezzo del sangue è la Diyya. Puoi perdonare, e il tuo perdono salverà la vita del condannato. È a queste disposizioni che si stanno appellando artisti iraniani mobilitati per salvare la vita di Reyhaneh Jabbari. Sette anni fa uccise un uomo che tentò di stuprarla.
Lanfranco Caminiti, Cronache del Garantista ...

Fabbriche senza padroni: la risposta operaia alla crisi

  • Martedì, 07 Ottobre 2014 14:10 ,
  • Pubblicato in Flash news

Micromega
07 10 2014

Nell'Argentina del post-2001, mentre un intero paese oscillava pericolosamente sull'orlo del baratro a causa di anni di politiche economiche neoliberiste imposte dal menemismo, si sono moltiplicati esempi di fabbriche e imprese recuperate e autogestite dai lavoratori. Casi poi diventati emblematici come quelli della Zanon o della Chilavert rimandano in realtà a un fenomeno ben più ampio, che ha visto diversi stabilimenti e unità produttive portati al fallimento da manager senza scrupoli rinascere, sia pure fra mille difficoltà, salvando posti di lavoro e dimostrando, ad un tempo, che è possibile produrre anche senza padroni. Un processo, reso celebre anche da The Take, il bel documentario diretto nel 2004 da Naomi Klein e Avi Lewis, che nell'Europa della crisi e dell'austerità è fonte di ispirazione per lotte ed esperimenti analoghi moltiplicatisi negli ultimi anni in Francia, Grecia, Turchia e altri paesi. Fra questi, possiamo annoverare oggi anche l'Italia grazie agli esempi della RiMaflow di Milano e delle Officine Zero di Roma.

Al movimento delle imprese recuperate argentine ha di recente dedicato un volume Andrés Ruggeri, ricercatore presso la Facoltà di Filosofia e Lettere dell'Università di Buenos Aires. Uscito nei giorni scorsi anche nella traduzione italiana edita da Alegre (A. Ruggeri, Le fabbriche recuperate. Dalla Zanon alla RiMaflow, un'esperienza concreta contro la crisi, pp. 192, euro 15,00), il libro ripercorre la storia delle Ert (Empresas Recuperadas por sus Trabajadores) dal 2001 a oggi e affronta temi centrali quali quelli dell'autogestione e del cooperativismo, del rapporto fra autogestione e mercato capitalista e autogestione e movimento operaio, dell'economia delle imprese recuperate e della loro relazione con il sindacato e con la politica. È Ruggeri stesso a spiegarci le caratteristiche del movimento delle Ert, nonché le ragioni per le quali esso ha avuto una così grande visibilità in Argentina.

Che cos'è un'impresa recuperata dai lavoratori?

Un'impresa recuperata dai lavoratori è un'impresa a gestione collettiva dei lavoratori. Allo stesso tempo, però, con quest'espressione si è soliti riferirsi a un processo, più che a uno stato di cose, a un processo che è in molti casi tuttora in corso di svolgimento. Un'impresa autogestita dai lavoratori deriva infatti generalmente da un'impresa precedente che era un impresa capitalista della quale quei lavoratori erano dipendenti. Fra l'altro, il gruppo dei lavoratori non necessariamente rimane lo stesso nel corso di questa trasformazione. Molte imprese recuperate sono occupate, ma non tutte lo sono per forza. La maggior parte di esse, inoltre, si trasformano in cooperative dei lavoratori ma, anche qui, non stiamo parlando di una regola che non ammette eccezioni, dal momento che esistono Ert che non si sono costituite in cooperativa.

Come si è arrivati al movimento delle imprese recuperate dai lavoratori in Argentina e in che modo esso si è sviluppato a partire dai drammatici eventi che il paese ha vissuto alla fine del 2001?

