La Stampa
03 10 2014

A Hong Kong scoppia la violenza nel quartiere popolare di Mongkok, dove si è insediato un gruppo di studenti che ha occupato l’incrocio fra l’arteria Nathan Road e Argyle Street. Gruppi di appartenenti a Anti-OccupyCentral, distinguibili dal nastro blu, e di persone senza distintivi di riconoscimento, hanno cominciato a distruggere le tende e i manifesti degli studenti.

Con il passare delle ore la folla violenta si è fatta sempre più numerosa, e diverse persone sono state ferite o colpite. I quattro autobus che bloccavano l’incrocio sono stati lentamente spostati, ma nemmeno questo ha calmato i dimostranti anti-studenti. Molti studenti sono stati insultati, presi a calci e colpiti da bottigliette, mentre la polizia sembrava incapace di riprendere il controllo. Fra i presenti molti hanno denunciato che fra la folla violenta molti parlavano mandarino.

Per la prima volta i membri dei gruppi pro-democrazia si ritrovano nel mezzo di scontri violenti da parte di gruppi politici definiti pro-governo o pro-Pechino, per quanto il movimento studentesco avesse fatto suo lo slogan di mantenere le manifestazioni e occupazioni pacifiche. In serata, la folla intorno all’incrocio di Mongkok continuava a crescere, dopo che la Federazione Studenti di Hong Kong aveva cercato di chiedere rinforzi, per ritrovarsi però in minoranza davanti a una crescente presenza di violenti oppositori.

Morire di razzismo

Internazionale
03 10 2014

Il weekend scorso a Parigi c’è stata un’esplosione ininterrotta di sole, senz’altro uno dei motivi per cui eravamo così pochi alla proiezione di Les marcheurs, documentario sulla Marcia per l’uguaglianza e contro il razzismo che nel 1983 attraversò la Francia da Marsiglia a Parigi. “Sapevo che le commemorazioni per i trent’anni della marcia non sarebbero state politiche”, ha spiegato la regista Samia Chala prima della proiezione. “Così, con la storica Naïma Yahi e il giornalista Thierry Leclère, abbiamo deciso di fare questo documentario”.

Attraverso immagini d’archivio e interviste a quelli che furono i protagonisti della marcia, il documentario ricostruisce bene il clima di violenza e impunità che regnava tra gli anni settanta e i primi anni ottanta nelle banlieues – o bidonvilles, com’erano anche chiamate – francesi: controlli au faciès (controlli d’identità sulla base dell’aspetto “etnico” delle persone), arresti ingiustificati, violenze e omicidi commessi dalle forze dell’ordine e tollerati dalla giustizia. L’idea della marcia nacque nel 1981, dopo lo sciopero della fame cominciato a Lione da tre attivisti, Christian Delorme, Jean Costil e Hamid Boukhrouma, contro le espulsioni di giovani figli di immigrati verso paesi dove non avevano mai vissuto o che avevano lasciato quand’erano piccoli. Poi, nel giugno del 1983, alle Minguettes, un quartiere alla periferia di Lione, un poliziotto sparò al ventenne Toumi Djaidja ferendolo gravemente. Fu lo stesso Toumi, insieme a un pugno di amici, a partire da Marsiglia il 15 ottobre. All’arrivo a Parigi, il 3 dicembre, erano in centomila.

Trent’anni dopo, cosa è cambiato? Troppo poco, secondo gli ospiti intervenuti dopo la proiezione insieme a Samia Chala: Hanifa Taguelmint e Djamel Atallah, che parteciparono alla marcia, e il sociologo Abdellali Hajjat. Le banlieues non solo rimangono luoghi di segregazione, ma sono molto più omogenee di un tempo (“Avevo amici di tutte le origini e di tutte le confessioni: José, Augustin, Malik, Saïd, Abdel, Yazid, Laurent, Gilles, Alain, Pascal”, ricordano i fratelli Hamana e Mohamed Khira, cresciuti alle Minguettes). Tra i giovani non esiste la memoria delle lotte dei loro genitori. Le violenze sono meno frequenti, ma non sono certo scomparse, come dimostra questa lista delle vittime di omicidi razzisti, aggiornata al 2008. E lo dimostra la storia di Hanifa Taguelmint, che nel 1981 perse il fratello Zahir, ucciso da un poliziotto a 17 anni, e che nel febbraio del 2103 ha perso allo stesso modo un nipote diciannovenne, Yassine Aibeche.

A una domanda dal pubblico su cosa bisognerebbe fare per cambiare le cose, Taguelmint si è scaldata: “La verità è che esiste un business della discriminazione: su un milione di euro stanziati per dei programmi di coesione sociale in un dato territorio, ne arrivano 100mila. Il resto va a esperti e consulenti vari”. È certo che, almeno in Francia, l’antirazzismo ha perso già negli anni ottanta la sua valenza politica per trasformarsi in una campagna moralizzatrice appoggiata dal Partito socialista e incarnata dal movimento SOS Racisme. Per questo sono importanti documentari come Les marcheurs e libri come Histoire politique des immigrations (post)coloniales, curato da Abdellali Hajjat e Ahmed Boubeker.

Di omicidi razzisti – oggi, in Italia – parleremo a Ferrara dopo la proiezione del documentario di Dagmawi Yimer Va’ pensiero, domenica alle 11h30, insieme ai ragazzi dell’osservatorio Occhio ai media, che animeranno molti altri incontri sul tema della discriminazione (più informazioni nel programma del festival).

Francesca Spinelli

Non vogliamo più bene a Siddharta

  • Venerdì, 03 Ottobre 2014 08:41 ,
  • Pubblicato in Flash news

Cronache del Garantista
03 10 2014

"Ricordiamo i nostri marò da tempo immemore prigionieri dei barbari indiani" (da uno status di "Salviamo i nostri Marò - Comunità Facebook").

Poi la notizia: un sindaco ed europarlamentare leghista ha stabilito che i cittadini indiani residenti a Borgosesia (Vercelli) non potranno accedere alle sovvenzioni comunali se non sottoscriveranno una dichiarazione di condanna dell'atteggiamento del Governo di Delhi sulla vicenda dei marò. ...

Sono 11 le vittime dei razzi "Uragan" con cui mercoledì le truppe ucraine avevano salutato l'inizio dell'anno scolastico a Donetsk. E ieri un cittadino svizzero di 38 anni, Laurent Etienn, operatore della Croce rossa, è rimasto ucciso per lo scoppio di un ordigno.
Fabrizio Poggi, Il Manifesto ...

Atlas
02 10 2014

La Casa Bianca ha annunciato questa settimana un piano per istituire un nuovo trattamento dei rifugiati in Honduras, El Salvador e Guatemala per evitare che i bambini non accompagnati cerchino di attraversare la frontiera tra Messico e Stati Uniti.

L’annuncio è stato fatto in un memorandum al Segretario di Stato degli Stati Uniti, John Kerry, il quale ha dichiarato che l’ammissione di un massimo di 70 mila rifugiati negli Usa nell’anno fiscale 2015 è giustificata da “preoccupazioni umanitarie”.

La questione in estate è stata più volte toccata dal presidente Barack Obama.

Secondo i promotori del piano, stabilire programmi per la richiesta dello status di rifugiato nei tre paesi dell’America Centrale è la soluzione per disattivare la crisi lungo la critica frontiera.

I 70 mila posti per rifugiati saranno assegnati a persone in situazioni che suscitano “preoccupazioni umanitarie specifiche”. Di questi, ha spiegato la Casa Bianca, 4 mila saranno assegnati in America Latina e Caraibi.

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