In realtà, in Argentina esistevano delle imprese recuperate dai lavoratori anche prima della crisi del dicembre 2001. Ce n'erano già alcune che si erano formate, in condizioni difficilissime, negli anni dell'egemonia assoluta del menemismo e del neoliberismo. La crisi del 2001 ha più che altro fatto da moltiplicatore di casi di questo tipo, oltre a dare il là a tutta una serie di manifestazioni di solidarietà attorno alle imprese recuperate che hanno cominciato a far parlare di “movimento” delle imprese recuperate stesse. La grande differenza fra l'Argentina e altri paesi, infatti, non consiste nella presenza o meno di imprese recuperate dai lavoratori ma nel fatto che in Argentina queste sono state all'origine di un vero e proprio movimento. Non saprei dire quanto esso sia stato forte ed efficace, ma di sicuro è stato molto visibile, molto capace di esercitare una pressione anche sul potere politico soprattutto nei primi anni, e cioè nel 2002, 2003 e 2004. Quando poi la situazione economica del paese si è stabilizzata, nel movimento sono comparse delle divisioni, delle fratture, per cui oggi non c'è un solo movimento ma varie organizzazioni che includono imprese recuperate. Di fatto si tratta per lo più di divisioni fra dirigenti politici, che coinvolgono meno la base dei lavoratori, eppure sono presenti. Va anche detto che, nonostante questa frammentazione, il movimento è cresciuto molto e ci sono oggi molte più imprese recuperate e gestite dai lavoratori di un tempo.

Che ruolo ha svolto nel movimento delle imprese recuperate argentine la solidarietà sociale che si è creata intorno ad esse? Mi riferisco soprattutto al rapporto con la comunità e con il quartiere circostanti, ma anche a quello con altri movimenti sociali e, perché no, con i consumatori, visto che un'impresa vive solo se c'è qualcuno che ne compra i prodotti...

Questo è un aspetto fondamentale, perché nessuna impresa è stata “recuperata” dai soli lavoratori. Un ruolo importantissimo ai fini del recupero e della messa in produzione è stato sempre svolto dalla solidarietà sociale e dalle mobilitazioni che si sono create attorno all'impresa stessa. Nel 2001 questo era molto evidente: ad interagire con le Ert c'erano le assemblee popolari di quartiere, il movimento dei piqueteros, il movimento studentesco eccetera. C'era un ampio movimento di solidarietà che ha avuto un ruolo imprescindibile nel far vivere alcune esperienze. I casi più famosi sono quelli della Zanon e della Chilavert ma lo stesso è successo in molte altre circostanze. Col passare del tempo, e col mutare della situazione del paese, tutto ciò è un po' cambiato. Oggi c'è più solidarietà, ad esempio, tra imprese recuperate, e più solidarietà verso quest'ultime da parte di altri tipi di movimenti comunitari, in alcuni casi anche da parte del potere politico e da parte dei sindacati, che inizialmente non vedevano di buon occhio il fenomeno.

Tuttavia, questo è solo un lato della questione. L'altra faccia della medaglia è data da una situazione odierna nella quale i lavoratori di una fabbrica recuperata sono in grado spesso non solo di ricevere solidarietà ma anche di darla. Negli ultimi anni si sono andate formando delle attività di solidarietà che partono dalla fabbrica e che rappresentano in qualche modo un'evoluzione della solidarietà ricevuta precedentemente dalla comunità. È così che, nello spazio fisico dell'impresa, vengono create iniziative, ad esempio centri culturali, scuole popolari eccetera, che non rispondono a un logica di razionalità economica, che non servono cioè a creare reddito per i lavoratori dell'impresa, ma che vengono comunque considerate da quest'ultimi come una parte essenziale dell'impresa recuperata. Per quanto riguarda invece il ruolo dei consumatori, la questione è un po' diversa perché, in generale, le imprese recuperate non producono per la vendita al dettaglio ma per il consumo intermedio, cioè per la distribuzione, anche se esistono esempi isolati in cui si fa vendita al dettaglio e anche in questo caso si è instaurato un rapporto di solidarietà con chi compra per far vivere l'impresa.

Un altro aspetto importante è quello della forma che assume la proprietà dell'impresa gestita dai lavoratori. Storicamente si danno vari esempi: cooperative (la cui esistenza isolata nel mercato capitalistico pone com'è noto dei problemi), imprese che lottano per essere nazionalizzate mantenendo però il controllo operaio sulla produzione, semplici imprese “di Stato” eccetera...

In realtà il tema della proprietà non passa per la forma cooperativa. La cooperativa è una forma legale che viene adottata per consentire all'impresa di essere un soggetto che ha un suo status giuridico nei confronti dello Stato. Il problema della proprietà, invece, nasce dal fatto che la maggior parte delle imprese recuperate dai lavoratori erano anteriormente imprese in fallimento ma proprietà di alcuni capitalisti, per cui c'è un procedimento legale in corso per stabilire di chi sia la proprietà che, di fatto, è soggetta a disputa. La cooperativa dei lavoratori spesso non ha ancora ereditato la proprietà, perché in genere questa è oggetto di una battaglia legale e c'è in corso una mobilitazione per l'espropriazione, ovvero una campagna di pressione affinché il Congresso espropri l'impresa per ragioni di utilità pubblica e la dia ai lavoratori stessi. Ma si tratta di un processo che, nella maggior parte dei casi, è lungo ed è tuttora in corso, per cui la proprietà delle imprese recuperate è spesso in una situazione di ambiguità giuridica: i lavoratori spesso hanno il controllo dell'azienda, la usano, ma non ne sono ufficialmente proprietari.

Il tema della proprietà è separato da quello del rapporto fra cooperativa e mercato. È vero che se la cooperativa detiene la proprietà ha anche accesso a linee di credito che altrimenti non ha; d'altro lato, se la cooperativa non detiene la proprietà, è in uno stato di precarietà giuridica permanente. Ma il problema del rapporto fra cooperativa e mercato è un altro problema.

Qual è il senso dello slogan “occupare, resistere, produrre”?

Si tratta di uno slogan che in realtà il movimento delle imprese recuperate ha ripreso dal movimento dei sem terra brasiliani. La sua virtù sta nel fatto che riesce a sintetizzare il momento iniziale del processo di recupero: prima l'occupazione, per evitare che vengano portate via le macchine, per evitare che il luogo di lavoro cessi di fatto di esistere; poi la fase di resistenza, perché molto probabilmente dopo l'occupazione ci sarà un tentativo di sgombero, un tentativo repressivo da parte della polizia; e poi infine, per far vincere veramente la resistenza, si tratta di far funzionare l'impresa, di produrre e di dimostrare che produrre si può anche senza il padrone. Si tratta di tre momenti successivi, che tuttavia si possono dare anche simultaneamente: ci sono diverse imprese recuperate in cui si è occupato lo stabilimento cominciando subito a produrre e allo stesso tempo tentando di resistere. Nella realtà, quindi, i tre momenti possono essere separati o congiunti, dipende dalle circostanze.

Che rapporto intrattiene il movimento delle imprese recuperate dai lavoratori con il sindacato?

Il problema del sindacato rispetto al movimento delle Ert consiste nel suo percepirsi tradizionalmente come l'organizzazione che rappresenta i lavoratori contro i padroni, o comunque come un'istituzione che svolge un ruolo di intermediazione. Tuttavia, qui il padrone non c'è... Senza il padrone, il sindacato tradizionale perde interesse a una situazione in cui sembra superfluo. Anche per questo alcuni sindacati, inizialmente, si sono opposti alle imprese recuperate. Ce ne sono poi stati anche altri che hanno invece capito meglio la situazione e hanno cercato di integrare – e allo stesso tempo di contenere – i lavoratori all'interno delle rispettive organizzazioni, riconoscendo contemporaneamente di aver a che fare con cooperative senza padrone. Ad ogni modo, si tratta di una relazione conflittuale, perché le imprese recuperate mettono in discussione molte cose, e una di queste è proprio il sindacato.

Anna Politkovskaja: il sapore amaro della libertà

  • Martedì, 07 Ottobre 2014 13:54 ,
  • Pubblicato in Flash news

Osservatorio Balcani e Caucaso
07 10 2014

Sono passati otto anni dall’assassinio della giornalista Anna Politkovskaja. Celebre giornalista e scrittrice russa il cui nome era da solo una scottante critica al Cremlino e alle sue politiche in Cecenia. Oggi, a Milano, la posa di fiori presso il giardino pubblico che porta il suo nome e la proiezione di un documentario al cinema Ariosto.

“Il mondo teme una proliferazione nucleare incontrollata - io invece temo l'odio. Si sta accumulando sempre di più e in maniera incontrollabile. Il mondo è riuscito almeno a escogitare delle leve per fare fronte ai caporioni di Iraq e Corea del Nord, ma nessuno riuscirà mai a individuare le vie percorse dalla vendetta personale. Il mondo è completamente indifeso di fronte a quest'ultima. Nel nostro paese attualmente è in corso qualcosa di incredibilmente stupido e irresponsabile - centinaia di persone vengono costrette con la forza ad accumulare intere riserve di odio, che renderanno completamente imprevedibile la vita futura degli altri.”

Iniziava così uno degli ultimi articoli scritti da Anna Politkovskaja prima di essere uccisa a colpi di pistola nell'androne di casa a Mosca il 7 ottobre del 2006, dal titolo “L'odio che genera odio” pubblicato su Novaja Gazeta. Quarantotto anni, Anna Politkovskaja era una giornalista come pochi in Russia. Era corrispondente speciale per il giornale Novaya Gazeta ed era divenuta una dei più importanti difensori dei diritti umani nel Paese. Negli ultimi anni, quando i media russi stavano affrontando pressioni sempre più forti, sotto l'amministrazione del presidente Vladimir Putin, era riuscita a restare una voce indipendente. Era divenuta una figura internazionale che spesso parlava all'estero di una guerra, quella in Cecenia, che definiva "terrorismo di stato contro terrorismo di gruppo."

Per tenere viva la memoria di Anna, oggi 7 ottobre 2014, alle 20.45 l’associazione "AnnaViva" organizza al cinema Ariosto di Milano la proiezione del documentario “A bitter taste of freedom” (“Il sapore amaro della libertà”) di Marina Goldovskaya.

Per approfondire

Marina Goldovskaya, anche lei giornalista, ricostruisce la storia dell’amica Anna e cerca di capirne i legami con le contraddizioni dell’era post comunista. La pellicola ha anche il pregio di restituire la dimensione umana della cronista che ha dato voce a deboli e indifesi, vittime di guerre e corruzione. “Il mio film – dice Goldovskaya –, vuole essere un ritratto di questa donna speciale che in molti consideravano una ‘iron lady’. Ma lei era esattamente l’opposto: era delicata, gentile e ricca di compassione”.

Prima della proiezione, alle 18.45, presso i Giardini Anna Politkovskaja (Corso Como - Porta Garibaldi), verrà depositata una corona di fiori. Questi giardini pubblici portano il nome di Anna dal giugno dell'anno scorso, grazie alla raccolta firme di cittadini e alla pronta adesione del Comune di Milano. Milano ha dimostrato già nel 2009 di voler sostenere viva la memoria di questa figura importante del giornalismo e dell'attivismo per i diritti umani: su iniziativa dell'associazione AnnaViva e in collaborazione con Gariwo e Comune di Milano, venne piantumato un albero in suo onore nel Giardino dei Giusti della città in presenza della figlia, Vera Politkovskaja.

Kobane, "Gli unici amici dei curdi sono le montagne"

  • Martedì, 07 Ottobre 2014 11:42 ,
  • Pubblicato in Flash news

Pagina99
07 10 2014

Tra i profughi della tendopoli di Suruç, al confine turco-siriano. La polizia di Ankara respinge la gente in fuga e permette ai militanti jihadisti di andare e venire. E blocca i peshmerga del Pkk che provano a passare per correre in soccorso della cittadina dove si combatte strada per strada

I marciapiedi della via principale di Suruç, sovraffollati dai 100 mila profughi scappati da Kobane, sono pattugliati dalla polizia turca e da carri carichi di materassi. Tutti i parchi e campetti giochi della città sono stati riallestiti a tendopoli, molte delle quali organizzate e finanziate direttamente da Suruç e dai comuni vicini. Addentrandosi nella zona industriale che il comune utilizza per stipare i beni di prima necessità, Faruk Tatli, responsabile della municipalità e membro attivo di Rojava, gesticola a un camion pieno di riso e farina che deve essere scaricato in magazzino per poi ripartire al più presto. “L’IS esisteva anche un anno fa e aveva già attaccato Kobane” commenta Faruk mentre decine di persone caricano e scaricano i camion in modo coordinato. “In quel periodo negli Stati Uniti e in Europa nessuno aveva idea di cosa fosse l’IS. Com’è possibile che ora sia all’ordine del giorno?”
Decine di volontari del posto sono accorsi, “il governo non ci ha aiutato” continua Faruk con due cellulari in mano che squillano, “e molte persone non accettano di dormire nelle tende che l’AFAD ha messo a disposizione, così abbiamo montato le nostre.” In molti hanno parte della famiglia in Turchia, e si sono quindi affidati al loro aiuto. Dei 160.000 profughi che sono stati registrati, solo 80.000 sono nelle tende di Suruç, mentre la maggioranza si è già sparpagliata in diverse parti della Turchia.


Erdogan ha riconosciuto formalmente sia la leadership di Barzani che la sovranità territoriale del Kurdistan Iracheno, con cui intrattiene oggi anche proficui scambi commerciali. “Lo stesso riconoscimento non è avvenuto per il PYD né per la regione di Rojava” precisa Oskan “e questo per due motivi: per il patto di non belligeranza con Assad e per la sua affiliazione con il PKK”. Ed è proprio a Kobane che la strategia turca si svela: Ankara attende con pazienza tattica, aspettando che l’YPG sia indebolito dagli attacchi dell’IS al punto tale da dover far ricorso ad un “aiuto” militare turco. In questo modo il PYD perderebbe significativamente il suo potere negoziale e potrebbe accettare le pressioni turche per entrare nella coalizione anti-Assad. Perché questo avvenga, però, Erdogan non può prescindere da un accordo con il PKK, con cui il PYD non solo condivide una visione politica di lungo termine, ma è anche l’unico attore in questo momento a sostenere PYD e YPG a Kobane.

“Nonostante i controlli dei militari turchi, la resistenza riesce ad entrare a Kobane per combattere” conferma Faruk. Quando gli chiediamo se sa quante unità del PKK siano passate al di là della frontiera, preferisce mantenere una risposta un po’ vaga. Tiene però a precisare: “in ogni caso, anche se ci fossero membri del PKK che entrano a Kobane, da lì in poi, in questa guerra, dobbiamo considerarli come parti integranti delle milizie dell’YPG”. Mentre le forze turche girano le spalle al confine e si concentrano a sparare e lanciare lacrimogeni contro gli abitanti di Suruç, tremila combattenti sono rimasti soli a resistere all’assedio dell’IS e con l’intensificarsi degli scontri si preparano alla guerriglia urbana. “Fatta eccezione per il PKK siamo completamente soli”, dice Kamiran, “i curdi non hanno amici all’infuori delle montagne”.

Ayotzinapa, Guerrero, e il terrorismo di Stato

  • Martedì, 07 Ottobre 2014 08:28 ,
  • Pubblicato in DINAMO PRESS

Dinamo Press
07 10 2014

Nello stato di Guerrero, in Messico, lo scorso 26 settembre la polizia ha assassinato, torturato e fatto sparire decine di studenti che protestavano. Uno degli episodi più gravi e atroci della guerra sporca contro i movimenti sociali.

Il Guerrero è un stato del sud-ovest del Messico, che si affaccia sul Pacifico. A livello internazionale è conosciuto forse solo per alcune sue spiagge, tra cui la deturpata baia di Acapulco, mentre negli ultimi anni qualche notizia è girata relativamente al cosidetto “proliferare” del narcotraffico.

In Messico invece, il Guerrero è conosciuto anche per la sua lunga storia di proteste e resistenze che si sono duramente scontrate con repressione e violenza dello stato e dei potenti caciques che controllano la politica e l'economia attraverso gruppi paramilitari, corruzione e rapporti clientelari.

Bronco è l'aggettivo con cui si definiva tradizionalmente il Guerrero, cioè marcato da una violenza brutale, quasi strutturale e fisiologica.
In Guerrero ci fu una fortissima guerriglia rivoluzionaria nei primi anni '70, guidata da Lucio Cabañas e dal suo Partido de los Pobres, che riuscì a mettere sotto scacco più volte l'esercito federale, prima di essere annientata. Racconta Carlos Montemayor nel suo affascinate romanzo “La Guerra nel Paradiso” che durante la repressione contro i guerriglieri di Cabañas e le loro basi di appoggio fu inaugurata la pratica di gettare i corpi di desaparecidos dagli elicotteri nell'oceano, un metodo che le dittature latinoamericane del cono sud appresero in fretta negli anni a venire.

Il Guerrero è stato anche la base di altri importanti movimenti di resistenza tra il 1994 e il 2010. Alcuni di essi erano armati, come le guerriglie dell'EPR e dell'ERPI. Altri erano popolari nonviolenti come i contadini ecologisti della Sierra di Petatlàn, più volte in carcere per difendere le foreste dallo sfruttamento, o gli indigeni Mepha'a, che denunciarono le violenze dell'esercito contro le loro comunità e riuscirono a portare il caso di due donne stuprate dall'esercito fino alla Corte Interamericana per i Diritti Umani.

Racconto tutto questo perché è solo riannodando il filo rosso della storia di quei luoghi che si può comprendere il contesto in cui avviene il massacro degli studenti della scuola rurale di Ayotzinapa, nella città di Iguala, tra il 24 settembre e il 3 ottobre.

Ayotzinapa è una scuola a pochi chilometri dalla capitale dello stato, Chilpancingo. Essa è “rurale” nel senso che forma gli insegnanti che poi sono inviati ad insegnare nelle comunità montane. Da sempre è conosciuta per formare insegnanti attivi politicamente, impegnati in proteste e manifestazioni: un maestro rurale, formatosi ad Ayotzinapa, era pure Lucio Cabañas.

Ayotzinapa ha sempre subito per questo motivo una dura repressione. Il 12 dicembre 2011, ad esempio, durante un importanti corteo, due studenti vengono uccisi a colpi di pistola dalla polizia.

Quanto è accaduto in questi giorni è però ben più grave e si configura come un atroce massacro premeditato.

Nel tardo pomeriggio del 26 settembre, a bordo di 3 di autobus, ottanta studenti della scuola partono dalla città di Iguala, dove avevano svolto alcune attività di raccolta fondi per le loro iniziative, per tornare ad Ayotzinapa. Appena usciti da Iguala, varie pattuglie della polizia prima sparano contro gli autobus, e poi creano un blocco stradale.

Qui inizia l'attacco più grave, vengono tutti fatti scendere dai bus e la sparatoria è immediata, i ragazzi cercano di scappare nei dintorni, tre muoiono sul colpo, uno cade a terra ferito e si trova tutt'oggi in stato vegetativo, più di venti vengono fatti prigionieri. Dopo 40 minuti di sparatoria, la polizia si allontana.

A mezzanotte, mentre i giovani sopravvissuti cercano di organizzarsi sul luogo dei fatti per informare di quanto era successo e protestare, giunge un camionetta, scendono alcuni uomini non identificabili, e ricominciano a sparare, uccidendo sul colpo altri due studenti. I feriti, nei due episodi, sono più di 20.

Quando il mattino successivo i superstiti si rivolgono al tribunale statale per avere contatto con gli arrestati, non vi è traccia di questi. In tutto sono 43 i desaparecidos, tra arrestati, e persone in fuga al momento dell'attacco e poi scomparse.

Il giorno successivo, in un tratto di strada vicino al luogo dell'agguato, viene trovato il corpo morto di uno studente, con evidenti segni di tortura.

Tutto precipita verso lo scenario più agghiacciante. Il 3 ottobre viene scoperta vicino ad Iguala, una fossa comune, con i corpi, a fatica riconoscibili, degli studenti di Ayotzinapa, alcuni bruciati, altri fatti a pezzi.

Ad oggi ne sono stati identificati 28, degli altri 15, ancora non si sa nulla.

E' un massacro con pochi precedenti, quasi disorienta nella sua tragicità, ma avrebbe bisogno invece di una ondata di indignazione nell'opinione pubblica, di una dura protesta di massa internazionale, della richiesta di verità e giustizia.

Le date sono drammaticamente simboliche. La fossa comune è scoperta il 3 ottobre, il giorno successivo del 2 ottobre in cui si ricorda per le strade della capitale il massacro degli studenti nel 1968, a piazza Tlatelolco, quando in più di cento universitari furono trucidati da esercito e paramilitari, durante una manifestazione di protesta, poco prima delle Olimpiadi.

Pochi giorni fa, il Tribunale Permanente dei Popoli (ex Tribunale Russell, istituzione indipendente formata da giuristi di tutto il mondo, per indagare su gravi violazioni a diritti umani contro le popolazioni) aveva emesso la sua sentenza di condanna allo stato messicano e alla sua “Guerra Sporca” contro i movimenti sociali, dopo mesi di indagini e raccolta di testimonianze.

Questo è il Messico di Enrique Peña Nieto, amico dell'Europa e degli Stati Uniti, il Messico importante partner commerciale dell'Italia, il Messico delle spiagge caraibiche e dei resti maya, promosso come luogo meraviglioso per i turisti di tutto il mondo, ma che sta sempre di più avvicinandosi alla Colombia in quanto a terrorismo di stato e controllo politico-mafioso del sistema di potere.

Un luogo dove chi si oppone ai poteri dominanti viene così brutalmente e impunemente ucciso e dove si esercita una sistematica violenta repressione nei confronti dei movimenti sociali.

Gli studenti di Ayotzinapa chiedono verità e giustizia per i loro compagni. Non lasciamoli soli.


Per informazioni

www.tlachinollan.org

www.comitecerezo.org

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